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Quando si pensa alla civiltà romana, l’immaginario collettivo evoca quasi sempre legioni in marcia, imperatori sul trono e le maestose rovine del Foro. Eppure, le fonti letterarie e storiografiche dell’antichità – da Svetonio a Marziale, da Plinio il Vecchio a Giovenale – restituiscono un quadro ben più articolato, fatto di rituali mattutini, ossessioni estetiche, vizi inconfessabili e bizzarre consuetudini. La vita quotidiana dei Romani, quella che si consumava lontano dai campi di battaglia e dalle tribune del Senato, rivela aspetti sorprendenti di una società che ha plasmato le fondamenta della cultura occidentale.
Lo ientaculum: la colazione dei Romani
Gli antichi Romani non facevano colazione come la intendiamo noi. Il primo pasto della giornata, chiamato ientaculum, era considerato del tutto trascurabile dalla maggior parte della popolazione. Molti si limitavano a bere un bicchiere d’acqua al risveglio, senza consumare alcun cibo solido, e passavano direttamente alle attività della mattina. Come attestato dalle fonti, persino i militari, a seconda delle mansioni, saltavano lo ientaculum per dedicarsi subito al servizio.
Chi consumava una colazione si accontentava generalmente di alimenti freddi e frugali: il poeta Marziale, nei suoi Epigrammi, descrive un pasto mattutino composto da semplice pane e formaggio, mentre quello di Plinio il Vecchio è definito un piccolo pasto senza pretese (levis cibus). Il medico Galeno, da parte sua, consumava uno ientaculum frugale solo intorno all’ora quarta, corrispondente circa alle nove del mattino. Lo storico Jérôme Carcopino, nella sua celebre opera La vita quotidiana a Roma all’apogeo dell’Impero (1939), conferma che né lo ientaculum né il prandium (il pasto di metà giornata) richiedevano di apparecchiare una tavola, trattandosi di porzioni fredde e sbrigative. Solo i più abbienti potevano permettersi che i servi allestissero nella camera un vassoio con frutta, olive, uova e altre leccornie, trasformando la colazione in un’eccezione di raffinatezza rispetto alla norma.
La rasatura e l’igiene mattutina
Le abitudini igieniche dei Romani al risveglio differivano radicalmente dalle nostre. Raramente ci si lavava appena alzati: si indossava la tunica e si usciva per le occupazioni quotidiane, riservando la cura del corpo ad altri momenti della giornata, principalmente alle terme nel tardo pomeriggio. La rasatura, in particolare, non avveniva in ambito domestico ma presso la bottega del tonsor, il barbiere, una figura centrale della società romana.
Come riporta Carcopino, il tonsor bagnava la pelle del cliente esclusivamente con acqua prima di procedere con la novacula, un rasoio in ferro dalla lama non sempre affilata. L’operazione era spesso dolorosa e persino rischiosa: Marziale, nei suoi Epigrammi, si lamenta ironicamente delle ferite inflitte dal barbiere Antioco, paragonando i segni sul proprio mento a quelli di un pugile in pensione. In assenza di sapone o schiuma da barba, la rasatura procedeva a secco, e data l’inefficacia degli strumenti molti cittadini preferivano semplicemente farsi crescere la barba. L’usanza di radersi a Roma si diffuse a partire dal III secolo a.C., per influenza del mondo greco e macedone: secondo Plinio il Vecchio (Naturalis Historia, VII, 211) e Varrone, fu Publio Ticinio Menea a portare nell’Urbe i primi barbieri dalla Sicilia nel 299 a.C., e Scipione l’Africano fu tra i primi personaggi illustri a farsi radere regolarmente. Giulio Cesare si depilava in tutto il corpo e pretendeva altrettanto dai suoi soldati: come riferisce Svetonio (De vita Caesarum), il dittatore affermò con una punta di orgoglio che i suoi uomini «si profumano, ma combattono bene».
Le botteghe dei tonsores divennero ben presto luoghi di socializzazione, autentici centri di informazione e pettegolezzo, dove i romani si incontravano dall’alba fino all’ora ottava per discutere di affari, politica e novità cittadine. Giovenale, forse con una certa esagerazione, accusava i barbieri di «disturbo alla quiete pubblica» per le urla dei clienti che si levavano a ogni ora del giorno.
La depositio barbae: un rito di passaggio
Un momento particolarmente solenne nella vita di un giovane romano era la depositio barbae, il rito religioso che celebrava la prima rasatura. Questa cerimonia segnava il passaggio dall’adolescenza all’età adulta e assumeva un carattere sacrale: la barba tagliata veniva raccolta e offerta alle divinità, solitamente conservata in un contenitore prezioso. La famiglia organizzava feste e banchetti con amici e parenti per celebrare l’evento.
Le fonti ci tramandano alcuni esempi illustri. Svetonio (De vita Caesarum, Augustus, 79) ricorda come Ottaviano Augusto fece della propria depositio barbae un evento pubblico nel 39 a.C., informandone l’intera città. Nerone, con il suo caratteristico gusto per lo sfarzo, fece deporre la propria prima barba in una pisside d’oro massiccio che venne offerta a Giove Capitolino, secondo quanto riportato sempre da Svetonio nella Vita di Nerone (12, 4).
La vanità maschile: dal tonsor ai trattamenti di bellezza
La cura dell’aspetto fisico era una questione di primaria importanza per i romani benestanti, uomini compresi. Presso la bottega del tonsor non si procedeva soltanto alla rasatura, ma si richiedevano veri e propri trattamenti di ringiovanimento: capelli arricciati con il calamistrum (un ferro riscaldato), tinture per coprire i primi capelli bianchi, profumi orientali e belletti per nascondere i difetti della pelle, in particolare i nei, considerati antiestetici.
Come osserva lo storico Karl-Wilhelm Weeber in Vita quotidiana nell’antica Roma (2003), la cura estetica maschile era socialmente accettata e persino incoraggiata, almeno nelle classi elevate. Personaggi come Giulio Cesare erano noti per la loro meticolosità: Svetonio racconta che il dittatore usava pettinarsi con particolare attenzione per dissimulare la calvizie incipiente, riportando i capelli in avanti sulla fronte. L’imperatore Adriano, al contrario, decise di lasciarsi crescere la barba – un gesto controcorrente che segnò un’inversione di tendenza nell’estetica imperiale – ufficialmente per amore della filosofia greca, ma, secondo alcune fonti, anche per nascondere una cicatrice sul volto.
La bellezza femminile: le ornatrices e l’Ars di Ovidio
Le donne romane benestanti impiegavano ore nella cura dell’aspetto, affidate alle ornatrices, schiave specializzate nella cosmesi e nella acconciatura. Il lavoro di queste figure comprendeva la pettinatura, la depilazione e il trucco, un processo lungo e articolato che Ovidio descrive con dovizia di particolari nella sua opera Medicamina faciei femineae (I cosmetici delle donne), un poemetto didascalico in distici elegiaci nel quale il poeta difende l’uso dei cosmetici da parte delle matrone romane e fornisce ricette per trattamenti di bellezza del viso.
Per ottenere una carnagione pallida, considerata segno di nobiltà, le donne utilizzavano la cerussa, una miscela di biacca (carbonato basico di piombo) mescolata con miele e sostanze grasse, che veniva stesa su fronte e braccia come fondo tinta. Per le guance e le labbra si ricorreva all’ocra rossa o alla feccia di vino essiccata, mentre ciglia e contorno occhi venivano scuriti con la fuliggine (fuligo) raccolta bruciando resine o zafferano. Plinio il Vecchio, nella Naturalis Historia (XXXIV, 176), mette in guardia dai pericoli della cerussa, segnalando la tossicità del piombo contenuto in questo cosmetico diffusissimo.
L’aspetto veniva poi completato con gioielli elaborati: diademi, orecchini, collane (monilia), braccialetti e anelli, spesso impreziositi da pietre preziose importate dall’Oriente. Giovenale, nelle sue Satire (VI), descrive con toni mordaci la vanità femminile, criticando il tempo eccessivo dedicato all’acconciatura e le ornatrices che rischiavano percosse se il risultato non soddisfaceva la padrona.
La passione per il gioco d’azzardo
I romani dedicavano buona parte dell’anno alle festività: secondo le fonti, il calendario della tarda età imperiale prevedeva 45 giorni di feriae publicae, 22 giorni di festività singole obbligatorie, 12 giorni di ludi singoli e 103 di ludi raggruppati su più giorni, per un totale che si avvicinava ai centottantadue giorni annui, ben più della metà del calendario. Durante queste occasioni si svolgevano gare con i cavalli che richiamavano folle di scommettitori negli anfiteatri. Molti si arricchivano, altrettanti si rovinavano.
I giochi più popolari erano i dadi e il gioco delle noci, ma anche par impar (pari e dispari) e capita aut navia (testa o croce), quest’ultimo così chiamato perché le monete romane recavano su un lato la testa di Giano bifronte e sull’altro la prua di una galea. Si utilizzavano astragali, ossicini dal tarso di pecore e capre con quattro facce, oppure tesserae, dadi in avorio, osso o bronzo.
Per evitare imbrogli divenne obbligatorio usare il fritillus, un bussolotto semiconico che rendeva più difficile barare. Nonostante il gioco d’azzardo fosse vietato per legge dalla Lex Alearia, ad eccezione delle Saturnalia, le bische clandestine prosperavano nel retrobottega di taverne e locande.
Persino gli imperatori caddero vittima di questa passione. Svetonio (De vita Caesarum, Augustus, 71) riporta che Augusto perse ventimila sesterzi in una sola partita e in una lettera a Tiberio scrisse: «Mio caro Tiberio, abbiamo passato molto piacevolmente le Quinquatrie, perché abbiamo giocato durante tutti questi giorni e abbiamo fatto scaldare il tavolo da gioco». Nerone scommetteva fino a quattrocentomila sesterzi per lancio, come riferisce sempre Svetonio nella Vita di Nerone (30, 3). Claudio, appassionato ai limiti dell’ossessione, scrisse addirittura un libro sui dadi e, secondo Svetonio (Vita di Claudio, 33), fece adattare il suo carro da viaggio per poter giocare anche durante gli spostamenti. Nella satira menippea Apokolokyntosis attribuita a Seneca, Claudio viene condannato nell’oltretomba a giocare eternamente a dadi con un fritillus forato, destinato a perdere le tesserae per sempre. Insomma, gli antichi romani erano talmente appassionati di gioco, che probabilmente non avrebbero mai avuto bisogno di una guida sui bookmakers con bonus senza deposito: per loro l’incentivo era nel brivido stesso della scommessa, un’attrattiva così irresistibile che né le leggi della Repubblica né i decreti dell’Impero riuscirono mai a domare.
La famiglia romana e la patria potestas
La società romana ruotava attorno alla figura del Pater Familias, il capofamiglia che deteneva la patria potestas, un potere giuridico pressoché assoluto su tutti i membri del nucleo familiare. Come stabilito dalle Leges Regiae attribuite alla tradizione romulea e poi codificato nelle XII Tabulae (451-450 a.C.), il Pater Familias esercitava lo ius vitae ac necis – il diritto di vita e di morte – su figli, moglie e schiavi. Poteva decidere di esporre o abbandonare i neonati indesiderati, ripudiare la moglie e tenere concubine in casa, tutto entro i limiti della legge consuetudinaria.
I matrimoni erano contratti tra famiglie, spesso combinati con intenti patrimoniali e politici. Le ragazze si sposavano in giovanissima età, in genere a dodici o tredici anni – l’età minima legale stabilita dal diritto romano – con uomini significativamente più grandi. L’istituto matrimoniale romano prevedeva due tipologie fondamentali: il matrimonio cum manu, prevalente in età arcaica e fino al III-II secolo a.C., nel quale la donna passava dalla potestas del padre a quella del marito, diventandone di fatto proprietà giuridica attraverso le forme della confarreatio, della coemptio o dell’usus; e il matrimonio sine manu, introdotto progressivamente con le XII Tabulae e poi affermatosi in età tardo-repubblicana, che lasciava alla donna una maggiore autonomia patrimoniale e giuridica, poiché essa rimaneva sotto la tutela della propria famiglia d’origine.
Un’usanza particolarmente significativa riguardava i neonati. Ai maschi veniva posta al collo la bulla, un amuleto protettivo di forma rotonda, solitamente in oro per i figli dei patrizi e in cuoio per quelli dei plebei, che conteneva amuleti contro il malocchio. Alle femmine si attribuiva invece la lunula, un ciondolo a forma di mezzaluna sacro alla dea Diana. Questi oggetti accompagnavano i giovani romani fino all’età adulta: i maschi deponevano la bulla sull’altare dei Lari domestici nel giorno in cui indossavano la toga virilis, intorno ai sedici-diciassette anni; le ragazze la consacravano alla vigilia delle nozze.
A tavola con i Romani: il convivium e le sue regole
La cena, il pasto principale della giornata, rappresentava per i Romani molto più di un momento conviviale: era un rito sociale codificato, con regole precise e consuetudini che oggi ci appaiono quanto meno singolari. Come ricostruisce nel dettaglio lo storico Karl-Wilhelm Weeber, la cena si consumava nel triclinium, la sala da pranzo così chiamata dai tre letti disposti a ferro di cavallo sui quali i commensali si semisdraiavano, poggiando il gomito sinistro su un cuscino e servendosi del cibo con la mano destra.
Durante i banchetti era permesso e addirittura apprezzato il rutto, considerato un gesto di apprezzamento verso il padrone di casa e le pietanze servite. Tuttavia, come riporta un dettaglio significativo tramandato da Svetonio (Vita di Claudio, 32), le flatulenze non godevano della stessa tolleranza: l’imperatore Claudio, notoriamente afflitto da problemi digestivi e aerofagia, prese in considerazione l’idea di emanare un editto che autorizzasse i rumori corporali durante i banchetti, ma il provvedimento, per quanto ne sappiamo, non fu mai promulgato.
Tra i ricchi le cene potevano protrarsi per ore, dalla prima portata (gustatio, con uova, verdure e frutti di mare accompagnati dal mulsum, vino mielato) alla prima mensa (piatti elaborati di carne, pesce e cacciagione) fino alla secunda mensa (dolci e frutta), per concludersi con il comissatio, il simposio dedicato al brindisi e all’intrattenimento, con danzatrici, flautisti, attori comici e acrobati. Gli avanzi e i resti del cibo venivano gettati direttamente sul pavimento del triclinium, dove schiavi e animali domestici si occupavano della pulizia. Questo particolare colpì talmente tanto gli artisti dell’epoca da ispirare il celebre motivo musivo dell’asàrotos oikos, il “pavimento non spazzato”, un genere di mosaico che riproduceva con realismo illusionistico i resti di un banchetto sparsi sul pavimento.
I meno abbienti, invece, mantenevano maggiore compostezza e moderazione nel cibo, consumando i pasti in locande (cauponae) o thermopolia, gli antesignani dei moderni bar, dove si poteva mangiare qualcosa di caldo al bancone, seppur con comportamenti che oggi sarebbero inaccettabili per chi concepisce le buone maniere a tavola.







