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“Carissimo Umberto, mentre si svolgono le trattative per la pace intendo portare il mio contributo abdicando al trono in tuo nome. Per quasi mezzo secolo ho servito il mio Paese anche in ore difficili e amare…Tu sai che ho avuto un duro lavoro, mirando sempre, anche se posso aver errato, al bene della Nazione. Possa la Nazione sentire questa verità e riprendere la meravigliosa ascesa iniziata or quasi un secolo dalla concorde opera di tutti gli Italiani!” (Lettera di Vittorio Emanuele III al figlio Umberto II scritta il 9 maggio 1946 prima di imbarcarsi sul Duca degli Abruzzi verso l’esilio)
La nascita del principe di Napoli nel 1869
Vittorio Emanuele III di Savoia nasce a Napoli, nel palazzo reale della città, la sera dell’11 novembre 1869, nel giorno di San Martino. Il parto non è semplice e i medici devono ricorrere al taglio cesareo al termine del quale comunicano alla regina Margherita e al re Umberto I che non potranno avere altri figli. Il neonato è di piccole dimensioni e appare, sin da subito, gracile e asfittico, tuttavia la cosa importante per garantire la continuità dinastica è che sia sano. Il bambino viene battezzato con cinque nomi: Vittorio, Emanuele, Ferdinando, Maria e Gennaro.
A questi si aggiunge il titolo di principe di Napoli visto che il padre è già il principe di Piemonte, stesso titolo che spetterà al figlio Umberto II. Neanche Vittorio Emanuele III viene risparmiato dalla tradizionale versione gialla e fantasiosa che ogni volta si accompagna alla nascita di un futuro erede al trono della casa regnante: di Carlo Alberto si disse che fosse nato da un fornaio di Torino, di Vittorio Emanuele II, primo re d’Italia, che fosse morto in un incendio scoppiato accidentalmente e che il suo posto fosse stato preso dal figlio di un beccaio fiorentino; del neonato in questione si vociferò che fosse in realtà il figlio illegittimo della marchesa Virginia Bolognetti sostituito con la bambina data alla luce della regina Margherita[1].
Educazione e formazione di Vittorio Emanuele III di Savoia
Come da protocollo il giovane Vittorio Emanuele III viene tenuto volutamente lontano dagli affari di Stato ed educato militarmente, ragion per cui il suo percorso di crescita è caratterizzato da una dura disciplina, da giornate di studio intenso, da esercizi fisici, dall’obbedienza assoluta ai superiori e dal rischio di annullamento della personalità. L’uomo al quale la coppia reale affida la formazione dell’erede al trono è il colonnello quarantenne Egidio Osio formatosi presso un collegio di Barnabiti.
Rigido e severo il governatore crede fermamente nel “primato della gerarchia” e per questo motivo si pone come obiettivo principale quello di fare del ragazzo un essere superiore a chiunque altro, un re ideale al quale nessuno possa paragonarsi. Questo nonostante lo sfortunato fisico del futuro sovrano del Regno d’Italia affetto da un serio caso di rachitismo che gli provoca un intenso dolore agli arti inferiori.

Il rachitismo di Vittorio Emanuele III e il problema della statura bassa
La statura più bassa della media (raggiungerà 1 metro e 54 cm di altezza), costantemente sottolineata da tutti, è causa di una “fanciullezza di umiliazioni e di sacrifici” segnata dall’utilizzo di un’infinita alternanza di strumenti ortopedici prescritti dagli esperti per cercare di tamponare il difetto di carattere genetico che è sotto gli occhi di tutti e che non risparmia a Vittorio Emanuele III sberleffi e denigrazioni di ogni tipo, sin dall’infanzia. A Roma viene soprannominato malignamente “Pippetto”, a Napoli “Squaquecchie” (rachitico) e un po’ in giro nella penisola “Sciaboletta”[2].
La lontananza dei genitori e l’educazione abbastanza rigida di certo non aiutano il ragazzo a sviluppare un carattere gioioso e aperto; al contrario l’esperienza vissuta accentua alcuni aspetti negativi del suo temperamento già orientato in età infantile verso la chiusura. Nonostante le difficoltà fisiche e psicologiche, che generano in lui un certo incupimento, il principe di Napoli riesce brillantemente a raggiungere gli obiettivi che per lui sono stati fissati, in quanto erede al trono, portando a compimento all’età di vent’anni il lungo percorso di addestramento militare. Ad Osio e all’istitutrice irlandese, Miss Elisabeth Lee, detta Bessie, che sarà a lui vicino per circa quattordici anni, Vittorio Emanuele III mostrerà sempre affetto e riconoscenza, consapevole del ruolo chiave da loro ricoperto per il suo processo di crescita umana ed esistenziale.
Le passioni di Vittorio Emanuele III: storia, araldica e numismatica
Il problema delle dimensioni fisiche, che hanno poco di regale e che ovviamente non sono da imputare a una responsabilità individuale, è motivo di ossessione psicologica per il futuro sovrano il quale si considera un nano a tutti gli effetti, specialmente quando, nella sua mente, scatta l’immediato e inevitabile paragone con i cugini del ramo Aosta della famiglia. Se da questo punto di vista appare non all’altezza nei confronti dei suoi predecessori e dei suoi parenti, considerando altri aspetti non secondari egli riesce a mettere in luce brillanti qualità che lo contraddistinguono in positivo: a otto anni è già in grado di parlare quattro lingue, è dotato di una memoria di ferro che gli consente di essere in grado di recitare quattrocento versi della Divina Commedia di Dante Alighieri con una facilità fuori dal comune; inoltre l’erede al trono sviluppa una sentita passione per la storia, specialmente per quella italiana e per quella legata alle vicende del suo casato, passione alla quale accompagna un forte interesse per l’araldica e la numismatica.

Gli anni spensierati di Napoli
Il Principe trascorre quattro anni a Napoli come comandante del Primo Reggimento di Fanteria, periodo che si caratterizza come una memorabile stagione della sua lunga e tortuosa esistenza. In questa fase il giovane può assaporare il profumo di libertà e di autonomia avendo come dimora l’imponente reggia di Capodimonte. Nella città partenopea Vittorio Emanuele III “scopre le donne, il loro fascino, la loro disponibilità” tanto che si diffondono voci relative a sue “relazioni piccanti” e a suoi presunti flirts.
Tra le conquiste sentimentali che gli vengono attribuite dall’opinione pubblica spiccano la “duchessa Maria d’Avarna, moglie di un diplomatico russo, Maria Gravina Cruyllas, moglie del conte Anguissola, poi tempestoso amore di Gabriele D’Annunzio, la principessa Pignatelli, nume dell’aristocrazia partenopea, Maria Baccaro Doria d’Eboli”[3]. Compagno di avventure del giovane è, nelle sue inarrestabili scorribande mondane, il fraterno amico Nicola Brancaccio, una delle poche persone a dargli del “tu” visto il rapporto stretto tra i due. In questo campo quindi Vittorio Emanuele III si dimostra essere all’altezza dei suoi illustri predecessori tanto da fare proprio il motto oraziano “Carpe diem”.
Le voci delle presunte avventure dell’erede al trono arrivano anche a Roma e alle orecchie della regina Margherita la quale riferisce all’Osio parlando del figlio: “Ammira molto le signore, quelle vere del mondo, non so però quale sia la preferita, mi pare che sono sempre varie, forse per non far capire quale sia la vera! Del resto non so, perché cela n’est pas mon affaire (Non sono affari miei), ma credo che non si debba divertire al di là di quello che la gioventù domanda (…) Presto si dovrà pensare al matrimonio, ma per ora è un discorso che lo affligge piuttosto, e la parola matrimonio gli fa fare una faccia come se bevesse qualche cattiva medicina!”[4].””
Fidanzamento e matrimonio di Vittorio Emanuele III e Elena Petrovic del Montenegro
Vista la renitenza del figlio alle nozze, i sovrani italiani si muovono in prima persona per individuare una serie di possibili spose candidate: prerequisito necessario e indispensabile è che la sposa sia cattolica come si conviene ad un erede di casa Savoia. Tra le varie alternative alla fine si decide di optare per Elena Petrovis-Niegos, figlia del re Nicola I del Montenegro. A confezionare l’accordo matrimoniale sono il re Umberto I e il Presidente del Consiglio Francesco Crispi. Il primo incontro tra i due promessi sposi avviene il 30 aprile 1895 a Venezia in occasione dell’inaugurazione dell’esposizione d’arte. Il principe sembra subito preso dalla donna alta, robusta e determinata di carattere.
In seguito al secondo incontro che avviene l’anno seguente a Mosca, per l’incoronazione dello zar Nicola II Romanov, il giovane appunterà sul suo diario che la scelta oramai è fatta. Nell’estate del 1896 Vittorio Emanuele III si reca quindi nella capitale del Montenegro, sfidando il gran caldo stagionale, per chiedere la mano della futura sposa. L’intera cerimonia si svolge, come da tradizione, all’aria aperta, in piazza; la mano di Elena, che intanto ha accettato senza troppi drammi la conversione religiosa al cattolicesimo, viene concessa e segue un fastoso banchetto con tanto di carne di montone arrostita sulla brace.

Il mese di ottobre è quello scelto per celebrare le nozze reali. Elena sbarca con il panfilo a Bari e nella cattedrale della città pugliese compie l’ufficiale atto di abiura religiosa prima di proseguire verso la capitale. La principessa genera simpatia sin da subito mostrandosi ai suoi nuovi sudditi con un abito verde abbellito da piume rosse e mantello bianco, i tre colori del tricolore italiano. Le impressioni generali sulla futura regina sono molto positive, il vate Gabriele D’Annunzio è generoso e caloroso nelle sue parole di benvenuto: “Questa giovane ospite è veramente bella, è ornata di grazie delicate“.
Le nozze civili vengono celebrate al Quirinale mentre quelle religiose nella monumentale e antica Basilica di Santa Maria Degli Angeli, luogo assai caro a Casa Savoia e chiesa che successivamente, nell’autunno del 1921, ospiterà per diverse ore il feretro del Milite Ignoto dopo il suo arrivo in treno da Aquileia. Alla cerimonia segue il pranzo di gala con 185 invitati e nei giorni successivi una serie di eventi ufficiali che richiedono la presenza degli sposi. Terminati gli impegni i principi si trasferiscono a Firenze dove alloggiano all’appartamento della Meridiana in palazzo Pitti.
L’affiatamento tra i due segnerà felicemente quest’unione che resterà solida fino alla fine. La coppia ha dei punti in comune: entrambi non amano la vita mondana nè il lusso, hanno gusti abbastanza semplice, più borghesi che regali; condividono, inoltre, diversi interessi come il mare, la pesca, la fotografia, la numismatica e la storia. Elena ha un bel carattere, è gentile e si impegna a compiacere il marito. I due conducono sin da subito una vita alquanto appartata e riservata, provocando un certo disappunto nella regina Margherita che invece preferirebbe vedere la coppia principesca al centro della mondanità di corte.
L’ascesa al trono di Vittorio Emanuele III nel 1900
I principi trascorrono, inoltre, dei sereni periodi estivi sull’isola di Montecristo in assoluta solitudine. Altre stagioni sono invece dedicate ai viaggi per mare con il panfilo chiamato Yela, che è il nome slavo di Elena. Si trovano proprio a bordo di questa imbarcazione, per una crociera nel Mar Mediterraneo, quando ricevono la triste notizia relativa alla morte del re Umberto I, ucciso a Monza dall’anarchico Gaetano Bresci. E’ il 29 luglio del nuovo secolo, il XX.
L’erede al trono risale in fretta la penisola insieme alla moglie per raggiungere Monza. Il giovane sovrano mostra in questo frangente un controllo di sé da lasciar sbalordite, anche in senso negativo, le persone che hanno modo di osservarlo. Nessun pianto in pubblico, nessuna scena pacchiana; egli si dimostra misurato e composto, non lasciandosi trasportare dall’emotività del momento. Entra con passo fermo nella camera ardente del padre il cui corpo giace sull’improvvisato catafalco nell’arsura estiva; resta per il tempo necessario nella stanza, in alcuni momenti a capo chino, poi bacia la mano del secondo re d’Italia, gli accarezza la fronte ed esce.
Si mette subito in azione per ricoprire nel migliore dei modi possibili il ruolo per il quale è stato preparato: guidare questa giovane Nazione verso un futuro di rilancio e affermazione. In un clima di forte preoccupazione il nuovo sovrano dimostra una certa fermezza d’azione e al ministro della Giustizia Emanuele Gianturco che propone “un’esemplare repressione” per il crimine perpetrato a Monza dall’anarchico Gaetano Bresci, Vittorio Emanuele risponde che “le leggi restrittive non sono necessarie”, di conseguenza accantona ogni possibile misura che possa rigettare il paese in uno stato d’assedio.
Funerali di Umberto I e primo discorso della Corona di Vittorio Emanuele III
L’8 agosto la salma di Umberto I, caricata su un vagone allestito con un affusto di cannone, parte verso Roma dove si svolgono i funerali solenni. A creare scompiglio durante il corteo funebre è l’imbizzarrirsi di un mulo degli alpini che genera tra la folla il sospetto che sia in corso un altro attentato, questa volta contro il nuovo sovrano. L’imprevisto genera momenti di caos generale che hanno breve durata. Alla fine della cerimonia Umberto I viene sepolto nel Pantheon insieme al Padre della Patria Vittorio Emanuele II.
Il nuovo re si presenta ufficialmente al Parlamento con il primo discorso della corona pronunciato l’11 agosto 1900 con il quale si rivolge a senatori e deputati riuniti: “E’ necessario vigilare e spiegare tutte le forze vive per conservare intatte le conquiste dell’unità e della libertà. Non mancherà mai in me la serena fiducia nei nostri liberali ordinamenti e non mi mancherà la forte iniziativa e l’energia dell’azione per difendere vigorosamente le istituzioni del Paese, retaggio prezioso dei nostri maggiori. A noi bisogna la pace interna e la concordia di tutti gli uomini di buon volere. Raccogliamoci e difendiamoci colla rigorosa loro applicazione. Monarchia e Parlamento procedano solidali in quest’opera salutare…”.
Non appena salito al trono Vittorio Emanuele III vuole dare un segnale forte di cambiamento e di rottura con il passato, inaugurando una stagione di normalità all’interno del paese per tentare di garantire agli italiani giustizia sociale. La nomina del liberale progressista Giuseppe Zanardelli alla guida del governo nel febbraio 1901 ha uno scopo ben preciso: ridare credibilità e stabilità alle istituzioni liberali che si è impegnato a difendere e tutelare. Dal punto di vista istituzionale, infatti, come è stato sottolineato da molti attenti osservatori “Vittorio Emanuele III è permeato del più rigido costituzionalismo rispetto ai suoi predecessori“(5).
I primi anni di regno di Vittorio Emanuele III
Anche da sovrano Vittorio Emanuele III non stravolge quello che è il suo stile di vita improntato all’insegna dell’essenzialità, tanto da essere appellato anche come Re Borghese. Non ama l’ostentazione e rispetto al passato provvede, sin da subito, a un netto taglio delle spese di corte suscitando anche qualche mugugno dei più convinti sostenitori delle tradizioni. Nel 1905 il re, coerente con il proprio orientamento umanitario, sostiene a livello internazionale la fondazione dell’Istituto internazionale di agricoltura, accogliendo la proposta del mercante David Lubin.
L’ente nasce per essere strumento di cooperazione tra gli Stati ponendosi come principale obiettivo quello di combattere la fame nel mondo; nel secondo dopoguerra evolverà nella FAO. Sebbene l’Istituto sia finanziato principalmente dai contributi degli Stati aderenti, il sovrano vi partecipa personalmente con una somma annua di 300.000 lire, superiore al massimo previsto, e dona la palazzina destinata ad essere la sede dell’ente. In politica interna, in questi primi anni di regno l’azione dei governi, molti dei quali guidati da Giovanni Giolitti, si orienta verso la ricerca della pace sociale attraverso un’apertura riformista e una legislazione volta a ridurre il conflitto tra capitale e lavoro.
Nei vari discorsi della Corona, redatti di suo pugno, il re ribadisce la necessità di operare con equità tra le classi sociali e di elevare le condizioni intellettuali, morali ed economiche delle classi popolari, attribuendo un ruolo centrale all’istruzione. Tra il 1900 e il 1921 vengono promulgate numerose leggi di carattere sociale: la tutela degli emigranti, la protezione del lavoro delle donne e dei minori, gli interventi contro la malaria, l’istituzione dell’Ufficio del lavoro, l’edilizia popolare, le assicurazioni contro gli infortuni sul lavoro, l’obbligo del riposo settimanale, la creazione delle assicurazioni sociali, il sostegno alla maternità, l’assistenza contro la disoccupazione involontaria e, nel 1917, l’istituzione dell’Opera Nazionale Combattenti.
Per questa attenzione agli aspetti di carattere sociale, Vittorio Emanuele III viene talvolta definito da alcuni contemporanei anche un “re socialista”. Parallelamente sostiene, chiaramente per quel che sono le sue limitate prerogative di sovrano regnante, il progresso scientifico e sanitario del Paese, che alla vigilia della Prima guerra mondiale si afferma come un’importante realtà industriale, favorendo istituzioni scientifiche e contribuendo alla nascita della prima clinica europea di medicina del lavoro e di importanti centri di ricerca medica.

Vittorio Emanuele III: il re soldato al fronte
Nel frattempo il matrimonio dei sovrani è stato benedetto dalla nascita di cinque figli, quattro femmine e un maschio: la primogenita Jolanda nata nel 1901, seguita l’anno dopo dalla sorella Mafalda; il 15 settembre 1904 viene alla luce nella tenuta di Racconigi Umberto II, l’erede al trono, al quale seguiranno successivamente Giovanna nel 1907 e Maria nata il 26 dicembre del 1914. Proprio quest’anno fatidico segna una svolta per la storia non solo dell’Italia, ma dell’Europa intera.
Lo scoppio della prima guerra mondiale, il 28 luglio, vede l’Italia mantenere inizialmente uno stato di neutralità. Per il sovrano e per il governo è arrivato il momento di fare una scelta difficile e rischiosa. Si decide di prendere del tempo per valutare al meglio le possibilità. Dopo un’attenta analisi, nella primavera del 1915, il sovrano affida al ministro degli Esteri Sidney Sonnino l’arduo compito di trovare segretamente un accordo con i suoi colleghi di Francia e Inghilterra. Il patto dell’Italia con i Paesi dell’Intesa viene firmato il 26 aprile a Londra dall’ambasciatore Guglielmo Imperiali.
Di fronte alla chiara presa di posizione del sovrano e all’impegno assunto dal paese di entrare in guerra entro il 26 maggio al fianco dei paesi dell’Intesa, anche il Parlamento, che nelle settimane precedenti si è dimostrato in maggioranza neutralista, deve cedere e votare la fiducia al nuovo gabinetto guidato da Antonio Salandra. Il 24 maggio è il giorno fatidico, l’Italia dichiara guerra all’Austria-Ungheria, il suo storico nemico. Viene a questo punto diffuso il proclama del sovrano per i soldati e la Nazione intera.
SOLDATI DI TERRA E DI MARE!
L’ora solenne delle rivendicazioni nazionali è suonata. Seguendo l’esempio del mio Grande Avo, assumo oggi il Comando Supremo delle forze di terra e di mare con sicura fede nella vittoria, che il vostro valore, la vostra abnegazione, la vostra disciplina sapranno conseguire. Il nemico che vi accingete a combattere è agguerrito e degno di voi. Favorito dal terreno e dai sapienti apprestamenti dell’arte, egli vi opporrà tenace resistenza; ma il vostro indomito slancio saprà di certo superarlo.
SOLDATI!
A voi la gloria di piantare il tricolore sui termini sacri che la natura pose ai confini della Patria nostra. A voi la gloria di compiere, finalmente, l’opera con tanto eroismo iniziata dai nostri padri.
Gran Quartier Generale, 24 Maggio 1915
La giornata è quella delle grandi emozioni. Il re è al Quirinale dove riceve gli irredentisti Cesare Battisti e Attilio Hortis, poi il senatore Giorgio Pitacco. Il giorno seguente nomina lo zio Tommaso di Genova, fratello della regina Margherita e ammiraglio della flotta, Luogotenente generale del Regno, incarico che deve ricoprire durante la sua assenza. Il 26 maggio, infatti, Vittorio Emanuele III si congeda dai cari e parte per il fronte in treno. Si dirige verso il paesino di Torreano di Martignacco, in provincia di Udine, dove stabilisce il suo quartier generale presso Villa Linussa, immediatamente ribattezzata villa Italia.
Questa sarà la sua dimora durante l’intero conflitto. Le giornate il sovrano le trascorre spostandosi tra un avamposto e l’altro lungo la linea del fronte, a bordo di un automobile guidata dagli autisti di fiducia Enrico Novelli e Giuseppe Rossi. I pranzi sono sempre frugali e semplici e frequenti sono i colloqui con soldati, ufficiali e generali ai quali Vittorio Emanuele III regala spesso dei sigari. Il re sa benissimo che in gioco non ci sono soltanto le sorti e l’avvenire dell’Italia ma quelli della stessa dinastia; sente quindi l’esigenza di far sentire in prima persona tutta la sua vicinanza e il suo sostegno agli uomini che si trovano a sopportare sacrifici enormi in trincea in nome della grandezza della Patria.
Per approfondire la vita al fronte di Vittorio Emanuele III è possibile consultare un articolo specifico pubblicato sul portale digitale 14-18 Documenti e Immagini della Grande guerra
Vittorio Emanuele III al convegno di Peschiera del Garda
Il futuro della Nazione è messo seriamente in discussione nei giorni che seguono il micidiale attacco austro-tedesco del 24 ottobre 1917 quando si teme il peggio. Cade il governo a Roma e il re nomina Primo Ministro Vittorio Emanuele Orlando. Il 2 novembre Vittorio Emanuele si trova sulla riva sinistra del Piave, calmo e freddo, a colloquio con il Duca d’Aosta, generale della 3° Armata, e due giorni dopo “concorda con il ministro della Guerra Vittorio Luigi Alfieri sul nome di Armando Diaz quale nuovo Capo Supremo” dell’esercito al posto di Luigi Cadorna.
Vittorio Solaro del Borgo, militare e scrittore, che ha documentato le esperienze in guerra dei soldati e del sovrano nel suo libro “Giornate di guerra del Re soldato“, ci riporta notizie relative ad in un incontro svoltosi a Rapallo, presso l’Hotel Kursa, occasione nella quale gli alleati manifestano la loro convinzione che l’esercito italiano sia oramai in totale disfacimento e che sia necessario arretrare la linea difensiva al di là del Piave. Risentito da questa presa di posizione Vittorio Emanuele III pretende di incontrare direttamente i rappresentanti di Francia e Inghilterra in quello che viene ricordato come il Convegno di Peschiera del Garda dell’8 novembre 1917.
L’incontro, al quale partecipano dodici persone in tutto, si svolge in una gelida stanza dell’edificio che è “sede del comando di tappa di un battaglione“(6). In questa circostanza il sovrano si espone in prima persona e nella maniera appropriata per difendere l’orgoglio e l’onore dell’esercito italiano e dell’intera Nazione: espone ai delegati i fatti e le cause del ripiegamento dopo lo sfondamento militare avvenuto a Caporetto; offre rassicurazioni in merito alle capacità dell’esercito di difendere le posizioni lunga la linea del Piave; condivide la decisione presa di sostituire il Capo di Stato Maggiore.
Il risultato positivo di questa presa di posizione netta e risoluta del Capo dello Stato è immediato: gli alleati, infatti, assicurano appoggio militare all’esercito italiano e lodano, sia in privato che in pubblico, l’azione svolta in questo frangente da re Vittorio Emanuele III in difesa degli interessi e del futuro del proprio paese. Il Primo Ministro britannico Lloyd George scriverà nelle sue memorie: “Io sono stato molto impressionato dalla calma e dalla forza d’animo che egli dimostrò in un’occasione come quella in cui il suo Paese e la sua Corona erano in gioco. Egli non tradì alcun segno di timore o di depressione. Pareva ansioso solamente di cancellare in noi l’impressione che il suo esercito fosse fuggito. (…) Con la sua eleganza dissipò tutte le dubbiezze, troncò tutte le titubanze“.
Vittorio Emanuele III e l’avvento del fascismo
Il sovrano si mostra anche nelle ore felici della vittoria calmo e misurato, qualità che maggiormente risaltano del suo carattere. Il 7 novembre 1918 si reca a Trento per rendere omaggio alla tomba di Cesare Battisti; il 10 arriva via mare nella Trieste liberata, accolto da un fiume di persone deliranti e felici per l’inizio di una nuova epoca. Al di là degli entusiasmi della prima ora legati ad una vittoria militare spesso messa in discussione durante la guerra, la situazione sociale e politica del paese risulta più complessa e complicata che mai.

Il re probabilmente razionalizza la complessità del dopoguerra quando Gabriele D’Annunzio occupa Fiume “per risolvere con la forza il problema della città che il Patto di Londra” non riconosce all’Italia, nonostante la presenza maggioritaria di nazionalità italiane. La questione fiumana sarà risolta con la forza nel dicembre 1920 dal governo presieduto dall’anziano Giovanni Giolitti. Le tensioni politiche e sociali gettano il paese in una situazione di preoccupante instabilità. Nel clima pesante del Biennio rosso crescono i timori di una possibile rivoluzione comunista ed emergono movimenti nazionalisti e antidemocratici.
Benito Mussolini e i Fasci di combattimento, pur suscitando diffidenza in Vittorio Emanuele III, appaiono al sovrano come un possibile argine al rischio concreto di sovvertimento dell’ordine costituito. Quando nell’ottobre del 1922 Mussolini organizza la marcia su Roma, il presidente del Consiglio Luigi Facta, ancora speranzoso di riuscire a negoziare un ingresso dei fascisti nel governo, non sollecita immediatamente il rientro del re nella capitale. Fallito ogni accordo, nella notte del 26 ottobre Facta avverte il sovrano, che giunge a Roma la sera successiva dalla tenuta di San Rossore dove si trova in quei giorni.
Vittorio Emanuele III decide, però, di non firmare il decreto di stato d’assedio proposto da Facta che lo presenta come ultimo atto del suo governo dimissionario. Su questa scelta ben ponderata del re pesano diversi fattori: considerazioni dinastiche, il timore che un intervento armato possa aprire la strada a una rivoluzione, l’incertezza sulla lealtà delle Forze armate, la mancanza di alternative politiche credibili a Mussolini, il sostegno che importanti settori dell’industria e dell’intellettualità già garantiscono al fascismo.
Influiscono anche le rassicurazioni dei dirigenti fascisti circa una svolta filomonarchica e l’impegno a contenere l’estrema sinistra, scongiurando in tal modo lo spauracchio di una rivoluzione come quella verificatasi in Russia. D’altronde come viene sottolineato da Aldo Mola “lo Stato d’assedio significava la dichiarazione di guerra del Governo contro un partito rappresentato alla Camera da 35 deputati, forte di quasi 300 mila iscritti…una misura di quel genere non fu adottata da Giolitti, né alla proclamazione dello sciopero generale espropriatore (Settembre 1904) né per fronteggiare l’occupazione delle fabbriche nel Settembre 1920“(7).
Dopo un tentativo interlocutorio con Antonio Salandra, il re conferisce a Mussolini l’incarico di dare vita ad un nuovo governo. L’obiettivo del sovrano in quanto difensore dello Statuto Albertino è dunque quello di riportare il confronto politico all’interno della legittimità statutaria, soprattutto alla luce della critica realtà sociale e politica del momento storico. Altro elemento che non deve essere trascurato è la volontà del re di evitare dolorosi spargimenti di sangue tra italiani; passata la burrasca confiderà infatti al quadrumviro Cesare Maria De Vecchi: “Faccia sapere che sono stato io a rifiutare lo stato d’assedio per evitare di buttare gli italiani nella guerra civile…Ci tengo che si sappia, anche se tra una settimana tutti se lo saranno dimenticato“.
Pur disprezzando profondamente il carattere violento del fascismo, Vittorio Emanuele III spera che Mussolini possa ristabilire l’ordine e rafforzare lo Stato senza compromettere totalmente la monarchia. Nel 1924 la legge elettorale Acerbo assicura ai fascisti una solida maggioranza parlamentare. Dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti e la secessione dell’Aventino, il re riceve appelli dalle opposizioni, ma rifiuta di intervenire direttamente per non andare oltre quelle che sono le sue prerogative di sovrano, sostenendo che solo una sfiducia parlamentare possa giustificare un suo intervento.

Vittorio Emanuele III e Mussolini
Da questa interpretazione rigorosa del ruolo costituzionale deriva un immobilismo che consente al regime di consolidarsi. Tra il 1925 e il 1926 il re firma le leggi fascistissime, che gradualmente eliminano le libertà politiche e rafforzano il potere del capo del governo, indebolendo ulteriormente la monarchia, che però al contempo resta l’unico possibile limite istituzionale al regime. In privato il sovrano critica alcuni provvedimenti, soprattutto quando ledono le prerogative della Corona, ma in pubblico, negli anni del massimo consenso per il fascismo, evita rotture profonde, arrivando talvolta a illudersi di aver fatto la scelta giusta.
Nel corso degli anni si assiste quindi a un graduale svuotamento delle mansioni e alla riduzione delle responsabilità del sovrano. La scena se la prende quasi totalmente e con immenso piacere l’uomo forte, l’uomo del destino che avvia un programma integrale di rigenerazione nazionale per rilanciare l’Italia alla conquista del XX secolo. Ma qual è il rapporto tra il monarca e il Duce?
I due sono diversissimi sia a livello fisico che caratteriale. Mussolini viene ricevuto dal monarca in media due volte a settimana per le abituali consultazioni e le necessarie firme su documenti istituzionali relativi a decisioni già prese dal potere legislativo. Tra di loro non ci sarà mai una vera e propria amicizia, ma piuttosto un’intesa che potremmo definire opportunistica; in diverse occasioni dimostreranno di essere insofferenti l’uno nei confronti dell’altro. A livello istituzionale si viene a creare una vera e propria diarchia di potere, da una parte il sovrano e dall’altra il Duce: “Se uno ha l’esercito, l’altro ha la milizia; uno i corazzieri, l’altro i moschettieri; uno la Marina, l’altro l’Aeronautica; uno il Quirinale, l’altro Palazzo Venezia; uno la Marcia Reale, l’altro Giovinezza” (8) e altri canti legati alle gesta contemporanee.
Il consenso pressoché unanime degli italiani verso la politica del regime che, nel corso degli anni, raggiunge risultati tangibili in ogni campo, fa si che il rapporto tra monarchia e regime trovi questo equilibrio, il tutto nella consapevolezza dei protagonisti che per raggiungere insieme i traguardi grandiosi e stimolanti fissati dal fascismo sia indispensabile sacrificare necessariamente qualcosa. In questo senso lo stesso sovrano è costretto in alcuni casi ad ingoiare bocconi amari e a farseli digerire in silenzio. L’evento che più di ogni altro evidenzia l’insofferenza del re è rappresentato dalla visita in Italia di Adolf Hitler e del suo entourage nel maggio 1938. Il disprezzo reciproco tra Vittorio Emanuele III e i gerarchi nazisti trova conferma nelle memorie e nei resoconti dei protagonisti del tempo e risulta evidente dalle stesse immagini di repertorio relative agli eventi pubblici di quei giorni.
Le perplessità di Vittorio Emanuele III per l’ingresso dell’Italia in guerra
Nella posizione di garante dell’ordine costituito il re firma tutte le disposizioni che gli vengono presentate. Tra queste anche i famigerati “Provvedimenti per la difesa della razza” nel 1938 (9), una serie di leggi discriminatorie e antisemite che hanno modificato i rapporti tra italiani ed ebrei residenti nella penisola e che hanno gettato discredito sulla monarchia e sull’intero paese. Nel frattempo gli avvenimenti europei precipitano per la politica aggressiva della Germania nazista.
Nei primi mesi della seconda guerra mondiale l’Italia dichiara la propria “non belligeranza“, Mussolini intende infatti prendere tempo per fare le valutazioni del caso e riorganizzare le forze armate. Nell’animo del sovrano non trovano spazio le stesse sensazioni positive che si erano palesate venticinque anni prima; come annota il 15 maggio 1940 il Generale Paolo Puntoni, suo aiutante di campo, in questo frangente il re ha qualche perplessità: “Durante il colloquio mi rendo conto, per la prima volta, che sua Maestà è seriamente preoccupato per la possibilità che l’Italia entri in guerra a breve scadenza“.

Ancora più esplicito è all’inizio di giugno il Ministro degli Esteri Galeazzo Ciano che appunta nel diario: “Il re ormai è rassegnato, niente più che rassegnato all’idea della guerra; sente che il Paese va in guerra senza entusiasmo. C’è oggi una propaganda interventista, ma non c’è minimamente quello slancio che ci fu nel 1915“. Il 10 giugno Mussolini pronuncia il discorso con il quale annuncia l’ingresso del paese in guerra a fianco dell’alleato tedesco e assume in prima persona il comando delle forze armate. Per Vittorio Emanuele III l’esperienza di questo conflitto sarà assai diversa rispetto a quello precedente vissuto a ridosso dei campi di battaglia. In questo frangente si trova oscurato dall’ombra di Mussolini.
Per il paese la guerra è una lunga agonia segnata da sconfitte cocenti dell’esercito e profonde sofferenze per la popolazione civile. Lo sbarco alleato in Sicilia il 10 luglio 1943 convince il monarca che non vi è alternativa: per consentire un futuro alla Nazione bisogna sostituire Mussolini. Per fare ciò, però, rimane fedele al suo principio di rigoroso rispetto dello Statuto e pretende una sfiducia formale dell’operato del Duce. La riunione del Gran Consiglio del Fascismo svoltasi nella notte tra il 24 e il 25 luglio consegna al re il documento atteso per mettere la parola fine al ventennio mussoliniano.
Il colloquio tra Vittorio Emanuele III e Mussolini a Villa Savoia dalle memorie della regina Elena
«Eravamo in giardino. A me non aveva ancora detto nulla. Quando un emozionato Acquarone ci raggiunse e disse a mio marito: “Il generale dei carabinieri desidera, prima dell’arresto di Mussolini, l’autorizzazione di Vostra Maestà”. Io restai di sasso. Mi venne poi da tremare quando sentii mio marito rispondere: “Va bene. Qualcuno deve prendersi la responsabilità. Me l’assumo io”. Poi salì la scalinata con il generale. Attraversavo l’atrio quando Mussolini arrivò. Andò incontro a mio marito. E mio marito gli disse: “Caro Duce, l’Italia va in tocchi…”. Non lo aveva mai chiamato così, ma sempre “eccellenza”.
Io nel frattempo salii al piano superiore, mentre la mia dama di compagnia, la Jaccarino, attardandosi nella saletta, era rimasta giù e ormai non poteva più muoversi. Più tardi mi riferì tutto. Mi narrò che mio marito aveva perso le staffe e si era messo a urlare contro Mussolini; infine gli comunicò che lo destituiva e che a suo posto metteva Pietro Badoglio. Quando poi la Jaccarino mi raggiunse, dalla finestra di una sala vedemmo mio marito, tranquillo e sereno, che accompagnava sulla scalinata della villa Mussolini. Il colloquio era durato meno di venti minuti. Mussolini appariva invecchiato di vent’anni. Mio marito gli strinse la mano. L’altro mosse qualche passo nel giardino, ma fu fermato da un ufficiale dei carabinieri seguito da soldati armati. Il dramma si era compiuto.»
Da Roma a Brindisi: il Regno del Sud
Il Governo guidato dal Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio si trova ad affrontare un compito complesso e gravoso: elaborare una strategia di uscita dal conflitto e garantire l’ordine pubblico nel Paese. Le condizioni interne rendono impraticabile la prosecuzione della guerra al fianco della Germania; diventa quindi urgente concludere un armistizio con gli Alleati e prevenire una reazione militare tedesca. Il Governo annuncia inizialmente la continuazione della guerra, ma avvia segretamente trattative con gli Alleati.
Il 3 settembre viene firmato a Cassibile l’armistizio, che gli Alleati rendono pubblico l’8 settembre, cogliendo impreparato il Governo italiano che è convinto di avere a disposizione altri giorni. L’annuncio coglie di sorpresa anche il re, che convoca al Quirinale i vertici politici e militari. Durante la riunione, alcuni alti ufficiali propongono di sconfessare l’armistizio e continuare la guerra a fianco dei tedeschi; la proposta, giudicata irrealistica, viene respinta. Vittorio Emanuele III e Badoglio confermano l’armistizio ormai reso noto dagli Alleati.
Nella notte tra l’8 e il 9 settembre, dopo un prolungato confronto con Badoglio, il sovrano, temendo la cattura da parte dei tedeschi, che rappresenterebbe un vero e proprio smacco alla Nazione, decide di lasciare Roma e di dirigersi a Brindisi insieme alla famiglia e al Presidente del Consiglio per salvaguardare la continuità istituzionale senza abbandonare il suolo patrio. Dopo una sosta a Crecchio, il corteo reale prosegue verso Ortona e si imbarca sulla corvetta Baionetta. La difesa di Roma, dichiarata città aperta, viene affidata al generale Calvi di Bergolo, ma per difficoltà varie non si riesce ad attuare appieno il piano militare predisposto per il cambio di fronte.
Il trasferimento a Brindisi garantisce la continuità formale dello Stato, soprattutto agli occhi degli Alleati. La presenza di un governo legittimo assicura la validità dell’armistizio e consente di evitare l’instaurazione di un regime di occupazione totale nell’Italia meridionale. A Brindisi viene stabilita la sede del governo; ottenuto il riconoscimento anglo-americano, Vittorio Emanuele III dichiara guerra alla Germania il 13 ottobre 1943 e l’Italia ottiene lo status di “nazione cobelligerante“.
In questa fase di transizione priva di soddisfazioni il re deve affrontare le pretese spesso impostegli in maniera volgare dagli interlocutori stranieri e l’opposizione intransigente dei ricostituiti partiti politici e del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), presieduto da Ivanoe Bonomi. Anche diversi esponenti liberali, tra cui Benedetto Croce, chiedono a gran voce l’abdicazione del sovrano, ritenuto troppo compromesso con il fascismo. Di fronte alle pressioni subite Vittorio Emanuele III nell’aprile 1944 annuncia la decisione di nominare il figlio Umberto II luogotenente del Regno e il 5 giugno 1944, dopo la liberazione di Roma, gli affida ufficialmente la Luogotenenza, senza però abdicare.
Esilio e morte di Vittorio Emanuele III ad Alessandria d’Egitto
Vittorio Emanuele III non riesce a rimettere piede nella Roma liberata e il 9 maggio 1946 abdica ufficialmente in favore del figlio, prima dell’appuntamento referendario che cambierà la storia del paese. Quella sera stessa parte per l’esilio egiziano con la moglie Elena e pochi parenti a bordo dell’incrociatore Duca degli Abruzzi. Salendo a bordo dell’imbarcazione pare che abbia sussurrato: “Non si può dire che la mia famiglia sia stata molto fortunata. Mio bisnonno esule, mia padre assassinato, adesso è venuto il mio turno…“.
E’ necessario anche ricordare che in questo elenco manca la secondogenita Mafalda, morta dopo ore di atroci sofferenze nel campo di concentramento di Buchenwald, dove era stata rinchiusa dai tedeschi dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Alessandria d’Egitto è la città scelta dal sovrano per trascorrere l’ultimo periodo della sua vita; qui decide di adottare il titolo di «Conte di Pollenzo». Durante i mesi trascorsi nel paese africano il re visita le zone di guerra dove il Regio esercito ha combattuto pochi anni prima e tra i luoghi oggetto del suo omaggio vi è anche El Alamein.

Vittorio Emanuele III trascorre principalmente le giornate leggendo, praticando la pesca e ricevendo qualche visitatore o parente. Il 23 dicembre 1947 un colpo di freddo gli provoca una polmonite che ne causa il decesso in pochi giorni. Il terzo monarca del Regno d’Italia si spegne alle 14:20 del 28 dicembre, accanto a lui la fedele moglie Elena che gli rimane accanto fino alla fine.
Funerali e sepoltura di Vittorio Emanuele III di Savoia
Il corpo senza vita del piccolo sovrano viene avvolto nella bandiera tricolore che egli aveva sventolato con gioia a bordo del cacciatorpediniere Audace nel giorno in cui si era recato a Trieste nel 1918. Una giornata memorabile non solo per il monarca ma per il paese intero. Il re d’Egitto Faruq dispone che Vittorio Emanuele III riceva dei funerali di carattere militare. Il feretro, collocato su un affusto di cannone e scortato da reparti delle forze armate egiziane, viene salutato da 101 colpi di cannone. Dopo i solenni funerali la salma viene tumulata nella cattedrale cattolica latina di Alessandria d’Egitto.
Per espressa volontà del sovrano, sulla bara non viene consentito di lasciare fiori. A coloro che desiderano rendergli omaggio viene invece consigliato, seguendo le precise indicazioni della regina Elena, di sostenere la comunità italiana di Alessandria. A distanza di decenni, il 17 dicembre 2017, in prossimità del settantesimo anniversario della morte, le spoglie di Vittorio Emanuele III sono state rimpatriate a bordo di un aereo dell’Aeronautica Militare Italiana e tumulate nella cappella di San Bernardo del santuario di Vicoforte, accanto a quelle dell’amata moglie Elena. Per il momento non è stata ancora autorizzata la sepoltura nella tomba nazionale dei re d’Italia, al Pantheon di Roma dove riposano Vittorio Emanuele II e Umberto I.
Vittorio Emanuele III di Savoia, riassunto della vita e del regno
Vittorio Emanuele III (1869–1947), figlio di Umberto I e di Margherita di Savoia, riceve una rigorosa formazione militare e percorre rapidamente la carriera nell’esercito, fino a ottenere nel 1897 il comando del corpo d’armata di Napoli. Nel 1896 sposa Elena del Montenegro. Sale improvvisamente al trono nel luglio del 1900, in seguito all’assassinio del padre, e promuove la svolta liberale dei governi Zanardelli e Giolitti, favorendo in politica estera un prudente riavvicinamento a Francia e Inghilterra, pur restando il paese nel quadro della Triplice Alleanza.
Il sovrano sostiene l’impresa di Libia e appoggia l’intervento italiano nella Prima guerra mondiale, seguendone personalmente l’andamento al fronte. Nel difficile dopoguerra appare manifestare una certa sfiducia nella classe dirigente liberale e adotta un atteggiamento attendista che culmina nel 1922 con il rifiuto di proclamare lo stato d’assedio durante la marcia su Roma e con la decisione di conferire l’incarico di governo a Benito Mussolini. Durante il ventennio fascista il re lega le sorti della monarchia a quelle del regime, accettando la progressiva limitazione delle libertà statutarie e un’anomala diarchia che relega il ruolo della Corona a funzione essenzialmente formale.
In politica estera il sovrano tende a sposare le scelte espansionistiche di Mussolini ma manifesta molti dubbi e perplessità in merito all’ingresso del paese nella Seconda guerra mondiale nel giugno 1940. Nell’estate del 1943, di fronte al collasso del regime e del paese, interviene in modo istituzionale destituendo Mussolini e affidando il governo a Pietro Badoglio. Nella primavera del 1944 decide di affidare la luogotenenza del Regno al figlio Umberto II che diventa poi sovrano il 9 maggio del 1946. Dopo l’abdicazione Vittorio Emanuele III si ritira con la moglie Elena in esilio ad Alessandria d’Egitto, dove muore l’anno successivo.
NOTE:
(1) Silvio Bertoldi a cura di, Savoia. Album dei re d’Italia, Rizzoli Editore, Milano, 1996, pag. 157.
(2) Tanio Romano, I Savoia, la verità: la storia diffamata dei Re d’Italia, 2021, pag.15.
(3) Silvio Bertoldi a cura di, Savoia. Album dei re d’Italia, Rizzoli Editore, Milano, 1996, pag. 159.
(4) Ibidem pag. 160.
(5) Tanio Romano, I Savoia, la verità: la storia diffamata dei Re d’Italia, 2021, pag. 17.
(6) Ibidem pag. 45.
(7) Ibidem pag. 53.
(8) Silvio Bertoldi a cura di, Savoia. Album dei re d’Italia, Rizzoli Editore, Milano, 1996, pag. 175.
(9) Annota Galeazzo Ciano nei suoi diari: “Trovo il Duce indignato con il re. Per quattro volte, durante il colloquio di stamane, il Re ha detto al Duce che prova una infinita pietà per gli ebrei. Il Duce ha detto che in Italia vi sono 20.000 persone con la schiena debole che si commuovono sulla sorte degli ebrei. Il Re ha detto che è tra quelli“.
Consigli di lettura: clicca sul titolo e acquista la tua copia!
- Aldo Mola, Vita di Vittorio Emanuele III: 1869-1947. Il re discusso, Bompiani, 2023.
- Tanio Romano, I Savoia, la verità: la storia diffamata dei Re d’Italia, Youcanprint, 2021.
- Silvio Bertoldi a cura di, Savoia. Album dei re d’Italia, Rizzoli Editore, Milano, 1996.







