Fatti per la Storia
  • Contemporanea
  • Moderna
  • Medievale
  • Antica
  • Storia in TV
  • Libri
SUPPORTA ORA
Nessun risultato
Guarda tutti i risultati
Fatti per la Storia
  • Contemporanea
  • Moderna
  • Medievale
  • Antica
  • Storia in TV
  • Libri
SUPPORTA ORA
Nessun risultato
Guarda tutti i risultati
Fatti per la Storia
SUPPORTA Ora
Nessun risultato
Guarda tutti i risultati
  • Contemporanea
  • Moderna
  • Medievale
  • Antica
  • Storia in TV
  • Libri
Home Storia Contemporanea

Strage di Monaco: il massacro alle Olimpiadi del 1972

Nei Giochi bavaresi per la prima volta fa ingresso la violenza politico-terrorista. Estremisti palestinesi appartenti a “Settembre Nero” entrano agevolmente nel Villaggio Olimpico, prendendo di mira le sistemazioni della squadra israeliana, facendo 11 ostaggi, dei quali due moriranno subito, mentre i restanti rimarranno uccisi – insieme ad un poliziotto tedesco colpito da “fuoco amico” e cinque terroristi, per un totale di 17 morti – nel corso di un conflitto a fuoco in un aeroporto nei pressi di Monaco. Israele risponderà con l’Operazione “Ira di Dio”

di Francesco Caldari
5 Febbraio 2026
TEMPO DI LETTURA: 14 MIN

CONTENUTO

  • Il panorama geopolitico del 1972 e la radicalizzazione della resistenza palestinese
  • Massacro di Monaco di Baviera: gli avvertimenti ignorati
  • Cronaca dell’assalto a Connollystrasse 31 e la resistenza degli atleti
  • Il dilemma delle trattative e il fallimento dell’operazione “Sunshine”
  • L’agguato di Fürstenfeldbruck
  • Il ruolo dei Media e l’impatto globale della trasmissione in diretta
  • Trailer del docu-film “September 5”
  • Avery Brundage e la crisi del movimento olimpico: “the Games must go on”
  • L’operazione “Ira di Dio”: la vendetta di Israele
  • Trasformazioni istituzionali: la nascita delle Unità Speciali
  • L’ombra dell’insabbiamento tedesco ed il lungo percorso verso la riconciliazione

Il panorama geopolitico del 1972 e la radicalizzazione della resistenza palestinese

Non può dirsi che i bavaresi non avessero ben preparato la loro Olimpiade estiva. Era da 36 anni che la Germania non ospitava i Giochi. L’ultima edizione su suolo tedesco era stata quella di Berlino 1936, un evento utilizzato dal Terzo Reich di Adolf Hitler a fini puramente propagandistici e di esaltazione della razza, seppure le imprese vincenti del velocista e saltatore in lungo di colore statunitense Jesse Owens avessero fatto masticare amaro il fuhrer.

L’edizione del 1972 rappresentava un momento simbolico fondamentale per mostrare al mondo il volto di una Germania (dell’Ovest) democratica, moderna e antimilitarista. Le autorità tedesche ebbero però la capacità – sin da quando ricevettero la conferma ufficiale dell’organizzazione dei Giochi nel 1966 durante la 64ª riunione del Comitato Olimpico Internazionale (CIO), svoltasi a Roma – di coniugare l’organizzazione teutonica con una certa inaspettata spensieratezza. I Giochi furono definiti “Olimpiadi della gioia” (Die Heiteren Spiele); fu creata una mascotte, la prima in assoluto nella storia, dalla designer Elena Winschermann con una colorazione vivace: un cane bassotto chiamato Waldi.

La mascotte ed il logo dei Giochi

Insomma, una volontà di presentare un Paese aperto e pacifico, che però influenzò l’organizzazione, portando le autorità a progettare una “sicurezza invisibile” con personale non armato, una scelta che si sarebbe purtroppo rivelata fatale di fronte ad un micidiale attacco terroristico. D’altra parte, prima di allora, le Olimpiadi erano generalmente percepite come delle “zone franche” dalla politica mondiale, aree neutrali in cui i conflitti internazionali non dovevano avere accesso. Era accaduto però solo quattro anni prima, a Città del Messico, che giovani manifestanti fossero stati trucidati in quello che è passato alla storia come il massacro di Tlatelolco, ma tale episodio era avvenuto per motivi politici interni e non sembrava aver turbato gli organizzatori tedeschi.

La strage di cui parleremo non può essere compresa se isolata dal turbolento scenario mediorientale dei primi anni Settanta. Già nel luglio 1968, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) aveva aperto l’epoca del cosiddetto pubblicity terrorism, dirottando un volo della compagnia israeliana El Al, partito da Roma e diretto a Tel Aviv. La genesi risiede nella profonda crisi d’identità e operativa che colpì il movimento di liberazione palestinese dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967 e, soprattutto, dopo i tragici eventi del Settembre Nero in Giordania nel 1970. In quel periodo, le organizzazioni dei fedayin palestinesi, in particolare Fatah guidata da Yasser Arafat, avevano stabilito basi operative nel Regno di Giordania, creando una struttura parastatale che minacciava direttamente l’autorità di Re Hussein.

SULLO STESSO TEMA

NAR - Fioravanti e Mambro

Storia dei NAR, i Nuclei Armati Rivoluzionari simbolo del terrorismo nero

Francesco Coco

Le Brigate Rosse uccidono il procuratore Francesco Coco

Agguato via Fani

Il rapimento di Aldo Moro: il racconto del sequestro BR e della sua morte

valerio-fioravanti

Valerio “Giusva” Fioravanti, biografia e arresto del leader dei NAR

La tensione culminò in un violento conflitto nel settembre 1970, durante la quale l’esercito giordano lanciò un’offensiva massiccia per espellere i militanti palestinesi dal territorio nazionale. Le conseguenze furono devastanti per la causa palestinese: migliaia di combattenti ma anche civili furono uccisi o costretti a fuggire verso il Libano, spostando il fulcro della resistenza a Beirut. In questo clima di sconfitta e desiderio di rivalsa nacque l’Organizzazione Settembre Nero (BSO). Sebbene ufficialmente presentata come una fazione dissidente e autonoma, le evidenze dell’intelligence, confermate da documenti della CIA e dello Stato tedesco, indicano che essa fungeva da braccio armato clandestino di Fatah, permettendo alla leadership dell’OLP di mantenere una facciata diplomatica pur continuando a colpire obiettivi strategici.

L’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) era la principale organizzazione rivoluzionaria palestinese che riuniva sotto di sé la maggior parte dei gruppi combattenti. Il suo obiettivo primario era la lotta per l’indipendenza nazionale e l’ottenimento di una patria palestinese, proponendosi al contempo la distruzione dello Stato di Israele. L’obiettivo primario di Settembre Nero era inizialmente la vendetta contro il regime giordano, come dimostrato dall’assassinio del Primo Ministro Wasfi al-Tel a Il Cairo nel novembre 1971. Tuttavia, la strategia del gruppo si evolse rapidamente verso l’internazionalizzazione del conflitto, cercando palcoscenici globali per dare visibilità alla causa palestinese attraverso atti di terrorismo spettacolare, quali dirottamenti aerei.

La decisione di colpire le Olimpiadi di Monaco maturò nel luglio 1972, durante un incontro a Roma tra Abu Daoud, Abu Iyad e Salah Khalaf. La motivazione fu fornita dal rifiuto del Comitato Olimpico Internazionale (CIO) di permettere alla Federazione Giovanile della Palestina di partecipare con una propria delegazione ai Giochi. L’idea divenne quella di partecipare “a modo loro”, trasformando l’evento sportivo più seguito al mondo in un teatro del terrore per forzare Israele a liberare centinaia di prigionieri palestinesi. La pianificazione fu facilitata da una rete di supporto transnazionale che includeva non solo l’apparato di intelligence di Fatah, ma anche elementi dell’estrema destra neonazista tedesca, che fornirono logistica e documenti falsi ai militanti. Un collegamento che evidenzia una convergenza tattica tra gruppi radicali di diversa estrazione ideologica, accomunati dall’odio verso lo Stato di Israele e dal desiderio di destabilizzare l’ordine costituito della Repubblica Federale Tedesca.

L’operazione, denominata in codice “Iqrit e Biram” in riferimento a due villaggi palestinesi evacuati nel 1948, richiese una preparazione meticolosa durata settimane. Abu Daoud, il principale “architetto” della  logistica, utilizzò le maglie larghe della sicurezza tedesca per visitare il Villaggio Olimpico diverse volte prima dell’attacco, fingendosi di volta in volta un turista o un giornalista. Egli constatò che la sicurezza era quasi inesistente, con recinzioni perimetrali facilmente scavalcabili e controlli superficiali, come abbiamo detto una scelta deliberata degli organizzatori tedeschi, che schieravano una forza di sicurezza composta da personale civile non armato, vestito con divise color pastello, quasi privo di addestramento tattico e senza una struttura di comando.

Massacro di Monaco di Baviera: gli avvertimenti ignorati

L’approccio degli organizzatori ignorò deliberatamente segnali d’allarme concreti. Mesi prima dei Giochi, lo psicologo forense e consulente della polizia bavarese Georg Sieber, incaricato di elaborare scenari di minaccia, presentò 26 situazioni potenzialmente critiche. In particolare, lo scenario “numero 21” prevedeva, con una precisione quasi soprannaturale, un attacco all’alba da parte di un commando palestinese che, dopo aver scavalcato la recinzione, avrebbe preso in ostaggio gli atleti israeliani per chiedere la liberazione di prigionieri. Le autorità respinsero queste previsioni definendole paranoiche e incompatibili con l’atmosfera amichevole che volevano promuovere.

Indagini giornalistiche del 2012 hanno rivelato che tre settimane prima dell’attacco, il Ministero degli Esteri a Bonn aveva ricevuto una soffiata da un informatore a Beirut su un imminente “incidente” palestinese alle Olimpiadi; l’informazione fu trasmessa ai servizi segreti bavaresi, ma non fu intrapresa alcuna azione.  Inoltre la polizia di Dortmund era a conoscenza dei legami tra il terrorista Abu Daoud ed il neonazista Willi Pohl già sette settimane prima dell’attacco.

La vulnerabilità era stata rimarcata anche ad alcuni giornalisti. Pochi mesi prima della strage, interviste televisive avevano evidenziato l’inefficienza della vigilanza, ma la volontà di presentare una Germania “pacifista” e “moderna” precluse qualsiasi potenziamento della sicurezza. Così fu che la cerimonia di apertura della XX Olimpiade si svolse il 26 agosto 1972, con la partecipazione di oltre 7.000 atleti provenienti da 121 nazioni. I primi giorni di gara successivi all’apertura furono caratterizzati da un clima festoso ed entusiasmante, arricchito da grandi prestazioni sportive e dall’uso di tecnologie televisive all’avanguardia per l’epoca.

Cronaca dell’assalto a Connollystrasse 31 e la resistenza degli atleti

Ore 04:10 del 5 settembre. Il commando di Settembre Nero era composto da otto membri, guidati da Luttif Afif (Issa) e Yusuf Nazzal (Tony). Entrarono nel Villaggio Olimpico portando le armi in borse sportive per confondersi con gli atleti che rientravano tardi. Una volta all’interno, si diressero verso Connollystrasse 31, l’edificio che ospitava le delegazioni israeliana, uruguaiana e di Hong Kong.

Ore 04:30 circa. I terroristi entrarono nel complesso degli alloggi israeliani utilizzando chiavi rubate o forzando le serrature degli appartamenti. Il primo a percepire il pericolo fu l’arbitro di lotta Yossef Gutfreund nell’Appartamento 1, che cercò di sbarrare la porta con il proprio peso mentre gridava ai compagni di fuggire. L’allenatore Tuvia Sokolsky riuscì a mettersi in salvo saltando da una finestra, mentre Moshe Weinberg, anche lui allenatore, tentò un attacco contro uno dei terroristi, ferendolo prima di essere ucciso. Un destino altrettanto atroce toccò al pesista Yossef Romano: nonostante fosse in stampelle a causa di un infortunio, tentò di disarmare un assalitore, ma fu abbattuto.

Il suo corpo fu mutilato e lasciato sul pavimento della stanza come strumento di terrore per gli altri nove ostaggi (Ze’ev Friedman, David Berger, Yakov Springer, Eliezer Halfin, Yossef Gutfreund, Kehat Shorr, Mark Slavin, Andre Spitzer, Amitzur Shapira). Alcuni atleti riuscirono a nascondersi nelle proprie stanze o a fuggire durante la confusione iniziale, come il marciatore Shaul Ladany, che era sopravvissuto all’Olocausto, che scappò dall’Appartamento 2. Ore 09:00 del mattino, il mondo intero era a conoscenza del dramma, e il Villaggio Olimpico divenne il centro di una trattativa estenuante ripresa in diretta televisiva alla presenza di quasi mille giornalisti.

Il dilemma delle trattative e il fallimento dell’operazione “Sunshine”

La gestione politica della crisi fu affidata a un comitato, composto dal Ministro dell’Interno Hans-Dietrich Genscher, dal Ministro dell’Interno bavarese Bruno Merk e dal capo della polizia Manfred Schreiber. I terroristi presentarono le loro richieste: la liberazione di 234 palestinesi detenuti in Israele, oltre a quella di Kozo Okamoto e dei leader della RAF, un gruppo terrorista tedesco, Andreas Baader e Ulrike Meinhof. Il Primo Ministro israeliano Golda Meir respinse immediatamente ogni concessione, ribadendo che cedere al ricatto avrebbe esposto ogni cittadino israeliano nel mondo a futuri attacchi. Israele offrì l’invio dell’unità d’élite Sayeret Matkal per condurre un’operazione di salvataggio, ma le autorità tedesche rifiutarono categoricamente, temendo le implicazioni legali e politiche di un intervento straniero armato sul proprio suolo.

Un poliziotto tedesco sul tetto delle Palazzine Olimpiche (da “https://www.fattiperlastoria.it/la-diplomazia-del-terrore-libro/”)

Il tentativo della polizia tedesca di risolvere la crisi all’interno del Villaggio Olimpico, denominato operazione “Sunshine”, si rivelò un disastro tattico e mediatico. Poliziotti vestiti con tute sportive e armati di mitra furono inviati sui tetti di Connollystrasse 31 per preparare un assalto attraverso i condotti di ventilazione. La massiccia copertura mediatica fece sì che le immagini dei cecchini in posizione venissero trasmesse in diretta TV. I terroristi, che avevano accesso ai televisori nell’appartamento, poterono osservare i movimenti della polizia in tempo reale, rendendo l’attacco a sorpresa impossibile e costringendo il comando a annullare l’operazione sotto minaccia di esecuzione degli ostaggi.

La televisione era diventata, involontariamente, un alleato tattico dei terroristi, fornendo loro un punto di vista costante sui movimenti dei soccorritori. Dopo ore di stallo e diversi rinvii dell’ultimatum, i terroristi chiesero un aereo per essere trasportati al Cairo insieme agli ostaggi, una mossa che portò la crisi verso la sua tragica conclusione all’aeroporto di Fürstenfeldbruck, nei pressi di Monaco. Le autorità tedesche finsero di accettare, pianificando in realtà un’imboscata allo scalo aeroportuale. Inizialmente era previsto che il gruppo percorresse a piedi i circa 400 metri tra l’alloggio di Connollystrasse 31 e il piazzale degli elicotteri.

Tuttavia, il capo del commando, Issa, temendo un agguato lungo il percorso, pretese e ottenne che il trasferimento avvenisse tramite un minibus. Egli stesso effettuò un’ispezione preventiva del tragitto e del mezzo per assicurarsi che non vi fossero trappole. Intorno alle 22:10: fu proprio durante il passaggio dal minibus ai due elicotteri che la polizia tedesca si rese conto di un errore fatale. I terroristi erano otto e non cinque come stimato fino a quel momento. Nonostante questa nuova informazione, il piano d’attacco all’aeroporto (progettato per soli cinque bersagli e con soli cinque cecchini) non fu modificato.

Il gruppo fu diviso su due elicotteri Bell UH-1 Iroquois. Nel primo presero posto gli ostaggi Shapira, Spitzer, Slavin, Shorr e Gutfreund, insieme a Issa e altri tre terroristi. Nel secondo entrarono Berger, Friedman, Halfin e Springer, accompagnati dai restanti quattro terroristi. Il tragitto dal Villaggio Olimpico alla base aerea durò circa venti minuti. Ad attenderli in pista c’era un Boeing 727 della Lufthansa, con i motori accesi per non insospettire Issa.

L’agguato di Fürstenfeldbruck

Il piano tedesco per neutralizzare il commando all’aeroporto militare di Fürstenfeldbruck era viziato da errori macroscopici. I cinque cecchini non erano tiratori scelti qualificati ma semplici agenti di polizia che praticavano il tiro a segno come hobby. Non disponevano di fucili di precisione con ottiche moderne o visori notturni, né di sistemi di comunicazione radio per coordinare il fuoco simultaneo. Nel Boeing 727 della Lufthansa avrebbero dovuto trovarsi 17 poliziotti travestiti da equipaggio, pronti a neutralizzare il commando una volta a bordo.

Poco prima dell’arrivo degli elicotteri con ostaggi e terroristi, i 17 agenti, rendendosi conto della pericolosità della missione e della propria mancanza di preparazione, decisero all’unanimità di abbandonare l’aereo senza informare adeguatamente il proprio comando. Accadde infatti, in un contesto di estrema apprensione, che il comandante della squadra decise di consultare i propri uomini. Gli agenti misero la questione ai voti e decisero all’unanimità di scendere dall’aereo, ritenendo quella che gli era stata richiesta, di fatto, una “missione suicida”. Quando Issa e Tony ispezionarono il velivolo e lo trovarono del tutto vuoto, compresero immediatamente di trovarsi comunque in una trappola e iniziarono a correre tornando verso gli elicotteri.

Ore 22:30 del 5 settembre, ebbe inizio lo scontro a fuoco. I cecchini aprirono il fuoco disordinatamente, colpendo alcuni terroristi ma non riuscendo a neutralizzare il gruppo. La battaglia durò oltre un’ora in un clima di caos totale, aggravato dal fatto che i fari che illuminavano la pista furono spenti o distrutti. I veicoli blindati inviati come rinforzo rimasero bloccati per oltre mezz’ora nel traffico civile fuori dall’aeroporto, arrivando solo a mezzanotte. Rendendosi conto che la situazione era perduta, un terrorista lanciò una granata nel primo elicottero, uccidendo quattro ostaggi, mentre un altro sparò dei proiettili l’interno del secondo elicottero, giustiziando i restanti cinque. Il poliziotto tedesco Anton Fliegerbauer morì nel fuoco incrociato, colpito accidentalmente dai suoi stessi colleghi. Alla fine della notte, tutti gli undici israeliani (due al Villaggio ed i restanti in aeroporto) erano morti; cinque terroristi rimasero uccisi e tre furono catturati.

Il ruolo dei Media e l’impatto globale della trasmissione in diretta

Monaco 1972 ha segnato la nascita del terrorismo come evento mediatico globale, costruendo quello che alcuni studiosi definiscono “Il Teatro del Terrore”. Per la prima volta nella storia, un atto di violenza politica fu trasmesso in diretta per quasi 20 ore a un pubblico stimato di 900 milioni di persone. La mediatizzazione dell’evento ebbe ripercussioni profonde (e paradossali). Da un lato, fornì ai terroristi la visibilità internazionale che cercavano, rendendo la “causa palestinese” un argomento di discussione.

Dall’altro, espose l’incompetenza delle autorità della Germania Ovest, documentando in tempo reale i fallimenti della polizia e la vulnerabilità dello Stato. L’impatto psicologico fu tale che le immagini di un uomo mascherato sul balcone di Connollystrasse divennero l’icona duratura di quei Giochi, oscurando le imprese atletiche. Il documentario del 1999 “One Day in September” e film più recenti come “September 5” (2024) hanno continuato a esplorare queste dinamiche, evidenziando come Monaco sia stata il punto di svolta verso la nostra moderna cultura dell’informazione 24 ore al giorno.

Trailer del docu-film “September 5”

Avery Brundage e la crisi del movimento olimpico: “the Games must go on”

La decisione di continuare le Olimpiadi dopo il massacro rappresenta uno dei momenti più controversi e discussi nella storia dello sport mondiale. Mentre i cadaveri degli atleti israeliani venivano rimpatriati, il Presidente del CIO (Comitato Olimpico Internazionale) Avery Brundage si oppose fermamente all’annullamento dei Giochi. Durante la cerimonia commemorativa del 6 settembre, tenutasi nello stadio davanti a 80.000 persone stordite, Brundage pronunciò il discorso in cui dichiarò: “i Giochi devono continuare”, venendo ampiamente criticato per la sua insensibilità storica.

Egli tracciò un parallelo tra l’omicidio degli undici atleti e le pressioni politiche subite dal CIO per escludere la Rhodesia (attuale Zimbabwe) dai Giochi a causa delle sue politiche razziste: un insulto alla memoria delle vittime e una dimostrazione di incapacità di comprendere il peso del sangue delle vittime. Nonostante le sue scuse successive, la sua gestione della crisi gettò un’ombra permanente sui suoi vent’anni alla guida dell’Olimpismo, già offuscati dalla posizione del CIO dopo la clamorosa protesta degli atleti neri del Black Power quattro anni prima in Messico.

La decisione di proseguire ebbe un impatto psicologico tra gli altri su Mark Spitz, il nuotatore americano che aveva appena vinto sette medaglie d’oro, che fu evacuato d’urgenza a Londra sotto scorta militare, temendo di essere un obiettivo sensibile a causa delle sue origini ebraiche. Altri atleti scelsero di abbandonare i Giochi volontariamente, incapaci di competere in un’atmosfera che percepivano come profanata dalla violenza.

Anche per gli atleti italiani presenti a Monaco il ricordo è stato permanente. Pietro Mennea visse l’edizione del 1972 come il coronamento del sogno di partecipare alla sua prima Olimpiade. Proprio il 4 settembre, il giorno prima dell’attacco, la “Freccia del Sud” aveva conquistato la medaglia di bronzo nei 200 metri. Anni dopo scrisse un libro (Monaco 1972. Una tragedia che poteva essere evitata), pubblicato postumo nel 2020. Nel volume, l’atleta – nel frattempo laureatosi in Scienze Politiche – ripercorre in prima persona quegli eventi, analizzando l’intreccio tra sport, politica e terrorismo.

La nuotatrice Novella Calligaris, che a Monaco vinse la prima medaglia olimpica in assoluto per il nuoto italiano (un argento e due bronzi), ha fornito un racconto molto vivido dei momenti dell’attacco. Sebbene le sue gare fossero finite, Calligaris era rimasta al Villaggio e ricorda di aver sentito un “botto pazzesco” proveniente dal villaggio maschile. La palazzina italiana era situata non distante da quella israeliana. Salita ai piani alti per capire cosa stesse accadendo, vide del movimento al quarto piano della palazzina israeliana, ma inizialmente scambiò l’azione per una “mascherata”, non realizzando subito la gravità della situazione.

Fu prelevata di peso da poliziotti in borghese che intimarono agli atleti italiani di fare le valigie e andarsene immediatamente. Solo all’aeroporto, vedendo una compagna di nuoto israeliana piangere per la morte del proprio compagno, comprese appieno l’entità del massacro. I membri della squadra di sciabola (tra cui Michele Maffei) vinsero l’oro proprio poche ore prima del massacro. Il giorno successivo si trovarono a dover superare un cordone di soldati e poliziotti in assetto di guerra per poter rilasciare interviste sul loro successo.

L’operazione “Ira di Dio”: la vendetta di Israele

 

La risposta di Israele al massacro di Monaco fu rapida e spietata e venne raccontata nel 2005 nel film di Steven Spielberg “Munich”. Il Primo Ministro Golda Meir, convinta che solo una risposta muscolare potesse scoraggiare futuri atti di terrorismo, autorizzò il Mossad a lanciare l’operazione “Ira di Dio” (Mivtza Za’am Ha’el). L’obiettivo era l’eliminazione sistematica di circa trenta membri di Settembre Nero e dell’OLP considerati responsabili della pianificazione e dell’esecuzione della strage. Per supervisionare queste missioni, Meir istituì il “Comitato X”, un gruppo ristretto composto da lei stessa, dal Ministro della Difesa Moshe Dayan e dal Vicepremier Yigal Allon.

L’operazione iniziò a Roma il 16 ottobre 1972 con l’uccisione di Wael Zwaiter, rappresentante dell’OLP in Italia, colpito da undici proiettili come atto simbolico per le undici vittime israeliane di Monaco. Nei mesi successivi, la rete degli assassini del Mossad, composta da squadre operative altamente specializzate, colpì bersagli in tutta Europa: Parigi, Nicosia e Madrid. Una delle attività più spettacolari fu la “Primavera di Giovinezza” (aprile 1973), in cui commando israeliani sbarcarono sulle spiagge di Beirut per eliminare tre alti dirigenti palestinesi nei loro appartamenti; l’azione vide la partecipazione di Ehud Barak, futuro primo ministro, travestito da donna per passare inosservato. Tuttavia, le attività subirono un arresto drammatico con l’ “affare di Lillehammer” (luglio 1973), quando agenti del Mossad uccisero per errore un cameriere marocchino innocente, Ahmed Bouchiki, scambiandolo per Ali Hassan Salameh.

Trasformazioni istituzionali: la nascita delle Unità Speciali

Il fallimento di Monaco fu catalizzatore per la creazione di una nuova architettura di sicurezza globale. La lezione più importante appresa dalle autorità tedesche fu che la polizia convenzionale non era attrezzata per gestire scenari terroristici asimmetrici o crisi di ostaggi complesse. Pochi mesi dopo la strage, il governo federale tedesco incaricò Ulrich Wegener di formare il Grenzschutzgruppe 9 (GSG 9), un’unità d’élite – nota con il nomignolo “teste di cuoio” – di contro-terrorismo sotto il controllo della polizia di frontiera (Bundesgrenzschutz). Il GSG 9 si distinse per l’addestramento rigoroso, l’equipaggiamento all’avanguardia e l’integrazione di tattiche derivate sia dalle forze speciali militari che dall’intelligence, diventando uno dei reparti più efficaci al mondo.

Allo stesso modo, altre nazioni accelerarono lo sviluppo delle proprie capacità speciali. La Francia istituì il GIGN nel 1974, mentre il Regno Unito potenziò il ruolo del SAS nel supporto alla sicurezza interna. In Italia presero vita il Gruppo di Intervento Speciale (GIS) dei carabinieri ed il NOCS (Nucleo Operativo Centrale di Sicurezza) della Polizia di Stato. Negli Stati Uniti, l’incidente di Monaco influenzò la dottrina della Delta Force e la protezione dei siti sensibili. Monaco rappresentò dunque un punto di svolta istituzionale: il terrorismo non veniva più trattato come un crimine comune, ma come una minaccia di tipo militare che richiedeva unità specializzate con poteri e addestramenti straordinari.

Parallelamente, a livello diplomatico e legale, l’evento portò all’adozione di standard globali per la sicurezza dell’aviazione civile. Inoltre Monaco dimostrò che la cooperazione internazionale tra servizi segreti, nota come il “Club de Berne”, era essenziale per prevenire attacchi transfrontalieri. Nonostante le tensioni politiche, le agenzie europee iniziarono a scambiarsi informazioni su sospetti militanti con una regolarità senza precedenti, creando una rete di sorveglianza che avrebbe plasmato la sicurezza del continente per i decenni a venire.

L’ombra dell’insabbiamento tedesco ed il lungo percorso verso la riconciliazione

Per oltre quarant’anni, il governo tedesco ha mantenuto una versione ufficiale che descriveva l’attacco come inevitabile e i poliziotti come eroi sfortunati. La pubblicazione di documenti declassificati tra il 2012 e il 2022 ha dipinto un quadro molto diverso, fatto di negligenza, pregiudizio e insabbiamento. Le rivelazioni del settimanale Der Spiegel hanno dimostrato che ci fu uno sforzo sistematico per evitare l’autocritica. Due giorni dopo la strage, verbali di gabinetto riportano l’ordine di evitare qualsiasi ammissione di fallimento.

I tre terroristi sopravvissuti, Jamal Al-Gashey, Adnan Al-Gashey e Mohammed Safady, furono rilasciati in fretta e furia solo 54 giorni dopo l’arresto, in seguito al dirottamento del volo Lufthansa 615 il 29 ottobre 1972. La battaglia dei familiari degli atleti per ottenere verità e risarcimenti è durata cinquant’anni. Immediatamente dopo la strage, la Germania pagò somme irrisorie (corrispondenti ad attuali circa 2 milioni di euro complessivi) presentate come aiuti umanitari e non come risarcimento per responsabilità civile. Solo nel 1994 le famiglie poterono intentare causa grazie al ritrovamento fortuito di migliaia di documenti d’archivio che dimostravano la negligenza dello Stato ma la causa fu inizialmente respinta per prescrizione.

Nel 2002 fu versata un’ulteriore somma di 3 milioni di euro, ancora giudicata offensiva dai sopravvissuti. Il punto di svolta è arrivato nel settembre 2022, a ridosso del 50° anniversario. Dopo la minaccia di un boicottaggio totale della cerimonia da parte delle famiglie e dello stesso Presidente israeliano Isaac Herzog, il governo tedesco ha accettato un accordo da 28 milioni di euro. Questo pacchetto, pur non potendo lenire il dolore di 14 orfani e delle vedove, è stato visto come un atto simbolico fondamentale in cui lo Stato tedesco ha riconosciuto i propri errori. Il Presidente tedesco Steinmeier, parlando alla base aerea di Fürstenfeldbruck, ha chiesto perdono per la “mancanza di protezione” e la “mancanza di chiarimenti”.

Questo atto di contrizione mira a chiudere un capitolo di sfiducia tra Germania e Israele, trasformando la tragedia in un monito per la democrazia e la sicurezza moderna. La memoria di Monaco 1972 è oggi preservata nel memoriale inaugurato nel 2017 nel Parco Olimpico, dove 12 pannelli biografici raccontano la vita degli undici atleti e del poliziotto tedesco, assicurando che la loro identità non venga cancellata dall’atto terroristico che li ha uccisi. Da parte sua, solo a partire dal 2016, a Rio de Janeiro, il Comitato Olimpico ha iniziato a onorare ufficialmente le vittime con momenti di raccoglimento, culminando nel minuto di silenzio durante la cerimonia di apertura di Tokyo 2020, un traguardo raggiunto dopo 49 anni di battaglie legali e morali condotte dalle vedove Ankie Spitzer e Ilana Romano.

Consigli di lettura: clicca sul titolo e acquista la tua copia!

  • Pietro Paolo Mennea, Monaco 1972. Una tragedia che poteva essere evitata, Colonnese Editore, 2020.
  • David Clay Large, Munich 1972: Tragedy, Terror, and Triumph at the Olympic Games (English Edition), Formato Kindle, Rowman & Littlefield Publishers, 2012.
Letture consigliate
Tags: Terrorismo
Francesco Caldari

Francesco Caldari

Concluso il servizio attivo in una forza di polizia, si dedica alla sua passione per la storia, convinto che personaggi definiti "minori" meritino le giuste attenzioni, poichè spesso hanno fornito il proprio contribuito al pari di quelli più noti. Ha conseguito la laurea triennale in Scienze della Sicurezza (Roma-Tor Vergata) e quella magistrale in Relazioni Internazionali (Genova), qui con una tesi sulla "cooperazione internazionale di polizia", argomento anche a carattere storico sul quale cura un blog ed un podcast.

DELLA STESSA CATEGORIA

Storia Contemporanea

La strage dell’Italicus del 4 agosto 1974: attentato e colpevoli

La sede de Il Popolo d'Italia
Storia Contemporanea

Il Popolo d’Italia: il quotidiano di Benito Mussolini

Violet_Jessop_in_Voluntary_Aid_Detachment_Uniform
Storia Contemporanea

Miss inaffondabile: la donna sopravvissuta a tre naufragi

Fatti per la Storia

© 2019-2025 Fatti per la Storia - La Storia di Tutto, per tutti.

Fatti per la Storia è il portale per gli appassionati di Storia. Spunti, approfondimenti e video-lezioni su personaggi storici ed eventi che hanno segnato le varie epoche del passato (antica, medievale, moderna e contemporanea).

  • CHI SIAMO
  • NOTE E CONDIZIONI
  • METODOLOGIA E COMITATO SCIENTIFICO
  • COLLABORA CON NOI
  • CONTATTI
  • COOKIE POLICY
  • PRIVACY POLICY

Seguici su

Nessun risultato
Guarda tutti i risultati
  • I PIÙ CERCATI
    • Seconda Guerra Mondiale
    • Guerra Fredda
    • Fascismo
    • Nazismo
  • STORIA E CULTURA
    • Libri
    • Film di Storia
    • Serie TV
  • RUBRICHE
    • History Pop
    • La Storia di Tutto

© 2019-2025 Fatti per la Storia - La Storia di Tutto, per tutti.