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Olimpiadi del Messico 1968, la clamorosa protesta

Durante le Olimpiadi di Città del Messico nel 1968, gli atleti statunitensi Tommie Smith e John Carlos sollevarono il pugno guantato di nero sul podio della finale dei 200 metri. Un gesto, affiancato dall'australiano Peter Norman che indossava una spilla per i diritti civili, che denunciava la disuguaglianza razziale negli Stati Uniti, inserendosi nel contesto del nascente Black Power, radicalizzazione del movimento per i diritti civili ed umani. Accolto con una reazione feroce da parte delle autorità olimpiche, che portò all'espulsione e all'ostracismo degli atleti, oggi è riconosciuto come un atto di coraggio morale, trovando continuità in movimenti moderni e venendo celebrato a livello internazionale con statue, murales e riferimenti culturali

di Francesco Caldari
6 Gennaio 2026
TEMPO DI LETTURA: 10 MIN

CONTENUTO

  • Un gesto dirompente
  • Le richieste del Black Power
  • La situazione interna messicana. Il Massacro di Tlatelolco
  • La gara dei 200 metri
  • Anatomia del simbolismo del gesto
  • Le reazioni istituzionali e le ripercussioni personali
  • L’impatto duraturo del Gesto
  • Messico 1968, quando lo Sport è politica

Un gesto dirompente

Vi sono gesti che possono risultare dirompenti per l’importanza che assumono in un determinato periodo storico. Il termine che va per la maggiore nel periodo che viviamo è “iconico”, che non a caso proviene dal greco “immagine”: nella nostra società, in cui questa vale più di mille parole, quando assume un valore particolare colpisce l’immaginario collettivo, assurgendo a significato simbolico.

Era esattamente quello che ricercavano i due atleti statunitensi afroamericani Tommie Smith e John Carlos sul podio della premiazione dei 200 metri a Città del Messico, il 16 ottobre 1968, in occasione dei Giochi della XIX Olimpiade. Giunti rispettivamente primo e terzo, erano affiancati dal secondo arrivato, il bianco australiano Peter Norman, il quale per solidarietà si era sistemato sulla tuta una spilla richiamante i diritti civili. I due coloured invece puntavano a creare un caso politico:  alzarono il pugno chiuso guantato di nero, tenendo il capo chino in segno di lutto mentre veniva suonato l’inno nazionale statunitense. Un vero e proprio atto di sfida.

Il logo delle Olimpiadi di Città del Messico (publico dominio)

Il gesto, immortalato da fotografie che li resero celebri in una epoca che pure non era ancora quella “social” attuale,  non fu un “incidente” isolato, bensì il culmine pianificato di una strategia volta a denunciare le profonde ingiustizie razziali e sociali, al pari di quello posto in atto nel 1955 da Rosa Louise Parks, a sua volta attivista nera, allorquando si rifiutò di cedere il proprio posto su un autobus a Montgomery, Alabama, a un passeggero bianco, in violazione delle leggi segregazioniste locali.

Black Power e proteste degli studenti messicani

Sono due i contesti storici, tra loro interconnessi, in cui dobbiamo inquadrare la protesta dei nostri atleti. Da una parte, la radicalizzazione del movimento per i diritti civili e l’emergere del Black Power negli Stati Uniti, che spinsero gli atleti a utilizzare la piattaforma globale a loro disposizione per la causa. In secondo luogo, la protesta si svolse sullo sfondo drammatico della situazione politica interna messicana, dove la violenza di stato aveva represso brutalmente il dissenso popolare solo pochi giorni prima dell’inizio dei Giochi. Il gesto politico di Smith e Carlos rivelò la feroce resistenza istituzionale all’attivismo per i diritti civili ed umani.

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Il 1968, anno delle Olimpiadi di Città del Messico, fu universalmente un anno di rivoluzione e frattura. Il clima era saturo di disordini civili globali, dalle richieste giovanili per la democrazia e le riforme sociali in Europa (Maggio francese e la Primavera di Praga ) alle proteste contro la guerra in Vietnam. Un clima surriscaldato che fornì il quadro ideologico perfetto per l’azione degli atleti, che sarebbe stata percepita non come un isolato atto di insubordinazione, ma come parte di una tendenza storica più ampia che metteva in discussione l’autorità.

L’atleta Enriqueta Basilio fu la prima donna nella storia olímpica ad accendere il bracere in occasione della inaugurazione dei giochi (pubblico dominio)

Le richieste del Black Power

Il gesto del pugno chiuso del 1968 avvenne in un periodo di transizione ideologica nel movimento per l’uguaglianza negli Stati Uniti. Mentre il Movimento per i Diritti Civili subiva la perdita di leader fondamentali, l’attivismo si spostava verso posizioni più radicali incarnate dal concetto di Black Power. Sebbene quanto accaduto sul podio fosse immediatamente etichettato come il “saluto del Potere Nero”, Smith, anni dopo, specificò che era primariamente un “grido per la libertà” e che l’OPHR (Olympic Project for Human Rights/Progetto Olimpico per i Diritti Umani) rappresentava l’impegno per i diritti umani universali, “per tutta l’umanità, anche per coloro che hanno negato i nostri”.

Insomma, l’obiettivo non era solo l’identità o la secessione razziale, ma un’esigenza morale e universale di giustizia. L’Olympic Project for Human Rights (OPHR) era stata fondata il 7 ottobre 1967 dal sociologo Harry Edwards, insieme ad atleti di spicco come Smith e Carlos, con lo scopo di combattere il razzismo nello sport e a livello globale. L’OPHR formulò una piattaforma politica articolata con obiettivi che univano questioni interne, come la segregazione e la mancanza di rappresentanza, a quelle internazionali, come la richiesta di escludere dalle Olimpiadi Sudafrica e Rhodesia, nazioni con politiche di segregazione razziale, ovvero la domanda di avere allenatori e personale afroamericano nei posti di comando della squadra olimpica statunitense, e la rimozione di Avery Brundage dalla presidenza del Comitato Olimpico Internazionale (CIO), una figura notoriamente ostile all’integrazione razziale e all’attivismo politico.

Ed ancora, il ripristino del titolo mondiale di boxe dei pesi massimi a Muhammad Ali, revocato dopo il suo rifiuto di arruolarsi e la sua obiezione di coscienza, collegando l’attivismo olimpico alla resistenza contro il militarismo e la guerra del Vietnam. Inizialmente, l’OPHR aveva sostenuto un boicottaggio totale dei Giochi di Città del Messico come forma di protesta, che non si concretizzò pienamente a causa di divisioni all’interno della comunità degli atleti. Molti temevano che un boicottaggio avrebbe comportato il loro sacrificio di anni di allenamento senza alcun risultato concreto, poiché il Comitato Olimpico degli Stati Uniti avrebbe potuto semplicemente sostituirli con atleti meno propensi all’attivismo.

L’OPHR adottò allora una diversa strategia passando all’azione individuale spettacolare, mirando a massimizzare l’impatto visivo sul podio, il momento di massima attenzione nel mondo. Gli atleti come Smith e Carlos compresero che la visibilità data dal podio poteva essere utilizzata per “risvegliare la coscienza”, dimostrando una comprensione sofisticata del potere dei media e dell’iconografia nel contesto olimpico, scegliendo una forma di protesta che garantiva l’immortalità visiva anche a fronte di probabili severe sanzioni disciplinari e dando pienamente corpo al pensiero del sociologo canadese Marshall McLuhan, pioniere dello studio sulle dinamiche della società contemporanea e del suo “villaggio globale” reso possibile dai media elettronici come tv e radio. Sul loro esempio, in quella edizione furono numerosi gli atleti che manifestarono la loro solidarietà o portarono avanti proteste individuali.

La situazione interna messicana. Il Massacro di Tlatelolco

Come sempre accade in queste circostanze, anche le Olimpiadi del 1968 non furono solo un evento sportivo, ma uno strumento di politica interna ed estera. Il governo, gestito dall’autoritario Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI) che esprimeva il Presidente Federale Díaz Ordaz, legato a doppio filo al suo collega statunitense Lyndon B. Johnson, investì ingenti risorse per ospitare i Giochi con l’obiettivo di dimostrare al mondo la stabilità, la modernità e il prestigio della nazione, all’apice di quello che venne definito “milagro” (miracolo) economico messicano (aziende statunitensi ed europee – comprese la tedesca Volkswagen e l’italiana Olivetti – avevano aperto industrie che avevano creato occupazione).

Tuttavia, questa facciata istituzionale celava una profonda crisi sociale, caratterizzata da dilagante corruzione, ampie sacche di impoverimento della popolazione e un basso livello d’istruzione. A partire dall’agosto 1968 gli studenti messicani, uniti nel Consiglio Nazionale di Sciopero (CNH), iniziarono una serie di proteste per rivendicare libertà, democrazia e riforme sociali, denunciando l’eccessiva spesa olimpica come uno spreco ingiustificato. Gli scontri tra polizia e studenti si intensificarono nelle settimane precedenti l’inaugurazione.

Di seguito il link della puntata della trasmissione RAI “Passato e Presente” dedicata al massacro: https://www.raiplay.it/video/2024/12/Passato-e-Presente—Messico-68-Il-Massacro-di-Tlatelolco—19122024-a0d93e4b-fbcd-4d55-bd8b-a72200671bcf.html

La crisi culminò in un atto di brutalità statale estrema passato alla storia come il Massacro di Tlatelolco. Il 2 ottobre 1968, dieci giorni prima dell’apertura ufficiale dei Giochi prevista per il 12, un grande raduno studentesco e popolare si tenne nella Plaza de las Tres Culturas. Il governo messicano rispose con l’Operazione Galeana, inviando truppe armate e reparti di sicurezza (Battaglione “Olympia”), che aprirono il fuoco ad altezza d’uomo sui manifestanti disarmati. Fu una strage (tra i feriti anche la giornalista italiana Oriana Fallaci), e si contarono inizialmente 68 morti.

Il governo messicano attuò una strategia di occultamento politico, descritta come una “cortina fumogena”, per nascondere le terribili notizie e le testimonianze della repressione, nel tentativo di “salvare le Olimpiadi in un bagno di sangue“. L’atteggiamento della leadership olimpica internazionale fu emblematico: Avery Brundage, il presidente del CIO, fu accusato di proteggere l’autoritarismo e di dormire tranquillo mentre ignorava il massacro, concentrato unicamente sulla riuscita formale dell’evento.

Sebbene la protesta di Smith e Carlos fosse focalizzata primariamente sulle ingiustizie razziali negli Stati Uniti, essa si inserì inevitabilmente nel contesto di violenza di Città del Messico. Gli atleti erano consapevoli degli eventi. La loro azione implicitamente si connetteva alla contestazione globale contro la tirannia e l’autoritarismo di stato, di cui Brundage era un “esperto protettore”. Il fatto che il CIO tollerasse la repressione violenta in Messico in nome dell’apoliticismo sportivo, mentre puniva la protesta pacifica degli atleti americani, rivelava l’ipocrisia fondamentale del sistema olimpico. Le Olimpiadi del 1968, pertanto, funzionarono come un meccanismo di glorificazione e, al contempo, di brutale repressione.

La gara dei 200 metri

Anatomia del simbolismo del gesto

La protesta muta sul podio dei 200 metri (Photo by Angelo Cozzi (Mondadori Publishers), Pubblico Dominio)

La protesta del 16 ottobre 1968 fu un atto caratterizzato da una simbologia meticolosa, volta a trasmettere un messaggio politico denso e stratificato. Dopo la conclusione della gara dei 200 metri, che vide Smith conquistare l’oro, l’australiano Peter Norman l’argento (con un record oceanico che resistette per 56 anni) e Carlos il bronzo, i tre atleti salirono sul podio con una serie di elementi attentamente scelti.

Ogni dettaglio dell’abbigliamento e del comportamento di Smith e Carlos era carico di significato politico. Il gesto centrale, il pugno alzato guantato di nero, era il simbolo più immediatamente riconoscibile del Black Power. I due si divisero l’unico paio di guanti neri che avevano a disposizione, così Smith alzò il pugno destro e Carlos il sinistro. I due atleti ricevettero le medaglie senza indossare scarpe, ma solo calzini neri. Questo dettaglio simboleggiava direttamente la povertà e la privazione economica che affliggeva gran parte della popolazione afroamericana negli Stati Uniti. Tutti e tre gli atleti sul podio avevano appuntata sulla tuta una spilla dell’Olympic Project for Human Rights.

Questo unificava il loro messaggio sotto l’egida dei diritti umani, trascendendo la singola bandiera nazionale. John Carlos indossava una collana di perline per rappresentare “coloro che sono stati linciati o uccisi e per i quali nessuno ha pregato”— un tributo storico alle vittime della schiavitù e del linciaggio, mentre Smith una sciarpa nera per rappresentare l’Orgoglio Nero (Black Pride). Carlos, inoltre, lasciò la cerniera della giacca della tuta aperta in segno di solidarietà con i lavoratori manuali e i blue-collar workers.

Il secondo classificato, l’australiano Peter Norman, giocò il proprio ruolo, sebbene spesso sottovalutato, nella protesta. Non solo la spilla dell’OPHR in solidarietà, ma ebbe l’intuizione, avendo essi un solo paio di guanti a disposizione, di suggerire che Smith e Carlos ne indossassero uno ciascuno. Una collaborazione che dimostrò che la protesta per i diritti umani era intrinsecamente transnazionale e interrazziale. Come affermato dagli atleti, l’atto era per “tutta l’umanità”. Norman, un atleta bianco, rischiò e subì le conseguenze istituzionali per la sua presa di posizione morale, confermando la portata universale del messaggio.

Le reazioni istituzionali e le ripercussioni personali

La reazione immediata alla protesta fu feroce e ostile, sia da parte delle autorità sportive internazionali che dai media occidentali, confermando che l’attivismo per i diritti umani era considerato una minaccia intollerabile per l’ideale — o la facciata — dell’apoliticismo olimpico. Il presidente del Comitato Olimpico Internazionale, Avery Brundage, fu il principale artefice della punizione. Egli, un americano con una lunga storia di opposizione all’integrazione e all’attivismo politico nello sport, dichiarò che il gesto era una “dichiarazione politica interna” e, in quanto tale, era “inadatta” a un contesto internazionale e apolitico come i Giochi Olimpici.

Agì con estrema rapidità e durezza. Ordinò al Comitato Olimpico degli Stati Uniti di sospendere immediatamente Smith e Carlos dalla squadra e di espellerli dal Villaggio Olimpico. Quando l’USOC inizialmente si rifiutò di applicare una sanzione così severa, Brundage ricorse a una leva di potere: minacciò di bandire l’intera squadra di atletica leggera statunitense dai Giochi. Questa minaccia coercitiva costrinse l’USOC a cedere, portando all’espulsione immediata dei due atleti. Nello stadio, Smith e Carlos furono accolti da fischi e scherni al momento del loro gesto. La stampa negli Stati Uniti e altrove amplificò l’indignazione istituzionale.

Le conseguenze personali furono devastanti. Smith e Carlos, tornati a casa, dovettero affrontare minacce di morte e furono totalmente ostracizzati dalla comunità atletica e dal pubblico americano. Entrambi persero opportunità di carriera, faticando a trovare lavoro, anche se in seguito Smith giocò brevemente nella National Football League (NFL) per i Cincinnati Bengals e Carlos per i Philadelphia Eagles, per poi dedicarsi a ruoli nell’istruzione e nella comunità. Il loro gesto, sebbene moralmente elevato, costò loro l’intera carriera sportiva.

Il prezzo della solidarietà fu pagato anche dall’atleta australiano Peter Norman. Nonostante avesse ottenuto un risultato storico, la sua carriera fu troncata. Il suo sostegno al gesto, manifestato indossando la spilla OPHR, gli valse il prolungato ostracismo istituzionale nel suo Paese. Non fu selezionato per rappresentare l’Australia alle Olimpiadi di Monaco del 1972, nonostante detenesse ancora il record oceanico dei 200 metri. Ciò dimostrò chiaramente che la repressione del CIO e delle federazioni nazionali non era rivolta solo contro gli atleti di colore, ma mirava a disinnescare qualsiasi forma di coalizione e solidarietà interrazziale all’interno dell’ambiente olimpico.

Solo nel 2012 (dopo la sua morte, caustata da un infarto) il Parlamento australiano si è formalmente scusato: “ Questo Parlamento riconosce lo straordinario risultato atletico di Peter Norman che vinse la medaglia d’argento nei 200 metri a Città del Messico, in un tempo di 20.06, ancora oggi record australiano. Riconosce il coraggio … nell’indossare il simbolo  del Progetto OIimpico per i Diritti umani sul podio, in solidarietà con Tommie Smith e John Carlos, … Si scusa tardivamente… per l’errore commesso non mandandolo alle Olimpiadi del 1972 di Monaco, nonostante si fosse ripetutamente qualificato e riconosce il potentissimo ruolo che … giocò nel perseguire l’uguaglianza razziale”.

L’impatto duraturo del Gesto

La protesta di Smith e Carlos ha lasciato un’eredità storica che si è affermata con forza solo decenni dopo, quando la società ha cominciato ad accettare la critica sistemica che aveva ferocemente respinto nel 1968. A quasi cinquant’anni dall’evento, il gesto del pugno chiuso è stato rivalutato dalla storia non più come un atto di insubordinazione, ma come un “progresso” e ha ottenuto “nuovo rispetto e ammirazione”. Entrambi gli atleti sono stati riaccolti dall’ambiente olimpico e riconosciuti per il loro coraggio.

La loro riabilitazione tardiva conferma che il vero valore morale del gesto può essere compreso pienamente solo quando la società ha raggiunto un grado di evoluzione che accetta la critica che aveva precedentemente respinto. L’eredità iconografica è stata immortalata in spazi pubblici e culturali. Monumenti e murali sono stati dedicati a Smith e Carlos (e spesso includono Norman), in città come Oakland, Washington, San Jose e Melbourne. Una statua raffigurante i tre atleti sul podio è esposta al National Museum of African American History and Culture a Washington, DC.

La fotografia del 1968 è diventata un potente simbolo dell’attivismo sportivo e ha avuto una profonda risonanza culturale. Ha ispirato il simbolo della mano nera chiusa utilizzato dalla subcultura britannica Northern soul. Inoltre, il gesto è stato omaggiato e citato in ambito musicale da artisti come Rage Against the Machine, Kendrick Lamar, Public Enemy, A Tribe Called Quest e Jay-Z, evidenziando la sua persistente rilevanza nell’immaginario collettivo come grido contro l’ingiustizia.

Smith e Carlos sono riconosciuti come i precursori diretti dell’attivismo atletico moderno. Il loro atto stabilì che lo sport poteva e doveva essere una piattaforma per il cambiamento sociale. La loro azione è citata come il precedente storico per le successive proteste di atleti, come il gesto del giocatore di football americano  Colin Kaepernick nel 2016 – inginocchiatosi durante l’inno – , confermando che il loro contributo fu quello di portare il messaggio contro il razzismo a un “livello successivo”. Il riconoscimento più toccante della solidarietà di Peter Norman avvenne dopo la sua morte nel 2006. In un omaggio simbolico alla loro indissolubile amicizia e al sacrificio condiviso, Tommie Smith e John Carlos furono tra i portatori della bara di Norman, onorando il loro collega scomparso.

Messico 1968, quando lo Sport è politica

L’episodio di Tommie Smith e John Carlos a Città del Messico nel 1968 rappresenta il punto di non ritorno nella storia dello sport e dell’attivismo. La protesta ha demolito l’ideologia olimpica sostenuta da Avery Brundage, secondo cui lo sport dovrebbe rimanere sacro e separato. Smith e Carlos non introdussero la politica nello sport giacchè questa era già lì: il nazionalismo celebrato dagli inni e dalle bandiere, e la violenza di stato tollerata per garantire la continuità dell’evento.

Così, il valore storico del gesto di Smith, Carlos e Norman risiede nel loro sacrificio: la loro coscienza individuale e l’imperativo morale prevalsero sulla gloria e la carriera. Compito della storia è anche quello di riconsiderare i fatti e, alla fine, onorare chi ha scelto di schierarsi per ciò che era allora ed è riconosciuto giusto solo nei tempi attuali.

Consigli di lettura: clicca sul titolo e acquista la tua copia!

  • Oriana Fallaci, 1968. Dal Vietnam al Messico. Diario di un anno cruciale, Rizzoli, 2017.
  • Giorgio Cimbrico, E d’improvviso successe un Sessantotto. Città del Messico, Olimpiadi 1968. Gli otto giorni che sconvolsero l’atletica: battuti 24 primati che ancora oggi garantirebbero l’oro olimpico, Absolutely Free, 2018.
  • Massimo De Giuseppe, Messico. Biografia di una nazione dall’indipendenza a oggi, Il Mulino, 2024.
Letture consigliate
Francesco Caldari

Francesco Caldari

Concluso il servizio attivo in una forza di polizia, si dedica alla sua passione per la storia, convinto che personaggi definiti "minori" meritino le giuste attenzioni, poichè spesso hanno fornito il proprio contribuito al pari di quelli più noti. Ha conseguito la laurea triennale in Scienze della Sicurezza (Roma-Tor Vergata) e quella magistrale in Relazioni Internazionali (Genova), qui con una tesi sulla "cooperazione internazionale di polizia", argomento anche a carattere storico sul quale cura un blog ed un podcast.

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