Camillo Benso, conte di Cavour: biografia e pensiero politico

Cavour

Il ritratto di Cavour di Francesco Hayez

Camillo Benso conte di Cavour è senza dubbio uno dei personaggi più significativi dell’unità d’Italia. Uomo politico che, attraverso diversificate e ricche esperienze in Europa, riuscì a capire la necessità prioritaria di arrivare all’unificazione di un paese diviso, pieno di problemi economici e sociali.

La giovinezza di Cavour

Camillo Benso conte di Cavour nasce a Torino il 10 agosto 1810 da una famiglia benestante, di origine ugonotta e convertitasi successivamente al cattolicesimo. Cavour da subito prova del suo carattere orgoglioso e ribelle già nell’età della giovinezza, tanto che nel 1831, dopo aver trascorso qualche anno a Genova ed essere entrato in contatto con le correnti democratiche del luogo, sempre più insofferente alla vita di corte del regno Sabaudo, lascia l’Italia e inizia a viaggiare per l’Europa.


Visita la Svizzera, la Francia e l’Inghilterra e ne frequenta i salotti, le aule parlamentari, e i circoli politici così da rafforzare le sue idee liberali-moderate e fare propria la formula di Giuzot del “juste milieu” (giusto mezzo).

Questi soggiorni all’estero, dunque, hanno un’importanza cruciale per la formazione di Cavour anche perché servono a mostrargli la situazione di evoluzione e progresso in cui si trova l’Europa e ad introdurlo nel mondo degli affari e dell’economia, dando un impulso importante alle sua vocazione imprenditoriale.

Si lancia, così, in molte iniziative finanziarie e si dedica alla tenuta agricola di famiglia a Leri (ottenuta dal padre durante il periodo Napoleonico in seguito alle confische della Chiesa), che trasforma in un’azienda molto innovativa e redditizia, arrivando ad accumulare un patrimonio enorme, tanto da diventare uno degli uomini più ricchi e potenti di tutto il Piemonte.

L’ingresso in politica

Dopo essersi dedicato per qualche anno agli affari, decide di entrare in politica nel 1847, collaborando con l’amico moderato Cesare Balbo alla fondazione del quotidiano “Il Risorgimento”, di cui diviene subito il direttore. Da quel momento la sua carriera di politico lo porta a diventare, nel giro di pochi anni, prima parlamentare, poi ministro ed infine capo del governo.

cavour-1841

Cavour nel 1841

Durante gli anni 1848-49, da direttore del quotidiano, assume sempre più popolarità e radicalizza le sue posizioni liberal-moderate al punto da provocare le ostilità di molti esponenti democratici che fanno di tutto per ostacolare il suo ingresso in politica.

Tutto questo non ferma Cavour che viene eletto nelle elezioni per la IV legislatura. Nel marzo del 1850 pronuncia alla Camera di Torino un vigoroso discorso nel quale sostiene la necessità di una politica riformatrice che ponga il Piemonte alla testa di “tutte le forze vive d’Italia”, anche per togliere spazio ai mazziniani e alle loro tesi repubblicane.


Il 12 ottobre di quello stesso anno viene nominato ministro dell’Agricoltura e Commercio nel governo di Massimo D’Azeglio. All’inizio la sintonia politica tra i due è ottima ma, con il passare del tempo, meno buoni diventano i rapporti personali  a causa dell’invadenza di Cavour, che si comporta come se sia lui il capo di governo, fin quando non lo diventa realmente, nel novembre del 1852, in seguito alle dimissioni di D’Azeglio.

Il Connubio di Cavour

Lo statista piemontese si rende subito protagonista di una rivoluzione parlamentare, che rappresenta il primo esempio di trasformismo nella storia politica italiana e a cui viene dato il nome di Connubio.

Grazie a questo accordo tra il centro-destra, di cui lui stesso è il leader, e il centro-sinistra, capeggiato da Urbano Rattazzi, si costruisce una nuova maggioranza moderata che relega all’opposizione i clericali-conservatori e i democratici.

Il Connubio segna una svolta decisiva anche sul piano istituzionale, in quanto da un’interpretazione costituzionale dello Statuto, che riserva solo al re il potere esecutivo, si passa a far dipendere la vita del governo non solo dalla fiducia del sovrano, ma soprattutto dal sostegno di una maggioranza in parlamento.


Le riforme in politica interna, economica e estera

Le grandi riforme in politica interna del nuovo governo, sono realizzate su due campi: i privilegi della Chiesa e la politica economica. Nel 1850 vengono promulgate le leggi Siccardi che provocano una frattura tra Stato e Chiesa e che hanno come obiettivo: l’espropriazione dei beni ecclesiastici, la riduzione delle feste religiose e la fine dell’insegnamento da parte dei religiosi.

Per quel che riguarda la politica economica, Cavour adotta da subito una linea liberoscambista in ambito commerciale che mira: all’aumento della produzione agricola e industriale, allo sviluppo di opere pubbliche con la costruzione di strade, ponti, canali e ferrovie e all’intensificazione degli scambi con i paesi esteri.

Anche in politica estera la strategia dell’aristocratico piemontese è ben chiara e mira all’avvicinamento del Piemonte all’Europa più moderna e sviluppata e al suo passaggio dal rango di Stato regionale a Stato nazionale.

Un passo importante verso questa direzione è compiuto nel 1855, quando il regno Sabaudo entra nella guerra di Crimea a fianco di Francia ed Inghilterra, contro la Russia.

cavour-congresso-parigi

Cavour (a sinistra) al Congresso di Parigi.

Al Piemonte viene così concesso di partecipare alla conferenza di pace di Parigi del 1856; in tale occasione può presentare la questione italiana davanti a tutte le altre potenze europee.

Lo statista riesce anche nell’impresa di riunire tutti i partiti politici, che hanno partecipato ai moti del 1848, fondando nel 1857 la Società Nazionale Italiana, che rappresenta una grande convergenza tra monarchia Sabauda e movimento nazionale; ad essa aderiscono anche Daniele Manin e Giuseppe Garibaldi: tutto ciò implica la subordinazione della politica insurrezionale a quella diplomatica.

Dagli accordi di Plombiéres all’armistizio di Villafranca

A questo punto, Cavour, dopo aver strappato al partito rivoluzionario l’iniziativa ed il consenso di cui gode presso la popolazione, senza tuttavia eliminarne totalmente l’azione, sfrutta a sua vantaggio il fallito attentato compiuto a Parigi dal mazziniano romagnolo Felice Orsini contro Napoleone III.

L’evento viene utilizzato dal primo ministro come la prova che la situazione esplosiva italiana costituisca un pericolo per l’ordine europeo. La sua strategia risulta essere vincente: il 20 luglio 1858 stringe un’alleanza militare con Napoleone III , gli accordi di Plombiéres , che impegnano la Francia ad entrare in guerra al fianco del Piemonte nel caso di un attacco da parte dell’Austria.

Il punto più oscuro della sua carriera politica, è rappresentato senza dubbio dall’armistizio di Villafranca; in quell’occasione il sovrano Vittorio Emanuele II e Napoleone III firmano un disonorevole trattato di pace con il governo austriaco, senza neanche avvertirlo. Tutto ciò lo spinge a dimettersi ma, sentendo ormai totalmente propria la causa italiana, inizia a prendere contatti con i governi provvisori dell’Italia centrale per esortarli a non mollare e a continuare a credere nella lotta per l’indipendenza.

Il ritorno di Cavour e la spedizione dei mille

Quando ritorna al governo il 21 gennaio del 1860 ha le idee chiare su ciò che va fatto; in cambio del via libera francese all’annessione di Emilia e Toscana al regno sabaudo, il conte cede alla Francia, Nizza e Savoia.

Per quanto riguarda, invece, l’Italia meridionale, Cavour non gioca alcun ruolo nella preparazione della spedizione dei mille, ma non impedisce in alcun modo la sua realizzazione. Egli interviene direttamente soltanto verso la fine della spedizione: nonostante le rassicurazioni di Giuseppe Garibaldi circa la sua fedeltà al programma monarchico, lo statista piemontese teme che possa realizzarsi il sogno mazziniano di un’assemblea costituente e che il generale puntando verso Roma possa provocare l’intervento delle potenze straniere in difesa dello Stato pontificio.

cavour-1856

Cavour nel 1856

Per questo motivo Cavour invia nell’Italia centrale un corpo di spedizione che invade lo Stato pontificio, occupa Marche e Umbria, e si dirige verso Napoli. A questo punto il primo ministro piemontese richiede che nei territori occupati da Garibaldi siano convocati plebisciti per ratificare l’annessione al Piemonte.

Il generale è costretto a cedere e così tra ottobre e novembre le Marche, l’Umbria, la Sicilia e tutto il Mezzogiorno votano in larghissima maggioranza l’annessione al regno di Sardegna. Nello storico incontro di Teano, il 26 ottobre, Garibaldi conclude la sua celebre impresa consegnando formalmente il potere al re Vittorio Emanuele II.

La precoce morte di Cavour

Camillo Benso conte di Cavour non si sposa e non ha quindi eredi diretti. Dopo essere stato protagonista anche nelle giornate dell’inaugurazione del Parlamento e della proclamazione del Regno d’Italia, il principale artefice dell’unificazione italiana si spegne precocemente a Torino il 6 giugno del 1861, all’età di cinquant’anni, a causa della malaria. Sulla sua tomba, per sua volontà, viene scritta l’epigrafe: “Sono figlio della libertà, ad essa debbo tutto quel che sono”.

Con la scomparsa di Cavour l’Italia perde molto, perché sicuramente un personaggio di tale calibro e carisma avrebbe fatto comodo alla nazione; la classe dirigente che viene a succedergli, figlia della rivoluzione politica da lui effettuata, cerca, per risolvere gli infiniti problemi  che affliggono il nuovo stato, di seguire le indicazioni ed i consigli che egli ha tracciato nei suoi ultimi discorsi parlamentari.

Come ha sottolineato lo storico Luciano Cafagna uno dei maggiori paradossi è che il primo ministro piemontese sia stato culturalmente poco italiano. Egli, infatti, al tempo del suo ingresso in politica, parlava e scriveva in francese e conosceva poco sia l’italiano che l’Italia, tanto che in tutta la sua vita non mise mai piede al di sotto di Firenze e Bologna.

La fortuna del Piemonte e dell’Italia è stata quella di aver trovato la persona giusta nel momento di maggior necessità, in quanto, per la buona riuscita della causa nazionale serviva qualcuno che, come Cavour, aveva la passione per l’economia e l’amministrazione e aveva fatto del cosmopolitismo culturale e dell’intraprendenza borghese due componenti importanti e fondamentali della sua formazione.

Egli apparteneva a quella categoria di uomini dotati di infinite virtù tra cui: l’intuito, la prontezza, il coraggio, la capacità di adattarsi e di saper controllare con tenacia e pragmatismo qualsiasi situazione gli si presentasse davanti, convinto del fatto che “la miglior politica fosse quella delle risoluzioni audaci”.

I meriti e i successi che ottenne e le innovazioni che portò in politica lo rendono un personaggio davvero unico e singolare.

Lo storico inglese Denis Mack Smith ha scritto di lui: “Nessun uomo politico del secolo seppe realizzare tanto partendo da così poco”.

Per approfondire la figura di Camillo Benso, conte di Cavour è possibile consultare il saggio biografico redatto da Luciano Cafagna dal titolo “Cavour”, edito da Il Mulino.