CONTENUTO
Introduzione
Vivendo in un mondo sempre più globalizzato, dove ogni Stato può entrare nel mercato internazionale se lo desidera, dimentichiamo spesso quanto i metodi di politica economica e industriale differissero significativamente quasi cento anni fa da quelli impiegati oggi. Diversi storici ed economisti, ciascuno portando il proprio bagaglio politico, hanno ampiamente discusso il caso dell’Italia fascista, arrivando persino a trovare somiglianze tra il sistema mussoliniano e il moderno capitalismo, oppure con vari altri sistemi economici, moderni e antichi, nel mondo. Da un punto di vista puramente economico, ripercorriamo qui le mosse di politica industriale compiute da Benito Mussolini e dai suoi gerarchi, dalle origini fino al crollo finale del regime.
La parentesi liberale e le premesse del cambiamento (1922-1925)
L’ascesa di Benito Mussolini al potere non ricalca, come spesso si crede, il modello concentrazionario di Hitler: mentre quest’ultimo accentra l’intero potere statale nel giro di un anno, il percorso del Duce si sviluppa gradualmente, tra errori e successi, attraverso un processo di “fascistizzazione” dello Stato. All’alba del Ventennio, l’Italia è un’economia in transizione, dipendente dalle materie prime straniere ma già proiettata verso l’esportazione di prodotti finiti, i cui problemi strutturali, pur presenti, risultano attenuati rispetto al drammatico dopoguerra (l’inflazione, che nel 1920 e nel 1921 toccava rispettivamente il 31,4% e il 18%, si stabilizza progressivamente, mentre debito e deficit pubblico, esplosi durante la Grande Guerra, perdono gradualmente peso). In questa fase, il ministro delle Finanze Alberto De Stefani persegue un impianto di riforme molto più affine alla tradizione liberale giolittiana che all’autoritarismo mussoliniano: pareggio di bilancio, razionalizzazione fiscale, drastiche “epurazioni” del personale pubblico.
Questa strategia, calibrata per conquistare il sostegno dell’alta borghesia industriale e del mondo cattolico, storicamente legato al Partito Popolare di Don Luigi Sturzo, produce tuttavia un effetto collaterale destinato a rivelarsi fatale per il suo autore: il rafforzamento delle grandi concentrazioni monopolistiche e un più stretto legame tra Chiesa e Stato. Sono proprio i grandi industriali dell’industria pesante, insofferenti verso l’apertura di mercato voluta da De Stefani e attratti dalle correnti protezionistiche diffuse nel resto d’Europa nel primo dopoguerra, a imporre a Mussolini le sue dimissioni nel 1925. Nello stesso anno, l’inflazione, rimasta bassa fino ad allora, comincia a impennarsi, mentre la fuga di capitali stranieri spinge verso la svalutazione della lira.
La transizione verso l’economia protezionista e il monopolio valutario (1925-1929)
Con l’uscita di scena di De Stefani si infrange l’equilibrio tra apertura di mercato e consenso industriale: al suo posto viene chiamato Giuseppe Volpi, figura gradita alla grande industria in quanto egli stesso esponente dell’oligopolio elettrico. Il nuovo ministro riceve un mandato esplicito: virare l’economia italiana dal modello liberale a uno marcatamente protezionista. Per assecondare le richieste del ceto industriale, il regime vara nel 1926 le cosiddette “leggi fascistissime“, che aboliscono i sindacati e il diritto di sciopero. Sul piano monetario, la lira (svalutata da 90 a 150 unità per sterlina tra il 1925 e il 1926) diventa il terreno di una vera e propria battaglia identitaria: “Quota 90”, il piano di rivalutazione forzata voluto da Mussolini, punta a riportare il cambio a 90 lire per sterlina non tanto per ragioni economiche quanto per restaurare il prestigio internazionale del regime.
L’operazione, avversata da Agnelli e da Keynes e giudicata eccessiva persino a posteriori dallo storico Gianni Toniolo (che indicava in 120 a 1 il cambio ottimale), riesce comunque nel suo intento nel 1927 ma al prezzo di penalizzare pesantemente i settori export-oriented, in particolare quello alimentare. Si innesca così una spirale compensativa: già nel giugno 1925, un anno prima di Quota 90, il regime aveva avviato la “Battaglia del Grano”, presieduta da un comitato permanente che riuniva Mussolini, il ministro Giuseppe Belluzzo e lo scienziato Nazzareno Strampelli, per colmare il paradossale deficit cerealicolo di un paese a vocazione agricola (25 dei 75 milioni di quintali consumati annualmente erano importati).
Attraverso incentivi economici, meccanizzazione, chimica agraria e formazione professionale, la produzione nazionale di grano passa da 52 a quasi 75 milioni di quintali tra i primi anni Venti e la fine degli anni Trenta, anticipando la logica autarchica che si affermerà pienamente nel 1935. Parallelamente, il 1928 vede l’approvazione della Legge Mussolini sulla bonifica integrale, che affida all’Opera Nazionale Combattenti (reduci della Grande Guerra, quasi 20.000 uomini mobilitati) il compito di reclamare le terre improduttive, a partire dall’Agro Pontino, i cui primi passi risalivano già al 1924.
Da questo sforzo nasceranno, nel 1932, le città di Littoria, Sabaudia, Aprilia, Pontinia e Pomezia, insieme a circa 3000 nuovi poderi. Tuttavia, secondo lo storico Francesco Filippi, degli 8 milioni di ettari promessi ne vengono effettivamente bonificati solo 4 e la metà di questi era già stata avviata da amministrazioni precedenti: la bonifica, più che una rivoluzione agraria, si rivela in larga parte un’operazione di propaganda capace di persuadere l’opinione pubblica degli sforzi del regime.

Il fulcro statale nella crisi: dalla finanza speculativa all’economia diretta (1929-1935)
Il crollo di Wall Street del 1929 non coglie un’Italia in salute: il paese, già fiaccato dalla crisi valutaria di Quota 90 e strutturalmente dipendente da un sistema banca-industria fortemente interconnesso, subisce un contraccolpo che si propaga rapidamente all’intero tessuto produttivo, mentre gli Stati del mondo, anziché collaborare, scelgono risposte unilaterali. Il governo italiano si dota così di due strumenti istituzionali destinati a ridisegnare permanentemente il rapporto tra Stato ed economia. Nel 1931 nasce l’Istituto Mobiliare Italiano (IMI), con il compito di sostituire le banche ormai incapaci di sostenere le industrie di cui erano spesso azioniste di maggioranza. Nel 1933, su iniziativa di Alberto Beneduce, viene creato l’Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI), pensato per separare banche commerciali e d’investimento e rafforzare la vigilanza della Banca d’Italia.
L’espansione dell’IRI supera rapidamente le intenzioni originarie: l’ente arriva a controllare il 42% delle società per azioni italiane, monopoli in telefonia e radiofonia, il 90% della cantieristica navale e colossi come Alfa Romeo, Ansaldo, Terni e Ilva. Di fronte alla riluttanza dei privati a rilevare queste partecipazioni, Mussolini è costretto a renderlo permanente nel 1937, mentre l’ingresso nel mercato (ormai subordinato a permessi governativi) soffoca di fatto la concorrenza. Ne risulta uno sviluppo industriale quantitativamente rilevante ma qualitativamente stagnante, un paradosso che sopravvive, insieme alla burocrazia parallela costruita attorno a tecnici neutrali come Arrigo Serpieri e lo stesso Beneduce, ben oltre la caduta del regime, fino allo smantellamento dell’IRI negli anni Novanta tra scandali e dissesto finanziario.
La riconversione bellica e il paradosso dell’autarchia (1935-1945)
L’ambizione imperiale di Mussolini in Etiopia segna, a partire dal 1935, l’ultima e più radicale trasformazione dell’economia fascista. Impossibilitata a replicare il riarmo tedesco e colpita dalle sanzioni della Società delle Nazioni, l’Italia si rifugia nell’autarchia: un concetto filosofico tradotto in prassi economica attraverso la progressiva centralizzazione del commercio estero, culminata nella creazione del Ministero degli Scambi e delle Valute nel 1936.
Questa transizione espone tuttavia il regime a una fondamentale trappola strutturale: privo di materie prime sufficienti, il paese non può raggiungere una vera autosufficienza, ma è costretto a compensare con la ricerca scientifica, di cui la produzione a Palermo del tecnezio, primo elemento chimico artificiale della storia, resta l’esempio più eclatante. Nonostante ciò, l’autarchia stimola sviluppi settoriali reali: fibre tessili sintetiche, combustibili alternativi, un incremento del 52% nella produzione mineraria nazionale e un comparto energetico che si rivelerà prezioso per la ricostruzione postbellica.
La guerra d’Etiopia, contenuta al 20% del PIL nazionale proprio per la scarsità di risorse disponibili, anticipa così le contraddizioni che esploderanno con la Seconda Guerra Mondiale: la divisione della penisola tra occupazione nazista al nord e amministrazione alleata al sud, il fallito tentativo di introdurre una seconda lira coniata su base americana, e un’inflazione che raggiunge il 344% nel 1944, restando ancora al 97% l’anno successivo.

Politica industriale fascista, riassunto
Tra il 1922 e il 1925, il ministro De Stefani conduce l’Italia fascista lungo un percorso di riforme liberali che, pur accontentando la borghesia industriale, ne rafforza i monopoli fino a provocarne la caduta politica. Gli succede Giuseppe Volpi, che avvia una svolta protezionista culminata nella rivalutazione forzata della lira (“Quota 90”, 1926-1927) e nella parallela “Battaglia del Grano” per l’autosufficienza cerealicola, iniziative più propagandistiche che economicamente risolutive, come dimostra il parziale fallimento della bonifica integrale promessa nel 1928.
La crisi del 1929 spinge lo Stato a intervenire direttamente nell’economia con la creazione dell’IMI (1931) e dell’IRI (1933), quest’ultimo destinato a diventare permanente nel 1937 e a controllare porzioni enormi dell’apparato industriale nazionale, a scapito della concorrenza e dell’innovazione qualitativa. A partire dal 1935, l’ambizione coloniale in Etiopia e le sanzioni internazionali spingono il regime verso l’autarchia, un modello economico incapace di raggiungere piena autosufficienza per la scarsità di materie prime, ma capace di stimolare settori come la chimica, il tessile e l’energia. La Seconda Guerra Mondiale chiude drammaticamente questo percorso, con la divisione del paese e un’inflazione che sfiora il 350% nel 1944, sancendo il fallimento definitivo del progetto economico fascista.
Fonti e Collegamenti Esterni:
Video che ho trovato fondamentale perché permette di avere una visione d’insieme della politica economica e industriale del regime. Può essere utilizzato per comprendere l’evoluzione dell’economia italiana dagli anni Venti agli anni Quaranta e per collocare le diverse politiche industriali all’interno delle trasformazioni del fascismo.
Video interessante per capire bene il ruolo dell’IRI e di come si sia evoluto con il tempo fino agli anni 90. Serve anche per comprendere che gli istituti fascisti sono rimasti anche sotto la Repubblica.
Questo libro di De Felice è utile soprattutto per inserire la politica industriale all’interno della storia complessiva del fascismo. Non va quindi utilizzato esclusivamente come manuale di economia, ma come fonte storiografica per comprendere il rapporto tra regime, società, economia e istituzioni.
Questo video è particolarmente interessante per comprendere le origini e la costruzione tecnica dell’intervento pubblico nell’economia italiana. Alberto Beneduce fu infatti una figura centrale nella nascita di importanti istituzioni economiche pubbliche e fu strettamente legato alla progettazione dell’IRI.







