Strage di Peteano, 31 maggio 1972

strage di Peteano

Il 31 maggio 1972 in località Peteano, una frazione di Sagrado (Gorizia) un attentato terroristico di matrice politica di estrema destra provoca la morte di tre carabinieri (il brigadiere Antonio Ferraro, i carabinieri Donato Poveromo e Franco Dongiovanni) e il ferimento di altri due (il tenente Angelo Tagliari e il brigadiere Giuseppe Zazzaro). Una telefonata anonima invita i militari a controllare un’automobile sospetta. Si tratta un’autobomba. che esplode quando si tenta di aprire il cofano a cui il suo innesco è collegato. SCOPRI LA SEZIONE VIDEO LEZIONI

La strage di Peteano

Alle 22,35 del 31 maggio 1972 una telefonata anonima, con accento friulano, segnala ai carabinieri della Stazione dei Carabinieri di Gorizia la presenza di una 5oo con due fori di proiettile nel parabrezza. La vettura si trova a Peteano, piccola frazione nel comune di Sagrado, in provincia di Gorizia. Quando i militari dell’Arma giungono sul posto vedono l’automobile con le tracce dei proiettile.

Alle 23,25 sono presenti tre auto dei carabinieri. Dopo aver ispezionato l’interno, i carabinieri decidono di aprire il bagagliaio. Davanti uno dei tre uomini che sono posizionati di fronte alla vettura sgancia il cofano. Proprio in quell’istante, a causa di un innesco, brilla un ordigno che colpisce a morte i carabinieri Antonio Ferraro, Donato Poveromo e Franco Dongiovanni. Il tenente Angelo Tagliari e il brigadiere Giuseppe Zazzaro rimangono gravemente feriti.

Le indagini su Peteano

Il colonnello dei carabinieri Dino Mingarelli, comandante della Legione di Udine decide di occuparsi personalmente delle indagini. Mingarelli era stato attivo nel Piano Solo e nel golpe Borghese. Il colonnello dirige subito la sua inchiesta verso gli ambienti di Lotta Continua di Trento, con l’intenzione di depistare. I sospetti sui militanti trentini hanno origine dalle confidenze di Marco Pisetta, brigatista divenuto informatore dei servizi e dei carabinieri. Il 27 giugno Pisetta aveva reso deposizioni nella caserma di Trento al tenente colonnello Michele Santoro, simpatizzante della destra autoritaria. In seguito, lo stesso Pisetta smentirà le sue dichiarazioni. Le indagini non ottengono gli esiti previsti e la traccia è presto abbandonata.

Sfumata la pista rossa, a circa dieci mesi dall’attentato, le indagini si orientano sulla malavita goriziana. La cosiddetta pista gialla vede indagati sei giovani pregiudicati con piccoli precedenti penali. La fragile tesi che sorregge questa pista si appunta su una vendetta della delinquenza locale contro i carabinieri. Il testimone dell’accusa è un informatore dei carabinieri, tale Walter di Biaggio, che in tribunale smentirà la versione a lui attribuita. I goriziani sono arrestati il 21 marzo 1973, rinviati a giudizio e riconosciuti innocenti in primo grado a giugno 1974, in appello nel 1976. Infine, dopo un annullamento della sentenza di secondo grado e un secondo processo d’appello, definitivamente prosciolti con formula piena il 25 giugno 1979.

Gli indagati, nell’aprile 1974. denunciano Mingarelli per le false accuse, dando inizio a una nuova inchiesta contro ufficiali dei carabinieri e magistrati per aver deviato le indagini. Il giudice istruttore di Trieste, nel 1974 non accoglie tali istanze e decreta non doversi promuovere l’azione penale, ma il discorso si riaprirà qualche anno dopo.

Le dichiarazioni di Vinciguerra

Nel febbraio del 1979 l’estremista neofascista Vincenzo Vinciguerra rientra a Roma dopo la latitanza in Spagna e America latina. Pone fine alla militanza in Avanguardia Nazionale (nel 1974 conclude quella in Ordine Nuovo). A settembre dello stesso anno, ritenendo che siano venute meno le condizioni per continuare la lotta contro lo Stato nei metodi fino ad allora adottati, si costituisce spontaneamente.

Il 28 giugno 1984 decide di assumersi la responsabilità dell’attentato di Peteano. Non è pentito, ma determinato a rendere pubblici i rapporti tra l’estrema destra e gli apparati dello Stato, che si sono attivati per coprire la matrice fascista dell’attacco. Alla base della sua decisione, non c’è quindi un ravvedimento, ma una scelta politica e ideologica. Autoaccusandosi, Vinciguerra incolpa quei settori dello Stato che lo hanno protetto depistando le indagini sull’attentato. La sua posizione non è quella del pentito né del collaboratore di giustizia.

Gli autori della strage di Peteano appartengono sia a Ordine Nuovo, movimento politico di estrema destra, che al MSI. Essi sono Vincenzo Vinciguerra, Carlo Cicuttini (segretario MSI a Manzano, in provincia di Udine) e Ivano Boccaccio (morto il 7 ottobre 1972, nel tentativo di dirottare un aereo nell’aeroporto goriziano di Ronchi dei Legionari).

La deposizione di Vinciguerra delinea, 12 anni dopo, in maniera inequivocabile la matrice dell’attentato. L’agguato è un messaggio agli orchestratori della strategia della tensione. Nella visione di Vinciguerra, l’attacco ai carabinieri deve servire per sganciare Ordine Nuovo da braccio armato della violenza stragista di Stato, avviando una linea autonoma. L’azione resta dimostrativa, non è in potere di Vinciguerra mutare il ruolo di Ordine Nuovo.

Il ruolo di Almirante

In seguito alle indagini sulla Strage di Peteano, il terrorista neofascista Vincenzo Vinciguerra rivela nel 1982 come il segretario del MSI Giorgio Almirante avesse fatto pervenire la somma di 35.000 dollari a Carlo Cicuttini, affinché modificasse la sua voce durante la sua latitanza in Spagna mediante un apposito intervento alle corde vocali. Tale intervento si rendeva necessario poiché Cicuttini, è l’autore della telefonata che aveva attirato in trappola i carabinieri e la sua voce era stata registrata.

Nel giugno del 1986, a seguito dell’emersione dei documenti che provano il passaggio del denaro tramite una banca di Lugano, il Banco di Bilbao e il Banco Atlantico, Giorgio Almirante e l’avvocato goriziano Eno Pascoli vengono rinviati a giudizio per il reato di favoreggiamento aggravato verso i due terroristi neofascisti.

Il processo

Nel 1992 la sentenza definitiva. Vinciguerra e Cicuttini vengono condannati all’ergastolo, Carlo Maria Maggi a 12 anni per reato associativo, Carlo Digilio e Delfo Zorzi rispettivamente a 11 e 10 anni per lo stesso reato. Altri militanti locali sono condannati a pene tra i 4 e i 6 anni (Gaetano Vinciguerra, Giancarlo Flaugnacco e Cesare Benito Turco). Eno Pascoli è condannato a 3 anni e 9 mesi, mentre Almirante usufruì dell’amnistia prima dell’inizio del processo.

Nel processo si accerta il depistaggio dei tre ufficiali, condannati a 3 anni e 1 mese (Giuseppe Napoli) e a 3 anni e 10 mesi (Antonio Chirico e Dino Mingarelli). Si accerta anche il depistaggio di un perito (Marco Morin, militante di Ordine Nuovo) e di altri Ufficiali dei Carabinieri, accusati di falsa testimonianza.

Cicuttini, fuggito in Spagna, viene catturato a ventisei anni dalla strage, nell’aprile del 1998, vittima egli stesso di una trappola: la procura di Venezia gli fa offrire un lavoro a Tolosa dove, recatosi convinto di intraprendere le trattative contrattuali, viene arrestato dalla polizia ed estradato dalla Francia in Italia dove muore nel 2010. Attualmente Vincenzo Vinciguerra sta scontando una condanna all’ergastolo in qualità di reo confesso della strage

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