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La crisi del 1922 vista dal Viminale: il racconto di Efrem Ferraris

Il diario di Efrem Ferraris, Capo di Gabinetto del Presidente del Consiglio Facta, offre uno sguardo privilegiato sul crollo dello Stato liberale nell’ottobre 1922. Tra silenzi, esitazioni e telegrammi incrociati, emergono le indecisioni che paralizzano il Governo. La sua testimonianza dal Viminale restituisce un quadro vivido della agitata scena politica che precede la Marcia su Roma.

di Giovanna Senatore
12 Gennaio 2026
TEMPO DI LETTURA: 11 MIN
Marcia su Roma, alle porte della capitale

Marcia su Roma, alle porte della capitale

CONTENUTO

  • Dentro il Viminale, ottobre 1922: Il diario di Ferraris e la resa silenziosa dello Stato davanti all’ascesa del fascismo
  • La Marcia su Roma – Il contesto della resa
  • L’ultimo respiro dello Stato liberale
  • Uno sguardo interno al potere. L’Ufficio dove crolla lo Stato: conversazioni, esitazioni e cedimenti del diario di Ferraris
  • Memoria o giustificazione?
  • Perché leggere oggi il documento di Ferraris
  • Una testimonianza necessaria

Dentro il Viminale, ottobre 1922: Il diario di Ferraris e la resa silenziosa dello Stato davanti all’ascesa del fascismo

Roma, è la notte tra il 27 e 28 ottobre 1922 e, nelle stanze del Viminale immerse in un silenzio irreale, Efrem Ferraris, Capo di Gabinetto del Presidente del Consiglio Luigi Facta, osserva lo Stato che irrimediabilmente si sgretola sotto i suoi occhi. Ferraris non è un politico e neppure uno storico, non ama il protagonismo nella scena pubblica, è un uomo dello Stato, un funzionario attento e scrupoloso conterraneo di Luigi Facta a cui è legato da vincoli di affettuosa devozione. La calma che avvolge le stanze del potere è solo apparente, il ticchettio dei telegrafi è convulso, di stanza in stanza un passare frenetico di documenti, con il trascorrere delle ore l’autorità dello Stato cede i suoi pezzi.

Ferraris, testimone diretto della crisi che si sta consumando, osserva, appunta e tiene traccia delle conversazioni così da poterle riportare con accuratezza burocratica nel suo libro La Marcia su Roma. Veduta dal Viminale già pronta per la pubblicazione fino al dicembre 1923, ma che rimane per vent’anni nel suo scrittoio perché, come egli stesso spiega nella prefazione, trova ostacoli insormontabili.

Il libro ha un intento documentario ed è la fedele trascrizione di una parte del diario che Ferraris tiene per tutto il lungo periodo di permanenza alla Presidenza del Consiglio concentrando l’attenzione sulle vicende che vanno dalla crisi e caduta del primo Ministero  Facta ai primi giorni del Governo  Mussolini. Il racconto nasce come memoria, non è una ricostruzione storica post factum, non ci sono modifiche e aggiunte, è una cronaca diretta e Ferraris ambisce a fare la storia in quanto testimone diretto della fine di un’epoca.

L’autore è però spesso categorico nei giudizi, il fascismo poté impadronirsi del potere perché errori e debolezze delle classi politiche negli anni del dopoguerra avevano sospinto forti correnti del Paese nelle sue braccia. Ma esso non avrebbe potuto mantenersi al potere per tanto tempo sotto forme sempre più acute di dittatura e strettoie di giri di vite, se la grande maggioranza degli italiani non vi avesse, con senso di inspiegabile adattamento, collaborato. Dal suo ufficio del Viminale scorge distintamente uomini che non difendono lo Stato e nel momento di maggiore debolezza si ritirano in silenzio.

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La Marcia su Roma – Il contesto della resa

L’Italia degli anni Venti è stanca e disorientata, la Prima guerra mondiale lascia in eredità una profonda crisi economica e disordini sociali: non solo le fabbriche sono al centro delle agitazioni sociali, anche le campagne sono attraversate da vasti movimenti rivendicativi; I contadini hanno sopportato il maggiore peso del conflitto e dalla Val Padana, alla Puglia, alla Sicilia la parola d’ordine è “la terra ai contadini”. Nella rivoluzione mancata del 1919-20, è stato impossibile trovare una connessione tra le spinte nazionaliste e quelle democratiche e socialiste e ben presto lo squadrismo rivoluzionario nazionalista, nel disprezzo di tutta la politica, trova nel malcontento popolare, una delle ragioni più forti per radicarsi e affermarsi, non riuscendo oltretutto ad emergere in ambiente operario per la presenza determinante di socialisti e comunisti.

Nel 1922 la violenza squadrista contro il movimento operaio si spinge fino a diventare insostenibile, ma la politica continua a sottovalutare il fenomeno, ritenendo di potere assimilare il fascismo attraverso la prassi parlamentare. In questo clima di incertezza e divisione politica in cui il Parlamento appare sempre più indebolito, Benito Mussolini poté organizzare la Marcia su Roma, ma non guida direttamente l’azione, resta a Milano, in attesa. I suoi uomini marciano su Roma, simbolicamente, ma l’assalto armato non si realizza, non serve. 

L’ultimo respiro dello Stato liberale

Dall’interno del Viminale, Ferraris assiste al progressivo incepparsi del meccanismo del potere. Giorno dopo giorno, senza sosta, annota gli avvenimenti che precedono la Marcia su Roma: dalla crisi politica di luglio al nuovo incarico di Governo affidato a Facta, fino allo sciopero generale di agosto che acuisce lo scontro tra fascisti e socialisti. Le testimonianze relative a quei giorni animati, sono emblematiche delle responsabilità che Ferraris non disdegna di individuare; riporta la conversazione schietta che intrattiene con Filippo Turati non lesinando di giudicare lo sciopero un’iniziativa azzardata e discutibile per il Partito Socialista: “Con questo sciopero ne siete usciti male, perché i fascisti si sono rafforzati nelle simpatie del Paese che ormai li considera i salvatori dell’ordine”.

Ripercorrendo i giorni annotati sul diario, il ritmo della scrittura diventa frenetico e il 17 agosto riporta  un episodio paradigmatico: Turati è “fuori dalla grazia di Dio” perché Facta sarebbe venuto meno ad un impegno preso con lui, Treves e Modigliani, circa il condono delle punizioni ai ferrovieri che hanno aderito allo sciopero di agosto; impegno che però, cessato lo sciopero, non sarebbe stato rispettato. Ferraris interroga Facta, il quale nega di aver fatto promesse, sostenendo di aver solo accennato a una possibile clemenza in vista di una pacificazione generale.

Turati si sente ingannato; Ferraris tenta di rassicurarlo, ma nei giorni successivi la situazione precipita. Mussolini,  fa sapere che qualsiasi misura di clemenza nei confronti dei ferrovieri sarà interpretata dai fascisti come un cedimento inaccettabile: attaccheranno duramente il Governo e accuseranno Facta di essersi rimangiato la sua parola per timore dei socialisti. In questo intreccio di pressioni, sospetti e ricatti politici, Ferraris vede confermarsi la sensazione che lo Stato liberale si stia avviando verso una paralisi irreversibile, a pochi mesi dall’avvento del fascismo al potere.

Filippo Turati

La narrazione si fa via via più serrata a partire dai primi giorni di ottobre quando il processo appare ormai irreversibile e il fascismo comprende di essere al momento decisivo per agire in profondità. È in questo clima di crescente tensione che, il 3 ottobre, Il Popolo d’Italia pubblica il regolamento per l’organizzazione della milizia fascista: un gesto che suona come una dichiarazione esplicita di forza e di preparazione all’azione.

Pochi giorni dopo, Michele Bianchi si presenta al Viminale e ottiene un colloquio con il Presidente Facta in cui espone un’alternativa radicale: da un lato una soluzione legalitaria, quella di indire elezioni a breve scadenza, del cui esito favorevole per i fascisti egli si dice pienamente certo: dall’altro la possibilità di procedere al Colpo di Stato, una scelta della cui riuscita si mostra ugualmente sicuro.

La sua sicurezza poggia su un argomento rivelatore: l’esercito – afferma – non sparerà mai contro i fascisti che sono quelli che lo hanno rimesso in onore. Questa convinzione, o forse questa scommessa, mostra quanto il fascismo percepisce fin da subito di avere dalla propria parte non solo la forza organizzativa delle squadre, ma anche un tacito appoggio o, quantomeno, una sostanziale acquiescenza da parte di settori dello Stato.

Affiora così un quadro di crescente pressione politica, nel quale la legalità viene evocata solo come una delle opzioni possibili, mentre la minaccia del Colpo di Stato incombe come un’arma di persuasione già pronta per essere usata. È questo l’intreccio di calcolo, intimidazione e senso di inevitabilità che Ferraris respira nelle stanze del Viminale mentre il fascismo si appresta a compiere il passo decisivo verso la conquista del potere.

Il 24 ottobre mentre a Napoli si svolge il Congresso fascista, Mussolini dopo il suo intervento riparte subito per Milano, la stampa italiana e straniera ha già la precisa percezione di ciò che sta avvenendo, è ormai chiaro che il tentativo di impossessarsi del Governo del Paese fosse sul punto di essere attuato. Dalle prefetture di tutta Italia arrivano solo conferme, già nel pomeriggio del 26 nelle redazioni dei giornali si sparge la voce che i fascisti avrebbero iniziato la mobilitazione, in serata si apprende dell’ultimatum fascista al Governo.

Nel cuore della notte Ferraris continua ad annotare i nomi delle prefetture in allarme, i prefetti chiedono istruzioni, ma non le ricevono, il Viminale in quelle ore convulse diventa teatro di un dramma silenzioso in cui i dettagli riportati – le comunicazioni, gli ordini mai impartiti, le esitazioni – trasmettono la gravità del momento. Ogni telegramma è un colpo alla credibilità dello Stato, ogni silenzio, una crepa che si apre nella catena del comando.

Alle 21 del 27 ottobre Facta, si era convinto che ormai gli eventi avevano sorpassato qualunque combinazione parlamentare, si reca da S. M.. La testimonianza di Ferraris porta in sé l’irreversibilità di quanto sta accadendo: “Assistevo nella notte, nel silenzio delle grandi sale del Viminale, allo sfaldarsi dell’autorità e dei poteri dello Stato. Si infittivano, sui grandi fogli che tenevo dinanzi a me, i nomi che andavo notando delle prefetture occupate, le indicazioni degli uffici telegrafici invasi, di presidi militari che avevano fraternizzato coi fascisti fornendoli di armi, dei treni che le milizie requisivano e che si avviavano carichi di armi verso la Capitale”.

Sui muri della Capitale non tarda a comparire un manifesto con un breve proclama rivolto a tranquillizzare la popolazione con le misure approntate dal Governo, i cittadini conservino la calma ed abbiano fiducia nelle misure della P. S. che sono state adottate. Ferraris sa che è solo un atto dovuto. Riguardo al rifiuto di S.M. Vittorio Emanuele III di firmare lo Stato d’assedio, Ferraris offre una testimonianza che smentisce anche l’affermazione fatta da Mussolini al giornalista tedesco Ludwig nei Colloqui in cui asserisce che il Re avesse già “sottoscritto lo Stato d’assedio”. A tal proposito, in chiusura del testo, datata 15 agosto 1945,  è riportata una lettera del Generale On. Roberto Bencivenga, indirizzata a Ferraris che chiarisce il timore del Re circa la possibilità di firmare lo Stato d’assedio.

Bencivenga ricorda che, nel 1924 o 1925, incontra il Maresciallo d’Italia Pecori Giraldi e la conversazione cade sul suo atteggiamento antifascista. Sostiene che il Re commette “un gravissimo errore” nel ritirare all’ultimo momento il consenso allo Stato d’assedio la notte del 28 ottobre 1922. Il Maresciallo gli spiega che, in quella notte, il sovrano consulta diverse personalità, tra cui il Maresciallo d’Italia Diaz, Duca della Vittoria e lo stesso Pecori Giraldi, perché teme la reazione dell’esercito. Alla domanda del Re su come avrebbe reagito l’esercito, Diaz risponde: “Maestà, l’esercito farà il suo dovere, però sarebbe bene non metterlo alla prova!”. Pecori Giraldi dal canto suo non può che darne conferma: “Io, risposi presso a poco la stessa cosa”. Bencivenga conclude che questo ricordo rimane indelebile nella sua memoria e lascia al destinatario la libertà di trarne le conclusioni.

Il telegramma con la proclamazione dello Stato d’Assedio

Uno sguardo interno al potere. L’Ufficio dove crolla lo Stato: conversazioni, esitazioni e cedimenti del diario di Ferraris

Ciò che rende peculiare il libro di Ferraris è il punto di osservazione. Non racconta la Marcia su Roma dalle strade o dalle piazze, ma dal suo ufficio, dalla sala dei telegrammi, attraverso le  conversazioni tra funzionari impacciati e dirigenti politici che indugiano. Il potere in queste ore convulse è sospeso, non viene esercitato ed è privo di difesa. I meccanismi istituzionali si inceppano e Ferraris è lì, solerte che scrive con sobrietà, il suo è il racconto teso e personale di un uomo che, nelle ore decisive della crisi, si trova al centro della rete di comunicazione dello Stato. Il quadro che emerge è inquietante, lo Stato italiano non viene rovesciato con la forza, cede. Non viene sconfitto, ma si ritira in sé.

Memoria o giustificazione?

Veduta dal Viminale non è un documento neutro: è scritto in presa diretta. Per la pubblicazione bisogna aspettare l’immediato dopoguerra, ma Ferraris non toglie né aggiunge nulla rispetto alla prima stesura del diario. Potrebbe cercare, almeno in parte, di giustificare sé stesso e il proprio operato dimostrando che “noi del Viminale” abbiamo fatto il possibile. Eppure, nella sua scrittura non affiora nessuna retorica, nessuna autocelebrazione. Al contrario il tono rimane temperato, quasi disilluso e, restituisce la rassegnata presa d’atto del vuoto che lo circonda. È una constatazione, le istituzioni nel momento decisivo, sono rimaste immobili, lo Stato invece di combattere per la propria legittimità, ha preferito evitare lo scontro.

In apertura del testo, rivolgendo delle brevi precisazioni al lettore, Ferraris individua precise responsabilità ed esprime considerazioni personali su ciò che si poteva  fare o si poteva evitare.  La Marcia su Roma fu un atto di audacia da parte dei capi del movimento fascista e un attimo di esitazione in chi si assunse la responsabilità di lasciarla attuare. Si è detto “dei capi” e non di Mussolini, perché egli aveva solo la maschera del dittatore. Fino all’ultimo fu dubitoso di una soluzione rivoluzionaria. Ferraris mostre le prove, non solo le trattative da lui autorizzate e documentate per una combinazione di Governo Mussolini-Giolitti, ma la riluttanza nei colloqui telefonici con Michele Bianchi nella notte del 27 ottobre. Proprio in Bianchi, Ferraris individua il vero istigatore della Marcia su Roma, descrivendolo come un uomo dal temperamento chiuso ma tenacissimo, come solo gli uomini della sua terra sanno essere. 

Per Ferraris, Mussolini incarna fino all’ultimo il “repubblicano di razza”: un uomo che non rinnega mai le convinzioni maturate in gioventù e che tenta costantemente di trasferire sull’intero movimento che guida. Mussolini – nella lettura di Ferraris – continua a considerare la dimensione repubblicana come il nucleo identitario della propria visione politica.  Egli è altresì convinto che dal delitto Matteotti, sarebbe bastato che un uomo rappresentativo di qualunque partito fosse sceso in piazza perché il fascismo venisse spazzato via.

Marcia su Roma, alle porte della capitale

Perché leggere oggi il documento di Ferraris

A distanza di oltre un secolo dalla Marcia su Roma, il libro di Ferraris conserva un valore attuale, non solo come testimonianza storica, ma come riflessione sul funzionamento – e sul malfunzionamento – del potere. Ci ricorda che le istituzioni, anche quando appaiono solide, possono collassare nel giro di poche ore se manca il coraggio e la capacità di decidere. È una lezione che va oltre l’Italia del 1922. Parla a ogni democrazia fragile, a ogni crisi di legittimità, a ogni momento in cui lo Stato si trova davanti alla scelta tra resistere e cedere.

Quella di Ferraris è la radiografia di una sconfitta, il suo diario un documento raro e necessario. Non pretende di spiegare tutto, ma mostra cosa accade quando un potere legittimo sceglie l’immobilismo e consegna il Paese a chi è pronto a riempire il vuoto. Nelle silenziose stanze del potere dove nessun ordine arriva più, il 28 ottobre 1922, lo Stato italiano smette di parlare ed è proprio quel silenzio, oggi, che vale la pena di ascoltare; Senso di responsabilità mancò soprattutto in uomini ed organi che potevano e dovevano avvertirlo.

Una testimonianza necessaria

Nel suo diario La Marcia su Roma. Veduta dal Viminale, Efrem Ferraris, Capo di Gabinetto di Luigi Facta, osserva nella notte tra il 27 e il 28 ottobre 1922 il progressivo sfaldarsi dello Stato liberale dalle stanze silenziose del Viminale. Funzionario scrupoloso, non politico, annota senza sosta telegrammi, colloqui e incertezze: il potere appare immobile mentre l’autorità dello Stato cede un pezzo dopo l’altro. Il volume, pronto già nel dicembre 1923, rimane inedito per vent’anni, ma conserva il carattere di testimonianza diretta.

Ferraris inquadra la crisi nel contesto dell’Italia postbellica: tra 1919 e 1920, la rivoluzione mancata, le agitazioni operaie e le rivendicazioni contadine alimentano il malcontento che permette allo squadrismo di radicarsi. Nel 1922, la violenza fascista diventa insostenibile, ma la classe politica, divisa e indebolita, crede ancora di poter assorbire il fascismo in Parlamento: questa sottovalutazione consente a Mussolini di preparare la Marcia su Roma.

Ferraris segue la crisi da luglio allo sciopero generale dell’agosto 1922, che rafforza l’immagine dei fascisti come difensori dell’ordine. Le tensioni tra Turati e Facta sul condono ai ferrovieri mostrano un governo privo di direzione: la pressione socialista e le minacce fasciste impediscono decisioni, avviando lo Stato verso la paralisi. Nei primi giorni di ottobre 1922, l’irreversibilità del processo diventa evidente. Il 3 ottobre, Il Popolo d’Italia pubblica il regolamento della milizia fascista, segnale della preparazione all’azione. Poco dopo, Michele Bianchi offre a Facta una scelta brutale: elezioni o colpo di Stato, confidando nel fatto che l’esercito «non sparerà mai sui fascisti». La minaccia del golpe funziona come leva politica.

Il 24 ottobre, durante il Congresso di Napoli, Mussolini rientra a Milano; il 26 ottobre circola la voce della mobilitazione. I prefetti chiedono ordini al Viminale, ma non li ricevono: il silenzio del governo produce il collasso della catena di comando. Alle ore 21 del 27 ottobre, Facta presenta le dimissioni al Re. Nella notte, Ferraris annota prefetture occupate, treni requisiti, reparti che fraternizzano con le squadre. Lo Stato non viene abbattuto: si ritira. Il 28 ottobre 1922, mentre un manifesto invita alla calma, Ferraris vede il potere smettere di parlare. La sua testimonianza mostra come, di fronte alla crisi, l’immobilismo consegni il Paese a chi è pronto a colmare il vuoto.

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  • 1919-1922 Cento anni dopo la Marcia su Roma – https://www.raiplay.it/video/2020/10/1919-1922-Cento-anni-dopo-p6-La-marcia-su-Roma-a572a80a-54af-4070-8125-330760b46149.html?wt_mc=2.www.cpy.raiplay_vid_1919-1922Centoannidopo
  • 1922 Italia anno zero (La Marcia su Roma nei giornali di cento anni fa) – https://open.spotify.com/intl-it/album/79qlDQkmtpy7OgtbqmkuOQ?si=gLiW3tmnQBO4LVlcKnaXxw
  • Rai cultura https://www.raicultura.it/speciali/lamarciasuroma

Consigli di lettura: clicca sul titolo e acquista la tua copia!

  • P. Viola, Il Novecento, Einaudi, Torino, 2000.
  • Lyttelton, La conquista del potere. Il fascismo dal 1919 al 1929, Laterza, Bari, 1982.
  • E. Gentile, La Marcia su Roma, Laterza, Bari, 2015.
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Tags: Fascismo
Giovanna Senatore

Giovanna Senatore

Ho conseguito la Laurea Magistrale in Storia presso l’Università della Calabria, con tesi in Storia Contemporanea dal titolo “Simone de Beauvoir: società e cultura in Francia dagli anni Quaranta agli anni Ottanta e, successivamente, il Master di II livello presso il Dipartimento di Filosofia, in Interculturalità ed epistemologia delle discipline presso l’Università della Calabria. Ha collaborato con la rivista InStoria per la GB Editoria di Roma e la Rivista di Storia e Cultura del Mediterraneo per le Edizioni Drengo. È docente di Storia e Filosofia, periodicamente svolge attività di ricerca storica.

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