La strage di Ekaterinburg: la fine di Nicola II e della famiglia reale Romanov

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Nella notte tra il 16 e il 17 luglio del 1918 l’ultimo zar Nicola II Romanov, la moglie Alexandra e i loro cinque figli vengono giustiziati dai rivoluzionari bolscevichi. E’ la strage di Ekaterinburg. SCOPRI LA SEZIONE CURIOSITA’

La guerra civile

La fine dei Romanov si inserisce nel contesto della guerra civile che divampa in Russia subito dopo la firma del trattato di Brest-Litovsk del marzo 1918, con il quale il governo bolscevico esce dalla Prima guerra mondiale. Le potenze dell’Intesa considerano questa pace come un tradimento e cominciano ad appoggiare l’Armata bianca anti-bolscevica, posta sotto la guida di ex ufficiali zaristi.


Fra la primavera e l’estate 1918 truppe anglo-francesi sbarcano nel nord della Russia e sulle coste del Mar Nero, mentre rinforzi americani e giapponesi penetrano nella Siberia. Ha da quel momento inizio un’ondata di violenza sanguinaria sia da parte dei comunisti sia da parte dei controrivoluzionari. Lenin è schietto a tale proposito:

“Quando una classe rivoluzionaria lotta contro le classi possidenti che le si oppongono, essa deve schiacciare questa resistenza; e noi sopprimeremo la resistenza delle classi ricche con gli stessi mezzi con i quali queste schiacciarono il proletariato. Altri mezzi non ce ne sono.” 

La strage di Ekaterinburg, la fine dei Romanov

Dopo l’abdicazione , Nicola II e la sua famiglia vengono presi in custodia dai bolscevichi e nella primavera 1918 sono condotti ad Ekaterinburg, dove alloggiano in quella che viene denominata “Casa per uso speciale“. Nel clima di totale incertezza che si crea nel paese, i rischi legati al mantenimento in vita di Nicola II diventano troppo alti.

Il 16 luglio un telegramma inviato al Cremlino rimarca il fatto che non sia più possibile aspettare; per tale motivo si invita Lenin a mettersi in contatto con Ekaterinburg per occuparsi personalmente della questione. Poche ore dopo il leader bolscevico, considerato il fatto che le truppe bianche siano vicinissime alla città, da il via libera all’operazione.

Il commissario Jakov Jurovskij si occupa personalmente dell’organizzazione e dell’esecuzione dell’eccidio della famiglia reale. Nella seduta del soviet locale, una volta appreso quali sarebbero stati i proprio bersagli, le guardie rosse però si tirano indietro, rifiutandosi di sparare sui figli degli ex zar, tanto che Jurovskij si vede costretto a chiamare ex prigionieri di guerra austro-ungarici.

A quel punto tutto è pronto per l’operazione:

“Al pianterreno era stata scelta una stanza con un tramezzo di legno stuccato (per evitare rimbalzi), da cui erano stati levati tutti i mobili. La squadra era pronta nella stanza accanto. I Romanov non avevano intuito nulla.” (Dal resoconto di Jurovskij)

A mezzanotte, Jurovskij sveglia i Romanov e ordina loro di prepararsi per una partenza; gli spiega che, in concomitanza dell’arrivo imminente dei bianchi in città, sarebbe stato più sicuro trasferirli altrove. Circa mezz’ora dopo Nicola II, la moglie Aleksandra, i cinque figli, Ol’ga, Tatijana, Marija, Anastasija, Aleksej, il medico, l’inserviente, il cuoco e la dama di compagnia Anna Demidova scendono giù e Jurovskij li invita ad entrare nella stanza del pianterreno.


Dopo aver fotografato la famiglia al completo Jurovskij irrompe nuovamente nella stanza accompagnato da dieci uomini armati e, letta la brevissima nota di condanna a morte, apre il fuoco sui condannati. Il primo a cadere sotto i colpi del plotone è Nicola, seguito dalla moglie e dal figlio Aleksej. Subito dopo tocca alle principesse e al seguito. L’esecuzione si conclude dopo circa venti minuti.

Alle tre del mattino i corpi vengono caricati su un furgone e portati in una fossa comune nella foresta dei Koptjaki, a circa venti chilometri da Ekaterinburg. Una volta sepolti i cadaveri, gli uomini di Jurovskij fanno esplodere qualche granata per ricoprire la buca.

Il 20 luglio viene pubblicato a Ekaterinburg il decreto dell’eseguita esecuzione:

“Decreto del Comitato esecutivo del Soviet degli Urali dei deputati operai, contadini e dell’Armata Rossa. Avendo notizia che bande cecoslovacche minacciano Ekaterinburg, capitale rossa degli Urali, e considerando che il boia coronato, qualora si desse alla latitanza, potrebbe sottrarsi al giudizio del popolo, il Comitato esecutivo, dando corso alla volontà del popolo, ha decretato di procedere all’esecuzione dell’ex zar Nikolaj Romanov, colpevole di innumerevoli crimini sanguinosi.”