La Rivoluzione francese, scoppiata nel 1789, segna uno spartiacque nella storia francese ed europea. Generata dal profondo malcontento popolare verso le disuguaglianze sociali e l’assolutismo monarchico, ha trasformato radicalmente la società francese, abbattendo l’Ancien Régime e aprendo la strada a nuove idee di libertà, uguaglianza e partecipazione politica. Nonostante ci siano stati momenti drammatici e di violenza cieca e sanguinaria, la Rivoluzione ha tra i suoi meriti quello di aver acceso il dibattito sull’identità dei cittadini e sul ruolo dello Stato. Nelle tormentate e lunghe vicende che contraddistinguono il periodo rivoluzionario francese si possono individuare tre fasi principali: 1) la prima monarchico-costituzionale a prevalenza borghese che va dal 1789 al 1792; 2) la seconda repubblicano-democratica (1792-1794), seppur contraddistinta in un lungo periodo dal terrore giacobino e caratterizzata dall’alleanza tra borghesia avanzata e forze popolari sanculotte; 3) la terza repubblicano-moderata (1794-1799) la quale assicura ai gruppi di centro, tradizionalmente più moderati, il potere.
La rivoluzione che divampa nel 1789 in Francia affonda le sue radici profonde nella lunga crisi attraversata dal paese nel corso del XVIII secolo. A partire dalla morte del re Sole Luigi XIV, nel 1714, l’Assolutismo regio si indebolisce gradualmente, senza riuscire al contempo a riformarsi. Costanti diventano gli attriti della monarchia con la nobiltà che cerca di riacquisire prerogative privilegiate che considera proprie, e con i Parlamenti, specialmente quello di Parigi. Tra i tanti problemi che affliggono il potere monarchico uno sembra riassumerli tutti, ponendosi come fatto emblematico: l’incapacità di risolvere la soffocante crisi finanziaria.
Le contraddizioni della società francese emergono agli occhi di tutti i contemporanei che vivono una realtà ingessata in strutture antiche ormai superate, suddivisa in tre ordini che non comunicano tra loro; domina la totale assenza di mobilità sociale e l’impossibilità per chi nasce svantaggiato di emergere. A formare i tre ordini sociali sono:
-Il Clero composto da 130 mila persone che possiedono l’8% di terreni considerati inalienabili; ceto esente dalle tasse, riscuote le decime ai contadini e non risponde alle leggi dello Stato ma solo al diritto canonico e ai tribunali ecclesiastici;
-I nobili: circa 355 mila persone, godono di esenzioni fiscali, sono proprietari del 23% del suolo francese, riscuotono tasse e pedaggi, sono giudicabili solo da tribunali composti da loro pari, ricoprono le alte cariche nell’amministrazione statale e nell’esercito
-Terzo Stato: rappresenta il 98% della popolazione composta da 26 milioni di abitanti, è formato dal ceto alto-borghese, dalla borghesia fatta di professionisti, di commercianti e artigiani, da lavoratori delle manifatture e da contadini che coltivano la terra altrui sotto il peso di tasse e obblighi.
Per tamponare il gigantesco indebitamento statale che si trovano a dover gestire, il re Luigi XVI e i suoi ministri delle finanze, che si alternano nella carica (tra questi Robert Jacques Turgot e Jacques Necker), propendono per la tassazione dei ceti privilegiati esonerati dalle contribuzioni ordinarie perché “si riteneva che collaborassero sotto altre forme (preghiera e servizio militare) al benessere del corpo politico”[1]. Di fronte a questa ipotesi la nobiltà e il clero fanno squadra comune e si oppongono categoricamente, negando ogni possibile apertura in questo senso. La grave situazione sociale ed economica costringe allora il sovrano a convocare nell’agosto 1788 gli Stati generali, l’Assemblea dei rappresentanti dei tre ordini che non si riuniva dal 1614.
“La notizia della riunione degli Stati Generali fu accolta ovunque come la Buona Novella annunciatrice di tempi nuovi; da allora la speranza e la paura marciarono di pari passo; avrebbero acconsentito i privilegiati a farsi spogliare delle loro prerogative?”. (Soboul)
Nell’imminenza della convocazione le assemblee locali promuovono la stesura di una serie di documenti che esprimono le rimostranze, i desideri, le suppliche del popolo francese. Si tratta dei Cahiers de doléances, ovvero i quaderni delle lagnanze o delle lamentele, che rappresentano il momento più significativo e capillare della mobilitazione politica, nonché l’espressione più limpida del malessere dei francesi. La formulazione più efficace delle ambizioni del Terzo stato è quella messa per iscritto all’inizio del 1789 in quello che è divenuto il celebre pamphlet intitolato “Che cos’è il Terzo stato?” dell’abate Emmanuel-Joseph Sieyes. Il passo emblematico del testo, quello che racchiude tutto il senso della rivoluzione è il seguente: “Che cos’è il Terzo Stato? Tutto. Che cosa ha rappresentato finora nell’ordinamento pubblico? Nulla. Che cosa chiede? Di diventare qualcosa”.
Il 5 maggio 1789 ha luogo la solenne cerimonia di apertura dei lavori dell’Assemblea dove emerge subito una grave questione: i rappresentanti del Terzo stato, di poco superiori a livello numerico rispetto ai due ceti privilegiati, chiedono che il voto all’interno delle riunioni avvenga per “Testa”, ovvero un voto valido per ogni singolo deputato. I rappresentanti dei due ordini privilegiati vogliono, invece, mantenere il tradizionale voto per Ordine, in modo da assicurarsi sempre la maggioranza. Si arriva così allo scontro tra le parti. Il Terzo Stato il 20 giugno si autoproclama Assemblea Nazionale e i rappresentanti giurano di non sciogliersi prima di aver dato alla Francia un nuovo ordinamento costituzionale (Giuramento della Pallacorda).
Di fronte all’azione risoluta del Terzo Stato gli altri due ordini privilegiati sono costretti a piegarsi e ad unirsi ai rappresentanti della borghesia. Il 9 luglio gli Stati generali si trasformano in Assemblea Nazionale Costituente. A questo punto il sovrano tenta invano di riprendere in mano le redini della situazione sfuggita di mano: licenzia Necker, un ministro riformatore assai gradito alla borghesia, e ordina un intenso concentramento di truppe intorno a Parigi. Queste decisioni mettono in allarme le masse cittadine che si organizzano e, nella giornata del 14 luglio, reagiscono alla provocazione finendo con il prendere d’assalto ed espugnare la fortezza della Bastiglia. La presa di questa antica prigione ha come immediata conseguenza la costituzione di un nuovo consiglio municipale a Parigi: la Comune, a difesa viene creata una milizia armata cittadina chiamata “Guarda Nazionale” posta sotto il comando del marchese Joseph-Paul De La Fayette.
Alla rivoluzione municipale segue, per propagazione spontanea, quella contadina. Nelle campagne del paese viene sprigionata tutta la rabbia dei contadini che assaltano gli odiati castelli signorili distruggendo tutto ciò che si trova negli archivi nobiliari. L’Assemblea Costituente provvede allora all’abolizione immediata di tutti i diritti signorili (4 agosto 1789) e, alla fine del mese, promulga la Dichiarazione dei Diritti dell’uomo e del cittadino il cui primo articolo recita: “Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti. Le distinzioni sociali non possono esser fondate che sull’utilità comune”. Il re rifiuta inizialmente di riconoscere questo documento, ma deve cedere alle pressioni quando il 6 ottobre il popolo di Parigi, composto in maggioranza da donne esasperate, marcia sulla reggia di Versailles e costringe i sovrani a ritornare nella capitale, dove prendono dimora nel palazzo delle Tuileries.
In questa fase di monarchia costituzionale, all’interno dell’Assemblea si delineano tra grandi raggruppamenti: gli aristocratici a destra, i monarchici al centro e i patrioti a sinistra[2]. Il dibattito non resta, però, isolato all’interno dell’aula ma trabocca nella capitale e nel resto del paese dove l’opinione pubblica è tenuta desta dall’opera dei clubs, dei circoli politici aperti ai cittadini. Quelli che si affermano in questa fase sono quello moderato dei Foglianti, guidato da La Fayette, quello più avanzato dei Giacobini, costituito da rappresentanti della borghesia medio-alta come Maximilien Robespierre, e quello ancor più radicale dei Cordiglieri che raccoglie vasti consensi tra i ceti medi.
Luigi, nel frattempo, continua a subire passivamente la rivoluzione e si avvicina sempre più al partito della regina Maria Antonietta, convinta controrivoluzionaria, prendendo contatti diretti con gli esponenti della consistente emigrazione nobiliare all’estero. Non vengono visti di buon occhio, all’interno dell’ambiente di corte, gli eccessi della rivoluzione come, ad esempio, la Costituzione civile del clero approvata nel luglio 1790. Il sogno di una monarchia costituzionale in Francia viene spazzato via dalla tentata fuga della famiglia reale, tra il 20 e 21 giugno 1791, che però si conclude prima del previsto a Varennes dove il re viene fermato e riconosciuto, quindi ricondotto scortato nella capitale.
L’evento segna un punto di rottura poiché crolla la fiducia del popolo verso il proprio sovrano, da sempre visto come un punto di riferimento unitario. Il 30 settembre 1791 si scioglie l’Assemblea Costituente, sostituita il 1 ottobre dall’Assemblea Legislativa costituita da 250 deputati moderati (Foglianti), 350 costituzionalisti e 136 Giacobini, tra cui si contraddistinguono per attivismo i deputati della Gironda capitanati da Brissot. Il 20 aprile 1792 l’Assemblea dichiara guerra all’Austria e, contemporaneamente, si affermano sempre di più sulla scena sociale e politica i Sanculotti (Sans-culotte, senza pantaloni corti). Sono proprio loro i protagonisti prima dell’assalto al palazzo delle Tuileries del 10 agosto 1792, azione che si conclude con il massacro dei mercenari svizzeri e con la sospensione del sovrano dalle proprie funzioni, e successivamente dei massacri perpetrati nel mese di settembre ai danni dei detenuti delle prigioni francesi.
Il 20 settembre è una giornata memorabile per il popolo francese poiché l’esercito patriottico ottiene una grande vittoria sul campo di battaglia di Valmy contro i prussiani. Il giorno seguente la nuova Convenzione nazionale dichiara la fine della monarchia e la nascita della Repubblica. Nei mesi seguenti, a contrassegnare le vicende politiche della Francia è soprattutto lo scontro tra la fazione dei girondini e quella dei montagnardi, entrambe formate da esponenti della media borghesia che però divergono su importanti questioni. Le diverse visioni politiche emergono prima durante il processo contro l’ex sovrano Luigi, che viene condannato a morte e ghigliottinato il 21 gennaio 1793, e dopo sul ruolo da attribuire al Comune rivoluzionario parigino e ai sanculotti.
Dopo l’esecuzione di Luigi Capeto, la Rivoluzione francese entra nella sua fase più radicale. Nel Paese esplodono forti tensioni: in Vandea scoppia una rivolta monarchica e cattolica contro la Repubblica, che viene però brutalmente repressa dai sicari del governo. Intanto, a Parigi, i montagnardi conquistano il potere e fanno arrestare all’inizio di giugno girondini, accusati di tradire gli ideali rivoluzionari con le loro posizioni eccessivamente moderate (Brissot e i suoi seguaci vengono ghigliottinati insieme a Maria Antonietta nel mese di ottobre). Robespierre inaugura il periodo del Terrore, sostenuto dal Comitato di Salute Pubblica, una magistratura ristretta e collegiale che assume un ruolo centrale: chiunque sia sospettato di essere un nemico della rivoluzione viene processato sommariamente dal Tribunale Rivoluzionario e condannato a morte. Tra le migliaia di vittime ci sono anche rivoluzionari popolari come Georges Danton e i suoi seguaci, giudicati troppo indulgenti. La ghigliottina diventa simbolo di giustizia rivoluzionaria, mentre la paura e il sospetto si impossessano del paese. Sul fronte esterno, la guerra contro le potenze europee prosegue, aggravando l’instabilità interna. Ma il potere assoluto di Robespierre suscita diffidenza anche tra i suoi iniziali alleati. Il 27 luglio 1794 (9 termidoro secondo il calendario rivoluzionario), viene arrestato e il giorno dopo ghigliottinato insieme a Saint-Just e agli altri fedelissimi. Con la sua morte si chiude la stagione del Terrore e inizia una nuova fase della Rivoluzione.
NOTE:
[1] Ago Renata, Vidotto Vittorio, Storia Moderna. Manuale di Base, Editori Laterza, Bari, 2007, p. 280.
[2] Desideri Antonio, Themelly Mario, Storia e Storiografia. Dall’illuminismo all’età dell’imperialismo, Casa Editrice G. D’Anna, Milano, 2003, p. 152.
A cura di Mirko Muccilli, storico e docente, Caporedattore di Fatti per la Storia
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