CONTENUTO
Gli Stati Uniti dopo la Guerra Fredda
Il carattere di un mondo bipolare, incentrato su Stati Uniti e Unione Sovietica durante la guerra fredda, cessa di esistere con il crollo del gigante comunista nel 1991. Gli Stati Uniti emergono come unica superpotenza. Washington per tutto il Novecento esercita influenza politica, economica e militare, e disegna il nuovo ordine mondiale su un modello di sviluppo basato sul capitalismo liberale e sulla globalizzazione.
Tutto il decennio finale di fine secolo è caratterizzato da una percezione estremamente ottimistica di un’ulteriore ascesa dell’America. Dopo una breve crisi, il periodo che va dal 1992 al 2000 registra un boom economico che porta ad alti livelli di occupazione, ad una crescita -diseguale- dei redditi ed uno sviluppo tecnologico sorprendente. La Silicon Valley californiana è il luogo simbolo della crescita economica e tecnologica americana, con aziende come Microsoft, Amazon e Facebook che diventano le protagoniste indiscusse del periodo d’oro americano.
L’eredità Reaganiana
Per capire l’evoluzione degli Stati Uniti nei successivi decenni, è utile accennare brevemente agli anni ‘80 e alla presidenza Reagan, le cui politiche economiche e la strategia di difesa consolidano il ruolo globale americano. Gli sviluppi futuri ereditano molto dalle scelte reaganiane, che influenzano le presidenze successive. L’era Reagan rientra, insieme a Margaret Thatcher in Gran Bretagna, nella rivoluzione conservatrice che caratterizza l’occidente degli anni ottanta. Fin dalla campagna elettorale Reagan sostiene con entusiasmo una rivoluzione economica, la cosiddetta Reaganomics, che ha come obiettivo il taglio delle tasse, azzerare il deficit pubblico entro il 1985 e rilanciare l’economia tramite l’aumento della produzione. Ciò doveva portare, secondo Reagan, ad un incremento dell’offerta rispetto alla domanda e ad una conseguente riduzione dell’inflazione.
Particolare attenzione viene posta anche sul piano militare, Reagan aumenta le spese per la difesa, ossessionato da un rilancio degli Stati Uniti a livello internazionale, nel 1983 annuncia il progetto di scudo spaziale, il SDI, Strategic Defence Initiative, ribattezzato poi Star Wars e si basava su un sistema di missili per neutralizzare ogni possibile attacco nemico, lo sforzo sul piano bellico ha lo scopo anche di rilanciare il patriottismo in chiave anticomunista. Ben diversi sono i risultati in ambito economico, la reaganomics si è rivelata molto contraddittoria, favorendo principalmente i più ricchi e portando ad un lento declino della classe media.

Da Bush a Clinton
A ricevere il testimone da parte di Reagan è il vicepresidente George Bush, che nel 1988 sconfigge senza particolari problemi il candidato del Partito democratico Michael Dukakis, un politico di origine greca che, grazie al lavoro svolto come governatore del Massachusetts, dove ottiene eccellenti risultati economici, riesce a conquistare la candidatura democratica.
Con la vittoria di Bush nel 1988 e la crisi del blocco sovietico, la destra è dunque all’apice del suo successo. Emblematico è il famoso saggio scritto dal neoconservatore Francis Fukuyama nel 1989 intitolato “La fine della storia?”, la tesi in sintesi è che il modello di sviluppo che si fonda su democrazia liberale e sull’economia di mercato, è ormai diffuso in tutto il mondo, confermando la vittoria dei valori occidentali e di fatto la fine della storia.
Il presidente Bush ottiene importanti successi anche in politica estera: oltre ad eventi favorevoli come il crollo del muro di Berlino e la dissoluzione dell’URSS, è la vittoria nella Guerra del Golfo nel 1991, ai danni dell’Iraq di Saddam Hussein, che consegna agli Stati Uniti il definitivo titolo di leader mondiale e di unica superpotenza rimasta sulla scena internazionale. Si realizza, all’apparenza, il pieno trionfo del reaganismo e della Right Nation, Gli Stati Uniti sono la nazione giusta perché “di destra”, il periodo storico che Charles Krauthammer definisce come “momento unipolare”.
La politica interna per George Bush non è un campo vittorioso come la politica estera, l’economia statunitense durante la presidenza attraversa una fase di crisi, le imprese avviano ristrutturazioni e licenziamenti e Bush deve tener conto del conto economico ereditato da Reagan, risultato di una tendenza culturale che punta più a consumare che a produrre. l’instabilità economica ha effetti anche sulla corsa di Bush verso il secondo mandato. il Presidente in carica è sfidato da William Jefferson Clinton, uomo dell’Arkansas che, dopo delle primarie combattute, riesce ad ottenere la candidatura per la lista del partito democratico e sceglie come vicepresidente il senatore Al Gore Jr. del Tennessee.
La sfida fra Bush e Quayle contro Clinton e Al Gore, vede l’inserimento un terzo sfidante, il miliardario texano H. Ross Perot che sfrutta la preoccupazione per l’economia e per le dimensioni del bilancio federale. Il risultato è una vera doccia gelata per Bush, l’uomo di famiglia ed eroe di guerra sconfitto da Clinton, considerato un donnaiolo e conosciuto per la sua diserzione alla leva. Per un totale del 55% della popolazione votante, la più alta da oltre vent’anni, Clinton conquista 44.908.254 voti popolari e 370 voti elettorali contro i 39.102.343 voti popolari e 168 voti elettorali di Bush, Perot ottiene 19.741.065 voti popolari ma zero voti elettorali.
Clinton si presenta come un sostenitore della terza via tra conservatorismo e il vecchio liberalismo progressista, un’identità politica definita New Democrat. Gli anni di Clinton sono caratterizzati da un nuovo boom economico e dal trionfo della globalizzazione. Una vera è propria rivoluzione è il diffondersi di internet, una rete elettronica con la capacità di connettere milioni di persone e milioni di computer. Questa innovazione crea anche una nuova economia, basata su servizio di informazione e comunicazione digitale e soprattutto da vita alle giant corporation.
Nascono società che fanno dell’internet la loro casa, da Google ad Amazon. Grazie alla rete i prodotti statunitensi acquistano visibilità globale, Bill Gates può essere considerato come il figlio di questa epoca d’oro. Anche i mercati finanziari vivono un periodo florido, i risparmiatori del ceto medio vedono salire le loro azioni, ma la realtà è ben diversa. Il risultato è la creazione di una bolla speculativa che riversa i suoi effetti solo nel 2001, con la scomparsa di centinaia di aziende, più di centomila posti di lavoro, il crollo delle loro azioni e il risparmio dei cittadini.

La politica estera negli anni Novanta: guerre
Gli anni novanta della politica estera americana sono ricordati per un crescente interventismo nelle situazioni di crisi presenti in diversi continenti. La Guerra del golfo, già citata in precedenza, ha il suo inizio il 2 agosto 1990 quando l’Iraq di Saddam Hussein invade il vicino Kuwait che si trova su un importante giacimento petrolifero. Bush convince le Nazioni unite di agire contro l’Iraq, sposta le truppe verso l’Arabia Saudita e guida una vasta coalizione internazionale. Il Congresso autorizza l’uso della forza per far rispettare le risoluzioni ONU e sul finire del 1990 un esercito composto da circa 500.000 uomini, guidato dal generale Norman Scharzkopf, è pronto all’azione.
Il 16 gennaio 1991 inizia ufficialmente l’operazione Desert Storm, la coalizione colpisce con forza l’esercito iracheno che viene rapidamente sconfitto. il 25 febbraio Saddam Hussein accetta il cessate il fuoco, ritira le truppe dal Kuwait e accetta le condizioni ONU per la distruzione delle armi chimiche e batteriologiche. Il Kuwait riacquista la propria indipendenza ma nonostante la sconfitta, Saddam resta al potere in Iraq. Nell’agosto del 1992 Bush schiera le truppe statunitensi in Somalia per proteggere i convogli umanitari destinati ad una popolazione stremata dalla guerra civile e carestie. Tra il 3 e 4 ottobre vengono uccisi 18 soldati americani, Bush risponde con l’invio di 15.000 uomini, poi annuncia il ritiro delle truppe entro il marzo 1994, lasciando all’ONU l’incarico di trovare una soluzione politica.
In questi anni il Congresso rinuncia di fatto al proprio potere costituzionale di dichiarare guerra. Questo consente ai presidenti, in particolare la presidenza Bush e Clinton, di intervenire militarmente in Libano, Grenada, Libia, Kuwait, Somalia, Bosnia, Kosovo e Jugoslavia senza l’autorizzazione diretta del parlamento, giustificando le operazioni attraverso le risoluzioni ONU o NATO. L’atteggiamento statunitense si fa più concreto nel 1999 in merito alla situazione di crisi dei Balcani. La Jugoslavia, ormai ridotta a Serbia e Montenegro, cerca di sedare la ribellione dell’etnia albanese in Kosovo, ma la reazione del presidente Milošević si rivela brutale. In risposta, una NATO ampliata anche alla Polonia, all’Ungheria e alla Cecoslovacchia avvia una massiccia campagna di bombardamenti contro le basi militari jugoslave, ponendo fine ai combattimenti. Milošević viene in seguito processato da un tribunale internazionale per crimini di guerra, ma muore in prigione prima che il verdetto venga pronunciato.
Clinton durante il suo mandato si è impegnato particolarmente anche sul piano dei negoziati, nel 1993 mette fine, momentaneamente, alla questione palestinese. Il governo israeliano riconosce l’Organizzazione per la liberazione della Palestina e tramite la mediazione degli Stati uniti, sigla a Washington un accordo di pace. Le speranze nate dall’accordo si sono rivelate ben presto illusorie, nel 1995 il primo ministro Yitzhak Rabin muore in un attentato, altri gravi attentati terroristici portano alla radicalizzazione e tensione nel medio oriente.
Nuovo millennio: la svolta conservatrice degli USA
Dopo due mandati di Bill Clinton, gli americani entrano nel nuovo millennio con il compito di votare il 43° presidente degli Stati Uniti. Le elezioni del 2000 vedono il repubblicano George W. Bush contro il democratico Al Gore, quest’ultimo favorito. Sorprendente è il verdetto delle urne, giunto al termine di un contenzioso per l’assegnazione dei voti elettorali della Florida, la Corte Suprema assegna la vittoria a George W. Bush il 12 dicembre così il numero dei voti elettorali di Bush arrivò a 271, quelli di Al Gore a 267.
Con Bush jr il nazionalismo conservatore assume la guida del paese grazie al ricorso costante ai temi della destra cristiana. L’idea di nazione che proviene dalla La cultura religiosa popolare, soprattutto quella fondamentalista evangelica, interpretava il passaggio al terzo millennio tramite profezie catastrofiche e visioni apocalittiche che avevano le sue radici nelle origini puritane della nazione americana. Bush si circonda di intellettuali neoconservatori, i cosiddetti neocons, la maggiore novità nel panorama della destra americana dagli anni Settanta, che ispirano la sua amministrazione.
Nella seconda metà degli anni Novanta i neocons pubblicano lettere pubbliche, molti dei firmatari diventano membri dello staff di Bush, invitando gli Stati Uniti a invadere e occupare l’Iraq, sostenere Israele e minacciare altri stati islamici come Siria e Iran. Promuovono la privatizzazione della social security, limiti alla scuola pubblica e ai sussidi di disoccupazione, proponendosi come risposta alla crisi morale e istituzionale delle democrazie occidentali. L’enfasi dei neocons si allinea con i movimenti fondamentalisti cristiani, i principali sostenitori di Bush.
Secondo alcuni sondaggi Gallup del 2001, il 48% degli americani crede nel creazionismo e solo il 28% nell’evoluzionismo; la maggior parte sono sostenitori del Partito Repubblicano, contrari ai matrimoni dello stesso sesso. È la questione morale a garantire a Bush un ampio sostegno nel 2000 e, seppur in calo, anche nel 2004. L’11 settembre 2001 segna una frattura irreversibile. Gli attacchi alle Torri Gemelle e al Pentagono mettono fine all’illusione di un mondo unipolare e sicuro, dominato dagli Stati Uniti.
L’America scopre la propria vulnerabilità proprio nel momento di massimo potere, e il sogno globalista degli anni Novanta lascia spazio a una nuova stagione di paura e controllo. L’evento cambia radicalmente la percezione del ruolo americano nel mondo: dal trionfo del liberalismo alla “guerra al terrore”, dalla fiducia nella globalizzazione al ritorno della sicurezza come priorità assoluta.

La società americana post guerra fredda (1991-2001)
Parallelamente ai cambiamenti politici ed economici, anche la società statunitense degli anni Novanta vive una profonda trasformazione. Il decennio successivo alla fine della Guerra Fredda è segnato da ottimismo, prosperità e fiducia nel futuro, ma anche da nuove disuguaglianze e contraddizioni sociali. La percentuale di afroamericani che negli anni novanta vive in povertà è in continua crescita, così come le famiglie guidate da donne nere sole e di giovani neri che abbandonano la scuola. In sintesi, più di un terzo delle famiglie afroamericane negli anni Novanta è povera.
La rivoluzione dei diritti civili ha dato la possibilità ai neri di abbandonare i quartieri delle metropoli e di spostarsi nei suburbi urbani più agiati. I neri poveri restano nei ghetti urbani che subiscono un processo di degrado e con un elevato tasso di criminalità. Le precarie condizioni nei ghetti si manifestano in modo drammatico con la rivolta di Los Angeles nel 1992 dove la rabbia dei neri americani genera cinque giorni di rivolte. La causa è l’assoluzione di quattro poliziotti, da parte di una giuria composta da soli bianchi, accusati di violenza ai danni dell’ automobilista nero Rodney King nonostante le prove a carico e il filmato che mostra in modo lampante l’arresto e le percosse. La rivolta è anche frutto delle tensioni fra i vari gruppi etnici per questioni legate al mondo del lavoro, con neri ispanici e coreani in concorrenza tra loro.
Il censimento dell’aprile 2000 conta 281.422.000 persone, con un aumento del 13,2%, numeri in continua crescita con l’aspettativa di vita che negli anni novanta è di 76,5 anni. Ci si sposa più tardi, metà dei matrimoni si conclude con un divorzio e l’istituzione familiare inizia ad apparire più fragile. Tre quarti della crescita si concentra negli stati del sud e dell’ovest, con una forte incidenza di asiatici e soprattutto di ispanici. Ad inizio millennio il tema del multiculturalismo occupa il dibattito pubblico americano. Gli Stati Uniti di fine secolo sono un paese dove i conflitti sociali ed etnici erano ancora vivi ed irrisolti e il dibattito sul multiculturalismo si inserisce all’interno di questa cornice.
Il clima che si viene a creare è quello di una evidente polarizzazione: la sinistra denuncia i limiti intollerabili alla libertà di espressione posti dai conservatori, la destra invece condanna l’eccessivo politicamente corretto che proviene dal femminismo e dagli intellettuali radicali, questi ultimi lo hanno inserito nel discorso pubblico, creando di fatto una nuova forma di intolleranza in nome della difesa dei diritti delle donne e delle minoranze. È la crisi dell’universalismo liberale, della tolleranza e dell’assimilazione, sommersi dalle idee di identità nazionale e separatismo culturale, i fondamentalisti conservatori accusano il multiculturalismo di far vacillare una nazione che prima era solida ed unità, così si fa strada una visione più conservatrice che trova forza e terreno fertile soprattutto dopo gli attentati dell’11 settembre 2001.
Riassunto gli Stati Uniti Post Guerra Fredda
Con il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, il mondo bipolare della Guerra Fredda si dissolve e gli Stati Uniti emergono come unica superpotenza globale. Washington impone un ordine fondato sul capitalismo liberale e sulla globalizzazione, mentre l’ottimismo degli anni Novanta alimenta l’idea di un’età dell’oro americana. Negli anni Ottanta, la presidenza di Ronald Reagan imprime una svolta decisiva: tagli fiscali, deregolamentazione e spese militari in crescita danno vita alla Reaganomics.
Il progetto dello Scudo Spaziale (1983), simbolo della corsa agli armamenti, rilancia il patriottismo ma amplia il debito pubblico, rafforzando i ceti alti e indebolendo la classe media. Nel 1988, il vicepresidente George H. W. Bush succede a Reagan e guida gli USA nel momento di massimo dominio: il crollo del Muro di Berlino (1989) e la dissoluzione dell’URSS (1991) sanciscono la vittoria del modello occidentale. La Guerra del Golfo (1991), contro l’Iraq di Saddam Hussein, consacra l’America come “gendarme del mondo”. Tuttavia, la recessione interna e il malcontento popolare aprono la strada al democratico Bill Clinton, che vince le elezioni del 1992 con il messaggio di una “terza via” tra liberalismo e conservatorismo.
Gli anni Clinton (1993–2001) segnano una fase di espansione economica e tecnologica. Internet e la Silicon Valley diventano i simboli della nuova economia digitale. Aziende come Microsoft, Amazon e Google trasformano la cultura e i consumi, ma la crescita produce diseguaglianze e una bolla speculativa che esplode nel 2001. Sul piano internazionale, gli Stati Uniti intervengono in Somalia (1992), Bosnia e Kosovo (1995–1999), confermando un interventismo giustificato da motivazioni umanitarie ma spesso dettato da interessi strategici. Nel 1993, Clinton favorisce gli Accordi di Oslo tra Israele e Palestina, poi vanificati dalla morte di Rabin nel 1995 e dal ritorno del terrorismo in Medio Oriente.
Sul fronte interno, la società americana vive trasformazioni profonde. Il censimento del 2000 registra oltre 281 milioni di abitanti, con forte crescita ispanica e asiatica. Tuttavia, la povertà colpisce oltre un terzo delle famiglie afroamericane, come mostra la rivolta di Los Angeles (1992). Il dibattito sul multiculturalismo divide il paese: la sinistra difende il pluralismo, la destra denuncia il “politicamente corretto”. Le elezioni del 2000 portano alla Casa Bianca George W. Bush, sostenuto dalla destra cristiana e dai neoconservatori, fautori di un nazionalismo morale e interventista. L’11 settembre 2001 segna la fine dell’illusione unipolare: gli attentati alle Torri Gemelle e al Pentagono rivelano la vulnerabilità americana e inaugurano l’era della “guerra al terrore”, in cui la sicurezza diventa il nuovo paradigma globale.
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- Baritono Raffaella, Vezzosi Elisabetta, Oltre il secolo americano? Gli Stati Uniti prima e dopo l’11 settembre, Carocci, Roma, 2011.
- Robert V. Remini, Breve storia degli Stati Uniti d’America, Bompiani, 2017.
- Borgognone Giovanni, Storia degli Stati Uniti. La democrazia americana dalla fondazione all’era globale, Feltrinelli, Milano, 2021.
- Vezzosi Elisabetta, Mosaico americano. Storia degli Stati Uniti, Laterza, Roma-Bari, 2010.







