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Thomas Mann: un’attività intellettuale incessante

Figura centrale della cultura europea del Novecento, Thomas Mann attraversa tre vite e tre stagioni spirituali: dal nazionalismo conservatore delle Considerazioni di un impolitico, alla maturazione democratica de La montagna incantata, fino all’impegno civile dell’esilio e dell’Appello alla Ragione. In un’epoca segnata da crisi politiche e morali, Mann cerca di guidare la coscienza tedesca verso la libertà e la responsabilità.

di Giuseppe Moscatt
15 Ottobre 2025
TEMPO DI LETTURA: 20 MIN
Thomas Mann

Thomas Mann

CONTENUTO

  • Le tre vite di Thomas Mann (1918 – 1939). Quando un intellettuale tenta di influenzare il destino di una Nazione
  • 1918-1921. Dalle considerazioni di un impolitico a Cane padrone
  • 1922-1928. La svolta democratica e La montagna incantata
  • 1929-1939. Dalla crisi economica e morale all’esilio verso gli Stati Uniti

Le tre vite di Thomas Mann (1918 – 1939). Quando un intellettuale tenta di influenzare il destino di una Nazione

Non è la prima volta che un intellettuale abbia pensato di influenzare la Nazione tedesca. Nel ‘700 fu la volta di Goethe e nel primo ‘900 sarà Thomas Mann a farlo. 1918-1919, la prima vita reazionaria nazionalista con Le considerazioni di un impolitico. 1920-1928, la svolta democratica con La Montagna incantata; 1929-1939, con i discorsi Un appello alla Ragione e attenzione, Europa; Europa; il saggio Spagna, 1937; Misura e valore, 1938; La certa vittoria della democrazia, 1938. Una terza vita d’esilio europeo come preludio del futuro americano ed inizio del suo attivismo politico.

1918-1921. Dalle considerazioni di un impolitico a Cane padrone

E’ noto che dopo l’estate del 1918, appena pubblicato il lungo saggio storico critico Considerazioni di un impolitico – una spumeggiante filippica filonazionalista, un atto d’accusa alle Potenze della Triplice Intesa, colpevoli di avere circondato ed intimidito il popolo tedesco, ultimo baluardo della Kultur naturale aggredita dall’arida zivilisation democratica, senza spirito ed ultratecnicizzata da un capitalismo teso al profitto individuale – Mann si ritirò a Monaco, in un villino di Poschingerstrasse, quartiere borghese oggi Bogenhausen, a pochi passi dal centro storico. Qui iniziò a meditare sul saggio provocatorio di cui si è premesso, fortemente intriso di una filosofia della storia conservatrice e nazionalista, un coacervo di idee filonietzschiane, dove la civiltà occidentale veniva vista inquinata da un materialismo democratico cosmopolita che ha nella Francia socialista e nella Gran Bretagna utilitarista e capitalista, due mostri che stanno divorando lo spirito naturale germanico, il Pacifismo e l’Ateismo, generatori della crisi spiritualista della cultura tedesca. Una metastoria simbolica panborghese che Romain Rolland, Benedetto Croce e John Atkinson Hobson – senza contare i giovani Hesse e Russell – tutti liberali o socialisti democratici seppelliscono di critiche. Perfino il fratello Heinrich, un distinto scrittore realista già famoso, oppone non poche osservazioni in difesa dei diritti civili e democratici presi di mira del fratello, col quale già da qualche tempo sono insorte questioni personali legate al comune amore per la giovane Katia Pringsheim, che nel 1905 lo sposa e gli dà sei figli.

In queste dolce rifugio familiare, torna a scrivere una novella, Cane e padrone nel 1919 e soprattutto i suo Diari da cui ora trarre nuovi passaggi di un periodo di riflessioni personali che la novella predetta simbolicamente anticipa. Annota, fin dal 1918, che il Tribunale della Rivoluzione aveva ormai sentenziato, il Reich è caduto! Infatti il 21 dicembre del 1918, il 10° congresso dei Consigli degli operai e dei soldati, sotto la guida del Partito socialdemocratico, prenderà atto dell’abdicazione del Kaiser Guglielmo e proclamerà la Repubblica, nonché indirà l’assemblea costituente a Weimar e le imminenti elezioni generali. Però a giudizio di Mann, già con una punta di sgomento ed una evidente ironia, segnala l’imminente reazione comunista che invano ha proposto il passaggio dei poteri al Consiglio stesso senza ulteriore mediazione. Passata la tempesta rivoluzionaria (1919 – 1921) e superate le diverse trepidazioni sul futuro politico della Nazione; Mann, nel suo diario di quegli anni tumultuosi, aggiunge: per dirla tutta, magari è possibile che io sia ucciso per le mie opinioni sulla guerra.

E’ una paura non infondata perché legata alle citate Considerazioni. E risulta rassegnato al fatto che la bandiera rossa svetterà a Berlino .. ma spero che una controrivoluzione ci salverà.… Epperò matura in lui la nuova convinzione della inevitabile caduta del vecchio Impero per una Repubblica però moderata. Ricorda che già nei Buddenbrook ha ironizzato sulla rivoluzione del 1848 a Lubecca (oh sì, Signori Consiglieri Rivoluzionari, sia ora Benedetta la Repubblica, ora e per sempre…). Ed è successo per davvero.

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Quasi una nuova realtà che Mann ripeterà nel Doctor Faustus del 1947, un clima sociale che appunto aleggia nel romanzo del secondo dopoguerra. Sono questi per Mann gli effetti della classe borghese tedesca, in buona parte favorevole alla Prima Guerra Mondiale. Sono anni difficili: i suoi diari di quegli anni sono densi di osservazioni sulle squadracce rosse che assaltano i negozi; di scontri violentissimi fra i gruppi di destra ex militari e gli Spartachisti filobolscevichi, come avviene nell’Italia di Nitti, Giolitti, Mussolini e Salvemini, che lasciano sgomenti Croce, Gentile, Pirandello ed un critico letterario Giuseppe Borgese che entrerà a far parte della famiglia Mann quando i due faranno vita da esuli in America.

Un’epoca che Mann rivivrà fra il 1931 ed il 1933 e che lo spingono intanto a rivedere la sua Metapolitica delle Considerazioni, quando l’unità del popolo tedesco è ben lontano dal far West che lo circonda, come sconsolato scrive una sera del 1920 al fratello Heinrich – da quasi un decennio in rotta di collisione perché questi si è schierato con il pensiero democratico filofrancese e per di più forse più famoso nel pubblico per un romanzo neorealista (Il suddito) che ha riempito le vetrine delle librerie europee, senza contare una certa influenza cinematografica che questi avrà quando un altro suo romanzo (Il professor Unrat) apparirà sugli schermi nel 1930 col titolo L’angelo azzurro, capolavoro del cinema neoliberista. Thomas però si macera per questa rottura familiare. Era una testa dura, ma era il momento di cambiare atteggiamento…. perché il pensiero di quella lunga separazione lo opprimeva, un fardello esistenziale che doveva essere deposto…Nondimeno, all’inizio dal 1919, quando apprende della morte violenta dei due campioni dello spartachismo – Rosa Luxemburg e Karl Liebknect – per mano di sicari dei Corpi Franchi di destra, è sprezzante. Se l’erano cercata…..Ma di fronte all’elezione di Ebert, socialista moderato, come primo Presidente delle Repubblica di Weimar, Mann è un po’ meno scettico.

Sebbene plauda al movimento della Rivoluzione Conservatrice, che fin dal 1921 nega la modernizzazione, la razionalità illuministica, il liberalismo dei diritti civili, il Parlamentarismo ed il Capitalismo finanziario, tale è l’ideologia predicata dai nazionalisti intellettuali di seconda generazione (Jünger, Hoffmannsthal, Kantorowicz, giovani scrittori e storici) ma anche figlia primogenita delle sue Considerazioni. Mann però capisce che una logica di muro contro muro non può durare e che la borghesia imprenditrice ha bisogno di stabilità e di pace sociale. Se ha apprezzato il ruolo repressivo dei Corpi Franchi nella guerra contro le guardie rosse spartachiste, che hanno però insanguinato le strade di Monaco a pochi passi dalla sua villetta: è però perplesso, soprattutto mentre discute con l’economista Walther Rathenau sul futuro della Germania democratica.

Thomas Mann

1922-1928. La svolta democratica e La montagna incantata

Mann ormai nel 1922 ha posto un punto fermo sul passato e desidera un mondo di pace dopo gli orrori della guerra civile, una prosecuzione dietro l’angolo della tremenda guerra di trincea. E’ il momento – sollecitato anche dall’amico Hermann Hesse – di accettare quella democrazia che avanza. Egli che è rimasto un intellettuale di prestigio – l’ultima sua operetta, Cane e padrone del 1918/1919 ha avuto un discreto successo editoriale nella misura in cui ha soddisfatto la domanda di ricerca del sé interiore proprio nel rapporto con il fido animale, come l’amico Freud gli ha prospettato nel carteggio con lui intavolato fin dal 1917.

Ma ora medita di ritornare nella mischia politica. Un altro giovane scrittore, legato al movimento della Rivoluzione Conservatrice, Oswald Spengler, ha pubblicato un robusto saggio storico, Il tramonto dell’occidente, dove si ribadisce quello che egli stesso ha denunziato nelle Considerazioni: nel mondo classico, primeggia la retorica. Nel mondo moderno, sventola il giornalismo, cioè la propaganda concreta del principio astratto di civilizzazione, il cui effetto è il denaro, la merce più sporca che possa inquinare l’acqua più limpida della Natura. Da qui Spengler declina il filo rosso morfologico di ogni Storia del mondo: nascita, sviluppo e decadenza di ogni società del mondo. Il tutto in una cornice di nostalgia e di decadenza, se non di morte. Una sequela vincolata e generale di destino ineluttabile che Mann non può accettare. Nelle sue Considerazioni lo spettro del destino immutabile viene spezzato via dalla speranza di una popolo buono che sarebbe comunque risorto dopo una lunga, ma vittoriosa marcia del popolo, che alla fine avrebbe riconquistato la Kultur identitaria.

In concreto, Mann fu uno dei primo ad approvare con entusiasmo il Trattato di Rapallo fra Germania ed Unione Sovietica (16 aprile 1922), dove quest’ultima non solo rinunzia a qualsiasi richiesta di danni di guerra, ma anche – per effetto delle aperture di Rathenau e Čigorin il ministro degli Esteri di Lenin – inaugura un regime di accordi commerciali fra le due Nazioni, annullando per primi ogni forma di embargo e di sanzioni reciproche. Un segnale positivo per l’economia tedesca, flagellata dalla carestia connessa alla Grande Guerra e poi alla guerra civile, senza contare l’enorme debito pubblico derivato dagli esorbitanti danni di guerra fissati a Versailles e che i Francesi vogliono a tutti i costi, aspettando in cambio come garanzia gli impianti industriali situati sulla riva sinistra del Reno e nella Ruhr. Rathenau, aprendosi ai Bolscevichi e sperando nell’aiuto inglese, anche a mezzo dell’amico Keynes, ben introdotto nel Governo; ha manifestato a Mann questa duplice manovra di politica economica e gli ha sciolto le ultime perplessità di aderire finalmente a quella democrazia moderata che Hesse per altri versi gli prospetta.

Ma il 24 giugno, Rathenau cade assassinato da un gruppo di fanatici nazionalisti antisemiti. Ritorna il fantasma della guerra fratricida e del colpo di stato, come quello del generale Kapp – 20.3.1920 – poi represso da Hindenburg e Ludendorff, non tanto per rispetto della Costituzione di Weimar, quanto per conflitto di poteri con quell’eccentrico militarista, che Mann odia perché è un essere molesto e fuori dal coro, autore di un putsch improbabile e da operetta. Scosso dalla tragica morte di Rathenau, preoccupato dal rinnovato clima di instabilità politica, che in agosto produrrà il catastrofico crollo del marco depotenziato anche dai forti pagamenti derivati di pesanti indennizzi di guerra; preoccupato dalla fuga di capitali e dal disavanzo commerciale con l’estero venuti meno gli accordi di Rathenau; Mann riprende a scrivere quello che nel 1912 gli sembra il romanzo della sua vita, La montagna incantata.

E’ un momento però meno felice dal suo matrimonio con Katia Pringsheim, la compagna di una vita che ha strappato al fratello Heinrich, forse la vera causa della loro decennale lite. Katia si è ammalata di tisi e dunque Mann è con lei a Davos, ricoverata in un Sanatorio. Qui ha riletto l’ultimo Nietzsche ed un poeta americano Walt Whithman (1819-1892), inventore del verso libero. E’ un cantore della democrazia, della libertà visionaria, dove l’Uomo interiore è il percettore unico della comprensione del mondo. La sua poesia – secondo gli appunti del diario di Mann – è densa di Simbolismo, per esempio le foglie marce anticipatrici della morte (si pensi ai versi di una nota canzone francese di quegli anni di Jacques Prévert). In particolare, Withmann crede che il poeta è per il suo paese l’anima vivente.

Quindi, un monologo, magari in forma non prosaica, che identifica la Natura in simbiosi con l’Uomo. Uno stile letterario rivolto a spiegare l’umano non tanto a livello più basso e meramente associativo di idee, che Freud utilizzerà nella sua psicoanalisi; quanto e piuttosto il delimitare in una fase della vita quotidiana con un flusso di coscienza di fronte al mondo ostile ed apparentemente immutabile. Un metodo espositivo che Joyce e Proust – ma anche Pirandello e Svevo – che Mann estrapola dal contesto poetico e riproduce nella tragica realtà di quel Sanatorio. Non è questo il luogo per motivi di spazio, ove esaminare la novità del suo strumento interpretativo, che lo avvicina ai contemporanei Musil e Kafka, più di quanto costoro non credono leggendo quest’ultimo romanzo.

Questo è il senso del capolavoro di Mann, che lo qualifica un classico indifferibile della letteratura mondiale; è però pure una completa raffigurazione della società occidentale del primo ventennio del ‘900, dove si respira una magica sovrapposizione di prosa e poesia, non disgiunta da temi scientifici ed artistici. In particolare, il conflitto fra morale borghese e rivoluzione sessuale – già presente nella Morte a Venezia – riemerge con forza sarcastica e si riaggancia al romanzo di formazione di Goethe, quel Vate tedesco che dalla gioventù intrisa di Wagnerismo, Mann ha riposto in soffitta.

Il famoso confronto fra due modelli di pensiero, il liberale Settembrini ed il Teista Naphta, sembrano al lettore due maestri portatori di ideologie destinate al tramonto, mentre il giovane Castorp acquisita con l’arma dell’ironia una integrità di spirito ormai maturata. Perfino la malattia e la stessa morte – esiti scontati per il prof. Aschenbach nel delirio omosessuale a Venezia – sembrano essere superate di fronte all’irrazionalità della guerra, un evento altrettanto categorico quanto è labile il futuro dell’Uomo. Ecco perché Mann finalmente romperà gli indugi di un suo avvicinamento finale alla democrazia di Weimar. Ecco perché con l’inflaziono che tocca valori giganteschi – tema che Mann riprenderà con la novella Disordine e dolore precoce del 1925 – opta una svolta fondamentale di vita e pensiero.

In politica, il 15 ottobre del 1922, si proclama ufficialmente a favore della Repubblica e della democrazia. Ma dietro a tali stupefacente cambio di prospettiva, dall’orrore all’unica ancora di salvezza – io chiamo la democrazia come un’umanità sana e la Repubblica un amor fati, perché sono gli unici comportamenti corretti nella Germania postbellica. Se Hesse e Curtius – un socialista ed un cattolico progressista – lodano quel passaggio doloroso per Mann, ma necessario, visto come un male minore rispetto alla realtà cruda della guerra civile. Al contrario,  Jünger, George e Moeller van den Bruck, capi dell’opposizione nazionalista lo bollano di tradimento. Per alcuni anni fino al 1930, questi sono i migliori della Repubblica, perché i governi guidati da Stresemann non solo hanno saputo definitivamente stroncare i rigurgiti nazionalisti di Ludendorff e di un certo Adolf Hitler (il c.d. fallito putsch della birreria di Monaco; ma anche che vedono varare una riforma monetaria che introduce il Rentenmark, una nuova moneta garantita da un’ipoteca su tutto il suolo nazionale. Di più: Stresemann ottiene dagli USA un forte prestito che consente all’economia tedesca di riprendere il vecchio peso nella concorrenza sul mercato internazionale.

Infine, sempre sotto la guida di quel politico centrista cattolico, la Germania è ammessa alla Società delle Nazioni e riceve un seggio permanente nel Consiglio (8.11.1926). Ed il 6.2.1929, la Germania firma il patto Briand – Kellogg, un accordo di non aggressione europeo. In parallelo, gli USA predispongono un nuovo piano di mutuo di fondi alla Germania per il pagamento dei danni di guerra, con tassi di interesse inferiori ed un suo dilazionamento delle rate (piano Young). Il piano diventa presto operativo ed gli alleati decidono l’abbandono delle truppe francesi dalla Renania.

Ormai Mann assume il ruolo di Praeceptor Germaniae, sia perché riceve il premio Nobel per la letteratura per il romanzo I Buddenbrook, ma non per La montagna incantata, ancora indecifrabile da parte delle comunità intellettuali, ma certamente perché in linea con il rientro finale della Germania fra le Nazioni democratiche. In realtà, Thomas Mann non appare contento per la scelta dell’opera principale che l’accademia svedese ha individuato come la sua principale. Scrive nel diario più volte citato: “So bene le critiche che mi sono attirato con la mia scelta democratica … Ma le opinioni non possono permanere se non si ha più presente la causa per difenderle … La montagna incantata ha avuto per tema centrale l’interesse per la malattia e la morte, viste come una diversa lettura di vita… E dunque è meglio una verità assoluta che ti scuote piuttosto che una bugia momentanea che ti salva per caso“.

In altre parole, Mann vuole indicare come ogni democrazia altro non è che una fiction temporanea politicamente necessaria, ma per niente un toccasana definitivo. Il mondo dei Buddenbrook non è la verità, ma solo una realtà esteticamente interessante, ma sostanzialmente oscillante. Invece, la dura valenza della Montagna simboleggia il nocciolo interiore dell’Uomo, nella parte in cui la vita nelle sue peripezie quotidiane non lo provochi con la scomparsa del Mito, che lo sostiene dalla culla alla tomba.

Ciò genera però la melanconia dell’Io, come Mann ha risentito nella prima fase realista delle sue opere – per esempio nel racconto Sulla strada che portava al cimitero (1961), oppure nel racconto lungo Cane e padrone del 1919, nel pieno della crisi postbellica. Solo con l’autoironia, presente massicciamente nella Montagna incantata, l’uomo arriva a sorridere di se stesso in un sublime gioco liberatore che allontana le psicosi di ieri e di oggi. E’ questa condizione, quella di ridere di se stesso che apre a Mann il nuovo filone letterario che lo vede protagonista pedagogico della Germania di Weimar nelle contorsioni sociali e politiche successive alla crisi del ’29. Inoltre, egli inizia la citata novella Disordine e dolore precoce, un saggio/romanzo ancora autobiografico. Qui compare la famiglia del professore Cornelius, vivente in una casa elegante e ben ordinata proprio alla periferia di Monaco. Un uomo dubbioso, critico del presente e ammalato di nostalgia.

Un po’ come Il vecchio con gli stivali del nostro Vitaliano Brancati, le cui critiche al regime fascista tanto assomigliano a quelle di Mann alla Repubblica di Weimar. E poi l’evasione dalla Germania, viaggiando verso la Grecia, l’Egitto e l’Italia. Ma anche la tanto odiata Parigi, ma ora più ben vista perché le relazioni col fratello Heinrich si sono fatte più frequenti. Dunque nel 1926, un periodo di riposo, una visita fruttuosa ai parenti cola mai conosciuti e la riconciliazione con la cultura francese, primo fra tutti Anatole France, premio Nobel nel 1921, nonché Paul Bourget – cui Mann deve molto per la figura del borghese artista – e Paul Mauriac, scrittore e drammaturgo cattolico, autori che nei loro incontri fra una cena e l’altra, gli rivelano amichevolmente la comune natura borghese. L’estratto parigino del Diario, il c.d. Resoconto parigino del 1926, lo vede maggiormente impegnato a recuperare consensi nel mondo culturale filo-occidentale, che lo considera ancora un campione conservatore.

Thomas Mann

1929-1939. Dalla crisi economica e morale all’esilio verso gli Stati Uniti

Il suicidio della sorella Julia, la morte improvvisa di Stresemann, il politico che più lo aveva impressionato positivamente e la crisi finanziaria del ’29; sono gli eventi principali che lo impensieriscono, soprattutto il viaggio in Italia Forte dei Marmi nell’estate del ’29, dove ha modo di vedere la boria di Mussolini e la sua eccessiva fierezza e superiorità, sprezzante verso gli altri e la presunzione di essere capace di fronteggiare con semplicità la crisi di borsa americana. Nel 1930 esce allora un altra novella autobiografica, Mario ed il mago, una satira su Mussolini ed il Fascismo, premonitrice di quello che sta per accadere anche in Germania. Ora egli assiste in silenzio ad una ripetizione del triennio del primo dopoguerra: fra il 1930 ed il 1933, coalizioni di centrosinistra e di centrodestra si succedono al Governo senza che si riesca a contenere gli effetti della depressione mondiale mentre aumenta notevolmente il numero dei disoccupati.

Ed in ogni elezione anticipata al Reichstag, il Partito ultra estremista di destra Nazionalsocialista, guidato da Hitler, ma ispirato da due filosofi aderenti alla Rivoluzione conservatrice – Alfred Rosenberg e Joseph Goebbels – propagandano la dottrina della razza e della società di massa, attizzando, i caratteri più violenti del ceto medio tedesco, tartassato e distrutto dalle continue e sempre più gravi crisi economiche. Tanto che il loro Partito conquisterà 107 seggi in quelle elezioni, mentre Mann e tanti buoni borghesi osservano allarmati i frequenti scontri fra bande armate naziste e gruppi di lavoratori socialisti e comunisti. Se aggiungiamo il romanzo popolare All’ovest niente di nuovo di Remarque sugli orrori della guerra e sulla tragedia egli ex militari senza lavoro dopo tanti anni; l’aumento della delinquenza con il film M di Lang (1931) e le peripezie di un operaio disoccupate in Adesso pover’uomo, un apologo popolare alquanto realista di Hans Fallada (1932), senza contare la decadenza della società borghese nel citato film L’angelo azzurro di Josef von Sternberg (1930); il sentimento irrazionale di paura sociale e di domanda di un potere forte al di là delle deboli istituzioni parlamentari è ormai alle porte.

Mann comprende che ancora una volta deve ritentare quello che osò fare nel 1922, richiamare la classe borghese alla sua origine, rinsaldare le libertà civili, l’ordine pubblico e sanare quello che resta della Democrazia di Weimar. Abbandonata la veste di scrittore solitario, decadente ed ironico, indossa ora la toga di maestro di ragione e di speranza. Il 17 ottobre del 1930, appena un mese dopo la vittoria nazista, benché non ancora maggioranza parlamentare, Mann a Belino tiene una conferenza, il c.d. appello alla Ragione, nella stessa sala Beethoven dove 8 anni prima ha ritrattato le tesi nazionaliste delle Considerazioni e ha approvato la Costituzione repubblicana e democratica. Le note di stampa ed il Diario più volte citato ci dicono che è più volte disturbato dalle squadracce delle S.A., ma del pari gli si riconosce la forza dirompente delle sue parole, stavolta moto più esplicite e più concrete delle mere citazioni del ’22.

La sua tesi centrale è incentrata sul ruolo della borghesia quale classe necessaria, insieme a quella dei lavoratori socialisti, per bloccare l’ascesa Nazista, pericolosa per la realtà istituzionale e per la democrazia, E lo raccomanda uno come lui, proprio perché libero dai giochi della politica, eminente intellettuale politico collaudato che vede in Hitler il morbo che attacca il corpo sociale. Lui che è un artista, lui che non è un Maestro delle lettere soltanto, che legge un capitolo di un libro e torna a casa tranquillo a pranzare. Proprio perché è tale non può stare tranquillo ed è in disparte, mentre la Nazione continua a soffrire non solo per la miseria economica in cui è precipitata dopo la sconfitta e la esosità delle richieste di riparazioni dei danni di guerra. Ma anche perché con scarsissima razionalità si vuole abbattere il baluardo della libertà e della democrazia così faticosamente conquistata nel 1919.

Insomma egli esorta a respingere il rimedio reazionario che la massa sta accettando, scelta peggiore del male. La c.d. convinzione emotiva di massa antilibertaria ed anticostituzionale, non è razionale perché figlia della barbaria romantica, legata ad uno spirito nazionale che non sente le ragioni del mondo civile. In questo punto dell’appello, non manca chi non veda un decisivo passo avanti rispetto alle Considerazioni del ’18. Colà, Mann matura un rifiuto dell’occidente civilizzato in nome della Kultur identitaria germanica. Qui ora vede una degenerazione di quella concezione, come se questa realtà identitaria precipitasse nel vuoto orgiastico esoterico ed irrazionale, stracciando ogni vivere comune. In altri termini, per respingere lo spettro del marxismo, oppure per contrastare lo sviluppo del capitalismo senza volto dell’occidente, Mann  fa appello allo spirito tedesco più classico, a Lutero, a Goethe, a Schiller, a Beethoven, alla cultura umanitaria perfino di Marx ed Engels.

Insomma, Mann si appella alla Ragione illuminista, al sentimento umanitario e non all’eccesso violento e magico dell’antica barbaria orientale e nordica. Di qui un sano Cosmopolitismo, un’etica popolare di buon senso, al di là dell’estremismo bolscevico e di quello misterico proposto da George. Il Trattato di Versailles va riformato e reso umano, come ha tentato Stresmann negli accordi col socialista moderato Briand e col democratico americano Kellog. Una Germania più forte e un’Europa di pace, fondata sull’alleanza fra la classe operaia produttiva e la classe borghese, legata da un reciproco consenso e da una coesione sociale rinnovata, come quella collaudata da Federico il Grande e Bismarck.

Un reciproco riconoscimento che Weber, Rathenau, ma anche Kant, Goethe e Schiller, hanno disegnato all’epoca della primavera di Weimar, calpestata da Napoleone e dalla reazione nazionalista e pseudo liberale di Hegel e Fichte. Un colpo al cerchio ed un colpo alla botte, fu il giudizio di Hesse, il suo collega democratico e progressista, tutto sommato a lui favorevole. Il silenzio di Brecht, altro suo competitor intellettuale, è però eloquente. Ma in sala le S.A. mormorano parecchio e Jünger, dietro mandato di Goebbels, in smoking urlano e cantano inni nazisti a più non posso. Quando poi Mann passa all’idea di alleanza fra socialdemocratici e liberaldemocratici per bloccare una possibile coalizione fra centro cattolico e N.S.A. Pure i giornalisti presenti del Völkischer Beobachter, nonché Arnolt Bronnen, un recente acquisto propagandista nazista – dopo che questi ha litigato con Brecht – si scagliano compatti con i loro manganelli verso il podio.

Il comitato di sicurezza guidato dall’editore Fischer, vedendo un Mann che non si scompone ma quasi pronto per il martirio, lo prende per le spalle e con gli altri amici lo porta nella vicina Philharmonie Hall, dove il maestro Bruno Walter lo accompagna direttamente alla sua carrozza che parte di corsa inseguita dagli scalmanati, sobillati da Goebbels, sicuramente timoroso degli effetti di quel discorso perché accompagnato da applausi di un pubblico socialista, liberale e cattolico. A stretto giro di posta, le vendite dell’ultimo romanzo – Mario e il Mago – risalgono e l’apologia di un Paese che si  è affidato politicamente ad un Mago, ucciso da Mario, sembra disilludere presto l’elettorato facilmente sedotto da Hitler, tanto che per un biennio si tenta di governare (vd. in dettaglio il mio intervento su questa rivista, La fine della Repubblica di Weimar, del 1.7.2025) con tre governi di coalizione guidati da Brüning, Schleicher e von Papen.

Il 31 luglio vengono ancora una volta indette nuove elezioni parlamentari da parte del Presidente della Repubblica Hindenburg, che già diverse volte ha sciolto il Bundestag adottando la procedura speciale dell’art. 48 della Costituzione, quando ragioni di ordine pubblico impongono tale necessità. Invero, il fallimento della banca austriaca Creditanstalt (maggio del 1931) genera un crollo finanziario imponente di tutte le banche dell’Europa centrale. Sei milioni di disoccupati e la caduta a picco della produzione industriale, porterà a richiamare il centro conservatore di von Papen. Finché ancora nuove elezioni, nuove consultazioni e nuovi incrementi del debito pubblico e della disoccupazione. Una spirale che le masse elettorali credono di fermare votando sempre di più Hitler.

Alla fine il Presidente darà a Hitler il mandato di governo pur senza maggioranza parlamentare e con una sinistra divisa e litigiosa, senza contare le numerose violenze squadriste di piazza. La campagna elettorale del febbraio del 1933 è sempre più violenta, al culmine della quale si ha il famoso incendio che distrugge il palazzo del Parlamento (27.2). I nazisti lo scaricano alla responsabilità comunista e riprendono le intimidazioni e gli agguati reciproci. Ancora una volta Hindenburg adopera l’art. 48 citato per sospendere le libertà politiche e civili. Alle elezioni del 5 marzo, il N.S.A. riesce ad avere il 44% dei voti e scatterà di seguito la Gleichschaltung, il definitivo passaggio delle istituzioni di Weimar al Nazionalsocialismo. Il 30 gennaio Hitler diventa il capo di governo assoluto del Reich, dopo che alla morte di Hindenburg, per effetto della legge di riforma della Costituzione predetta, il Cancelliere assume la carica di Presidente.

E Mann? Intanto, il fratello Heinrich ritornerà in Francia e si pone ancora a capo degli esiliati tedeschi. Thomas, per contro, con la moglie e le figlie piccole, dopo la grande paura di Berlino, se ne va in lungo ed in largo per l’Europa e poi si ferma a Zurigo per un lungo periodo di riposo. Il figlio Klaus e la figlia Erika gli scrivono di tenersi alla larga dalla Germania, ma imperterrito il 18.3 pronunzia a Berlino un altro discorso polemico con la cultura di massa neonazista e sfrutta il centenario goethiano per ricordarlo come rappresentante dell’era borghese. Una relazione a doppia lettura: la positiva rilettura del Vate di Weimar in chiave antiromantica e cosmopolitica, fatti salvi i valori sani dell’identità germanica al di là dell’inquinamento retorico di Nietzsche e Wagner; e l’esplicito rigetto dall’antisemitismo e del socialismo popolare intriso di misticismo esoterico proposto dal Rosenberg.

Risultato: una tiepida accoglienza del Fronte democratico diviso come sempre; un livore evidente degli ex amici nazionalisti ed addirittura la schedatura della Gestapo con l’indicazione di deportare la famiglia a Dachau fra gli oppositori del Regime. Nel marzo del 1933, la famiglia Mann è in esilio, salvo i figli maggiori Klaus, Erika e Golo che si danno alla macchia contro il Regime a Lugano, in Francia ed a Zurigo, Mann mantiene contatti col fratello, concordando con lui nell’opposizione. Neppure il lavoro intellettuale è cessato: fra il 1933 ed il 1936 inizia una serie di romanzi a sfondo biblico: Le storie di Giacobbe, Giuseppe ed i suoi fratelli, Il giovane Giuseppe, Giuseppe in Egitto. Nel contempo, non abbandona la fatiche di conferenziere: Dolore e grandezza di Richard Wagner (10.2.1933 a Monaco), è il discorso che demitizza Wagner e lo pone nella giusta dimensione realistica legato al Potere ed all’interesse personale.

Ciò che lo affligge è però la tacita accettazione del Nazismo da parte del ceto borghese e di buona parte dei lavoratori, avendo ormai la convinzione che il Regime resterà più a lungo e che danneggerà gravemente la Nazione. Il carteggio con Heinrich è più fitto che non nel ’18-’22: Heinrich insiste nella natura di plebaglia che continua ad aggredire lo spirito tedesco…. il mondo collabora ubbidiente ai due dittatori…è pazzesco come ci possano esser ebrei e fascisti allo stesso tempo… E Mann gli risponde: che sente la Germania sempre più estranea,,,, ma anche ammonisce il pubblico di Vienna del fatto che la guerra sia all’orizzonte, malgrado la teoria dell‘appeasement di Halifax e Churchill considerino il Nazismo un malore passeggero. Invece Mann, in occasione della conferenza in onore di Freud ottantenne, raccomanda le potenze occidentali a superare la regola democratica che impone il non intervento in altro Paese, qualora questo avesse violato sensibilmente la Costituzione democratica.

Anzi, (è il 1936 l’anno del prossimo Anschluss dell’Austria), invita con forza la Francia a vincere lo spirito pacifista e ad aumentare la pressione antifascista, perché quella subdola ideologia era dietro la loro porta. La reazione dell’apparato nazista è fulminante: il potentissimo Goebbels, responsabile della Cultura e Propaganda il 2 dicembre del 1936 lo priva della cittadinanza senza sapere che fin dal 18 agosto  la famiglia Mann ha chiesto ed ottenuto la cittadinanza cecoslovacca. I due fratelli ormai vanno anche di pari passo nel lavoro intellettuale tanto che collaborano con la rivista letteraria Misura e valore di Zurigo, insieme a Sartre, Brecht, Gide, Hesse e Benjamin, dove compaiono i primi capitoli di un ulteriore romanzo, Carlotta a Weimar, dove l’immaginario di Mann si sviluppa in modo originale sulla figura di Goethe. Intanto, infittisce i rapporti con Albert Einstein, che da tempo lo invita a venire in America proprio a Princeton dove il fisico tiene un corso da anni.

Mann è perplesso, ma vi si reca due volte (in un viaggio addirittura si dedica a Cervantes ed al Don Chisciotte, personaggio che con Tristano tenderà sempre di più ad identificare con August von Platen, il poeta omoerotico col quale Il Mann ultraquarantenne sempre più si sente idealmente vicino, come emerge nel significativo ed esaustivo saggio in merito, letto ad Ansbach già il 4.10.1930). Ormai la seconda svolta della sua lunga vita è vicina, l’esilio americano è già in vista. Nel dicembre del 1936 l’accerchiamento nazista e la freddezza di non pochi democratici europei – primo fra tutti Brecht – lo hanno a poco a poco disilluso. Egli si sente un sopravvissuto al mondo di ieri già da quando l’Università di Bonn gli toglie la laurea a honorem che però in contemporaneo a Harvard gli viene conferita nel dicembre del 1936.

Il rifugiarsi nel mito e nel passato, con la trilogia biblica di cui si è detto, lo porta in Europa ad essere un isolato, lui che invece vuole essere un pedagogo superiore perché intende essere il Preceptor Germaniae, titolo che il romanziere Zweig gli dà quando recensirà Giuseppe ed i suoi fratelli. Il 1939 gli inizia proprio già in America con il matrimonio della figlia Elisabeth con l’anziano critico letterario italiano, Giuseppe Antonio Borgese, il maggiore intellettuale italiano che fuggirà in esilio per feroce incompatibilità col Fascismo. E poi sarà a Parigi da Heinrich, quindi a Zurigo, dove conclude Carlotta a Weimar ed infine a Stoccolma, ospite al congresso mondiale del Penclub, una società di scrittori e poeti che sentono l’imminenza della guerra. Il dado è tratto: ormai è a New York a fine agosto in esilio,  docente temporaneo a Princeton come si disse. Solo che Thomas e Katia ascolteranno alla radio l’invasione della Polonia. La quarta vita di Thomas Mann è iniziata. Da qui comincerà una nuova missione: quella di propagandare il ritorno delle Democrazia nel suo Paese. Linea di nuovi studi  che stanno interessando la Germania in questo anno di commemorazione fra la nascita e la morte. Di ciò si dovrà dare conto.

Bibliografia

  • In occasione del 70mo anniversario dalla morte (6.6.1955), vd. il fascicolo n.r 2/2025 della rivista Zeit Geschichte, numero monografico dedicato a Thomas Mann, Epoca, uomini ed idee.
  • COLM TÓIBIN, Il Mago, Einaudi, traduzione di Giovanna Granato, 2023 e TILMANN LAHME, I Mann, Storia di una famiglia, EDT, 2017.
  • altresì THOMAS MANN, Moniti all’Euopa, 2° ed.; Mondadori, con introduzione di Giorgio Napolitano, una raccolta di saggi e discorsi tenuti prima dell’esilio in America.
  • Sulla natura di Thomas Mann come attivista politico e di propagandista della democrazia, vd. più di recente KAI SINA, Was gut ist was böse, Thomas Mann als politischer Aktivist, Berlin, 2024.
Giuseppe Moscatt

Giuseppe Moscatt

Laureato in giurisprudenza con tesi in diritto fallimentare (1982) e laureato in scienze politiche, indirizzo di storia contemporanea (2010), con tesi in su Pietro Germi, presso l'Università di Catania. Iscritto all'albo degli Avvocati di Siracusa e Presidente Associazione Culturale Italo/tedesca di Siracusa a far data dal 2008. E’ stato docente di Diritto dei Trasporti presso il corso di Diploma Universitario in Economia dei Servizi Turistici presso la Facoltà di Economia dell'Università di Catania, a decorrere dal 1999 al 2002, con sede in Caltagirone. Ha collaborato in qualità di cultore, dal 1983 al 2004, alla cattedra di Diritto della Navigazione, presso l'Università di Catania, Facoltà di Economia e Commercio. Già presidente del “Centro studi Marittimi ed Aerei”, organo del Collegio Nazionale capitani di Lungo Corso e Direttori di macchina, delegazione di Siracusa, Augusta e Pozzallo. Dopo avere svolto vari incarichi ministeriali dal 1982 al 1995, dal 1996 al 2019 ha prestato servizio presso la Provincia Regionale di Siracusa e al successivo Libero Consorzio Comunale.

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