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Le persecuzioni politiche e razziali sotto il fascismo
Le persecuzioni politiche prima e razziali dopo sotto il fascismo in Italia segnarono profondamente anche il mondo del calcio, trasformandolo in uno strumento di propaganda e controllo per il regime. Molti tecnici e calciatori subirono le restrizioni imposte dalla Carta di Viareggio del 1926 e dal successivo Manifesto della Razza. La Carta di Viareggio riconobbe di fatto il professionismo nel mondo del calcio, creando la categoria dei “non Dilettanti”: i giocatori non potevano ricevere stipendi diretti, ma era consentito un “risarcimento per mancato guadagno”, in pratica un pagamento mascherato da rimborso.
Inoltre nazionalizzò lo sport, che proprio mentre il fascismo guadagnava consensi esplodeva nella passione degli italiani, con un intento di “purificazione nazionale”, mettendo al bando totale i calciatori stranieri. Per altro, fu lasciata una scappatoia per i cosiddetti rimpatriati, ovvero emigranti o figli di emigranti di origine italiana (tra il 1929 e il 1943, furono ben 118 i rimpatriati sudamericani – 60 argentini, 32 uruguaiani e 26 brasiliani – che giunsero in Italia sfruttando questa deroga). Fatto sta che il provvedimento colpì duramente diverse società: l’espulsione contò più di ottanta giocatori stranieri, la maggior parte dei quali ungheresi e austriaci, appartenenti alla Scuola Danubiana, in voga a quei tempi.
Il nostro protagonista, Ernő Erbstein, nato nel 1898 a Nagyvárad, nell’Impero Austro-Ungarico, iniziò la sua carriera da calciatore nella sua Ungheria con il Budapesti AK. Era un mediano di origini ebree che in Italia aveva già giocato per l’Olympia Fiume e il Vicenza tra il 1924 e il 1926. A causa delle restrizioni che gli impedivano di continuare, lasciò il Paese e si trasferì negli Stati Uniti, dove militò assieme al suo connazionale ed amico Béla Guttmann – di cui diremo a breve – nei Brooklyn Wanderers nella American Soccer League e lavorò temporaneamente come agente di borsa a Wall Street. Sebbene la Carta di Viareggio avesse chiuso le porte ai calciatori stranieri, non impediva l’impiego di tecnici esteri.
Così Erbstein tornò in Italia nel 1928, e lo fece in una nuova veste: quella di allenatore. Iniziò la nuova fase della sua vita professionale guidando il Bari nel 1928-1929 (la sua prima vera opportunità come allenatore nella Divisione Nazionale con tattiche innovative che non furono del tutto efficaci con i giocatori a disposizione, portando alla retrocessione della squadra e al suo esonero), la Nocerina nella stagione 1929-1930 e il Cagliari (alla guida dei rossoblù, ottenne la prima, storica promozione in Serie B del club il 3 maggio 1931) e di nuovo Bari (una parentesi molto breve, rimanendo in carica dal luglio al 24 ottobre 1932), per poi approdare alla Lucchese, dove si mise in mostra per il suo metodo di gioco innovativo, ottenendo storici successi.

Ma i tormenti non erano conclusi, poiché nel 1938 entrarono in vigore le Leggi Razziali, insieme di provvedimenti legislativi e amministrativi rivolti prevalentemente contro gli ebrei. Oltre a Erbstein, altri grandi maestri del calcio mitteleuropeo di origine ebraica furono colpiti duramente: tra gli altri Árpád Weisz, precursore tattico e mentore, il più giovane allenatore straniero a vincere la Serie A a soli 34 anni, conquistando lo scudetto con l’Ambrosiana Inter nel 1929-1930, e diventando il primo a trionfare nel campionato italiano con due squadre diverse, guidando il Bologna a due scudetti consecutivi nel 1936 e 1937. Anche lui costretto a lasciare l’Italia a seguito delle leggi razziali rifugiandosi nei Paesi Bassi, divenne allenatore dei dilettanti del Dordrecht, ma con l’occupazione tedesca fu arrestato, deportato con moglie e due figli, trasferito nel campo di transito di Westerbork e poi ad Auschwitz, dove morì di stenti nel gennaio 1944.
Riparare in Ungheria. Le avventure del convento Katalin e la fuga durante il viaggio verso il lager
Erbstein ebbe una sorte migliore, ma a dir poco avventurosa. Colpito a sua volta dal Manifesto della Razza mentre approdava al Torino dopo i successi alla Lucchese (in soli tre anni, portò la squadra dalla Serie C alla Serie A, per poi raggiungere uno straordinario 7° posto nel massimo campionato 1936-37, il miglior risultato di sempre nella storia del club toscano), fu costretto a passare dalla gloria sportiva a una disperata lotta per la sopravvivenza. Adocchiato dal presidente Ferruccio Novo, aveva iniziato la sua avventura granata il 1° luglio 1938, ma la sua permanenza formale nel capoluogo piemontese durò solo pochi mesi, venendo forzatamente rimosso dal suo incarico ufficiale nel dicembre dello stesso anno.
Con l’introduzione delle leggi razziali alle sue due figlie, Susanna e Martha, fu impedito di frequentare le scuole pubbliche. Compresa la situazione che andava vieppiù peggiorando, il tecnico accettò uno scambio con l’allenatore Ignác Molnár per trasferirsi allo Xerxes di Rotterdam. Durante il viaggio, al confine con la Germania, i gendarmi nazisti annullarono il suo visto a causa di presunte anomalie nei documenti, costringendolo a rifugiarsi a Budapest con la famiglia a seguito. Qui cambiò il proprio cognome in Egri. Grazie a Novo, che lo aveva inizialmente ingaggiato e con il quale era rimasto in contatto, ottenne un lavoro come rappresentante di tessuti per una ditta di Biella.
Questa posizione lavorativa fu fondamentale perché gli fornì un pretesto legale per compiere viaggi tra l’Ungheria e l’Italia, permettendogli di rientrare nel Paese più volte nonostante le leggi razziali. Per facilitare i suoi spostamenti e confondersi meglio, come abbiamo detto cambiò ufficialmente il proprio cognome in Egri, rendendolo più simile a un cognome italiano ed evitando assonanze troppo marcatamente tedesche o ebraiche che avrebbero potuto insospettire le autorità. I due si incontravano clandestinamente in varie città europee, tra cui Venezia e la stessa Budapest, per pianificare il futuro del Torino. Questi incontri erano talmente ben organizzati e segreti che ne è rimasta pochissima traccia documentale. Così, anche dall’Ungheria, Erbstein continuò a esercitare un ruolo non ufficiale, stavolta di direttore tecnico. Fu proprio durante questo periodo di “esilio” che suggerì a Novo l’acquisto di Valentino Mazzola ed Ezio Loik, che avrebbero poi costituito l’ossatura del Grande Torino.
Nel marzo 1944, con l’invasione tedesca dell’Ungheria, la situazione però precipitò. Erbstein fu internato in un campo di lavoro forzato per la posa di binari ferroviari. Nella disperazione ebbe un colpo di fortuna: il Kapo del campo era un suo ex attendente nell’esercito asburgico durante la Prima Guerra Mondiale, che lo aiutò a rimanere in contatto con la famiglia. Mentre era prigioniero, la moglie e le figlie si rifugiarono nel convento Katalin, una zona extraterritoriale del Vaticano dove lavoravano alla produzione di divise. Qui avvenne un episodio che rappresenta uno dei momenti più drammatici della famiglia Erbstein durante l’occupazione nazista dell’Ungheria.
Il convento, situato in una zona tranquilla di Buda, era stato trasformato in una “fabbrica per lo sforzo bellico” sotto la supervisione del sacerdote cattolico Padre Pál Klinda. L’obiettivo era proteggere centinaia di donne ebree — tra le quali risultavano la moglie di Erbstein, Jolán, e le figlie Susanna e Marta — impiegandole nella produzione di uniformi militari su una proprietà che godeva dell’extraterritorialità vaticana. Nonostante lo status diplomatico, una domenica di ottobre del 1944 i miliziani delle Croci Frecciate — filonazisti ed antisemiti — fecero irruzione nel convento, sequestrando i beni preziosi delle donne e ammassandole in una stanza sotto la minaccia delle armi.
I miliziani decisero di sfruttare il fatto che fosse domenica, l’unico giorno in cui erano permesse le telefonate dei parenti, per tendere una trappola: obbligarono le donne a rispondere al telefono invitando i familiari a raggiungerle per una finta “festa”, con l’obiettivo di catturare altri ebrei. Quando toccò a Susanna rispondere al telefono al padre che la stava chiamando, si trovò in una situazione estrema: sotto la minaccia di una pistola, iniziò a parlare con un tono di voce insolitamente alto, eccitato e isterico, descrivendo la “festa” e invitando chiunque potesse a venire al convento. Nel bel mezzo della conversazione, cambiò registro, passando improvvisamente alla sua voce naturale e profonda, gridando: “aiuto!” in italiano.
Ernő comprese immediatamente il segnale di pericolo e rispose con calma: “capisco. Stai tranquilla”. Ignorando il segnale inviato, i miliziani iniziarono a far sfilare le circa 70 donne fuori dal convento in una marcia della morte notturna verso una destinazione ignota. Nel frattempo, Ernő Egri Erbstein si era attivato freneticamente, utilizzando i suoi contatti per allertare la nunziatura apostolica, sì che il nunzio Angelo Rotta esercitò una forte pressione diplomatica sui membri del governo ungherese, avvertendoli che un attacco a una proprietà del Vaticano avrebbe costituito un crimine di guerra con gravi ripercussioni internazionali. L’assistente di Rotta, Gennaro Verolino, raggiunse in auto la colonna di donne in marcia proprio mentre erano ferme su una strada buia, esibendo un ordine ufficiale che imponeva il loro immediato ritorno al convento. Il gruppo fu salvato da morte certa poco prima che la situazione diventasse irreversibile.
Ma l’episodio più pericoloso ed avventuroso vide Erbstein protagonista in prima persona, assieme al collega allenatore Béla Guttmann. Quest’ultimo è stato uno dei più grandi tecnici della storia del calcio, la cui carriera è stata spesso intrecciata a quella del nostro protagonista. Anch’egli di origine ebraico-ungherese, fu un compagno di viaggio di Erbstein fin dagli anni ’20. I due giocarono insieme negli Stati Uniti per i Brooklyn Wanderers nel 1927. Prima dell’occupazione nazista dell’Ungheria nel marzo 1944, Guttmann allenava l’Újpest, ma fu costretto a lasciare l’incarico a causa delle pressioni antisemite, continuando a collaborare in segreto prima di essere internato, ritrovandosi con l’amico di un tempo.
Mentre l’Armata Rossa si stringeva attorno a Budapest, i comandanti nazisti iniziarono a evacuare i prigionieri dei campi di lavoro forzato per trasferirli verso il cuore del Reich o direttamente verso i lager. Erbstein e Guttmann erano internati in un campo di lavoro situato in Timót utca. Nel dicembre 1944, l’unità di cui facevano parte fu caricata su un treno diretto in Germania. Consapevoli che la destinazione finale sarebbe stata probabilmente un campo di sterminio come Auschwitz, un piccolo gruppo di cinque uomini pianificò una fuga disperata. I nostri due, insieme ad altri tre compagni, riuscirono a saltare da una finestra del secondo piano dell’edificio di transito senza allertare le guardie.
Dopo la fuga, i due si separarono: Erbstein riuscì a ricongiungersi clandestinamente con la famiglia a Pest, mentre Guttmann divenne nel tempo un allenatore di fama mondiale, celebre soprattutto per aver guidato il Benfica alla conquista di due Coppe dei Campioni consecutive nel 1961 e 1962, spezzando il dominio del Real Madrid. In Italia allenò diverse squadre, tra cui il Milan. Egli è ancora oggi ricordato per la cosiddetta “maledizione di Guttmann“, legata al suo addio polemico dal Benfica, che secondo la leggenda impedirebbe alla squadra portoghese di vincere trofei europei per cent’anni.
Erbstein trascorse gli ultimi mesi della guerra nascosto in una soffitta a Pest, assistito dalla figlia Susanna che usava la divisa della Croce Rossa come copertura, fino alla liberazione da parte dell’Armata Rossa nel febbraio 1945. Il percorso di Erbstein durante la guerra fu una partita a scacchi giocata contro la morte: ogni sua mossa fu un tentativo calcolato di restare in gioco mentre l’avversario cercava di spazzare via lui e la sua intera famiglia dalla scacchiera della storia.

Il rientro in Italia. Si consolida il Grande Torino
Dopo il conflitto, Erbstein tornò finalmente a Torino nel 1946, accolto a braccia aperte dal presidente Novo, per riprendere il suo ruolo e guidare il Grande Torino verso la leggenda. Ma se non bastasse ciò che aveva dovuto affrontare nel corso della sua vita (e quello che il destino gli avrebbe tragicamente riservato solo pochi anni dopo), nel 1947, Ernő Egri Erbstein dovette subire l’accusa di essere una spia russa. Il curioso episodio e le relative polemiche scaturirono da diverse circostanze legate alle sue origini e alle sue frequentazioni. Tutto prese piede in occasione dell’incontro amichevole tra la nazionale italiana e quella ungherese, disputatosi a Torino l’11 maggio 1947.
Essendo di nazionalità ungherese, Erbstein si era adoperato per aiutare i propri connazionali a trovare una sistemazione logistica per la trasferta, gesto che alimentò i primi sospetti. Le voci suggerivano che ci si dovesse “guardarsi” da lui poiché si diceva che accogliesse in casa propria ospiti dell’ambasciata ungherese e mantenesse contatti frequenti con ambienti dell’Est Europa. Ad aggravare la sua posizione agli occhi dei detrattori fu la sua collaborazione con il quotidiano l’Unità, organo del Partito Comunista Italiano, per il quale commentò proprio la partita contro l’Ungheria. Egli dovette difendersi pubblicamente da queste accuse, sostenuto anche dall’attore e suo ex giocatore Raf Vallone, che proprio dalle colonne de l’Unità prese le sue parti.

Ernő Egri Erbstein è ricordato come un tecnico illuminato e rivoluzionario, capace di anticipare di circa trent’anni concetti che sarebbero diventati standard nel calcio moderno. Il suo contributo tecnico alla costruzione del Grande Torino si basava su un approccio scientifico e meticoloso. Egli agiva come il vero architetto e stratega della squadra, dirigendo le operazioni “dietro le quinte” e curando meticolosamente ogni dettaglio tattico e atletico. Con la sua guida il Torino si avvalse di “allenatori” (o trainer) che lavoravano sotto la sua supervisione: Luigi Ferrero subito dopo il conflitto, e l’inglese Leslie Lievesley durante la stagione 1948-49.
Le principali innovazioni introdotte da Erbstein riguardavano la preparazione atletica e scientifica (carichi di lavoro e programmi erano annotati in un’apposita agenda), l’introduzione del riscaldamento prima delle partite, affinché i giocatori scendessero in campo con i muscoli già “rodati”, alimentazione e recupero mediante tabelle personalizzate per ogni singolo giocatore. Inoltre, adottò tecniche di recupero post-gara come massaggi, saune e bagni tonificanti.
Da un punto di vista tattico egli fuse il raffinato stile di gioco mitteleuropeo con l’intensità e la velocità tipiche del calcio inglese. Imponeva un gioco basato sul controllo del pallone (“sempre e comunque palla a terra”) e su una fitta rete di passaggi. In fase di “non possesso”, la squadra attuava un pressing costante per la riconquista immediata del pallone. Il Torino era una squadra camaleontica, capace di cambiare sistema di gioco in corsa. I giocatori erano istruiti a ricoprire più ruoli: i terzini (come Maroso) agivano da “ali aggiunte” e il portiere (Bacigalupo) giocava in modo moderno, uscendo dall’area per respingere di piede.
Inoltre esisteva il così detto “quarto d’ora granata” divenuto celebre perché un picco di ritmo di una quindicina di minuti schiantava gli avversari. E ciò era il risultato diretto della superiore qualità degli allenamenti voluti da Erbstein. Non era un tecnico autoritario, ma cercava un rapporto “uomo a uomo” con i suoi giocatori, agendo come loro confidente e consigliere. Una delle sue innovazioni più curiose era l’obbligo di sorridere in campo, anche davanti a falli subiti o errori arbitrali. L’obiettivo era mantenere la calma sotto pressione e, contemporaneamente, innervosire l’avversario mostrando una superiorità non solo tecnica, ma anche morale e disciplinare.
Possiamo affermare che trasformò il calcio da un’attività dilettantistica in una disciplina professionale moderna, dove il fair-play, la condotta calma e la preparazione scientifica erano considerati requisiti fondamentali per la vittoria finale. Sotto la sua guida, o – prima del suo definitivo rientro – dei suoi suggerimenti, il Grande Torino divenne una leggenda. La squadra vinse cinque scudetti nelle stagioni 1942-43, 1945-46, 1946-47, 1947-48 e 1948-49, un ciclo di trionfi interrotto prima dalla sospensione del campionato per la guerra, poi, il 4 maggio 1949, nel modo più crudele e improvviso, consegnando la squadra e il suo architetto alla memoria eterna.
Il dramma di Superga

La squadra stava rientrando da Lisbona, dove aveva disputato una partita amichevole contro il Benfica. Il viaggio era un gesto di amicizia e di sportività, un’ulteriore testimonianza del prestigio internazionale che il club aveva raggiunto. A causa delle pessime condizioni meteorologiche, con nebbia fitta e pioggia, l’aereo che trasportava la squadra si schiantò a pochi kilometri dall’aeroporto di Caselle, contro il muraglione posteriore della Basilica di Superga, sulla collina che domina Torino. L’impatto fu devastante: non ci furono superstiti. Nello schianto persero la vita 31 persone: giocatori, dirigenti, allenatori, l’equipaggio e tre giornalisti. L’intera nazione cadde in un lutto profondo, piangendo la fine di una squadra che era diventata un simbolo. Se la tragedia segnò la fine di un’era, non poté cancellare la grandezza di ciò che era stato costruito.
La tragedia di Superga ed i funerali del Grande Torino, da “La Settimana Incom” Istituto Luce
Per questo può dirsi che l’eredità di Ernő Erbstein va ben oltre i trofei e i record. La sua figura deve essere ricordata per due ragioni: il suo genio calcistico, che ha contribuito a modernizzare il gioco con decenni di anticipo, e la sua incredibile forza morale, che gli ha permesso di sopravvivere all’odio e di rispondere alla brutalità con la creatività e l’umanità. Le parole di sua figlia Susanna offrono la testimonianza più autentica del suo carattere, un testamento che illumina l’uomo dietro l’allenatore: “Mio padre mi ha dato la forza dei valori. … l’eredità più forte che abbiamo ricevuto è la convinzione che il bene, alla fine, avrebbe avuto la meglio sul male. … in mio padre non ho mai percepito rabbia. Era un uomo saldo nella sua moralità...”.
Ernő Erbstein è per questo ricordato non solo nella “hall of fame” del Torino Football Club sin dal 2019 ma anche in quella del calcio italiano dal 2022. Due prestigiose istituzioni celebrative che ne riconoscono il valore tecnico e umano. Inoltre, nel 2024 gli è stato dedicato uno dei pennoni dello stadio Filadelfia a Torino ed il suo nome compare nel Giardino dei Giusti presso il Memoriale di Wallenberg a Budapest, dove una pietra di marmo rosso ricorda coloro che, come i diplomatici Rotta e Verolino, si adoperarono per salvare la sua famiglia e altri perseguitati durante la Shoah.
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- Dominic Bliss, Erno Egri Erbstein. Trionfo e tragedia dell’artefice del Grande Torino, Cairo, 2019.







