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Il tumulto dei Ciompi: la rivolta a Firenze del 1378

Nel Trecento Firenze è attraversata da profonde tensioni sociali tra élite ricche, ceti medi e popolo minuto escluso dalla politica. In questo contesto esplode il tumulto dei Ciompi (1378), una rivolta che porta per un breve momento i lavoratori al potere. L’articolo analizza cause, svolgimento e tragica conclusione di una delle più intense esperienze di rivolta sociale medievale.

di Cristina Tortolani
12 Maggio 2026
TEMPO DI LETTURA: 13 MIN
Piazza della Signoria in un quadro del XVIII secolo, la piazza (all'epoca chiamata dei Priori) fu il principale teatro del tumulto dei Ciompi

Piazza della Signoria in un quadro del XVIII secolo, la piazza (all'epoca chiamata dei Priori) fu il principale teatro del tumulto dei Ciompi

CONTENUTO

  • Il dominio del popolo grasso e l’esclusione sociale 
  • La guerra contro il papa e la crisi politica 
  • 22 giugno 1378: l’esplosione della rivolta 
  • Firenze: una città sospesa tra paura e speranza 
  • Il tumulto dei Ciompi e la presa del potere a Firenze
  • La caduta dei Ciompi
  • Una tragica sconfitta per i Ciompi
  • Tumulto dei Ciompi, riassunto degli eventi

Il dominio del popolo grasso e l’esclusione sociale 

Dal 1343 il popolo grasso – cioè i borghesi più ricchi, organizzati nelle arti maggiori – rafforza definitivamente il controllo politico sulla città di Firenze. Introduce il sistema delle imborsazioni: i candidati vengono estratti a sorte da apposite borse, in un meccanismo che sembra casuale ma è in realtà attentamente controllato. Gli imborsati sono scelti tra gli esponenti del popolo grasso, ma restano sottoposti al controllo vigile della magistratura della Parte Guelfa, ossia i magnati, cioè gli antichi nobili fiorentini, che può eliminare i nomi sgraditi dichiarando i cittadini “ghibellini”.

Il nuovo assetto di governo affida il potere al Gonfaloniere di Giustizia e ai Priori delle Arti. Il popolo grasso si avvicina così ai magnati, beneficiando di privilegi prima riservati all’aristocrazia, mentre i nobili continuano a influenzare il sistema. Le arti minori, invece, rappresentano i commercianti e artigiani meno ricchi, con un peso politico inferiore, mentre il popolo minuto – la parte più numerosa della popolazione – resta escluso da ogni rappresentanza. In questo equilibrio, duro e profondamente diseguale, a comandare è chi ha più ricchezza, cioè il popolo grasso, che cerca da un lato di limitare il potere dei magnati, ancora presenti e influenti e dall’altro di escludere il popolo minuto dalla vita politica.

La guerra contro il papa e la crisi politica 

Nel 1375 Firenze, roccaforte guelfa, intraprende una guerra contro il papa. Una richiesta di grano viene respinta e interpretata come un tentativo di indebolimento. Nasce, per iniziativa del governo cittadino nelle mani del popolo grasso, la magistratura speciale degli Otto di Guerra, che poi assumono il nome provocatorio di Otto Santi. Nel 1376 papa Gregorio XI scomunica i fiorentini, aggravando la crisi. Nel 1378 Firenze accetta di pagare per ottenere la revoca della scomunica, ma il conflitto resta aperto. 

In questo contesto turbolento emerge la figura di Salvestro Alamanno de’ Medici, priore e Gonfaloniere di Giustizia, sostenitore convinto degli Otto. Propone di rafforzare gli ordinamenti contro le ingerenze dei magnati, ma la proposta viene respinta, segno evidente di un equilibrio politico fragile e conflittuale. Così, quando i priori non accettano la richiesta di Salvestro di limitare il potere della nobiltà fiorentina nelle scelte politiche della città, si rivolge allora alla Consulta del popolo, composta dalle arti minori: inizialmente non ottiene sostegno, ma quando i magnati, venuti a conoscenza delle sue intenzioni, si armano e si radunano nel palazzo della Parte Guelfa, anche le arti minori, spinte da paura e determinazione, prendono le armi in sua difesa.

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Tumulto Ciompi

22 giugno 1378: l’esplosione della rivolta 

Il 22 giugno 1378 la situazione precipita rapidamente e in modo incontrollabile: la folla, agitata, furiosa e carica di tensione, si riversa in piazza della Signoria e incendia le case di alcuni esponenti del popolo grasso. Alle arti minori si unisce la massa crescente e disordinata di operai, lavoratori e salariati che, in quanto popolo minuto, è priva di rappresentanza.  

Seguono saccheggi, violenze, disordini: la città si trasforma in un teatro acceso e drammatico di rivolta, dove rabbia, disperazione e desiderio di cambiamento esplodono senza più controllo. L’ordine viene ristabilito entro sera, con una durezza rapida e implacabile: alcune esecuzioni capitali segnano la fine immediata della rivolta, come un monito inciso nel sangue. Eppure, la città non torna davvero alla normalità. L’aria resta pesante, sospesa, carica di paura e di rancore trattenuto.

Firenze: una città sospesa tra paura e speranza 

Nei giorni successivi Firenze sembra trattenere il respiro. Le botteghe rimangono serrate come occhi diffidenti, le strade si svuotano, e i ricchi si chiudono nelle proprie case come in fortezze silenziose, temendo ancora l’eco della rivolta. Perfino la solenne festa di san Giovanni Battista, celebrata il 24 giugno, viene sospesa: un’interruzione che pesa come una ferita aperta nella vita della città.  

Il governo risponde con la forza, procedendo ad arresti mirati dei rivoltosi, mentre tenta di ricostruire un ordine che appare fragile, quasi artificiale. Il 1° luglio vengono eletti i nuovi priori, ma senza il consueto suono delle campane: un silenzio innaturale accompagna il passaggio del potere, come se anche la città avesse perso la sua voce. Eppure, il popolo non si è placato. Sotto la cenere, il fuoco non si spegne: si alimenta. Anzi, dopo i disordini, cresce una nuova e più consapevole coscienza della propria forza. Tra gli strati più umili matura una speranza feroce e ostinata: quella di una nuova insurrezione, più organizzata, più decisa, capace finalmente di strappare un riconoscimento politico e l’accesso alla vita pubblica della città.  

Gli storici hanno letto in questi eventi il segno di una trasformazione profonda: la nascita di una volontà collettiva, quasi un urlo sociale che si organizza, che si riconosce come classe e tenta di farsi azione, cambiamento, rottura. Non solo protesta, ma desiderio di riscrivere l’ordine di Firenze. Tuttavia, dietro questa lettura, resta una tensione più ambigua e spigolosa. Non si può ignorare che la rivolta sembra anche inserirsi in un gioco politico più grande, dove il malcontento delle masse diventa strumento, leva, forza da orientare. 

 In questo quadro, emerge l’ombra di una strategia sottile: il riaccendersi delle tensioni popolari appare utile a Salvestro de’ Medici per consolidare consensi e rafforzare la propria posizione nello scontro con la Parte Guelfa. Così, tra slanci di emancipazione e calcoli politici, Firenze resta sospesa su un filo teso: una città viva, inquieta, attraversata da una rabbia che non si spegne e da una speranza che non accetta di morire.  

Una bottega della lana

Il tumulto dei Ciompi e la presa del potere a Firenze

La notizia di una nuova e più ampia insurrezione arriva fino a Palazzo Vecchio, dove i priori ordinano nuovi arresti. Questa volta viene fermato Simoncino di Bartolomeo, che, dopo essere interrogato e sottoposto a tortura, conferma che i rivoltosi stanno preparando una sommossa per il giorno seguente, con l’obiettivo di avanzare alcune richieste. Sebbene l’interrogatorio si svolga in segreto, un orologiaio, Niccolò degli Oriuli, che si trova a Palazzo Vecchio per una riparazione, percepisce quanto sta accadendo. Uscito all’alba, inizia a gridare per le strade che i priori stanno torturando e uccidendo le persone. Le sue grida allarmano la popolazione che si arma rapidamente per difendersi.

È il 20 luglio, giorno scelto dai rivoltosi per l’insurrezione. Il popolo armato si raduna in piazza della Signoria, dove trova già schierati i mercenari dei priori. Tra i presenti emergono gli operai della lana, che da quel momento vengono indicati in modo dispregiativo con il nome di “Ciompi”. Vista l’assenza del sostegno delle arti maggiori, i priori decidono di liberare gli arrestati nel tentativo di calmare la situazione. Tuttavia, la folla, guidata dai Ciompi, è ormai fuori controllo e assalta le case dei ricchi, senza però saccheggiare. Anche le arti minori, pur non condividendo gli stessi obiettivi del popolo minuto, entrano in azione, accomunate da un antico rancore verso i magnati. Durante gli scontri alcuni ribelli assaltano la casa del Gonfaloniere di Giustizia, sottraendogli il gonfalone: il suo possesso conferisce legittimità alla protesta.

Il 22 luglio viene assaltato il palazzo del Bargello, dal quale il podestà riesce a fuggire illeso. Nel frattempo, l’Arte della Lana prende le distanze dalla protesta dei propri lavoratori. I rivoltosi fanno del Bargello la loro sede e da lì avanzano le richieste, distinguendo tra quelle delle arti minori e quelle del popolo minuto. Le arti minori chiedono una maggiore limitazione del potere della Parte Guelfa e il reintegro degli esclusi dalle cariche pubbliche. 

Il popolo minuto chiede invece la riduzione delle tasse, la garanzia di non essere perseguito penalmente, una sede per le assemblee e soprattutto la possibilità di costituirsi in Arte, con accesso alle imborsazioni ed elezione di due propri priori. Inoltre, chiedono di poter ottenere la carica di Gonfaloniere di Giustizia e di abolire quella dell’Ufficiale Forestiero della Lana. I priori, assediati, accettano tutto e fuggono. È l’inizio del tumulto dei Ciompi. La folla assalta Palazzo Vecchio e la violenza si concentra contro i simboli del potere: l’odiato messer Nuto, funzionario di polizia che aveva perseguitato i popolani, viene impiccato per i piedi e il suo corpo viene poi mutilato. 

Piazza della Signoria in un quadro del XVIII secolo, la piazza (all’epoca chiamata dei Priori) fu il principale teatro del tumulto dei Ciompi

Nel caos generale, il gonfalone di giustizia finisce nelle mani di un lavoratore, Michele di Lando. È un momento decisivo e quasi simbolico: il potere non viene assegnato da un’elezione formale, ma “passa di mano” nel mezzo del disordine. Il popolo, infatti, non sceglie Michele attraverso un voto organizzato, ma lo riconosce come guida nel momento stesso in cui si trova a reggere il gonfalone, cioè il simbolo del potere legittimo. Da quel gesto nasce la sua autorità: un lavoratore comune, senza cariche ufficiali, si ritrova improvvisamente al centro della città.

Michele di Lando, cardatore di lana, viene così identificato come capo del movimento quasi per necessità, più che per designazione. Il suo ruolo nasce quindi in modo spontaneo e immediato, dentro il vuoto di potere lasciato dai priori. In assenza delle autorità, Michele di Lando governa la città, anche se il suo mandato dura solo due giorni. Non è un potere stabile, ma una gestione d’emergenza, in una Firenze ancora in pieno tumulto.  

Il 26 luglio la città di Firenze sembra finalmente tornata alla normalità: le botteghe riaprono, le strade si rianimano e i cittadini riprendono lentamente le proprie attività quotidiane, come se la tempesta fosse passata. Nei giorni successivi, il governo dà attuazione anche alle richieste del popolo minuto, riducendo la pressione fiscale ed eliminando la figura dell’Ufficiale Forestiero dell’Arte della Lana. Ai lanaioli, però, viene imposto un rigido obbligo produttivo di 2.000 panni al mese, per evitare chiusure strategiche e contenere la crisi economica. 

I rivoltosi decidono quindi di procedere subito a nuove elezioni. Viene stabilito un nuovo equilibrio politico: tre priori tra le Arti maggiori, tre tra le Arti minori e tre tra il popolo minuto. Per la prima volta, tutte le componenti sociali partecipano formalmente al governo della città. Il popolo minuto si organizza a sua volta in tre nuove Arti: l’Arte dei Farsettai, l’Arte dei Tintori e l’Arte dei lavoratori della Lana. Quest’ultima è la più importante, perché raccoglie i Ciompi, protagonisti della rivolta, che si definiscono anche “Arte del popolo di Dio”, con un nome che rivendica dignità e riconoscimento politico. In queste tre Arti vengono riunite circa 13.000 persone, una massa paragonabile alla popolazione di un moderno comune italiano.

La caduta dei Ciompi

Ma quella normalità è fragile, quasi illusoria. Sotto la superficie, la tensione non si è mai davvero spenta. Il popolo minuto continua a premere sul governo con nuove richieste, sempre più insistenti, mentre Michele di Lando comincia a essere guardato con crescente diffidenza: da una parte per la sua vicinanza al popolo grasso, dall’altra per le misure repressive adottate contro le violenze rivolte ai nobili. Anche le Arti, che avevano sostenuto il nuovo assetto, iniziano a interrogarsi con inquietudine sulla scelta compiuta. 

È in questo clima che il malcontento riaffiora, più profondo e più amaro di prima. E la ferita più grande è proprio questa: non arriva da un nemico esterno, ma da chi aveva creduto in quel cambiamento. Lo stesso popolo che aveva lottato per un nuovo ordine si ritrova ora diviso, disorientato, deluso. Si riunisce in assemblee segrete non più con entusiasmo, ma con preoccupazione, quasi con smarrimento, per decidere come reagire a ciò che sta accadendo.

Il 27 agosto viene istituita una commissione, gli “Otto Santi del popolo di Dio”: otto Ciompi incaricati di controllare e approvare ogni decisione dei priori prima della sua esecuzione. È un passaggio che segna una svolta inquietante. Quella che era nata come una rivolta per l’uguaglianza, carica di speranza e di riscatto, si trasforma progressivamente in qualcosa di profondamente diverso: un sistema chiuso, controllato, sempre più rigido. La promessa di libertà si incrina e lascia spazio a una realtà amara, quasi paradossale, in cui il potere appena conquistato smette di liberarsi e inizia a dominare. È il momento in cui la rivoluzione smette di essere sogno e diventa, per molti, delusione.  

Il 29 agosto lo strapotere dei Ciompi diventa evidente a tutti. Durante le nuove elezioni dei priori, i nomi estratti vengono annunciati davanti a Palazzo Vecchio, ma non sono più davvero decisi dalla sorte: i Ciompi possono accettarli o respingerli, condizionando direttamente le nomine e svuotando di fatto il sistema. La sensazione che attraversa la città è profonda e amara: non si è più davanti a una conquista condivisa, ma alla nascita di un potere nuovo, inatteso e per molti tradito. Firenze scopre così che anche le rivoluzioni, quando si spezzano dall’interno, possono trasformarsi in qualcosa di molto diverso da ciò per cui erano nate. 

Due rappresentanti degli Otto Santi del popolo di Dio cercano di ottenere con la forza il giuramento di fedeltà dei priori, ma il 31 agosto lo stesso Michele di Lando reagisce con decisione: ferisce i due emissari e li accusa pubblicamente di voler minare dall’interno il movimento dei Ciompi. Approfittando della tensione, i priori radunano in piazza della Signoria tutte le Arti contro i Ciompi. La reazione è violenta e improvvisa: si avventano contro di loro, mentre da Palazzo Vecchio piovono frecce e pietre.

Anche le nuove Arti dei Farsettai e dei Tintori, nate da quella stessa speranza di riscatto, si scagliano contro i Ciompi, tradendo. È il momento più amaro: il popolo si spezza, si divide, si rivolta contro sé stesso. Il giorno dopo si chiude definitivamente la parabola dei Ciompi. L’Arte del popolo di Dio viene abolita e Firenze torna sotto il controllo del popolo grasso. Anche i due priori che rappresentavano il popolo minuto si dimettono: ogni conquista svanisce, ogni voce si spegne. 

Una tragica sconfitta per i Ciompi

Nei primi giorni di settembre la repressione è dura, spietata: molti Ciompi vengono arrestati, processati e condannati a morte. Nel 1382, quando ormai tutto sembra lontano, quasi irreale, come un sogno mai esistito, vengono sciolte anche le Arti dei Farsettai e dei Tintori. Nello stesso anno viene reintrodotta la figura dell’Ufficiale Forestiero dell’Arte della Lana, che torna a vessare e torturare i lavoratori secondo la volontà dei padroni.

I magnati ristabiliscono così il loro dominio e continuano a governare la città fino alla metà del XV secolo, quando i Medici instaureranno la loro signoria. Resta solo un’eco lontana di quei giorni: una speranza feroce e ostinata, spezzata nel giro di poche settimane. Quella dei Ciompi non è solo una rivolta sconfitta, ma il tramonto di un sogno collettivo, nato dalla miseria e finito nel sangue, lasciando dietro di sé un silenzio pesante, carico di disillusione.

Tumulto dei Ciompi, riassunto degli eventi

Dal 1343 il popolo grasso – cioè i borghesi più ricchi organizzati nelle arti maggiori – consolida il controllo politico su Firenze, introducendo le imborsazioni, un sistema solo apparentemente casuale ma in realtà controllato, che assegna le cariche al Gonfaloniere di Giustizia e ai Priori delle Arti. I magnati (antichi nobili fiorentini) e la Parte Guelfa sorvegliano il sistema ed eliminano i nomi sgraditi, mentre le arti minori restano subordinate e il popolo minuto è escluso dalla politica.

Nel 1375 Firenze entra in guerra contro il papa: una richiesta di grano respinta innesca il conflitto. Il governo del popolo grasso crea gli Otto di Guerra (poi detti Otto Santi), ma la crisi peggiora con la scomunica del 1376 di Gregorio XI. Nel 1378 Firenze paga per revocarla, senza però risolvere le tensioni. In questo contesto emerge Salvestro de’ Medici, che tenta di limitare il potere dei magnati. La sua proposta fallisce: il sistema resta instabile e dominato dal popolo grasso, che però non riesce a eliminare del tutto l’influenza nobiliare né a integrare il popolo minuto.

La crisi esplode il 22 giugno 1378, quando la rivolta si diffonde a Firenze: incendi, scontri e violenze coinvolgono il popolo minuto insieme alle arti minori. La repressione è immediata e dura, ma la tensione resta altissima. Tra il 20 e 22 luglio 1378 scoppia il tumulto dei Ciompi: il popolo minuto, escluso dalla politica, si organizza e conquista temporaneamente il potere. Nascono nuove richieste (tasse, rappresentanza, nuove Arti), e i priori cedono. Michele di Lando diventa guida improvvisata e viene istituito un nuovo equilibrio politico che per la prima volta include anche il popolo minuto.

Il fragile compromesso dura poco. Tra agosto e inizio settembre 1378 il movimento si divide: il potere dei Ciompi si trasforma in controllo interno e repressione. Il 31 agosto lo scontro finale segna la rottura definitiva. Subito dopo, la rivolta crolla: l’Arte del popolo di Dio viene abolita e Firenze torna al controllo del popolo grasso. Le repressioni eliminano i Ciompi e nel 1382 vengono sciolte anche le nuove Arti. Il risultato è il ritorno dell’ordine precedente: i magnati e il popolo grasso ristabiliscono il loro dominio, mentre il popolo minuto torna escluso. La rivolta si chiude così come un grande sogno collettivo spezzato, nato dalla miseria e concluso nel sangue.

Bibliografia e sitografia

  • Barbero A., All’arme! All’arme! I priori fanno carne!, Collana I Robinson, Roma-Bari, Laterza, 2023.
  • Franceschi F., I “Ciompi” a Firenze, Siena e Perugia, in M. Bourin, G. Cherubini, G. Pinto (a cura di), Rivolte urbane e rivolte contadine nell’Europa del Trecento. Un confronto, Firenze, Firenze University Press, 2008. 
  • Enciclopedia Treccani, Dizionario di Storia / Enciclopedia online, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, consultato il 21 aprile 2026, https://www.treccani.it/enciclopedia/. 

3 libri consigliati sull’argomento

  • Screpanti, L’angelo della liberazione nel Tumulto dei Ciompi: Firenze, giugno-agosto 1378, Tedaliber, Firenze, 2021.
  • Petralia G., Mobilità negate: intorno al tumulto fiorentino detto dei “Ciompi”, in La mobilità sociale nel Medioevo italiano, vol. 4, Cambiamento economico e dinamiche sociali (secoli XI – XV.), a cura di S. M. Collavini e G. Petralia, Pisa, Pacini Editore, 2020, pp. 235–272.
  • Lester J., Spogliateci tutti ignudi: i quaranta giorni che sconvolsero Firenze, e perciò il mondo, nel 1378, preceduto dal testo La nascita del giullare di Dario Fo e con un post scriptum di José Saramago, Bologna, Pendragon, 2015.

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  • Barbero A., All’arme! All’arme! I priori fanno carne!, Collana I Robinson, Roma-Bari, Laterza, 2023.
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Tags: Medici
Cristina Tortolani

Cristina Tortolani

Laureata magistrale in Filologia Moderna, è insegnante abilitata nelle materie letterarie nella scuola pubblica.

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