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La strage dell’Italicus del 4 agosto 1974: attentato e colpevoli

La strage del treno “Italicus” avviene in piena “strategia della tensione”. È una strage che causa 12 morti e quarantotto feriti e, a distanza di oltre cinquant’anni, non ha ancora colpevoli e mandanti. È uno dei tanti misteri italiani, uno dei troppi misteri che caratterizza la storia del nostro Paese.

di Simone Balocco
7 Febbraio 2026
TEMPO DI LETTURA: 12 MIN

CONTENUTO

  • Il luogo della strage dell’Italicus
  • 1974, l’anno caldo della “strategia della tensione”
  • 4 agosto 1974, una bomba esplode nella Grande Galleria Appenninica. La figura di Silver Sirotti
  • L’iter processuale: nessun mandante e nessun esecutore in tanti anni di processo
  • Occhi su di loro: Mario Tuti e il Fronte Rivoluzionario Nazionale

Il luogo della strage dell’Italicus

“San Benedetto Val di Sambro”, recita Wikipedia, “è un comune italiano di 4.270 abitanti della città metropolitana di Bologna in Emilia-Romagna”. Questo paese passa due volte tristemente alla storia nel giro di dieci anni in quanto nel suo territorio scoppiano, all’interno della Grande Galleria Appenninica (lunga 18 chilometri e 507 metri), due bombe che causano complessivamente ventotto morti (12 e 16) e trecentoquindici feriti (48 e 267): la strage dell’”Italicus” e quella del “Rapido 904”, accadute il 4 agosto 1974 ed il 23 dicembre 1984.

Se la seconda ha avuto una dichiarata matrice mafiosa, la prima a oggi non ha ancora mandanti ed esecutori. Quella dell’”Italicus” è una strage che avviene nel 1974, un anno molto complicato per la storia della nostra repubblica, forse l’anno più caldo dell’intera “strategia della tensione”. Vediamo nel dettaglio cosa è successo su quel treno e l’iter processuale, ma soprattutto che anno è stato il 1974 per il nostro Paese.

1974, l’anno caldo della “strategia della tensione”

Il 1974 è un anno molto importante (e altrettanto critico) per l’Italia: in quei 365 giorni succedono molti eventi importanti di cronaca, costume e politica. Esempi? L’arresto del boss mafioso Luciano Liggio; la fondazione de “Il Giornale” da parte di Indro Montanelli; la nascita di “TeleMilanoCavo” (che porterà alla nascita di Canale 5 e Italia 1 tra il novembre 1980 ed il dicembre 1982). Inizia la “seconda distensione” della Guerra fredda con la conferenza di Helsinki sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa, cadono due degli ultimi tre regimi dittatoriali europei (la “rivoluzione dei garofani” in Portogallo il 25 aprile 1974 fa cadere Estado Novo al potere dal 1932; la questione cipriota porta alla fine del “regime dei Colonnelli” in Grecia il 24 luglio 1974). Senza dimenticare le dimissioni del Presidente americano Richard Nixon, coinvolto nello scandalo “Watergate” di due anni prima (lo scandalo delle intercettazioni da parte di membri del Partito repubblicano nei confronti dei Comitato Nazionale del Partito democratico).

Nel nostro Paese, inoltre, nel 1974 accadono due eventi diversi tra loro, ma altrettanto importanti. Domenica 12 maggio si tiene il primo referendum abrogativo della storia repubblicano per abolire la legge “Fortuna-Baslini” (legge n. 898/1° dicembre 1970) sul divorzio: c’è tanta incertezza sull’esito del voto, ma con il 59,3% dei “si” (e con un’affluenza dell’87%), gli italiani decidono di non abrogare la legge, dopo una radicale e sentita campagna referendaria tra i sostenitori del “si” (Democrazia Cristiana e Movimento Sociale Italiano) e del “no” (PCI, repubblicani, socialisti e socialdemocratici, liberali e Radicali).

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Quello stesso giorno, la Lazio vince matematicamente il suo primo scudetto. Uno scudetto sofferto ma meritato da parte di una squadra divisa al suo interno da feroci rivalità e dove tanti giocatori girano armati (e non per difendersi). Fa scalpore il fatto che per la prima volta la tifoseria biancoceleste si può fregiare del primo scudetto della sua storia, lei nota per la vicinanza di tanta parte dei suoi sostenitori a movimenti e all’ideologia di estrema destra in un periodo dove il terrorismo (di destra quanto di sinistra) fa il salto di qualità e sferra un pesante attacco allo Stato.

Società e politica stanno cambiando il Paese: a seguito del colpo di stato in Cile da parte di Augusto Pinochet, c’è il timore che anche in Italia possa esserci una cosa simile e per questo motivo l’allora segretario del PCI, Enrico Berlinguer, inizia a parlare di un avvicinamento del suo partito alle compagini di governo ed iniziare una proficua collaborazione (il cosiddetto “compromesso storico”). In pratica, una sorta di barriera istituzionale contro la possibile deriva autoritaria. Nel 1974 aumenta il livello di scontro ideologico tra le forze extraparlamentari di destra e di sinistra, si teme che il Paese, al contrario di quanto sta avvenendo in Portogallo e Grecia (e l’anno successivo in Spagna), possa subire un colpo di stato che avrebbe affondato la democrazia.

L’Italia è in piena “strategia della tensione”, il periodo più buio e controverso del nostro secondo dopoguerra, caratterizzato da violenza di piazza, trame occulte, scontri ideologici e la forza del terrorismo quanto “nero” quanto “rosso” che portano non solo ad omicidi mirati ma anche a stragi che causano morti e feriti. E proprio nel 1974 esplodo due bombe che provocano due stragi: la strage di piazza della Loggia a Brescia e quella del treno “Italicus” nel comune bolognese di San Benedetto Val di Sambro.

4 agosto 1974, una bomba esplode nella Grande Galleria Appenninica. La figura di Silver Sirotti

Il 1974 è l’anno delle bombe stragiste. Se il 28 maggio 1974 in piazza della Loggia a Brescia una bomba posizionata dentro un cestino dell’immondizia detona durante un comizio sindacale antifascista (che causa otto morti e 104 feriti), il successivo 4 agosto un’altra bomba esplode con conseguenze ancora più gravi. Una bomba è collocata nella quinta carrozza del treno espresso 1486 “Italicus” partito alle ore 20:35 di sabato 3 agosto 1974 dalla stazione Roma Tiburtina con destinazione Monaco di Baviera via Brennero. Il convoglio si compone di diciassette carrozze per un totale di 342 passeggeri a bordo.

L’“Italicus” è un treno attivo solo durante il periodo estivo per facilitare il turismo, non è un treno delle Ferrovie italiane, ma di quelle della Germania Ovest (le Deutsche Bundesbahn) e dalla stazione di Santa Maria Novella di Firenze, al binario 11, alle ore 00:36, parte alla volta della successiva fermata, la stazione di Bologna. Il treno alle ore 01:16 del 4 agosto 1974, in ritardo sulla tabella di marcia, sta per uscire dalla Grande Galleria Appenninica che collega le Province di Firenze e Bologna, con entrata/uscita a Vernio (allora in Provincia di Firenze, oggi Prato) e uscita/entrata a San Benedetto Val di Sambro. La bomba esplode all’interno della quinta carrozza e prende fuoco.

Il macchinista si accorge di tutto, non ferma il treno e lo fa uscire dalla galleria. Il treno arresta la sua corsa nella stazione del comune bolognese di San Benedetto Val di Sambro. Tutti aiutano tutti con gli estintori a disposizione e tutti fanno il possibile per aiutare le persone ferite. La sala d’aspetto della stazione diventa un’infermeria improvvisata e lì arrivano i soccorsi dal Bolognese e dal Fiorentino. La mattina del 4 agosto l’Italia si sveglia con la notizia della strage con la voce del giornalista Tito Stagno, conduttore del TG1: muoiono dodici persone e altre quarantotto rimangono ferite. Il Paese è sgomento. Il Presidente della Camera Pertini esprime il cordoglio per le vittime e usa parole forti contro coloro che vogliono mettere paura e creare instabilità nel Paese.

Le vittime della strage dell’”Italicus” sono Elena Donatini, Nicola Buffi, Herbert Kontriner, Nunzio Russo, Marco Russo, Maria Santina Carraro Russo, Tsugufumi Fukuda, Antidio Medaglia, Elena Celli, Raffaella Garosi, Wilhelmus Iacobus Hanema e Silver Sirotti. I funerali delle vittime si tengono il 9 agosto in piazza Maggiore a Bologna, dove accorrono oltre 150mila persone e le più alte cariche dello stato. Si leva un grossissimo applauso quando, tra i gonfaloni delle città bolognesi presenti alle esequie, appare quello di Marzabotto, la cittadina dell’Appennino teatro, tra il 29 settembre ed il 5 settembre 1944, di una serie di tremende stragi durante la guerra di liberazione (dove muoiono oltre milleottocento persone): San Benedetto Val di Sambro si trova, infatti, nei pressi di Monte Sole, poco distante da Marzabotto.

Tra le vittime della strage del treno “Italicus”, una menzione spetta a Silver Sirotti. Questo ragazzo di allora 24 anni non è un passeggero del treno ma uno dei controllori impiegati sul mezzo (“conduttore di convogli a lunga percorrenza”, per dirla con parole tecniche). Al momento dello scoppio dell’ordigno, il ragazzo è in un’altra carrozza e si precipita per aiutare molti feriti ad uscire dal treno, in particolare dalla carrozza numero 5, la carrozza dove è esplosa la bomba.

Sirotti, che non deve essere neanche su quel treno in quanto di riposo ma che cambia il turno con un collega, usa un solo estintore. Per il suo gesto di altruismo ed eroismo, Sirotti è insignito della medaglia d’oro al valore civile. Le indagini sulla strage partono subito e, viste le bombe esplose tra il 25 aprile 1969 e piazza della Loggia, l’attenzione degli inquirenti si riversa verso la destra radicale. Quella dell’”Italicus” fino a quel momento è la strage con più morti dai tempi della fine della Seconda guerra mondiale.

L’iter processuale: nessun mandante e nessun esecutore in tanti anni di processo

Le indagini portano alla scoperta che la bomba esplosa sull’”Italicus” pesava oltre 4,5 chilogrammi, è collocata all’interno della quinta carrozza di quel treno, è composta da una carica di tritolo con l’aggiunta di una miscela di termite, un composto formato da un metallo in polvere e da un ossido metallico che sono, rispettivamente il combustibile e l’ossidante che innesca una grande forza detonante, causando una forte combustione. Visto il ritardo che il treno accumulato durante il viaggio, si scopre che se fosse stato in orario, alle ore 1:16 sarebbe dovuto transitare da Bologna, causando ancora più vittime e feriti, ma se non avesse recuperato parte del ritardo, la bomba sarebbe detonata all’interno della Grande Galleria Appenninica, creando sicuramente molti più problemi dal punto di vista dei soccorsi e, probabilmente, ci sarebbero state più vittime.

Gli inquirenti spingono l’attenzione sul terrorismo nero e le indagini portano alla scoperta di un’altra sigla che “popola” la destra eversiva nazionale, Ordine Nero. Questa è un’organizzazione molto misteriosa nata a seguito dello scioglimento di Movimento Politico Ordine Nuovo (la parte più a destra del Centro Studi Ordine Nuovo) fondato nel 1956 da Pino Rauti, tornato nel 1969 all’interno del MSI) da parte del Ministero degli Interni il 21 novembre 1973. Ordine Nero nasce come reazione a quella decisione.

Ordine Nero il giorno dopo la strage fa trovare, in una cabina telefonica di Bologna, un volantino (che si scopre essere scritto dal neofascista bolognese Italo Bono) in cui afferma che l’organizzazione estremista neofascista ha compiuto la strage di San Benedetto Val di Sambro. Il volantino rivendicativo recitava queste parole: Giancarlo Esposti è stato vendicato. Abbiamo voluto dimostrare alla nazione che siamo in grado di mettere le bombe dove vogliamo, in qualsiasi ora, in qualsiasi luogo, dove e come ci pare. Vi diamo appuntamento per l’autunno; seppelliremo la democrazia sotto una montagna di morti.

Si parla, quindi, di una vendetta nei confronti del neofascista “sanbabilino” (e leader delle Squadre Azione Mussolini) Giancarlo Esposti, 25 anni, ucciso il 30 maggio 1974 sull’Appennino tra le Province di Rieti e L’Aquila, a Pian del Rascino, in un conflitto a fuoco con le forze dell’ordine. Esposti è accusato per la strage di Brescia di due giorni prima, tesi poi smentita, mentre non è mai stato chiarito perché lui e tre suoi sodali (i neofascisti Umberto Vivirito, Alessandro Danieletti e Alessandro D’Intino) fossero a Pian del Rascino: pensavano a un attentato all’allora Presidente della Repubblica, Giovanni Leone, durante la parata per i festeggiamenti del 2 giugno? Il conflitto a fuoco avviene nei pressi di una sorta di campo paramilitare “costruito” in quella parte di Appennino.

Visto che in quel 1974 iniziano a commettere omicidi anche le Brigate Rosse, nel Paese c’è la paura che, da un momento all’altro, possa esserci un colpo di stato a ribaltare lo status quo. E a inquietare gli italiani ci pensa anche la scoperta, nell’agosto di quell’anno, del “golpe bianco” ideato da Edgardo Sogno. È certo che “qualcuno” vuole destabilizzare il Paese con paura, violenze e tensioni con l’obiettivo di cambiare il volto al Paese.

Il 9 agosto 1974 la proprietaria di una ricevitoria di Roma deposita una dichiarazione: qualche giorno prima dello scoppio della bomba, nel suo locale sente parlare una ragazza al telefono di “bombe”, “macchina pronta” e “passaporti”. Si scopre che la ragazza al telefono è Claudia Ajello, figlia di una donna greca e traduttrice, che si scopre essere vicina al SID (l’allora servizio segreto), nonché un’infiltrata nei gruppi degli studenti greci in Italia e nel PCI: la Ajello è condannata per falsa testimonianza, ma non c’entra nulla con la strage e la sua preparazione.

Qualcosa sulle indagini si muove il 15 dicembre 1975: dal carcere di Arezzo fuggono il neofascista Luciano Franci (in carcere per l’attentato ferroviario di Terontola, in Provincia di Arezzo) e i “rossi” Aurelio Fianchini e Felice d’Alessandro. Franci a Franchini in carcere dice di sapere quale è la sigla responsabile dell’attentato del 4 agosto e chi sono i responsabili della strage dell’”Italicus”: il Fronte Rivoluzionario Nazionale. Usciti dal carcere, i tre si dividono: Fianchini e d’Alessandro si dirigono, tra molte peripezie, a Roma: Fianchini prima parla con i giornalisti di Epoca ed il giorno dopo con quelli di Paese Sera. I giornalisti si precipitano a parlare con gli inquirenti, riferendo le parole del “rosso” Fianchini.

Si scopre, quindi, che dietro l’attentato del 4 agosto c’è un’altra sigla neofascista molto attiva in Toscana e Emilia Romagna, il Fronte Rivoluzionario Nazionale, guidato da Mario Tuti: il 21 aprile questo gruppo ha organizzato un attentato presso la stazione di Vaiano, in Provincia di Firenze, divelse le rotaie che, fortunatamente, non causa vittime e feriti. Oltre a Tuti, sono fermati Luciano Franci, Piero Malentacchi, Margherita Luddi, Emanuele Bartoli, Maurizio Barbieri e Rodolfo Poli.

Tuti si dichiara innocente, Franci dice di non aver mai parlato con Fianchini mentre Malentacchi dice di non far parte di organizzazioni eversive neofasciste. Lo Sgrò sarà accusato di calunnia in quanto, per avere denaro dal MSI, dice che a luglio ha parlato con Almirante di essere a conoscenza del fatto che dietro alla strage ci sono degli studenti di estrema sinistra, fornendo al leader missino un’indicazione del tipo “5.30 treno Roma Tiburtina con bomba al suo interno”. Almirante si rivolge subito a Emilio Santillo, direttore dell’Ispettorato generale antiterrorista, ma si scopre che le parole di Sgrò sono tutte false, fatte in modo per avere dei soldi dal partito della Fiamma.

Le indagini sulla strage dell’”Italicus” si chiudono il 1° agosto 1980 con il rinvio a giudizio di Tuti, Franchi e Malentacchi, considerati l’esecutore, il “palo” e quello che costruisce la bomba e la colloca sul treno. Il 20 luglio 1983 il presidente Mario Negri della Corte d’assise di Bologna assolve tutti gli imputati per insufficienza di prove: le parole di Fianchini si dimostrano poco attendibili e tutto l’impianto accusatorio è smontato. Nel 1982 inizia una nuova inchiesta che si unisce al processo per la strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980 dove muoiono 85 persone e duecento rimangono feriti.

Durante tutte le indagini non mancano i depistaggi e le piste false, ma il 18 dicembre 1986 il presidente della Corte d’assise d’appello di Bologna, Pellegrino Iannaccone, condanna alla pena dell’ergastolo Tuti e Franci, ritenuti gli esecutori della strage dell’”Italicus”, assolvendo Malentacchi. Si attesta che la strage dell’”Italicus” è di origine neofascista ed inquadrabile in un periodo certo dove è forte la presenza di sigle eversive che puntano al ribaltamento dell’ordine costituito: la “strategia della tensione”. Appare dalle indagini la presenza, accertata, di cellule neofasciste/neonaziste operanti in Toscana negli anni dello stragismo e, a partire dal 17 marzo 1981, della loggia massonica P2, che si scoprirà implicata in tante stragi, attuando depistaggi ed infiltrata attraverso i suoi membri nei gangli dell’economia, della finanza, della politica e delle forze armate.

Il 16 dicembre 1987 la grande sorpresa: tutto è da rifare, poiché il giudice Corrado Carnevale annulla la sentenza della Corte d’Assise di Bologna “per non aver commesso il fatto” e perché smonta la sentenza precedente: si devono punire i colpevoli del gesto e non punire le persone perché fanno parte di una certa area politica. Il 4 aprile 1991 Tuti e Franci sono assolti dalla Corte di Cassazione e, infine, la Corte d’Appello di Bologna il 24 marzo 1992 assolve in via definitiva gli imputati: la strage dell’”Italicus” a oggi non ha né mandanti né esecutori e le vittime e i feriti non hanno ancora giustizia. Tutti i fascicoli sulla strage dell’Italicus, con una direttiva del 22 aprile 2014, sono consultabili in quanto non più coperti da segreto di Stato.

Occhi su di loro: Mario Tuti e il Fronte Rivoluzionario Nazionale

Le indagini sull’”Italicus” portano alla ribalta delle indagini un’altra sigla che caratterizza gli anni Settanta, il Fronte Rivoluzionario Nazionale. Formato da esponenti neofascisti toscani, questo gruppo si fonda sul fascismo delle origini, un fascismo improntato sull’azione e sull’uso della forza per combattere i propri nemici, non escludendo stragi e vittime. Il leader fondatore (e carismatico) di questo gruppo è Mario Tuti, uno dei nomi eccellenti della violenza e del terrorismo neofascista degli anni Settanta.

Nativo di Empoli, Tuti all’apparenza è una persona normale (è geometra nonché impiegato tecnico nel comune della sua città) che come tanti ventenni, in quegli anni, si avvicina alla politica e lo fa con il MSI. Tuti è uno pronto all’azione, una testa calda e vista la piega che, secondo lui, prende il partito rispetto al fascismo delle origini si allontana dal partito di Almirante per abbracciare la lotta armata, l’azione di gruppi estremisti che vogliono trasformare il sistema politico e sociale attraverso la violenza organizzata e non la via democratica: armi e violenza contro il voto politico ed il dialogo. Come lui, tantissimi in quegli anni si avvicinano alla lotta contro il sistema, lo Stato e i nemici politici: una via senza ritorno.

Il FRN viene fuori nelle indagini perché, tra il 1974 ed il 1975, il movimento è implicato in diversi attentati dinamitardi (in particolare colpendo i treni). Il 24 gennaio 1975 tre poliziotti si recano a casa di Tuti per fare un’ispezione e per arrestarlo per associazione sovversiva, visto che il suo nome appare come uno dei capi del FRN: detiene armi legalmente, ma altre non lo sono (gli trovano delle bombe a mano). Non appena gli dicono di seguirlo in centrale, Tuti prende un fucile e spara: ne scoppia un conflitto a fuoco dove muoiono Leonardo Falco e Giovanni Ceravolo (brigadiere e appuntato della Polizia di Stato) e rimane ferito l’appuntato Arturo Rocca. Tuti scappa all’estero ed è arrestato in Costa Azzurra sei mesi dopo. Il 16 maggio 1975 è condannato all’ergastolo per la morte dei due agenti.

Essendo un duro, in Costa Azzurra, Mario Tuti è implicato in uno scontro a fuoco con la polizia francese che lo arresta il 27 luglio 1975. A dicembre è estradato in Italia dove sconta la pena a due ergastoli per l’omicidio dei due poliziotti. Per gli attentati accaduti in Toscana sui binari della linea Roma-Firenze, Tuti nel 1976 è condannato a 20 anni per strage, ma anche per detenzione di materiale esplosivo e anche per ricostruzione del disciolto partito fascista.

Il 13 aprile 1981 Tuti uccide l’avanguardista bresciano Ermanno Buzzi nel carcere di Novara poiché ritenuto un pentito della scena terroristica nazionale che vuole sovvertire il Paese. Ad aiutarlo nell’omicidio, Pierluigi Concutelli, personaggio di spicco della galassia eversiva nera italiana, autore dell’omicidio del giudice Vittorio Occorsio e punto di riferimento per tanti giovani che in quegli anni abbracciano la lotta armata. Anche Tuti diventa un punto di riferimento dei giovani terroristi di destra, in particolare i NAR. Nell’agosto del 1987 Tuti è uno dei sobillatori della rivolta del carcere di Porto Azzurro, sull’Isola d’Elba, (che dura una settimana di trattative) e condannato ad altri 14 anni di carcere.

Tuti è poi considerato il mandante dell’omicidio di Mauro Mennucci, l’ex militante neofascista che lo aiuta a fuggire in Francia ma che poi lo “vende” alle forze dell’ordine: Mennucci è ucciso da un nucleo dei NAR l’8 luglio 1982. Per la morte di Mennucci, la Corte di Assise di Firenze assolve Tuti per non aver commesso il fatto il 9 aprile 1991 dopo essere stato assolto in primo grado per insufficienza di prove.

Tuti non ha mai rinnegato la sua fede fascista, è considerato un duro, un cattivo della scena extraparlamentare nonché un punto di riferimento per tanti che in quegli anni abbracciano la violenza di strada quanto la volontà di instaurare nel Paese un regime non democratico: se si notano le sue immagini durante i processi, si fa ritrarre mentre fa il saluto romano nonostante le manette e ha sempre parlato del terrorismo come elemento necessario per destabilizzare il Paese anche usando le bombe. Tuti negli anni si avvicina al volontariato, aiutando i ragazzi in difficoltà. Oggi è in regime di semi-libertà.

Sitografia

  • https://www.rivistailmulino.it/a/4-agosto-1974-attentato-al-treno-italicus
  • www.spazio70.com
  • www.vittimeterrorismo.it
  • https://cris.unibo.it/handle/11585/1000363
  • https://4agosto1974.wordpress.com/
  • https://www.comune.empoli.fi.it/Novita/Comunicati/Davanti-alla-casa-dove-furono-uccisi-gli-agenti-di-polizia-Falco-e-Ceravolo-una-pietra-d-inciampo
  • https://www.ilfoglio.it/piccola-posta/2021/08/26/news/il-caso-di-mario-tuti-e-i-conti-sempre-aperti-con-la-propria-coscienza-2825738/
  • https://www.unisob.na.it/inchiostro/?idrt=4124#:~:text=Sei%20mesi%20dopo%20la%20sua,vita%20attraverso%20opere%20di%20bene%22.

Podcast

L’Italicus e l’anno delle stragi (2 puntate), Qui si fa l’Italia, di Lorenzo Pregliasco e Lorenzo Baravalle, Spotify

Consigli di lettura: clicca sul titolo e acquista la tua copia!

  • N. Rao, Il sangue e la celtica. Dalle vendette antipartigiane alla strategia della tensione. Storia armata del neofascismo, Sperling&Kupfer, Milano, 2008.
Letture consigliate
Tags: Anni di PiomboRepubblica Italiana
Simone Balocco

Simone Balocco

Ha conseguito la laurea in Scienze politiche indirizzo politico-internazionale presso l’Università degli Studi del Piemonte orientale “A. Avogadro” di Alessandria con una tesi dal titolo “Colonie e sport a Novara durante il Ventennio”. Ha frequentato il Master di II livello in Relazioni internazionali indirizzo diplomazia e politica estera presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Bologna. Da anni collabora con siti di carattere storico e sportivo e con la redazione sportiva di una radio locale novarese. Nel novembre 2020 ha pubblicato il libro “I portieri della Nazionale italiana di calcio. Dal 1910 a oggi” con il giornalista novarese Gianfranco Capra per la casa editrice Graphot di Torino.

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