CONTENUTO
La prima metamorfosi: da eroe della saggezza a demagogo senza scrupoli (Atene, V sec. a.C.)
Quando oggi pensiamo a Ulisse (Odysseus), l’immagine che ci viene in mente è quella scolpita nei poemi omerici: l’eroe dell’Odissea, astuto (polytropos), curioso e instabile viandante, guidato unicamente dal desiderio del nostos, il ritorno alla patria Itaca, alla moglie Penelope e al figlio Telemaco. Eppure, per gli antichi il mito non era un testo sacro immutabile, bensì materia viva, piegata e riplasmata dalle necessità del momento.
Tra il V e il I secolo a.C., la figura di Ulisse subì un vero e proprio stravolgimento: da simbolo della saggezza greca si trasformò prima nella caricatura del politico cinico ateniese, e poi nel nemico pubblico e spietato della propaganda di Roma. Paradossalmente, fu proprio questa sua immagine di distruttore “spietato” a renderlo una figura indispensabile per la nascita della potenza romana. Per comprendere questo fenomeno occorre ricordare che per il mondo antico il confine tra leggenda e storiografia era estremamente sottile. La guerra di Troia non era considerata una favola, ma un evento reale che segnava l’inizio della cronologia storica mediterranea.
Storici romani come Tito Livio (Ab Urbe Condita, I, 1-3) e Dionigi di Alicarnasso (Antichità romane, I, 45-75) fanno coincidere le origini di Roma con la fuga dei superstiti troiani guidati dal principe Enea. In questa gigantesca mappa della memoria antica, Ulisse non fu soltanto l’avversario che rase al suolo Troia, ma l’uomo che, scatenando la rovina dell’Asia Minore, mise in moto gli ingranaggi del destino che avrebbero portato alla fondazione di Roma sulle sponde del Tevere.
La svalutazione della figura di Ulisse non iniziò a Roma, ma nella stessa Grecia. Nell’Atene del V secolo a.C., straziata dalla Guerra del Peloponneso e scossa dall’avvento della scuola sofistica, i tragici come Euripide e Sofocle iniziarono a mostrare il lato oscuro del personaggio. Nelle tragedie l’eroe non è più il viaggiatore spinto da nobile curiosità, ma la caricatura del politico ateniese contemporaneo: un retore cinico, egoista e manipolatore. Nell’Ecuba di Euripide è l’Ulisse che persuade l’esercito a sacrificare la giovane innocente Polissena sulla tomba di Achille:
Ma non rinnegherò quanto pur dissi
a tutti quanti: che, caduta Troia,
convenia la tua figlia al piú gagliardo
degli Achivi immolar, che la chiedeva.
Ché di molte città questa è magagna,
allor che un uom volonteroso e prode
nessun vantaggio sui da meno ottiene […]
In Filottete di Sofocle, invece, addestra l’ingenuo Neottolemo a mentire spudoratamente purché se ne tragga profitto:
Con l’astuzia ottener dunque bisogna
questo: che tu delle invincibili armi
possa far preda. O figlio, io so che l’indole
tua non è tal da macchinare simili
tristizie, o da parlarne. Eppure, cogliere
della vittoria il frutto è dolce. Ardisci.
Opreremo da giusti un’altra volta […]
Gli ateniesi dell’età classica vedevano in Ulisse lo specchio delle proprie ansie politiche. Era l’incarnazione dei demagoghi della polis (come Cleone), maestri di quella retorica sofistica capace di ribaltare il vero nel falso per ottenere il consenso della piazza.
Il Dirus Ulixes e la macchina propagandistica di Augusto (I sec. a.C.)
Se ad Atene l’astuzia di Ulisse si era tramutata in cinismo politico, a Roma si trasformò in un vero e proprio crimine di guerra. L’anello di congiunzione tra l’eroe greco e la storia romana passa inevitabilmente attraverso l’episodio più celebre di tutti: l’inganno del Cavallo di Legno. Raccontato già nell’Odissea e poi ripreso con grandiosa drammaticità da Virgilio nel secondo libro dell’Eneide, l’ingegno di Ulisse portò alla caduta improvvisa della città troiana. Ma è proprio da quelle ceneri che nacque l’effetto domino: costretto a fuggire dalla patria in fiamme, Enea prese il largo verso occidente.

Sarà suo figlio Ascanio a fondare Alba Longa e, molte generazioni dopo, dai suoi discendenti nasceranno Romolo e Remo. Con la fine delle guerre civili e l’avvento del Principato, Ottaviano Augusto commissionò al poeta Virgilio la stesura dell’Eneide, il poema epico destinato a dare a Roma una nuova identità culturale. In questo capolavoro la figura di Ulisse viene definitivamente ribaltata. Virgilio definisce Ulisse con formule pesanti: dirus (“terribile/spietato”), sceleratus (“scellerato”) o fandi fictor (“costruttore di menzogne”). L’eroe greco non vince più per valore o intelligenza strategica (mētis), ma per vigliaccheria e inganno sleale (fraus).
Questa drastica trasformazione rispondeva a due precisi obiettivi politici della propaganda augustea:
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giustificare la conquista della Grecia: presentandosi come i legittimi eredi dei troiani, i romani potevano mostrare al mondo che la sottomissione delle città greche non era una conquista imperiale violenta, ma la giusta vendetta della storia per la distruzione di Troia;
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contrapporre i valori romani a quelli greci: il protagonista Enea divenne il simbolo della pietas, cioè del senso del dovere, della devozione alla famiglia, alla patria e agli dei. Al contrario, Ulisse fu trasformato nell’incarnazione della falsità e della scorrettezza, difetti che la retorica romana attribuiva regolarmente al popolo greco.
Nonostante la condanna morale, la figura di Ulisse era ormai legata a doppio filo alla geografia della penisola italiana. Come analizzato dallo storico e geografo Strabone nella sua Geografia (I, 2; VI, 2), la tradizione antica finì per collocare gran parte del viaggio dell’Odissea lungo le coste italiane: il promontorio del Circeo divenne la dimora della maga Circe, lo Stretto di Messina ospitava i mostri Scilla e Cariddi, le pendici dell’Etna rappresentavano la terra dei Ciclopi. Strabone difende con forza la radice storica di questi luoghi:
Non è affatto vero, come dice Eratostene, che i poeti mirino soltanto a dilettare e non a istruire. Al contrario, i più antichi consideravano la poesia come una prima forma di filosofia […].Eratostene si spinge oltre, affermando che si scopriranno i luoghi dei viaggi di Ulisse solo quando si troverà il calzolaio che ha cucito l’otre dei venti.Ma questo non è affatto esatto. Omero non inventò ogni cosa dal nulla: egli trasferì i fatti storici e reali nel regno del mito, come è costume dei poeti. Egli sapeva benissimo che l’Odissea si svolgeva nel Mar Mediterraneo, e che la Sicilia e l’Italia erano i teatri principali delle peripezie di Ulisse. I coloni successivi, infatti, non hanno applicato a caso i nomi dei Ciclopi, dei Lestrigoni o di Scilla e Cariddi a quei luoghi specifici, ma lo hanno fatto basandosi sui racconti tradizionali che Omero aveva splendidamente rielaborato.
Esistono persino tradizioni storiografiche ancora più dirette. Dionigi di Alicarnasso (Antichità romane, I, 72) riporta la tesi dello storico antico Ellanico di Lesbo, secondo cui Ulisse stesso avrebbe toccato le coste del Lazio, arrivando persino a fondare la città insieme ad Enea, notizia ripresa anche da Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia (III):
Enea giunse in Italia dalla terra dei Molossi insieme a Ulisse e divenne il fondatore della città, alla quale diede il nome di Roma da quello di una delle donne troiane […] Altri dicono che Ulisse e Circe ebbero tre figli: Romo, Anteia e Ardeia. Essi edificarono tre città e imposero a ciascuna di esse il proprio nome: Roma, Anzio e Ardea.
I Romani assorbirono queste leggende per rivendicare l’appartenenza dell’Italia centrale al grande ciclo dell’epica greca.
L’eredità dell’anti-eroe
Anche dopo il periodo augusteo, la cultura latina continuò a confrontarsi con l’ombra di Ulisse. Autori come Orazio (Epistole, I, 2) e Ovidio (Metamorfosi, XIII) ne stemperarono i tratti propagandistici, riscoprendo in lui l’uomo d’esperienza e il formidabile maestro di dizione nell’orazione contro Aiace per le armi di Achille. Tuttavia, il destino storico del mito rimase segnato: senza l’inganno di Ulisse a Troia, Enea non sarebbe mai salpato verso le coste del Lazio e la storia di Roma non avrebbe mai avuto inizio. Ulisse rimase così per la civiltà romana un paradosso fondamentale: il più grande nemico del loro passato, ma al tempo stesso l’inconsapevole artefice del loro futuro.
Fonti Antiche per approfondire
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Omero, Odissea (libri VIII, IX, XII)
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Euripide, Ecuba; Sofocle, Filottete
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Virgilio, Eneide (libri I e II)
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Tito Livio, Ab Urbe Condita (libro I)
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Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane (libro I)
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Strabone, Geografia (libri I e VI)
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Plinio il Vecchio, Naturalis Historia (libro III)
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Orazio, Epistole (libro I, 2); Ovidio, Metamorfosi (libro XIII)







