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Lo sport nel ventennio fascista: la politica del duce

Durante il ventennio fascista, lo sport in Italia ha smesso di essere una semplice attività ricreativa o amatoriale per trasformarsi in uno dei più potenti strumenti di propaganda, e costruzione dell'identità nazionale. Per Benito Mussolini e il regime le vittorie degli atleti italiani non rappresentano solo successi individuali, ma vengono celebrate come la dimostrazione della superiorità fisica, morale e organizzativa del modello fascista e della razza italiana nei confronti del resto del mondo.

di Loris Pirozzi
29 Settembre 2026
TEMPO DI LETTURA: 22 MIN
Un saggio ginnico pubblico, ricostruzione illustrativa dell'evento

Un saggio ginnico pubblico, ricostruzione illustrativa dell'evento

CONTENUTO

  • Mussolini e lo sport
  • Gli interventi del Regime Fascista: lo sport nelle università e nelle scuole
  • Il Dopolavoro
  • La propaganda sportiva del regime  
  • Lo Sport Fascista nelle Colonie Italiane  
  • Sport di Massa nell’Italia Fascista: calcio e mondiali
  • Le due ruote    
  • Carnera simbolo dell’ideologia fascista
  • Conclusione

Mussolini e lo sport

Durante il ventennio fascista Benito Mussolini è considerato il primo sportivo d’Italia, l’immagine del corpo atletico si configura ben presto come una metafora del corpo politico. Grazie alla propaganda fascista questa idea si diffonde subito. Lo sport rappresenta per Mussolini e tutto il partito la forza della razza. Il mito del duce sportivo viene costruito attraverso l’opera dei mass media e si divide in due fronti: l’attività fisica e sportiva svolta in prima persona e la continua presenza a importanti eventi sportivi.

Quello che veramente interessa a Mussolini è l’aspetto nazionalistico che si crea grazie allo sport. Sono molti i discorsi che tiene Mussolini durante il ventennio fascista, quello più importante lo tiene il 28 ottobre 1934, giorno dell’inaugurazione della via del Circo Massimo a Roma:

“Voi atleti avete avuto il meritato onore di inaugurare una delle più belle strade di Roma e quindi del mondo. Chi vi ha visto sfilare ha avuto la profonda e quasi plastica impressione della nuova razza che il fascismo sta virilmente forgiando e temprando per ogni competizione. Voi, atleti di tutta Italia, avete dei particolari doveri. Voi dovete esser tenaci, cavallereschi, ardimentosi. Ricordatevi che quando combattete oltre i confini, ai vostri muscoli e soprattutto al vostro spirito è affidato in quel momento l’onore e il prestigio sportivo della nazione. Dovete quindi mettere tutta la vostra energia, tutta la vostra volontà per raggiungere il primato in tutti i cimenti della terra, del mare e del cielo”. 

Il fatto che il duce pratica in prima persona quasi tutte le discipline sportive ha grande successo sulle masse e fornisce una forte suggestione. Mussolini diventa il simbolo vivente dello sport fascista non solo perché descritto e fotografato come un uomo forte, sano, sempre a dieta e sempre vestito nel modo più adatto, ma soprattutto perché in ogni sua attività sportiva viene descritto come un fuoriclasse. Grazie a una buona propaganda il Duce per l’immaginario del popolo italiano diventa un eroe sportivo. E’ importante ricordare però che Mussolini diventa uno sportivo sulla mezza età per motivi di salute e per incarnare un ruolo a valenza politica.

La strumentalizzazione dello sport è stata una costante nella vita politica di Mussolini, ad esempio nel settembre del 1924 il Duce ha tempestato di telefonate il fratello Arnaldo, direttore de “Il Popolo d’Italia” per raccomandargli di dare sempre più spazio ai Giochi olimpici di Parigi esaltando fino all’apoteosi le gesta degli atleti azzurri. Il decollo sportivo del paese si ha sul finire del 1928 quando Augusto Turati assume la carica di segretario del CONI e dell’Opera nazionale Dopolavoro. Esso è anche il primo artefice della campagna propagandistica che serve a valorizzare l’immagine del “duce primo sportivo d’Italia”. Già sul finire degli anni venti Mussolini si presenta al mondo come uomo di stato moderno capace di apprezzare un fenomeno sociale come quello dello sport che utilizza come “arma” di propaganda politica, cosa che nessuno aveva mai fatto. 

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Uno degli sport più amati dal Duce è l’equitazione che pratica tutte le mattine, un paio di volte alla settimana Mussolini cavalca per diverse ore nelle campagne romane, ci sono diverse immagini su giornali o quotidiani di lui a cavallo, spesso si presenta alle parate in sella a cavalli italiani con aria sicura e sorridente. Nell’autunno del 1931, in vista del decennale, Mussolini entra decisamente nella parte del condottiero, durante la parata del 28 ottobre, il suo cavallo diventa improvvisamente bianco e monumentale. Oltre all’equitazione Mussolini è un grande appassionato della scherma, sport nel quale è anche decisamente più abile. In tutte le sale di scherma del paese si trova durante il ventennio una foto del Duce in candida tenuta con una didascalia che recita: “Il primo schermidore d’Italia”.

La scherma è inoltre lo sport che dà all’Italia il maggior numero di medaglie durante i giochi olimpici. E’ però importante sottolineare che Mussolini non è interessato allo sport in sé e ai suoi valori, durante tutto il ventennio Benito Mussolini utilizza lo sport come propaganda, come strumento per le masse per avvicinare il popolo e anche per esprimere una superiorità della razza. Lo sport con il Duce diventa un fenomeno importantissimo e il fascismo interviene in tutti i suoi aspetti con la creazione delle organizzazioni giovanili e con dell’Opera nazionale Dopolavoro. 

Gli interventi del Regime Fascista: lo sport nelle università e nelle scuole

Durante il regime fascista c’è una grande diffusione dello sport nelle scuole e nelle università. Il motivo è da ricercare prevalentemente nella rinascita del mito olimpico avvenuta nel 1896 con le olimpiadi ateniesi, che sancisce la nuova dialettica tra agonismo da intendersi come punto d’incontro di modernità e nazionalizzazione. Le olimpiadi diventano così una competizione tra nazioni in perfetta omogeneità, ogni nazione va alla ricerca dello sport. A questo processo di identità nazionale sportiva partecipa ovviamente anche l’Italia, cominciando dalle scuole che si aprono alla ginnastica. 

Nel dopoguerra nasce il movimento sportivo universitario internazionale. Molti studenti di diverse nazioni si riuniscono nel novembre del 1919 a Strasburgo per costituire la Confédération internationale des étudiants (CIE). Il nuovo organismo, composto da sette membri (Belgio, Spagna, Francia, Lussemburgo, Polonia, Romania, Cecoslovacchia) ha come obiettivo quello di favorire la buona intesa tra studenti di paesi differenti, qualche anno dopo si cerca di dare vita a una sorta di Olimpiade universitaria. L’idea è quella di far svolgere queste Olimpiadi in Francia per aprire la strada ai giochi di Parigi del 1924, ma un gruppo di studenti italiani, amareggiati per la bocciatura alla candidatura di Roma decide di bandire per l’aprile 1922 una Olimpiade studentesca per mostrare all’estero non solo l’intelligenza e la forza degli studenti universitari d’Italia, ma anche come gli italiani sono in grado di fare in Italia le Olimpiadi mondiali.

Nella capitale arrivarono oltre duemila studenti italiani e centinaia di studenti stranieri, si tratta delle prime Olimpiadi Nazionali Studentesche. Le olimpiadi universitarie di Roma si svolgono nell’aprile del 1922. In Italia però gli studenti universitari che vogliono praticare sport devono attendere fino al 1927 per ufficializzare i propri contatti con il mondo dello sport, soltanto allora vengono raggiunti accordi con il CONI, grazie ai quali gli studenti possono svolgere liberamente la loro attività sportiva. Con il fascismo in Italia la pratica fisica e sportiva viene collocata all’interno dell’università con l’obiettivo di formare l’italiano nuovo. Lo sport inizia a essere considerato uno strumento utile a incentivare i processi di identificazione nazionale. Il regime mussoliniano decide di ospitare diverse manifestazioni sportive e così nel 1927 si organizzano le seconde olimpiadi universitarie a Roma e nel 1928 quelle invernali a Cortina d’Ampezzo. 

È ormai chiaro il ruolo dell’attività sportiva, il regime fascista è tra i primi a capire che lo sport può essere usato come veicolo di propaganda e diffusione delle ideologie e dei miti, nonché come strumento per conseguire ampi consensi popolari. Alla terza edizione dei giochi universitari di Parigi, la squadra italiana, in maglia nera e fascio littorio sul petto, si presenta con 250 atleti presenti in ognuna delle discipline. Nel 1932 in Italia viene organizzata la prima edizione dei Littoriali dello sport, della cultura e dell’arte, una sorta di olimpiade tra diversi atenei. I Littoriali sono preceduti da una capillare selezione in ciascuna università, e vengono poi radunati in campo i migliori atleti di ventisei atenei e delle due accademie militari di Modena e Caserta.

I Littoriali rappresentano uno dei tipici strumenti attraverso i quali la gioventù viene educata a vivere per l’ideale fascista, ideale che viene fatto apprezzare attraverso le strutture portanti dell’attività sportiva, fatta di regole, disciplina e sacrificio. La nuova Italia fascista appare viva, competitiva, vincente, non ha più nulla a che fare con gli emigranti, i poveri, i malati, gli affamati; le numerose vittorie sportive dimostrano la superiorità della nazione fascista sulle nazioni liberali e questo porta alla nascita del “campionismo” come ideologia del primato. Lo sport diventa sempre di più un evento politico, la vittoria viene inserita nella mitologia di regime. 

I media sono il supporto per la diffusione delle imprese italiane, atleti capaci di vincere su altre nazioni e su altre razze. Il movimento sportivo universitario ha una crescita importante nel maggio del 1933 quando Achille Starace, segretario del PNF, diventa presidente del CONI. Questo avvenimento consente la simbiosi completa tra politica sportiva e politica governativa. Durante gli anni del fascismo non ci si interessa soltanto allo sport nelle università ma anche all’educazione fisica e allo sport all’interno delle scuole. Nel 1927 viene fondato l’Ente Istituzionale Balilla che ha come scopo l’assistenza e l’educazione fisica e morale dei giovanissimi italiani. Nel 1936 nasce il GIL (Gioventù italiana del littorio) quale nuova organizzazione totalitaria del regime. I compiti principali di questa organizzazione sono la preparazione spirituale, sportiva e premilitare e l’insegnamento dell’educazione fisica nelle scuole di ogni ordine e grado. Nasce una commissione permanente scuola-GIL per mantenere i rapporti tra scuola e il ministro dell’istruzione, l’insegnamento dell’educazione fisica viene affidato al partito sotto la vigilanza del ministero dell’Educazione nazionale, lo scopo è di avviare i giovani alle organizzazioni sportive dipendenti del CONI.

Un saggio ginnico pubblico, ricostruzione illustrativa dell’evento

Il Dopolavoro

Il fascismo in Italia da molta importanza al tempo libero dei lavoratori. Il Gruppo sportivo FIAT aveva già iniziato una propria tradizione che viene ampliata e trascinata dall’atmosfera del regime, che individua nell’educazione fisica e sportiva di massa uno dei punti chiave del progetto di rinnovamento nazionale. Fin dall’inizio del secolo la FIAT non aveva trascurato il nascente fenomeno sociale dello sport quale veicolo di propaganda per la propria immagine. Nel 1919 nasce l‘Unione Sportiva Operai FIAT (USOF), essa si fa subito notare sulle scene cittadine, già nel settembre dello stesso anno organizza la gara podistica Coppa USOF, e sempre nello stesso mese i soci partecipano al campionato ciclistico della FIAT.

Il 14 dicembre vengono disputati i campionati sociali polisportivi USOF, comprendenti gare di velocità, mezzofondo, fondo, marcia e ciclismo,e nel 1920 nasce l’Associazione impiegati FIAT che tra i suoi programmi ricreativi conta anche l’attività sportiva. Due anni più tardi viene costituito il Gruppo Sportivo FIAT che comincia ad avere un ruolo importante, i suoi rappresentanti sono sempre presenti nelle manifestazioni ufficiali della società, vestendo la maglia rossa distintiva del Gruppo. 

Anche il Partito fascista è molto interessato allo sport operaio, in un discorso di Mussolini alla FIAT si può notare il suo incitamento a continuare la propaganda sportiva. Il 1° maggio 1925 è ratificata la costituzione dell’Opera Nazionale Dopolavoro (OND), ente con il compito di occuparsi del tempo libero dei lavoratori. L’OND rientra in quel piano di orientamento dei costumi e delle abitudini che serve a plasmare l’uomo nuovo che vuole il regime fascista. L’obiettivo principale del Dopolavoro è offrire ai lavoratori opportunità culturali, sportive e ricreative promuovendo il sano e proficuo impiego delle ore libere, con lo scopo di sviluppare le loro capacità fisiche, intellettuali e morali.

Con il tempo l’OND penetra nella vita quotidiana delle famiglie italiane.  Il regime fascista non può dimenticare il lavoratore durante le sue ore di riposo per due ragioni fondamentali, la prima perché il lavoratore ha diritto di passare del tempo in serenità dopo il monotono e faticoso lavoro, e a seconda ragione per il dovere che il milite ha di rafforzare il suo corpo e il suo spirito nel superiore interesse della sua famiglia, del suo paese e delle future generazioni.

Le classi sociali più alte praticano i loro sport in circoli esclusivi ma, tramite l’Opera Nazionale Dopolavoro, gli sport popolari sono ampiamente sovvenzionati e questo rende possibile a tutti la libera partecipazione ad essi. Attraverso lo sport il regime riesce a introdursi nella vita dei quartieri operai e delle fabbriche per poi arrivare al controllo su tutto il settore dopolavoristico italiano. 

Secondo alcuni accordi tra OND e il CONI gli sportivi che si fanno notare vengono tesserati presso le varie federazioni. La propaganda sportiva è una specifica direttiva che proveniva dal vertice e Mussolini asseriva:  “Bisogna sempre più interessare le masse di tutte le categorie allo sport […] occorre realizzare lo sport praticato da masse sempre più vaste di italiani con indubbia utilità dal punto di vista fascista, morale, fisica” 

La propaganda sportiva del regime  

Negli anni venti il fascismo oltre al grande sforzo propagandistico volto alla diffusione della pratica agonistica, è anche impegnato ad affermare lo sport-spettacolo, ovvero la comparsa del tifo, e attorno a esso si sviluppa una mitologia sportiva costituita da campioni eroici e imprese leggendarie. A partire dal 1926 il regime costruisce grandi stadi e potenzia la stampa sportiva e la neonata radio che diventa uno dei canali di trasmissione che privilegiano lo sport. Sono quattro le discipline che costituiscono i cardini dello spettacolo sportivo, il calcio per lo spirito di squadra, il ciclismo per la volontà e determinazione, la boxe per il coraggio e l’automobilismo per il mito della velocità.

Queste discipline si affermano maggiormente non solo per i grandi risultati sportivi ma anche per le ideologie di ciascuna. Per quanto riguarda il calcio è ben noto lo straordinario ciclo di vittorie della Nazionale di Pozzo, campionessa del mondo nel 1934 e 1938 e campionessa olimpica nel 1936, mentre negli stessi anni il Bologna si impose per due volte nella Coppa Europa Centrale e la Juventus si aggiudica cinque scudetti consecutivi. Più del calcio però si afferma il ciclismo grazie al Giro d’Italia e al Tour de France. Nella boxe invece c’è una figura importantissima, quella di Primo Carnera che nel 1933 diventa campione del mondo che viene esaltato come simbolo dell’italica forza.

E infine il motorismo prende sempre più popolarità grazie alla Mille Miglia, anche se il mito della velocità e del progresso si avvale durante il ventennio anche di un altro veicolo: l’aeroplano. Molto importanti per la propaganda sportiva sono le Olimpiadi di Los Angeles dove l’Italia conquista un numero molto elevato di medaglie . Negli anni fra le due guerre l’entusiasmo per lo spettacolo sportivo aumenta, diventa una moda, al punto che si afferma il termine “tifo” per designare in generale l’atto del parteggiare o simpatizzare per qualcuno. 

La stampa è uno strumento molto importante per la propaganda del regime fascista,  per rendersi conto dello straordinario sviluppo della stampa sportiva nel decennio fra il 1924 e il 1934, basta pensare che all’inizio del primo conflitto mondiale sono poche le testate che parlano di sport e lo spazio dedicato a notizie sportive è microscopico, ma, alla fine del conflitto, dal 1919 nel giro di poco tempo nascono 10 nuove testate e la rubrica sportiva sul quotidiano comincia a occupare una colonna intera, suddivisa fra calcio, ciclismo, ippica e aviazione. Dal 1925 il regime inizia sempre di più ad avere controllo del giornalismo sportivo. La stampa sportiva diventa con il fascismo l’educazione delle masse. 

“I periodici sportivi che escono a decine in tutt’Italia […] servono egregiamente a disciplinare e a potenziare i nostri sport così benefici per l’addestramento militare del popolo”. 

Contemporaneamente a questo controllo sul giornalismo sportivo il regime promuove la nascita di alcuni giornali propagandistici, il più importante fra tutti è “Il Littoriale” nato nel 1927, questo giornale rappresenta la voce ufficiale del regime privilegiando la diffusione degli sport poveri, la propaganda per lo sport femminile e la battaglia per l’italianizzazione del linguaggio sportivo. 

Negli anni trenta oltre alla stampa un altro mezzo di diffusione che viene utilizzato dal fascismo come strumento di propaganda sportiva è la radio. Si assiste a un vero e proprio boom della radiofonia, le ore di trasmissione aumentano notevolmente, come il numero degli abbonati che nel 1940 arrivano a superare un milione. La radio aiuta molto lo sport, ne aumenta la platea coinvolgendo contemporaneamente in un ascolto un numero altissimo di persone. Dal 1926 iniziano a essere trasmessi i primi notiziari sportivi che comunicano i diversi risultati della giornata.

Il salto di qualità avviene due anni più tardi quando il 25 marzo del 1928 viene trasmessa la partita di calcio tra Italia e Ungheria finita 4 reti a 3 per gli azzurri. Il successo di quella trasmissione è immediato. Nei primi anni i radiocronisti per rendere più realistiche la trasmissioni, suddividono il rettangolo di gioco in una griglia corredata da una scala alfabetica e numerica allo scopo di consentire agli ascoltatori di capire in quale posizione si svolge l’azione. Le trasmissioni sportive in radio diventano davvero popolari e nel 1930 un referendum le colloca al terzo posto dopo la musica lirica e le trasmissioni religiose. 

Una ennesima prova di penetrazione dello sport nella vita quotidiana è la creazione e diffusione di figurine, quaderni, agende, cartoline, giochi che testimoniano il radicarsi dello sport, in particolare del calcio e del ciclismo, nell’immaginario collettivo nazionale. Tutto questo ha lo scopo di pubblicità sportiva. In occasione del Mondiale del 1934 alcune ditte come ad esempio la Zaini, distribuiscono figurine a scopo pubblicitario e contemporaneamente la casa editrice Vecchi pubblica gli album “Assi del ciclismo e del calcio”, le cui figurine vengono allegate ai più famosi libri per ragazzi dello stesso editore. Bisogna poi ricordare che proprio ai giochi dei bambini di strada è dovuta la grande popolarità e diffusione delle figurine, specialmente nel dopoguerra. Oltre alle figurine negli anni trenta appaiono moltissime cartoline illustrate calcistiche che raffigurano diversi soggetti come campi da gioco, stadi, giocatori e squadre.

Il calcio è lo sport più “colpito” da questo fenomeno, e dopo il mondiale del 1934 vengono utilizzate diverse immagini calcistiche sugli oggetti scolastici dei bambini. Sempre per i giovani inoltre vengono creati giochi particolari come alcuni rudimentali calciobalilla. Il regime però non vuole creare un qualcosa solo per il mondo dei più giovani, per gli adulti nascono gli almanacchi, che annualmente riportano una gran messe di dati e serie storiche di risultati. L’universo maschile e quello infantile costituiscono dunque i punti attorno ai quali ruota l’immaginario calcistico, che proprio negli anni venti e trenta conosce una grandissima crescita. 

Lo Sport Fascista nelle Colonie Italiane  

Lo sport in Europa e Stati Uniti negli anni venti e trenta incontra un notevole sviluppo, le grandi manifestazioni internazionali come Olimpiadi e Mondiali di calcio e di ciclismo si affermano definitivamente e sono aiutati come abbiamo visto dai giornali sportivi e le trasmissioni radio. In Italia il regime si accorge dell’importanza di questo fenomeno e interviene in molti aspetti ma non si limita a fare ciò in Italia, tutto quello che viene fatto nella penisola raggiunge anche i territori soggetti a dominio coloniale. I colonizzatori infatti portano con loro anche le abitudini e le passioni maturate in patria, che gli aiutano in un luogo lontano e con un differente modello di vita. 

Lo sport nelle colonie è un fenomeno che nasce proprio con l’affermarsi del fascismo in Italia, lo sport entra a far parte dell’identità dell’italiano che si reca in colonia e comincia a esercitare un’attrattiva sulle comunità nazionali del Corno d’Africa e di Libia. All’inizio la pratica sportiva si diffonde in maniera autonoma dall’organizzazione dei coloni e successivamente con direttive del regime che crea enti sportivi coloniali. Bisogna ricordare che nelle colonie troviamo il fenomeno del razzismo coloniale che vede il massimo livello negli anni che vanno dal 1936 fino alla perdita delle colonie durante la seconda guerra mondiale.

Una delle prime città dove si afferma il fenomeno dello sport nelle colonie è Tripoli, capitale dell’attuale Libia. In Tripolitania l’occupazione italiana si limita alle zone costiere, nonostante questo gli italiani sono circa 19.000, già nel 1924 a Tripoli sono attivi numerosi gruppi sportivi militari, due associazioni sportivi civili, una società di canottaggio, e sul giornale cittadino vengono riportati i risultati delle manifestazioni pubbliche che comprendono il calcio, il nuoto, l’ippica e la boxe. Negli anni seguenti cresce significativamente la partecipazione degli atleti militari. Tra le specialità sportive si afferma presto anche il podismo e il ciclismo su strada. 

Si diffonde anche l’idea di una Olimpiade africana prevista per il 1929, evento che poi viene annullato. All’idea di una Olimpiade viene creata a Tripoli una società di ginnastica creando sezioni di ginnastica, acrobatica, atletica e pugilato e a frequentarla erano ammessi tutti i cittadini italiani ovunque nati e di qualunque religione e ne erano esclusi i sudditi. Il controllo politico dell’attività in forte crescita è garantito dell’Ente Sportivo Coloniale dal quale devono passare tutte le nuove iniziative e i relativi regolamenti per l’approvazione.

Nel corso degli anni la partecipazione alle attività sportive degli atleti arabi aumenta e diventa molto significativa, ad esempio la gara ciclistica del 1928 viene aperta a tutti i corridori e la vittoria va all’arabo Mohamed Creui, il favorito italiano arriva al traguardo solo quarto e questo porta un evidente imbarazzo tra le gerarchie colonizzatrici espresso nella cronaca del giornale tripolino.

“L’addebito principale che muoveremo al Costa è specialmente quello che egli abbia troppo facilmente dimenticato di essere anche in gara una camicia nera. È augurabile che a ciò pensino i suoi superiori e provvedano secondo il caso. Binda e Girardengo sono stati puniti per l’identica ragione” 

Nel 1929 al governo della colonia libica è nominato Pietro Badoglio che interrompe il coinvolgimento degli atleti locali alle diverse manifestazioni sportive. Fin da subito compaiono nei regolamenti numerose limitazioni come ad esempio l’esclusione di partecipanti arabi o ebrei di Tripoli nel giro podistico della città. Le forzature di Badoglio raggiungono il culmine nel 1932 quando viene organizzato un torneo di calcio per squadre composte da “sudditi” che ovviamente non trova realizzazione.

Dal 1934 il governatore è Italo Balbo e le cose mutano nuovamente, egli investe molto nel potenziamento dell’attività sportiva con l’organizzazione di grandi manifestazioni aeree, automobilistiche e ciclistiche. L’anno seguente viene creata la fondazione dell’Unione Sportiva Tripolina che diventa la principale organizzatrice delle manifestazione nella città. Sempre nello stesso anno c’è un cambiamento nella politica sportiva nei confronti della popolazione colonizzata.

Questo nuovo cambiamento di promozione sportiva incontra comunque alcuni problemi e resistenze, come ad esempio nell’occasione della Coppa motociclistica della Federazione fascista nella quale due atleti indigeni scompaiono improvvisamente dalla lista degli iscritti. Dal 1936 le cose cambiano ancora, in base alle direttive di Mussolini la vita nelle colonie italiane è impostata sulla separazione tra la comunità dominante e quella dominata in onore al principio di “prestigio della razza”. Quando Mussolini si accorge della presenza di squadre arabe nel campionato tripolino a fianco di squadre composte da italiani fa pressione su Balbo affinché le cose cambino. 

La politica razzista del fascismo sta per raggiungere il culmine, per gli sportivi ebrei i ritmi delle esclusioni si fanno molto veloci, dal 1938 entra in vigore il nuovo regolamento che indica che soltanto le squadre di calcio appartenenti a società sportive regolamentate possono partecipare alle diverse competizioni, in questo modo, per un anno, dal campionato più popolare in colonia sono esclusi giocatori locali. Oltre alla Libia, l’Italia ha anche colonie nel Corno d’Africa e anche lì il fascismo interviene nello sport anche se con qualche anno di ritardo. In Somalia verso la fine del 1931 viene istituita la Federazione sportiva fascista per coordinare l’attività sportiva nella colonia. Nel 1933 in Somalia si disputa il primo campionato di calcio, esiste un campo sportivo con una tribunetta utilizzata come spogliatoio.

Oltre al calcio si inizia a praticare anche lo scherma, sport importantissimo nell’Italia fascista. Tutte le attività sportive che si svolgono in Somalia sono praticate dai coloni italiani mentre nessun cenno viene fatto a manifestazioni per atleti somali. Simile era la situazione in Eritrea, si svolge l’attività del tiro al piccione, pugilato, lotta greco-romana e sollevamento pesi. Sappiamo quasi con certezza che la conquista dell’Etiopia spinge le gerarchie fasciste ad attivarsi per organizzare l’attività sportiva della popolazione indigena maschile in modo stabile, ma secondo il netto principio della subordinazione e della separazione dalle attività dei bianchi, si può cogliere questo anche nella organizzazione logistica delle tribune per il pubblico del circuito automobilistico, vengono installate tribune per nazionali, mentre per la popolazione somala sono disponibili due tribune con diversa dislocazione.

Sport di Massa nell’Italia Fascista: calcio e mondiali

La presenza fascista nel calcio è minore rispetto a quello che si può immaginare a differenza di altri rami sportivi. Non per questo però non ha influenze. Dal 1927 sulle maglie dei giocatori della nazionale di calcio viene introdotto il fascio littorio, mentre i ragazzi della nazionale di calcio universitaria vestono completamente di nero. La storia del calcio italiano deve molto al presidente della FIGC Leandro Arpinati che opera dal 1926 al 1933, che durante questi anni non tollera nessuna interferenza da parte del partito fascista nel suo operato. Leandro lavora in quella che è definita età degli stadi, con lui si inaugura il Littoriale di Bologna ma già negli anni precedenti nascono stadi come il Filadelfia a Torino o San Siro a Milano.

Nel 1933 a Torino viene inaugurato un nuovo stadio che prese il posto del precedente, costruito in soli 180 giorni, e prende il nome stadio “Benito Mussolini”. Una delle caratteristiche di questi impianti, e in genere di quelli nati durante il fascismo, è la loro struttura polisportiva, che vede il rettangolo verde circondato dalle corse podistiche. La costruzione di questi stadi continua anche per tutti gli anni trenta, decennio che vede arrivare anche i primi successi calcistici internazionali, importanti anche dal punto di vista politico. Nel 1934 e nel 1938 la nazionale di calcio italiana conquista la coppa del mondo. I capi del partito fascista sono a conoscenza dell’importanza politica di queste manifestazioni, tanto che sono installati servizi telefonici e telegrafici negli stadi, ed è molto utilizzata la radiodiffusione.

Il mondiale di calcio del 1934 è la seconda edizione della competizione mondiale di calcio per nazionali maggiori maschili, la prima nel continente Europeo, la prima edizione si tiene quattro anni prima in Uruguay. La seconda edizione del torneo si svolge in Italia dal 27 maggio al 10 giugno e vi prendono parte sedici nazionali, tre americane, dodici europee e una africana. L’Italia presenta insieme alla Svezia la propria candidatura per l’organizzazione dell’evento e viene scelta l’8 ottobre del 1932 a Zurigo dalla Federazione. Il mondiale è visto da Benito Mussolini, che fin dagli inizi del regime aveva promosso lo sport anche per scopi propagandistici, come uno strumento utile a favorire l’unità nazionale.

Le città scelte per ospitare l’evento sono otto: Bologna, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Torino, Trieste e Roma dove si gioca la finale. La vittoria per l’assegnazione del mondiale all’Italia è accolta con grande felicità dal segretario della federazione calcistica, grazie a tale riconoscimento l’Italia può mostrare al mondo la potenzialità raggiunta nello sport grazie al Regime fascista. Mussolini prima ancora del risultato sul campo da parte della nazionale esige che l’Italia mostri agli osservatori esteri, una prova di efficienza. Ci sono moltissima pubblicità a riguardo, dai cartelloni murali, ai francobolli, ai pacchetti di sigarette con sopra raffigurato un pallone da calcio.

Le due ruote    

Mussolini è un uomo di sport, egli considera il suo corpo un valore politico, curiosamente però non viene quasi mai ritratto in bicicletta, abbiamo solo un paio di fotografie che lo raffigurano impegnato a pedalare, ed è davvero poco se si pensa che in nessuno dei 18 Giri Mussolini è presente sulla scena. Ed è poco se lo si confronta con le moltissime volte in cui siede in tribuna durante le partite della squadra nazionale di calcio. Nel periodo fascista il ciclismo non è tra le attività sportive consigliate agli allievi della Scuola centrale che consentono loro di raggiungere qualità fisiche e psichiche che si addicono al combattente.

Nel Luglio del 1934 Mussolini decora diversi atleti, venticinque in totale, nessuno di loro è un ciclista. Qualche anno dopo l’atleta Gino Bartali vince il Tour de France, una delle competizioni ciclistiche più importanti e riceve la medaglia al valore atletico, ma soltanto d’argento e non viene ricevuto da Mussolini a Palazzo Venezia, come era accaduto qualche anno prima alla squadra nazionale di calcio. Secondo Mussolini, il ciclismo resta plebeo, è una coloritura che non si addice all’immagine che il fascismo vuole offrire, come esperienza politica che rompe decisamente con il passato e con le sue miserie.

La bicicletta è, nonostante tutto, un bene povero e da poveri. Forse questo è uno dei motivi principali per il quale il ciclismo non viene apprezzato durante il ventennio fascista. Il senso di pericolo e rischio che accompagna il rombare dei motori è più “corretto” all’italiano nuovo che il fascismo vuole costruire e che stonerebbe vedere ancora pedalare curvo, sudato, sporco. Ogni vittoria, è vero, torna utile alla causa e, quando si presenta, viene salutata trionfalmente e sfruttata sul piano propagandistico. Ma, senza dubbio, certe imprese sono più di altre al passo con i tempi. Il ciclismo non è quindi lo sport più apprezzato e seguito da Mussolini e dal regime fascista, ma nonostante questo, ciclismo e fascismo hanno comunque dei contatti, se non altro per le punte di popolarità e di spettacolarità che esso dimostra e per le diverse vittorie ottenute da ciclisti italiani in importanti competizioni. 

Roma, 23 ottobre 1933, Benito Mussolini incontra i pugili Primo Carnera, Vittorio Venturi, Cleto Locatelli, Vittorio Tamagnini e il manager Luigi Soresi, Pubblico Dominio

Carnera simbolo dell’ideologia fascista

Primo Carnera è un pugile italiano, unico italiano a diventare campione del mondo dei pesi massimi, è uno degli atleti più rappresentativi della sua epoca. È considerato il figlio prediletto del fascismo e ne rappresenta l’incarnazione perfetta in quanto il regime fascista ama specchiarsi in quella muscolarità enorme e rispettata.  Carnera nasce vicino a Udine, fin da giovane è incredibilmente grosso, poco più alto di due metri pesa circa 120 chili, lascia da giovane la scuola per andare a lavorare in Francia dove entra in un circo. E’ proprio in Francia che un ex pugile francese si accorge di lui e della sua forza e cerca di introdurlo al mondo del pugilato.

In Italia il pugilato è poco più che una novità arrivata all’inizio del ‘900. Il 31 dicembre del 1929 Carnera sbarca negli Stati Uniti, la sua immagine è gestita dal manager Leon See, amico dell’ex pugile francese che lo aveva notato un anno prima, a causa di una eccessiva buona fede Carnera si fida del suo manager che cerca solamente di avere un guadagno economico su di lui, questi sono gli anni del proibizionismo, della crisi economica e della mafia italo-americana che investe molto sull’atleta italiano.

Carnera inizia la sua carriera da pugile negli Stati Uniti nel 1930 ottenendo 23 successi consecutivi, la prima sconfitta arriva ai punti dopo dieci riprese nell’ottobre del 1930. Il mese successivo Carnera vola a Barcellona per sfidare il campione europeo riuscendo a ottenere anche se non con facilità una vittoria, dopo l’incontro decide di tornare in Italia dalla famiglia per un breve soggiorno. Alla fine del 1930 Primo Carnera ha già disputato ventisei incontri, vincendone ben venticinque e nell’ottobre di quell’anno Carnera decise di ritornare definitivamente in Italia. 

Nel 1933 Primo Carnera diventa il primo italiano campione del mondo di pugilato, scrive subito due telegrammi di ringraziamento, uno per la madre e uno per il Duce. Carnera diventa un eroe nazionale e rappresenta un modello utile al regime, Mussolini vuole fare di lui un modello da imitare e lo fa affacciare al balcone di Piazza Venezia e per l’occasione al pugile viene fatto indossare l’uniforme della milizia fascista. In Italia Carnera decide di mettere in palio il titolo contro lo spagnolo Paulino Uzcudun. L’incontro è molto atteso da tutti, per giorni si parla solo esclusivamente del pugile italiano e del suo sfidante, i giornali romani parlano solo dell’incontro e sono pieni di immagini che raffigurano i due pugili.

Carnera a Roma è molto apprezzato e la sua immagine non viene raffigurata solo sui giornali ma anche su manifesti murali, ritrovi pubblici, fotografie che adornano negozi. Il match si disputa a Roma di fronte a sessantamila spettatori e alla presenza di Benito Mussolini, il C.O.N.I. in occasione dell’incontro ha esercitato il più severo controllo sulla vendita dei biglietti e ha preso gravi provvedimenti contro i colpevoli di bagarinaggio. Saliti sul ring Carnera sotto all’accappatoio indossa una camicia nera per rappresentare la sua vicinanza al regime.

L’incontro si conclude con la vittoria del pugile italiano che conquista anche il titolo di campione europeo. Pochi giorni dopo l’incontro il Duce riceve a Palazzo Venezia il presidente, il vice-presidente e il segretario della Federazione pugilistica italiana e ovviamente anche Primo Carnera, campione del mondo di pugilato insieme a Locatelli campione europeo dei pesi leggeri e ad altri campioni italiani. 

Conclusione

In conclusione, possiamo affermare che durante il ventennio fascista lo sport ha cessato di essere una semplice pratica ricreativa per diventare un pilastro fondamentale del regime. Attraverso la costruzione del mito del “Duce sportivo“, il controllo delle organizzazioni giovanili e universitarie, il sostegno al tempo libero tramite il Dopolavoro e la massiccia valorizzazione mediatica di eventi come i Mondiali di calcio, il fascismo è riuscito a penetrare profondamente nella vita quotidiana degli italiani. 

L’Italia, che fino all’inizio dello scorso secolo era una nazione dove lo sport si praticava di rado, è diventata durante il fascismo una nazione sportiva, e questo anche grazie all’intervento e alle ideologie di Mussolini. Tuttavia è doveroso ricordare come tutto questo è stato fatto a solo scopo propagandistico, per far risultare il popolo italiano più forte agli occhi del mondo. Per il fascismo un uomo forte e vincitore è il simbolo attraverso il quale il regime rappresenta la potenza della nazione italiana.

Consigli di lettura

  • M. Canella, S. Giuntini, Sport e Fascismo, (a cura di), Franco Angeli s.r.l. Milano.
  • Corriere della Sera.
  • L. Pirozzi, “Sport e fascismo” sulle pagine del Corriere della Sera, Tesi di Laurea Triennale, Università degli Studi di Milano, 2019.
Tags: Fascismo
Loris Pirozzi

Loris Pirozzi

Si è laureato in Storia nel 2019 presso l'Università Statale di Milano con una tesi sullo sport usato come propaganda durante il regime fascista. Nel 2025 ha conseguito la laurea magistrale in Scienze Storiche, specializzandosi in età contemporanea con una tesi dedicata alla storia della Moldova e ai suoi rapporti con l'Unione Europea e la Russia, per poi completare un master in Filosofia e Storia presso l'Università Campus nella primavera del 2026. Dal 2020 lavora come docente nelle scuole di Milano e provincia.

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