La Prima Guerra Mondiale, conosciuta anche come Grande Guerra, è stata un conflitto di portata globale che ha coinvolto le principali potenze tra il 1914 e il 1918. Scatenata dall’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria, la guerra vede contrapporsi i paesi della Triplice Intesa (Francia, Regno Unito e Russia) e le Potenze Centrali (Germania, Austria-Ungheria e Impero Ottomano). E’ il primo conflitto moderno, caratterizzato dall’uso di nuove tecnologie belliche come i carri armati, l’aviazione e le armi chimiche. Con oltre 16 milioni di vittime tra civili e militari, la guerra segna profondamente il Novecento, causando il crollo di imperi secolari e creando nuovi assetti geopolitici.
Sarajevo, 28 giugno 1914: lo studente Gavrilo Princip uccide con due colpi di pistola l’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando e la moglie Sofia. E’ la scintilla che fa divampare l’incendio. Le varie potenze si gettano in un immane conflitto che provoca la morte di milioni di persone e che termina definitivamente dopo più di quattro anni di combattimenti, l’11 novembre 1918.
Il 28 giugno 1914 lo studente bosniaco Gavrilo Princip uccide con due colpi di pistola l’erede al trono d’Austria l’arciduca Francesco Ferdinando e la moglie Sofia, mentre attraversano in auto scoperta le vie di Sarajevo. L’attentatore fa parte di un’organizzazione irredentista che ha la sua base operativa in Serbia. Tanto basta per scatenare la reazione del governo e dei circoli dirigenti austriaci, da tempo desiderosi di impartire una dura lezione alla Serbia.
Il 23 luglio l’Austria invia un durissimo ultimatum alla Serbia e la Russia assicura immediatamente il proprio sostegno a quest’ultima, sua principale alleata nei Balcani. Forte dell’appoggio russo il governo serbo accetta solo in parte l’ultimatum, respingendo la clausola che prevede la partecipazione di funzionari austriaci alle indagini sui mandanti dell’attentato. L’Austria giudica la risposta insufficiente e il 28 luglio dichiara guerra alla Serbia. Immediata è la reazione del governo russo, che il giorno successivo ordina la mobilitazione delle forze armate, che viene interpretata dal governo tedesco come un atto di ostilità.
Il 31 luglio la Germania invia un ultimatum alla Russia intimandole la sospensione dei preparativi bellici. L’ultimatum, però, non ottiene risposta ed è seguito a 24 ore di distanza dalla dichiarazione di guerra. Lo stesso giorno, il 1 agosto, la Francia, legata alla Russia da un trattato di alleanza militare, mobilita le proprie forze armate. La Germania risponde con un nuovo ultimatum e con la successiva dichiarazione di guerra alla Francia.
E’ dunque l’iniziativa del governo tedesco, che già nella prima fase della crisi ha assicurato l’appoggio incondizionato all’Austria, a far precipitare definitivamente la situazione. Bisogna ricordare che la Germania soffre da diversi anni di un complesso di accerchiamento, ritenendosi ingiustamente soffocata nelle proprie ambizioni internazionali. Il piano di guerra elaborato all’inizio del Novecento dall’allora Capo di Stato Maggiore Alfred von Schlieffen, dando per scontata l’eventualità di una guerra su due fronti, prevede in primo luogo un massiccio attacco contro la Francia, che avrebbe dovuto essere messa fuori combattimento in poche settimane.
Raggiunto questo obiettivo, il grosso delle forze sarebbe stato impiegato contro la Russia, la cui macchina militare è assai lenta a mettersi in azione. E’ previsto che le truppe tedesche passino attraverso il Belgio, nonostante la neutralità del paese, per poter colpire lo schieramento francese nel suo punto più debole e puntare direttamente sulla capitale Parigi. Il 4 agosto i primi contingenti tedeschi invadono il Belgio. La violazione della neutralità belga ha un peso decisivo nel determinare l’intervento inglese nel conflitto. Così il 5 agosto l’Inghilterra dichiara guerra alla Germania.
Tutti i governi tendono a sottovalutare la gravità dello scontro. E’ ampiamente diffusa la convinzione che la guerra sarebbe stata breve ed avrebbe contribuito a soffocare i contrasti sociali e a rafforzare la posizione di governi e classi dirigenti. In quasi tutti i paesi, infatti, le forze pacifiste trovano scarso appoggio in un’opinione pubblica massicciamente mobilitata a sostegno della causa nazionale; il richiamo del patriottismo mostra in questa occasione tutta la sua forza, facendo breccia anche negli schieramenti che meno sembrano intenzionati ad accoglierlo. Nemmeno i partiti socialisti vogliono sottrarsi al clima di euforia generale.
Tutte le forze belligeranti elaborano strategie che si fondano sulla guerra di movimento che prevede principalmente la manovra offensiva e lo spostamento rapido di ingenti masse di uomini in vista di pochi e risolutivi scontri campali. Tutti i piani di guerra si basano sulla previsione di un conflitto della durata di pochi mesi. Nelle ultime settimane di agosto le armate tedesche dilagano nel nord-est della Francia, costringendo gli avversari ad una precipitosa ritirata; ai primi di settembre si posizionano sul fiume Marna, ma il 6 i francesi lanciano un improvviso contrattacco che coglie impreparati i tedeschi. Dopo una settimana di furiosi combattimenti, gli invasori sono costretti a ripiegare su una linea un po’ più arretrata in corrispondenza del fiume Somme.
Con l’arresto dell’offensiva all’altezza del fiume Marna, l’ambizioso progetto di guerra tedesco può ritenersi sostanzialmente fallito. Alla fine del mese gli eserciti si attestano oramai in trincee su un fronte lungo 750 km dal mare del Nord al confine svizzero. Si crea così una situazione di stallo e inizia una guerra diversa, non preparata da nessuno dei contendenti: la guerra di logoramento e di usura che vede due schieramenti praticamente immobili affrontarsi in una serie di sterili e sanguinosi attacchi, inframmezzati da lunghi ed esasperanti periodi di stasi.
Per quel che riguarda l’Italia il 2 agosto del 1914 il governo presieduto da Antonio Salandra dichiara la neutralità del paese. Questa decisione è giustificata dal carattere difensivo della Triplice Allenza: l’Austria, infatti, non è stata attaccata, né ha consultato l’Italia prima di intraprendere l’azione contro la Serbia. Poche settimane dopo, però, le forze politiche e l’opinione pubblica si dividono sul tema del possibile ingresso nella guerra contro l’Austria che consentirebbe al giovane stato di riunire alla Patria Trento e Trieste. Sono interventisti: i gruppi della sinistra democratica, alcune frange estremiste del movimento operaio, i nazionalisti e alcuni ambienti liberal-conservatori. I neutralisti sono invece rappresentati dalla maggioranza dello schieramento liberale, il mondo cattolico e i socialisti. Contrarie alla guerra sono quindi le masse contadine e operaie, mentre i ceti borghesi e gli intellettuali sono galvanizzati ed entusiasti all’idea dell’intervento nel conflitto. Fin dall’autunno del 1914 Salandra e il Ministro degli Esteri Sidney Sonnino allacciano contatti segretissimi con i paesi della Triplice Intesa, pur continuando nel contempo a trattare con la Germania e con l’Austria-Ungheria per strappare qualche compenso territoriale in cambio della neutralità.
Infine decidono, con l’avvallo del re Vittorio Emanuele III di Savoia, senza informare né il Parlamento né gli altri membri del governo, di accogliere le interessanti proposte dell’Intesa, firmando il 26 aprile 1915 il Patto di Londra che lega l’Italia alla Francia, all’Inghilterra e alla Russia. Le clausole principali prevedono che l’Italia avrebbe ottenuto in caso di vittoria il Trentino Alto Adige, il Sud Tirolo fino al Brennero, la Venezia-Giulia, l’Istria e una parte della Dalmazia con numerose isole adriatiche. A questo punto resta da superare la prevedibile opposizione della maggioranza socialista all’interno della Camera, cui spetta la ratifica del trattato. Quando ai primi di maggio l’ex Presidente del Consiglio Giovanni Giolitti si pronuncia a favore del proseguimento delle trattative con l’Austria ben trecento deputati gli manifestano solidarietà, inducendo Salandra a rassegnare le dimissioni.
Tuttavia la maggioranza neutralista del parlamento è scavalcata da un lato dalla decisione forte del sovrano che respinge le dimissioni di Salandra, dall’altro dalle manifestazioni accese di piazza che in quei giorni di maggio, celebrati come le “radiose giornate” dalla retorica interventista, si fanno sempre più imponenti e minacciose. Il 20 maggio 1915 la Camera approva la concessione dei pieni poteri al governo, che la sera del 23 maggio dichiara guerra all’Austria. Il giorno seguente hanno così inizio le ostilità sul fronte italiano. Nel 1915/16 con le battaglie di Verdun sul fronte francese e con le prime quattro battaglie sull’Isonzo e la Strafexpedition austriaca sul fronte italiano, nessuno dei due schieramenti riesce a conseguire risultati significativi. Più alterne sono le vicende sul fronte orientale dove gli imperi centrali ottengono alcuni importanti successi.
La trincea è la vera protagonista di questo immane conflitto: un fossato scavato nel terreno per mettere i soldati al riparo dal fuoco nemico, con il passare del tempo essa diventa la sede permanente dei reparti di prima linea. La vita nelle trincee, monotona e rischiosa, logora i soldati nel morale e nel fisico gettandoli in uno stato di apatia e torpore mentale: restano rigorosamente in prima linea, senza ricevere il cambio, anche per intere settimane, vivono in condizioni igieniche deplorevoli, sono esposti al calco, al freddo e alle intemperie di stagione oltre che ai periodici bombardamenti dell’artiglieria avversaria; escono da questa realtà solo per effettuare operazioni di pattuglia o per lanciarsi all’attacco delle trincee nemiche. Né il senso del dovere, né la minaccia del plotone di esecuzione possono impedire che la paura o l’avversione contro la guerra si traducano in forme di rifiuto come la renitenza alla leva, la diserzione o l’autolesionismo, consistente nell’infliggersi volutamente ferite o mutilazioni per essere dispensati dal servizio al fronte.
Dal punto di vista tecnico le novità sono rappresentate dall’utilizzo di nuove armi quali gas asfissianti, aerei, carri armati e sottomarini di prima generazione. Il conflitto trasforma profondamente la vita civile nei paesi coinvolti: in campo economico si dilata enormemente l’intervento statale volto a garantire le risorse necessarie allo sforzo bellico, il potere dei governi è condizionato dal potere dei militari e l’intera società è soggetta a un processo di militarizzazione. Nei primi mesi del 1917 si verificano due avvenimenti decisivi. In Russia, dopo la caduta dello zar Nicola II nel mese di marzo, inizia un processo di dissoluzione dell’esercito e in seguito alla rivoluzione di novembre il paese si ritira dal conflitto. Nel mese di aprile gli Stati Uniti dichiarano guerra alla Germania.
I comandi austro-tedeschi decidono di approfittare della disponibilità di truppe provenienti dal fronte russo per infliggere un colpo decisivo all’Italia. Il 24 ottobre 1917 un’intera armata austriaca appoggiata da sette divisioni tedesche attacca efficacemente le linee italiane appostate sull’Alto Isonzo, le sfonda nei pressi del villaggio di Caporetto, mettendo in atto la nuova tattica dell’infiltrazione. Solo dopo due settimane l’esercito italiano riesce ad attestarsi sul fiume Piave. Il generale Luigi Cadorna viene sostituito con il generale Armando Diaz.
Nel 1918 grazie alla superiorità militare, determinata dall’intervento americano nel conflitto, la prima guerra mondiale termina con la vittoria dei paesi dell’Intesa. Tra l’8 e l’11 agosto i tedeschi subiscono la prima grave sconfitta ad Amiens, mentre il 28 ottobre gli italiani lanciano la loro offensiva per la riconquista del territorio perduto l’anno precedente, riuscendo ad avere la meglio sugli austriaci nella battaglia di Vittorio Veneto; il 3 novembre firmano l’Armistizio a Villa Giusti, presso Padova. L’11 novembre alcuni delegati del governo provvisorio tedesco firmano l’Armistizio in un vagone treno fermo vicino la cittadina di Compiègne. E’ la fine della prima guerra mondiale.
A cura di Mirko Muccilli, storico e docente, Caporedattore di Fatti per la Storia
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