CONTENUTO
La caduta del fascismo
Alle ore 17:15 del 24 luglio 1943 si riunisce a Roma il Gran Consiglio del fascismo. Nel corso della seduta viene discusso e infine votato a maggioranza l’ordine del giorno di Dino Grandi che prevede la restituzione al re del comando supremo delle forze amate. Il 25 il duce del fascismo si reca alla residenza di Villa Savoia del re Vittorio Emanuele III dove, alla fine di un breve colloquio, viene destituito e arrestato dai carabinieri. E’ la fine del regime fascista.
L’Ordine del Giorno Grandi
Per l’Italia la situazione militare all’inizio del 1943 appare disastrosa: il collasso del fronte africano, il 4 novembre 1942, e l’occupazione alleata del Nord-Africa, espongono il paese all’invasione da parte delle Forze Alleate. La disfatta dell’8° Armata durante la campagna di Russia, gli intensi bombardamenti alleati sulle città italiane e la crescente mancanza di generi alimentari e materie prime, demoralizzano la popolazione: è chiaro che, a quel punto, la maggioranza del popolo vuole la fine della guerra.
Lo sbarco alleato in Sicilia il 10 luglio 1943 e il duro bombardamento di Roma il 19 convincono alcuni gerarchi e il titubante re Vittorio Emanuele III che sia arrivato il momento di agire e di liquidare Mussolini. Il 20 Dino Grandi rientra a Roma portando con sé la prima bozza del suo Ordine del Giorno, da presentare al Gran Consiglio. Il mattino del 21 incontra Carlo Scorza, il quale gli riferisce che Mussolini, visto le pressioni continue, si è finalmente deciso a convocare la seduta per la sera di sabato 24 luglio.
A quel punto Grandi, insieme al confidente ed amico Luigi Federzoni, inizia a fare dei sondaggi per scoprire quanti tra i 29 membri del Gran Consiglio avrebbero votato il suo documento, che si divide in quel momento in tre parti: comincia con un lungo messaggio retorico, che si appella alla Nazione e alle Forze Armate, elogiandole per la resistenza agli invasori.

La seconda parte chiede la restaurazione delle istituzioni e delle leggi pre-fasciste. La fine del documento è un appello al Re, il quale avrebbe assunto di nuovo i supremi poteri civili e di guerra, secondo l’Articolo 5 dello Statuto Albertino. L’analisi della situazione fatta da Federzoni e da Grandi porta i due uomini alla seguente prospettiva:
“Concludemmo che avremmo sicuramente avuto favorevoli Bottai, Bastianini, Albini, De Marsico. Accanitamente ostili, perché conosciuti quali strumenti fanatici e ciechi della dittatura, Farinacci, Polverelli, Galbiati, Buffarini, Tringali-Casanuova, Frattari, Marinelli. Irriducibilmente nemico sarebbe stato Farinacci, non per devozione a Mussolini, ma perché notoriamente legato ai tedeschi. Incerti i sedici rimanenti, ossia la grande maggioranza”.
Il colloquio tra Vittorio Emanuele III e Mussolini dopo l’incontro di Feltre
Il segretario del Partito fascista Carlo Scorza mostra quel pomeriggio l’Ordine del Giorno anche a Mussolini, il quale si limita a definirlo “inammissibile e codardo“. Il 22 luglio si svolge l’incontro tra il Re e Mussolini, che gli riporta l’esito del colloquio di Feltre avuto con Adolf Hitler. Il contenuto della conversazione rimane sconosciuto e al termine dell’udienza i due uomini si lasciano convinti nelle loro opposte conclusioni: mentre Mussolini è convinto che il Re sta ancora dalla sua parte, Vittorio Emanuele III rimane deluso che il Duce non si sia dimesso. Confida infatti al suo uomo di fiducia Paolo Puntoni:
“Ho tentato di far capire al Duce che ormai soltanto la sua persona, bersagliata dalla propaganda nemica e presa di mira dalla pubblica opinione, ostacola la ripresa interna e si frappone a una definizione netta della nostra situazione militare. Non ha capito e non ha voluto capire. E’ come se avessi parlato al vento.”
Verso la riunione del Gran Consiglio
Il sovrano a quel punto capisce che non gli rimane altra strada che tentare il colpo di mano: avrebbe appoggiato l’esito della mozione Grandi. Alle 17.30 dello stesso giorno, quest’ultimo si reca a Palazzo Venezia dove l’incontro con il duce si protrae fino alle 18.45. E’ molto probabile che nel corso della chiacchierata Grandi abbia chiesto a Mussolini di dimettersi ed evitare l’umiliazione di una sfiducia da parte dei suoi gerarchi.
La sera del 23 a casa di Federzoni, quest’ultimo, Dino Grandi, il giurista Alfredo De Marsico, Giuseppe Bottai e Galeazzo Ciano modificano “L’Ordine del Giorno” rimuovendo l’introduzione che spiega le funzioni del Gran Consiglio. Dai diari di Giuseppe Bottai si ricava anche che è in questa occasione che viene introdotta la parte più incisiva del testo, ovvero l’invocazione dell’articolo 5 dello Statuto Albertino.
La caduta del fascismo: la notte del Gran Consiglio, 24-25 luglio 1943
Alle 17:15 del 24 luglio 1943 i 28 membri del Gran Consiglio del Fascismo si riuniscono attorno a un massiccio tavolo a forma di U, nella stanza del pappagallo, a Palazzo Venezia. I consiglieri sono tutti in uniforme fascista con sahariana nera, mentre il duce indossa un’uniforme bianca con la camicia nera da Caporale della Milizia. Per la prima volta della storia del Gran Consiglio, sono presenti quel pomeriggio solo poche guardie del corpo di Mussolini, i Moschettieri del Duce. Il segretario del partito fascista Carlo Scorza effettua l’appello.
A quel punto Grandi richiede a Scorza la presenza di uno stenografo, ma Mussolini si oppone, tanto che della seduta non viene redatto istantaneamente nessun verbale. Il primo a parlare è Mussolini. Dopo un riassunto di quella che è la situazione bellica il duce conclude l’intervento introduttivo con queste parole:
“Ora il problema si pone. Guerra o pace? Resa a discrezione o resistenza a oltranza? Dichiaro nettamente che l’Inghilterra non fa la guerra al fascismo, ma all’Italia. L’Inghilterra vuole un secolo innanzi a sé, per assicurarsi i suoi cinque pasti. Vuole occupare l’Italia, tenerla occupata. E poi noi siamo legati ai patti. Pacta sunt servanda!”
Subito dopo prende la parola Grandi; la sua è una vera e propria requisitoria che termina con la lettura dell’Ordine del giorno, con il quale propone di togliere al duce il comando supremo delle forze armate e di restituirlo al re. Rivolgendosi a Mussolini tuona senza esitazioni:
“Strappati, o Duce, la greca di maresciallo e ritorna quello che eri: il capo di un partito politico e il primo ministro del re! La dittatura ha ucciso la rivoluzione, ha ucciso il fascismo e una frattura insanabile e ognora vieppiù profonda si è a poco a poco operata tra il fascismo e la nazione, tra il fascismo e il popolo italiano.”
Si alternano a quel punto gli interventi confusi e in cui prevalgono gli accenti critici di Scorza, Farinacci, Ciano e Bottai. Tra questi il più duro è Farinacci:
“Non c’è nessuna volontà di battersi. I generali sono tutti traditori. Chi ci ha divisi? Tu, Duce, che quando c’era da scegliere tra una dozzina di nomi per un posto importante immancabilmente sceglievi il più fesso. Guarda anche qui tra noi.”
Subito dopo i presenti si attendono un cenno di Mussolini, il quale con un atteggiamento alquanto passivo, decide di passare subito alla votazione dell’Ordine del Giorno. La mozione di Grandi viene approvata con 19 voti favorevoli, 7 contrari e un astenuto (l’unico a non votare è Roberto Farinacci che esce dalla stanza).
Alle 2.40 Mussolini si congeda dai suoi gerarchi esclamando: “Voi avete provocato la crisi del regime! La seduta è tolta“. Il colpo ricevuto è duro; quando Scorza si alza per gridare il rituale “Saluto al Duce“, lo trattiene con la mano: “No, ve ne dispenso“. Circa un’ora dopo telefona all’amante Claretta Petacci. All’ascolto vi è l’operatore dell’OVRA (Opera Vigilanza Repressione Antifascismo), la polizia segreta del fascismo, Ugo Guspini che trascrive la conversazione:
“Siamo giunti all’epilogo, alla più grande svolta della storia. La stella s’è oscurata! E’ finito tutto. Occorre che anche tu cerchi di metterti al riparo. Non pensare a me. Fai presto”.

Il testo della mozione Grandi che sfiducia Mussolini
La mozione di Grandi votata dal Gran Consiglio evita volutamente di nominare nel testo Benito Mussolini e rivolge un accorato appello a Vittorio Emanuele III perché si assuma le responsabilità di fronte alla Nazione. I gerarchi, infatti, non vogliono esporsi eccessivamente, né diventare improvvisamente i traditori del duce. Per questi motivi il testo della mozione rimane nella legittimità istituzionale, all’interno dello Statuto Albertino, mai abrogato dal regime e che riserva al sovrano ampi poteri.
“Il Gran Consiglio del Fascismo, riunendosi in queste ore di supremo cimento, volge innanzi tutto il suo pensiero agli eroici combattenti di ogni arma che, fianco a fianco con la gente di Sicilia in cui più risplende l’univoca fede del popolo italiano, rinnovando le nobili tradizioni di strenuo valore e d’indomito spirito di sacrificio delle nostre gloriose Forze Armate;
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esaminata la situazione interna e internazionale e la condotta politica e militare della guerra, proclama il dovere sacro per tutti gli italiani di difendere ad ogni costo l’unità, l’indipendenza, la libertà della Patria, i frutti dei sacrifici e degli sforzi di quattro generazioni dal Risorgimento ad oggi, la vita e l’avvenire del popolo italiano;
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afferma la necessità dell’unione morale e materiale di tutti gli italiani in questa ora grave e decisiva per i destini della Nazione;
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dichiara che a tale scopo è necessario l’immediato ripristino di tutte le funzioni statali, attribuendo alla Corona, al Gran Consiglio, al Governo, al Parlamento, alle Corporazioni i compiti e le responsabilità stabilite dalle nostre leggi statutarie e costituzionali;
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invita il Governo a pregare la Maestà del Re, verso il quale si rivolge fedele e fiducioso il cuore di tutta la Nazione, affinché Egli voglia per l’onore e la salvezza della Patria assumere con l’effettivo comando delle Forze Armate di terra, di mare, dell’aria, secondo l’articolo 5 dello Statuto del Regno, quella suprema iniziativa di decisione che le nostre istituzioni a Lui attribuiscono e che sono sempre state in tutta la nostra storia nazionale il retaggio glorioso della nostra Augusta Dinastia di Savoia.“
Incontro con il sovrano e arresto di Mussolini il 25 luglio 1943
Il capo del governo e del fascismo trascorre una notte parzialmente tranquilla, ma dorme poche ore. La mattina di domenica 25 luglio siede come sempre al suo tavolo di lavoro a Palazzo Venezia e non mostra di dare molto peso al voto del Gran Consiglio. Dopo aver sbrigato le solite incombenze e aver ricevuto l’ambasciatore giapponese sente per telefono Paolo Puntoni, fissando un colloquio con Vittorio Emanuele III nel pomeriggio.
Il duce viene ricevuto a Villa Savoia alle ore 17.00 e vi si reca accompagnato dal segretario De Cesare con la sua Alfa Romeo, portando sotto braccio una cartella che contiene l’ordine del giorno Grandi e la legge di istituzione del Gran Consiglio, che ricorda come tale organismo abbia solo carattere consultivo. Il colloquio tra i due si svolge pacificamente e a voci basse; l’incontro dura all’incirca venti minuti e a parlare è quasi sempre il re che elenca tutte le cose che non stanno andando bene per il paese: “l’Italia che si trova “a tocchi”, la situazione militare e interna è insostenibile, le tante violazioni delle prerogative reali, compresa la storia del comando supremo in guerra che anche il voto del Gran Consiglio ha chiaramente sconfessato“. (1)
Paolo Puntoni, rimasto ad origliare dietro la porta, per ordine del sovrano, riesce a cogliere qualche frase. Mentre Mussolini sta facendo una relazione sulla seduta del Gran Consiglio Vittorio Emanuele III lo interrompe e gli dice:
“Io vi voglio bene e ve l’ho dimostrato più volte difendendovi da ogni attacco, ma questa volta devo pregarvi di lasciare il vostro posto e di lasciarmi libero di affidare ad altri il governo.”
Di colpo Mussolini capisce di aver perso tutto e di essere oramai fuori dai giochi: “Allora è tutto finito? Ora cosa devo fare? Cosa sarà di me e della mia famiglia?”. Il re si alza per far capire che il colloquio è finito ed aggiunge accompagnandolo alla porta: “Rispondo con la mia testa della vostra sicurezza personale. Mi dispiace, ma la soluzione non poteva essere diversa”.
Sui gradini esterni di Villa Savoia il giovane capitano dei carabinieri Paolo Vigneri si avvicina a Mussolini e lo invita a salire su un’ambulanza parcheggiata in giardino, dove lo attendono altri suoi colleghi, Giovanni Frignani, Raffaele Aversa, e due poliziotti. Poco dopo il duce è rinchiuso in una stanza della caserma di via Legnano, in stato di arresto. Non c’è più niente da fare, la caduta del regime fascista diventa a quel punto cosa certa.
Il comunicato sulla caduta del fascismo
Le reazioni degli italiani alla caduta del fascismo
Alle ore 22.45 la radio interrompe le trasmissioni per diffondere il seguente comunicato e dare notizia agli italiani:
“Sua Maestà il Re e Imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di Capo del Governo, Primo ministro, Segretario di Stato di Sua Eccellenza il Cavaliere Benito Mussolini, ed ha nominato Capo del Governo, Primo ministro, Segretario di Stato, il Cavaliere, Maresciallo d’Italia, Pietro Badoglio.”
La voce dell’annunciatore è pacata e solenne, fa sentire principalmente le maiuscole e lascia pressoché interdetti gli ascoltatori. Alla fine del comunicato segue la marcia reale di casa Savoia. Alla notizia della caduta del fascismo una gran folla si riversa per le strade di Roma e delle principali città della penisola per manifestare gioia e sollievo.
Il giorno seguente la gente si scatena in tutta Italia distruggendo le case del fascio e abbattendo i simboli del regime. La gioia dei milanesi è così descritta: “Tutti si aggirano per la città su camion e motocarri cantando bandiera rossa e a morte il Duce e tutto il fascismo. Milano è tutta in festa, gli stabilimenti sono chiusi e i tram non circolano.”
Da parte fascista, invece, non si manifestano grossi drammi, almeno apparentemente. Solo Manlio Morgagni, presidente dell’Agenzia Stefani, si spara un colpo di rivoltella alla tempia e lascia un laconico biglietto: “La mia vita è finita. Viva Mussolini“. Le manifestazioni popolari lasciano pietrificati i principali gerarchi che capiscono immediatamente che il loro tentativo di salvare il regime sacrificando solo Mussolini è fallito miseramente. Intanto si sciolgono sia il Partito Nazionale Fascista (PNF) che la milizia. Scorza si dilegua mentre dalla sede littoria partono telegrammi che invitano i fascisti a restare obbedienti e tranquilli. Esce anche l’ultimo numero de Il Popolo d’Italia che raccomanda obbedienza alle autorità.
Mussolini condotto sull’isola di Ponza
Quanto a Mussolini, egli preferirebbe in quel momento andare agli arresti domiciliari, nella sua residenza estiva alla Rocca delle Caminate, vicino a Forlì, invece il 27 luglio 1943 viene condotto al carcere dell’Isola di Ponza. Del suo soggiorno su quest’isola e in quella della Maddalena rimangono alcune lettere e appunti che mostrano sgomento e incredulità:
“Io mi considero un uomo per tre quarti defunto; il resto è un mucchio di ossa e muscoli in fase di deperimento organico. Del passato non una parola. Anch’esso è morto. Non rimpiango niente. Mi rifiuto di credere che non vi siano più fascisti in Italia. E’ impossibile che tutto sia crollato. Ho forse sognato? Era tutta un’illusione? Era tutto superficiale? Non vi era nulla di profondo?“
Ai figli Mussolini scrive le seguenti parole in quei giorni di riflessione e isolamento: “Non vi preoccupate della mia salute, tanto non morirò di malattia, e nemmeno dopo morto gli italiani mi lasceranno tranquillo. Ma hanno ragione: li ho fatti correre troppo in fretta in questi vent’anni!”
La riunione del Gran Consiglio nel resoconto del testimone Annio Bignardi
Tra le testimonianze sugli eventi della notte del 24 luglio 1943 che ha segnato una svolta nella storia d’Italia, vi è anche quella di Annio Bignardi che è stato un politico e dirigente sportivo italiano. Nel 1941 era diventato Presidente della Confederazione fascista dei lavoratori dell’agricoltura. Ferrarese e amico di Italo Balbo, partecipa anche lui alla riunione del Gran Consiglio del Fascismo e vota a favore dell’ordine del giorno Grandi. Il suo racconto è stato pubblicato dal giornalista Enzo Biagi in una serie dedicata alla seconda guerra mondiale.
“Il 24 luglio, nel pomeriggio, alle quattro e mezzo, ci recammo a Palazzo Venezia e fummo introdotti nella sala delle riunioni. Conoscevo l’ordine del giorno preparato da Grandi e Mussolini sapeva di che cosa avremmo discusso. Speravamo che si rendesse conto delle difficoltà nelle quali l’Italia si stava dibattendo e della inefficienza dei provvedimenti che venivano presi. Non immaginavamo quello che sarebbe accaduto. De Bono mi disse che la nostra proposta non sarebbe passata, perché Mussolini ci avrebbe fatto cambiare pensiero, oppure ci ammazzava tutti. Ciano durante la discussione si comportò molto bene, soprattutto quando si parlò del contegno dei tedeschi. I più aggressivi politicamente furono Grandi, Bottai e Federzoni. Mussolini mi pareva provato, stanco, piuttosto rassegnato. Verso le undici e mezzo ci fu una interruzione, e in quel momento si raccolsero diciannove firme. Io ho detto che i lavoratori dell’agricoltura risentivano della gravità della situazione, non erano assistiti a sufficienza e non avevano da me quell’aiuto che si aspettavano. Poi ho saputo alla radio che Mussolini era stato arrestato. E’ stato un grande uomo, uno che ha voluto bene al suo Paese; però a un certo momento ha esagerato”. (2)
NOTE:
- Domenico Agasso, Storia d’Italia, Volume ottavo, Dal primo governo Mussolini alla proclamazione della Repubblica (1922-1946), Editore Mondadori, 1978, p. 441.
- Enzo Biagi, Sette. Corriere della Sera (1943-1993), pag. 91.
Consigli di lettura: clicca sul titolo e acquista la tua copia!
- Dino Grandi, a cura di Renzo De Felice, 25 luglio, Il Mulino, 2023.
- Emilio Gentile, 25 luglio 1943, Editori Laterza, 2020.
- Mimmo Franzinelli, Mussolini racconta Mussolini, Editori Laterza, 2023.







