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Una storia poco conosciuta
Vi è una storia di calcio che tuttora pochi appassionati conoscono, per un lungo periodo rimasta chiusa in un cassetto della Federazione Italiana Giuoco Calcio (FGCI). Quando però, decenni dopo i fatti, una intera città ha riscoperto una parte del suo passato e ha visto rifiorire il proprio orgoglio sportivo, qualcuno ha aperto quel cassetto, riconoscendo – seppur parzialmente – la validità storica della vittoria di uno scudetto altrimenti rimasto fantasma, vinto in un periodo di piena crisi di una Nazione. Un racconto che ci insegna come in un contesto di distruzione e paura, in un Paese spaccato in due, lo sport in genere ed il calcio in particolare può essere furbo motivo di rassicurazione da parte della politica imperante ed, al contempo, offrire un livello competitivo in cui i protagonisti in campo si sfidano con l’unico interesse di giungere alla vittoria.
Dopo la caduta del fascismo il 25 luglio 1943 e l’armistizio dell’8 settembre, Mussolini fu liberato il 12 settembre sul Gran Sasso da un gruppo di paracadutisti tedeschi guidati dal maggiore Harald-Otto Mors. Colui che era stato il Duce del fascismo il 18 settembre annunciò da Radio Monaco la nascita del nuovo Stato, istituito il 23 successivo, che prese il nome definitivo di “Repubblica Sociale Italiana” il 1º dicembre: un “Governo fantoccio” nelle mani delle autorità militari tedesche, che ne controllavano l’amministrazione attraverso una fitta rete che supervisionava ogni livello dell’apparato. Pur rivendicando tutto il territorio del Regno d’Italia, la RSI controllava solo le province non soggette all’avanzata alleata.
Per tale motivo ministeri e uffici furono spostati al Nord, molti nei paesi a corona del Lago di Garda sulla sponda lombarda. Anche la la FIGC seppure allocandosi a Venezia, passò sotto il controllo di commissari: il primo fu Ettore Rossi. Questi, architetto di formazione razionalista, assunse la guida della FIGC veneziana nel novembre 1943 e si trovò a dover gestire la pressione di club prestigiosi che premevano per la ripresa delle attività. Si trattava di compagini che per assicurarsi che i loro migliori giocatori continuassero a vestire la maglia del club erano ricorse negli anni della guerra a soluzioni spesso improvvisate e legate alle circostanze belliche: molti calciatori, non di rado grazie a conoscenze o pressioni, furono esentati dal servizio militare o assegnati a ruoli “sicuri” (istruttori sportivi, impiegati in uffici militari, o in fabbriche considerate strategiche per lo sforzo bellico).
Molti altri, però, furono comunque chiamati alle armi e alcuni persero la vita in battaglia. Insomma, la guerra rese il calcio un fenomeno frammentato e precario, ma la passione per lo sport e la volontà di mantenere una parvenza di normalità spinsero dirigenti, giocatori e tifosi a trovare soluzioni creative. I club del Nord Italia si chiedevano perché, nonostante il Paese fosse spaccato in due, non si potesse continuare a giocare il Campionato.
In questo contesto di guerra civile strisciante, bombardamenti aerei sistematici e collasso delle infrastrutture, l’organizzazione di un torneo di calcio di rilevanza para-nazionale appariva come un’impresa al limite dell’impossibile, eppure necessaria per le autorità di Salò (la località ove erano allocati i ministeri più importanti e da cui l’Agenzia di Stampa Stefani dettava i propri comunicati, aprendoli – per l’appunto — con l’indicazione del luogo di trasmissione) al fine di proiettare un’immagine di stentata normalità e mantenere alto il morale di una popolazione stremata.
L’impossibilità di organizzare un girone unico, data l’interruzione dei collegamenti ferroviari e il controllo militare delle strade, portò alla decisione di strutturare il torneo su base regionale. Il piano prevedeva gironi eliminatori locali, seguiti da semifinali interregionali e una fase finale interzonale per l’assegnazione del titolo di “Campione di Guerra 1943/1944”. Questa frammentazione era l’unica risposta possibile alla realtà di una nazione divisa dalla Linea Gotica, dove ogni spostamento rappresentava un rischio mortale per gli atleti e i dirigenti.

La squadra dello Spezia ed il passaggio sotto tutela dei Vigili del Fuoco
All’inizio del 1944, La Spezia non era che l’ombra della fiorente città portuale di un tempo. Sede di una Base Navale militare e di Arsenale Marittimo strategico, voluto da Cavour e costruito dal Maggiore Domenico Chiodo, era tra gli obiettivi preferenziali delle incursioni aeree alleate, che avevano ridotto il centro urbano a un ammasso di macerie. L’inflazione galoppante e la scarsità cronica di generi alimentari rendevano la vita quotidiana una lotta per la sussistenza. In questo scenario, lo Spezia F.B.C. si trovava in uno stato di paralisi operativa. Presidente era l’imprenditore Coriolano Perioli, originario del vicino paese di Arcola, e suo fidato braccio destro il dirigente Giacomo Semorile.
La soluzione da loro trovata fu, sotto certi aspetti, più creativa di quella architettata dai club blasonati: i nostri si rivolsero all’ingener Luigi Gandino, comandante del 42º Corpo dei Vigili del Fuoco della Spezia. L’accordo, siglato nell’autunno del 1943, prevedeva un trasferimento in blocco della rosa dello Spezia nelle file del corpo dei pompieri. I calciatori vennero arruolati come ausiliari, assumendo formalmente compiti di protezione civile e soccorso in caso di bombardamenti. Questo escamotage come abbiamo scritto non era un unicum nel panorama dell’epoca; molte squadre di alto livello avevano cercato rifugio sotto le insegne di enti militari o industriali per garantire l’esenzione dal fronte ai propri campioni.
Il Torino giocava come Torino FIAT, il Venezia come Ispettorato del Lavoro e il Novara come San Giorgio. Tuttavia, lo Spezia si distinse per l’integrazione reale dei suoi atleti nel corpo dei Vigili del Fuoco: essi non mancavano di partecipare effettivamente allo spegnimento degli incendi e allo sgombero delle macerie nella città devastata, unendo la preparazione atletica al dovere civile in condizioni di pericolo estremo. Formalmente, il Gruppo Sportivo 42º Corpo dei Vigili del Fuoco era una società di nuova affiliazione, non in continuità giuridica diretta con lo Spezia F.B.C., sebbene ne utilizzasse integralmente i giocatori e lo staff tecnico. L’accordo prevedeva esplicitamente la restituzione dei diritti sportivi allo Spezia al termine del conflitto, una clausola che sottolineava la natura temporanea e protettiva dell’operazione.

Se la protezione dei Vigili del Fuoco garantì la sopravvivenza fisica dei giocatori e la continuità dello sforzo sportivo, altro colpo di genio fu l’ingaggio quale allenatore di Ottavio Barbieri per permettere di competere con i giganti del calcio italiano. Barbieri – genovese che aveva militato da terzino nel Genoa pluricampione d’Italia e nella Nazionale – introdusse una variante del “Sistema” (il modulo WM diffuso da Herbert Chapman in Inghilterra e adottato anche in Italia), che egli definì “mezzo-sistema“. Consapevole di avere una squadra tecnicamente più debole rispetto ad avversari maggiormente blasonati (il Torino su tutti), arretrò uno degli attaccanti trasformandolo in un’ala “a tutta fascia”, e sganciò un difensore dai compiti di marcatura diretta per fargli ricoprire il ruolo di “libero” (da marcature dirette dell’avversario) alle spalle della linea difensiva.
Uno schema non puramente difensivista, che cercava un equilibrio dinamico, permettendo raddoppi di marcatura sistematici sui fuoriclasse avversari che potevano essere del calibro di Valentino Mazzola e Silvio Piola. Il mezzo-sistema di Barbieri anticipò le evoluzioni tattiche che avrebbero dominato il calcio internazionale nei decenni successivi. La figura del libero, incaricato di chiudere i varchi lasciati dai compagni e di rilanciare l’azione, divenne la pietra angolare su cui si infransero gli attacchi più blasonati.
Che il Campionato abbia inizio!
L’organizzazione del campionato dovette piegarsi alle necessità geografiche. Per motivi logistici legati alla pericolosità della Via Aurelia e ai blocchi stradali, i VV.F. Spezia non furono inseriti nel girone ligure-piemontese, bensì nel girone emiliano (Zona Mista Emilia, Girone D). Una scelta che costrinse comunque la squadra a trasferte estenuanti e pericolose verso l’entroterra, in territori spesso teatro di scontri tra partigiani e forze occupanti. Il simbolo fu l’autobotte del 42º Corpo, un vecchio mezzo antincendio modificato con panche di legno per trasportare la squadra.
Viaggiare su tale veicolo significava esporsi costantemente al rischio di mitragliamenti da parte dei caccia alleati, che colpivano indiscriminatamente qualsiasi mezzo in movimento sulle strade del nord. Per finanziare le trasferte e garantire il sostentamento degli atleti, la squadra utilizzava il sale, merce preziosissima prelevata dai depositi della Spezia, come valuta di scambio per ottenere farina, uova e carne dai contadini delle campagne padane. Il girone eliminatorio Regionale vide i Vigili del Fuoco confrontarsi con formazioni locali, dimostrando una solidità difensiva eccezionale grazie all’applicazione del mezzo-sistema. I Vigili del Fuoco conclusero il girone eliminatorio al primo posto con 13 punti, accedendo alle semifinali regionali contro Modena, Carpi e Suzzara.

Nelle semifinali lo Spezia confermò la propria supremazia. Nonostante una sconfitta per 2-1 contro il Carpi (l’unica di tutto il torneo), la squadra si riprese prontamente battendo il Suzzara per 5-2. Rinunce successive di squadr incapaci di proseguire l’attività a causa dell’inasprimento dei combattimenti, certificarono il passaggio dei VV.F. alle qualificazioni interzonali. Lo scontro decisivo per l’accesso alle finali nazionali avvenne contro il Bologna, una delle corazzate del calcio italiano dell’epoca.
La gara di andata a Bologna fu segnata da una tensione altissima; sul campo, i pompieri si imposero per 1-0 grazie a una rete di Rostagno, ma la partita fu sospesa all’81’ per le intemperanze del pubblico locale che non accettava la sconfitta. La FIGC assegnò la vittoria per 2-0 a tavolino allo Spezia. Per la gara di ritorno, il Bologna, impossibilitato a viaggiare o forse scoraggiato dal risultato dell’andata, rinunciò alla disputa, aprendo allo Spezia le porte dell’Arena Civica di Milano.
La Finale a tre
Le finali del Campionato Alta Italia si svolsero nel luglio 1944 in un’atmosfera spettrale. Milano era una città ferita, soggetta a coprifuoco e timore costante di rastrellamenti nazisti. Le tre finaliste erano il Torino FIAT (campione in carica 1942/43), il Venezia – Ispettorato del Lavoro e la sorpresa VV.F. Spezia, considerata un semplice comprimario in quello che doveva essere il duello per il titolo tra i granata di Mazzola e i lagunari di Astorri. L’arrivo dello Spezia a Milano fu segnato da un incidente che diventerà leggenda. Giunti a bordo della solita autobotte sotto una pioggia battente, i giocatori avevano le divise fradice. Ospitati dal comando dei Vigili del Fuoco di Milano, cercarono di asciugare le maglie bianche sopra una stufa; tuttavia, il calore eccessivo finì per bruciacchiare il tessuto in diversi punti.
Quando il 9 luglio 1944 i giocatori entrarono in campo per la prima partita contro il Venezia, indossavano maglie con vistose bruciature nere, suscitando l’ilarità degli avversari e dei pochi spettatori presenti, che li appellarono come una squadra di “straccioni”. La partita fu una battaglia tattica estenuante. Lo Spezia passò in vantaggio con Tori al 31′, ma il Venezia riuscì a pareggiare al 66′ con Astorri. L’1-1 finale fu visto dai tecnici del Torino come la conferma che lo Spezia fosse una squadra solida ma non imbattibile, una valutazione che si sarebbe rivelata un fatale errore di presunzione.

16 luglio 1944. Il Torino FIAT era considerato la squadra più forte del mondo, un undici quasi imbattibile che avrebbe poi costituito la base della Nazionale e sarà conosciuto come “Grande Torino”. Barbieri dispose i suoi uomini secondo il mezzo-sistema. Mario Tommaseo fu incaricato di marcare a uomo Valentino Mazzola, seguendolo in ogni angolo del campo, mentre il libero Persia interveniva su ogni pallone che superava la prima linea difensiva. Al 17′, Sergio Angelini – il bomber spezzino – sorprese la difesa torinista segnando il gol del vantaggio. Il Torino reagì con rabbia e pareggiò al 31′ con Silvio Piola, ma proprio allo scadere del primo tempo ancora Angelini firmò il 2-1.
Nella ripresa, il Torino assediò l’area spezzina, colpendo una traversa con Mazzola, ma la ragnatela tattica di Barbieri e le parate di Bani ressero l’urto. Al fischio finale, i Vigili del Fuoco avevano compiuto l’impossibile: battere il Grande Torino e portarsi in testa alla classifica del girone finale. Lo Spezia terminò i suoi impegni con 3 punti (due per la vittoria e uno per pareggio). La vittoria finale fu sancita il 20 luglio 1944, quando il Torino sconfisse il Venezia per 5-2, risultato che bloccò il Torino a 2 punti e il Venezia a 1, decretando matematicamente il 42º Corpo dei Vigili del Fuoco della Spezia come Campione d’Alta Italia.
Nonostante la vittoria sul campo, le autorità sportive della RSI non celebrarono il trionfo dello Spezia. Anzi, l’8 agosto 1944 un comunicato della FIGC veneziana stabilì che, data l’anormalità del campionato, lo scudetto sarebbe rimasto appannaggio del Torino (vincitore l’anno precedente) e non sarebbe passato sulle maglie dei vigili del fuoco, definendo il torneo appena concluso come una manifestazione di guerra non equiparabile a un regolare campionato nazionale.
Un titolo archiviato
Con la fine della guerra e la caduta della RSI, i risultati dei tornei giocati sotto l’occupazione tedesca vennero sistematicamente ignorati dalla nuova FIGC democratica, desiderosa di recidere ogni legame con il passato regime. Lo Spezia F.B.C. riprese la sua attività ordinaria, ed il titolo conquistato dai pompieri fu archiviato come un episodio minore, quasi una curiosità statistica nata nel caos del conflitto. I protagonisti di quell’impresa tornarono alle loro vite, alcuni proseguendo la carriera agonistica, ivi compreso l’allenatore Barbieri, altri restando nei ranghi del Corpo dei Vigili del Fuoco, nel silenzio di un’Italia che cercava di dimenticare gli anni della guerra civile.
Il ritorno della democrazia portò alla restaurazione del calcio professionistico nel 1945, ma quel campionato del 1944 fu dunque cancellato dagli albi d’oro ufficiali. Per decenni, lo Spezia Calcio e il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco conservarono la memoria di quella vittoria solo attraverso tradizioni orali e documentazione locale. Fu negli anni ’90 che un movimento guidato da giornalisti, storici e autorità spezzine iniziò una pressione formale sulla FIGC per il riconoscimento del titolo.
La Federazione oppose a lungo resistenze di natura giuridica: il GS 42º Corpo VV.F. era una società diversa dallo Spezia Calcio e il torneo non era stato disputato sull’intero territorio nazionale a causa del fronte di guerra. Tuttavia, l’evidenza storica del valore tecnico di quel campionato (che schierava i migliori giocatori dell’epoca) e l’eccezionalità del contesto portarono a una revisione del caso, una sorta di equo compromesso.

Il 22 gennaio 2002, il Consiglio Federale della FIGC deliberò non un vero e proprio scudetto, ma un “titolo onorifico”, una medaglia d’oro di benemerenza al Corpo dei Vigili del Fuoco, una targa per la città e l’autorizzazione perpetua allo Spezia Calcio di apporre sulla maglia un logo speciale tricolore, simbolo di quel trofeo vinto nel 1944. C’è chi giura che il presidente Perioli e l’allenatore Baribieri abbiano festeggiato tale tardivo riconoscimento, lassù, da qualche parte, tirando fuori due bicchieri ed una bottiglia di vino ragalata loro da contadini nel corso delle loro interminabili trasferte sull’autobotte dei vigili del fuoco.
Perioli, attivo sostenitore della Resistenza, fu arrestato nel novembre 1944 per aver fornito aiuto alle forze partigiane, e deportato al campo di concentramento di Mauthausen-Gusen, dove perse la vita il 30 aprile 1945 a causa delle percosse subite da un kapò. Il geniale Barbieri, l’inventore del “mezzo sistema”, da allenatore della Lucchese ne dovette abbandonare la guida per un’incipiente malattia incurabile, che lo portò alla morte a soli 50 anni di età, il 28 dicembre 1949.
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- Armando Napoletano, Lo scudetto dello Spezia. Storia della vittoria dei Vigili del Fuoco del 1944 e del presidente che diede vita al sogno, Giacché Edizioni, 2020.
- Renato Tavella, Sfida per la vittoria. La straordinaria storia del calcio italiano durante la guerra e il fascismo, Newton Compton Editori, 2020.







