CONTENUTO
Il fatto di cronaca
Esattamente cento anni fa, il 10 marzo 1926 sul calare della sera, Tommaso Cibrario, custode del Camposanto Ebraico di Torino, è intento nel suo solito giro di ispezione tra le tombe, quando scorge un tizio che appare in atteggiamento furtivo, ben diverso da quello attribuibile ad un normale visitatore. Si avvicina e nota che sotto il pastrano l’uomo nasconde un grosso vaso di rame, sicuramente sottratto da un sepolcro.
Dopo una breve colluttazione il custode riesce a bloccare il ladro e a consegnarlo alle Guardie Municipali che procedono al suo arresto traducendolo in Questura dove appare subito chiaro che non si tratta di un qualsiasi ladruncolo ma di una persona mentalmente disturbata. L’individuo, infatti appare in stato confusionale , palesa disturbi psichici e di movimento ma soprattutto non ricorda nulla del proprio vissuto e non e’ in grado di declinare le proprie generalità’.
Per questi motivi viene richiesto l’intervento di un sanitario che in linea con la clinica medica del tempo, dopo una sommaria anamnesi ne ordina l’internamento nel Manicomio di Collegno. Nel 1926, infatti, vigeva la legge di Pubblica Sicurezza n. 34 del 14.02.1904, in base alla quale “chiunque crea turbamento al convivere civile e viene riscontrato in difetto intellettivo viene automaticamente associato all’Ospedale Psichiatrico per la cura del caso“. Lo smemorato viene identificato con un semplice numero, il 44170 che sara’ per piu’ di un anno il suo nome e cognome non riuscendo egli, pur dopo i tentativi medici, a ricordare nulla del proprio passato.

L’oblio del manicomio
Inizia cosi’ la vita da ricoverato di questo signore di mezza eta’, distinto , educato, dall’eloquio non volgare e dagli atteggiamenti che fanno presagire un origine piu’ borghese che popolare. Nelle tasche aveva pochi oggetti ma quello che incuriosisce e’ una cartolina con un messaggio scritto forse da un bambino “ Al mio caro babbo, accetta gli auguri di un buon giorno onomastico che di cuore ti invia il tuo affezionatissimo Giuseppino “. Allora forse il nostro protagonista e’ padre e si comincia a pensare possa essere un reduce del conflitto mondiale che, colpito da una violenta sindrome da stress, abbia perso la memoria e non riesca a rientrare al proprio ruolo di marito e genitore.
E proprio questi dubbi uniti al suo aspetto austero che lo rendono assolutamente diverso. E proprio questi dubbi, uniti al suo aspetto austero , lo rendono molto diverso dagli altri centinaia di sfortunati ricoverati e convincono la direzione del nosocomio di tentare l’identificazione del paziente. Si elucubra che se effettivamente è un reduce di guerra qualcuno lo starà cercando, quel Giuseppino della lettera forse non ha perso la speranza di ritrovare suo padre e , anche se l’idea non trova tutti concordi, il direttore del Manicomio decide di farsi carico del tentativo. Il 6 Febbraio 1927 il Manicomio di Collegno chiede alla Domenica del Corriere, il popolare allegato settimanale del Corriere della Sera, di stilare un articolo che riprenda la storia dello smemorato.
Il rotocalco, allora popolarissimo, si potrebbe definire un social media ante litteram, accetta la sfida e pubblica un esauriente e dettagliato reportage della vicenda corredato da fotografie che si conclude con l’efficace appello “Chi lo conosce ?”. Nei mesi successivi il direttore del Manicomio in persona si attribuisce il merito della decisione, convinto come è, egli dice, che quella persona in difficolta’ e finita nel vortice dei malati di mente senza speranza deve essere una “qualche importante personalità“.
Al Corriere si unisce La Stampa, quotidiano di Torino, che lo stesso giorno pubblica un’intervista allo smemorato a firma di Ugo Pavia, arrivando ad ipotizzare, tanto gli sembra aristocratica la figure del paziente, di trovarsi di fronte a Nicola II, l’ultimo zar di Russia trucidato a Casa Ipatev il 17 Luglio 1918 , dando fiato ad una bislacca teoria in voga in quegli anni (ripresa poi persino da Tommaso Marinetti in chiave non storica ma letteraria) secondo la quale l’ultimo Romanov sarebbe riuscito a salvarsi dall’eccidio e ridotto alla pazzia a causa degli avvenimenti che avevano coinvolto la sua famiglia.

Il riconoscimento
L’intervento congiunto dei due quotidiani determina da subito grande interesse sulla vicenda. Molte persone cominciano ad inviare lettere al Manicomio cercando indizi, altre addirittura si recano di persona a visitarlo sperando di trovare nello sconosciuto la persona cara perduta, alcune infine sono mosse solo da morbosa curiosità. Alla fine del febbraio 1927 si presenta a Collegno Giulia Canella che crede di avere riscontrato nelle fotografie apparse sul Corriere, una certa somiglianza tra lo smemorato ed il proprio marito , Giulio Canella, professore di filosofia nato a Padova il 5 Dicembre 1882, esimio studioso gia’ collega di Padre Agostino Gemelli ed autore di numerose pubblicazioni nonche’ docente di filosofia e morale alla Scuola di Verona.
Il professore è marito e padre, ed ha servito come capitano il Regio Esercito dall quale viene richiamato nel 1915 a causa del conflitto e che viene dato per disperso il 25 novembre 1916 dopo un’azione in Macedonia nella zona di Monastir. Notevolmente drammatico e’ il loro incontro : si racconta che in un primo momento gli altri familiari che incontrano il paziente si dimostrano molto scettici nel riconoscerlo come il loro caro, ma la sedicente moglie, non appena lo incontra ha quasi una crisi isterica e gettandosi ai suoi piedi urla “ e’ lui…e’ lui… e’ la Rivelazione…”.
Non volendo per nessun motivo desistere, nonostante i dubbi degli altri familiari, e l’indifferenza, va detto, dello stesso smemorato nei suoi confronti , da questo momento in poi per Giulia Canella inizia una guerra senza quartiere per riportare al proprio fianco quell’uomo che per lei e’ e resta Giulio Canella, il padre dei suoi figli. A suffragio del suo sentire la signora dichiara al direttore del Manicomio che la cartolina trovata nelle tasche dello smemorato e’ scritta dal pugno del loro figliolo che si chiama, per l’appunto, Giuseppino. Tanto basta alla direzione che il 2 Marzo 1927 senza attendere il parere della Questura, dimette lo smemorato dal nosocomio e lo “ consegna” a Giulia Canella coma il professor Giulio Canella, capitano del Regio Esercito non piu’ disperso ma reduce.

La seconda identificazione
Occorre dire che da subito le Autorita’ non condividono l’identificazione dello smemorato con Giulio Canella e la frettolosa decisione della direzione del Manicomio in quanto uno studio fotografico della Scuola di Polizia di Verona cui la Questura di Torino si e’ affidata non trova riscontro nei tratti somatici dei due uomini e soprattutto si considerano “ completamente diverse “ le caratteristiche dell’orecchio sinistro.
Il 7 Marzo 1927 giunge all’ Autorita’ Giudiziaria di Torino una lettera anonima che ipotizza l’identificazione dello smemorato con un tale Mario Bruneri, nato a Torino il 18 Giugno 1886 e dalla vita tormentata da alcuni guai giudiziari dovuti a truffe e false generalità. Di professione tipografo, anche lui padre di un Giuseppe e anche lui militare nella Grande Guerra ma da cui ha la fortuna di tornare vivo e vegeto il 11 Novembre 1918.
Nel 1923 a seguito di una truffa con la quale sottrae 10.000 lire ad uno sprovveduto socio in affari, abbandona moglie e figlio e fugge con l’amante Camilla Ghedini a Genova dove vive con il falso nome di Raffaele Lapegna fino al 1925, per poi passare a Milano come Adolfo Mighetti e quindi ritornare a Torino nel gennaio 1926 facendosi chiamare Zolfo Mighetti. La Questura di Torino non archivia la lettera ma la ritiene anzi meritevole di accertamenti approfonditi Rintraccia lo Smemorato di Collegno, nel frattempo diventato Giulio Canella, che e’ in vacanza con la famiglia nei pressi di Padova. e lo convoca a Torino con la scusa di dover espletare alcune formalità burocratiche.
Ed ecco il colpo di scena : anche la famiglia Bruneri ( compresa l’amante ) riconosce senza alcun dubbio nello smemorato il proprio “caro“, ma questa volta una prova scientifica viene usata per fugare ogni dubbio: la Questura e’ in possesso delle impronte digitali di Mario Bruneri in quanto recidivo, e confrontandole con quelle dello sconosciuto trova riscontro per indice, medio ed anulare della mano destra e tanto basta per identificare lo Smemorato di Collegno con il tipografo truffatore.
La parola ai Tribunali
In seguito a questi drammatici avvenimenti, lo smemorato viene riportato in Manicomio e Giulia Canella si vede immediatamente privata della tutela che aveva ottenuto solo qualche settimana prima. Inaspettatamente, pero’, il Tribunale di Torino non redime immediatamente la questione, e accogliendo un ricorso della famiglia Canella, ordina una perizia al professor Alfredo Coppola esimio psichiatra con il compito di attribuire fuor di dubbio l’’identita’ dello sconosciuto.
Il compito del perito viene svolto in breve tempo e l 8 settembre 1927 i giudici sono in possesso di un elaborato che suona come una certezza granitica : lo Smemorato di Collegno e’ Mario Bruneri che non soffre di alcuna infermita’ mentale, poiche’ ha messo volutamente in atto un’amnesia per sfuggire alle proprie responsabilità civili e penali e che non esiste alcun rischio di suicidio e autolesionismo. Gli vengono pertanto notificati gli ordini di cattura pendenti e viene rinchiuso in stato di detenzione in manicomio, non sussistendo ancora una condanna definitiva che gli spalanca le porte del carcere.
In quegli anni, nei processi penali le prove testimoniali avevano ancora un peso preponderante su quelle scientifiche, ed i giudici non ritengono queste ultime sufficienti per rendere operativi i mandati di cattura verso l’imputato, e il 23 dicembre ordinano che rimanga custodito presso il Manicomio e non venga tradotto in carcere. A questo punto tra le famiglie Canella e Bruneri si scatena uno scontro giudiziario che appassiona e divide l’opinione pubblica di tutta Italia e non solo. Il Tribunale, viste le contemporanee richieste di riconoscimento presentate , decide di affidare lo smemorato ad un tutore terzo, l’avvocato Zanetti. Questi lo “consegna“ immediatamente a Giulia Canella adducendo un non meglio precisato pericolo da “ sindrome dell’abbandono “ e suscitando le giuste proteste della parte avversa. Nel gennaio 1928 i Bruneri intentano un giudizio direttamente contro lo sconosciuto affinché venga smascherato il suo tentativo di sottrarsi alle proprie responsabilità’ familiari e venga ufficialmente dichiarata la sua identita’ come Mario Bruneri.
Il dibattimento e’ lungo e tortuoso, ma finalmente nel novembre dello stesso anno, il Tribunale accoglie finalmente le prove scientifiche, perizia psichiatrica, impronte digitali e report fotografico, dichiarandole superiori rispetto a quelle testimoniali rese dagli innumerevoli sodali di Giulia Canella e per la legge del Regno d’Italia lo Smemorato di Collegno viene identificato a tutti gli effetti in Mario Bruneri. Naturalmente gli sconfitti non accettano il verdetto, ma il loro ricorso non trova accoglimento e la Corte d’Appello in data 7 agosto 1929 conferma la sentenza commettendo pero’ alcuni errori procedurali tanto da convincere la Corte di Cassazione ad annullare tutto e rinviare, questa volta al Tribunale di Firenze, il compito di fare luce su l’intricata vicenda.
La sentenza “ storica “ del Tribunale di Firenze
E’ necessario sottolineare come negli anni trenta del Novecento nella giurisprudenza penale italiana il riconoscimento oculare da parte dei testimoni trovasse un vasto accoglimento da parte dei giudici: il giuramento di una persona ritenuta affidabile ed in buona fede costituiva prova regina per accusare o discolpare un presunto reo. La sentenza costituisce un unicum nel panorama giudiziario di quegli anni perché per la prima volta le prove scientifiche sono ritenute preponderanti su quelle testimoniali.
Alla perizia psichiatrica ed al confronto fotografico, viene aggiunto un esame antropometrico dello Smemorato che risulta essere , per gli studiosi, inequivocabilmente Mario Bruneri poiche’ porta sul proprio corpo cicatrici di operazioni chirurgiche riferite dalla propria famiglia. Viene esaminato a fondo il foglio matricolare del Capitano Giulio Canella che e’ stato registrato con una statura di cinque centimetri piu’ alta rispetto a quella misurata sullo Smemorato. Oltre a questo i giudici ammettono agli atti, per la prima volta, una perizia calligrafica che attribuisce alla mano del figlio di Bruneri la stesura del biglietto di auguri trovato in suo possesso e una ricerca merceologica dimostra come la stessa cartolina sia stata commercializzata a partire dal 1920 e non al momento della “scomparsa” di Giulio Canella.
Con l’ammissione di queste prove scientifiche le incrollabili testimonianze di riconoscimento da parte di Giulia Canella e altre brave persone perdono qualunque valore ed efficacia per i giudici che il 1 Maggio 1931 dichiarano finalmente che lo Smemorato di Collegno è senza dubbio alcuno Mario Bruneri che viene posto di fronte alle proprie resonsabilità penali. Viene arrestato e condotto alle Carceri Nuove di Torino ( non più al Manicomio essendo stato riconosciuto totalmente sano di mente ) per scontare le pene accumulate in anni di truffe e raggiri.
Il regime fascista, si e’ gia’ detto, non gradisce che questo menage a trois, così contrario ai principi della sacralità familiare ipocritamente blandita ,continui a monopolizzare la pubblica opinione e attraverso il ministro della Giustizia Rocco, fa pressione sul Presidente della Cassazione perche’ si giunga in tempi brevi ad una conclusione che non interferisca con la sentenza di Firenze. Anche i Sovrani vengono interessati alla vicenda: nel gennaio 1932 Giulia Canella implora la Regina Elena di concedere la grazia a quello che si ostina a definire il proprio marito disperso e tornato dal Fronte bulgaro; mente il mese successivo e’ la famiglia Bruneri a chiedere clemenza alla Corona, questa volta direttamente a Re Vittorio Emanuele III.
Il rilascio dal carcere
I tentativi di commuovere re e regine non sortiscono effetto alcuno e Mario Bruneri resta in carcere fino al maggio del 1933 quando, grazie ad un’amnistia e al fatto che i reati commessi non sono di particolare gravita’, salda i propri debiti con la societa’ e diventa un uomo libero. Un curioso aneddoto racconta come al momento del suo rilascio gli venga chiesto di firmare i relativi documenti ed egli piccato risponda “Ricordate che io firmo come Mario Bruneri, ma io sono Giulio Canella!“.
All’uscita trova la famiglia Canella , che nonostante tutte le prove abbiano dato esito contrario, ha deciso che quell’uomo e’ Giulio Canella , professore di filosofia, padre e marito esemplare. Oltre alla indomita Giulia,ad attenderlo trova anche i tre figli che lei gli ha dato nei tre anni in cui, tra un processo e l’altro ma da da uomo libero, essi hanno vissuto more uxorio e che sono stati registrati con il cognome di lei che e’ Canella come quello del marito. Rosa Negro la moglie “ legittima” di Bruneri non ha mai manifestato il desiderio di riaccogliere in casa il marito, da lei definito un “ perditempo” e la sua battaglia legale è dettata da motivi di ricerca di notorietà (esistevano anche allora) e , forse, dal tentativo di ricavare un qualche tornaconto economico, visto che i Canella erano sicuramente una famiglia più che benestante.
Ed infatti accetta senza opporsi che la persona che per legge e’ il suo consorte, intraprenda una nuova vita con un’altra donna. Siamo nel 1933 , il regime e’ all’apice dei consensi e come si e’ detto non vede di buon occhio questa famiglia sui generis : Giulia Canella ha due figli avuti da Giulio Canella di cui per legge e’ vedova, e tre avuti da Mario Bruneri, che comunque, a termini di legge, e’ marito di un’ altra donna e padre di altri figli….forse qualcuno consiglia che per un futuro meno chiacchierato e’ meglio uscire dall’Italia. Giulia Canella ha possedimenti in Brasile e decide che è meglio lasciarsi alle spalle il Bel Paese e il 19 Ottobre 1933 salpa da Genova per cominciare una nuova vita con l’ex smemorato.
A Rio de Janeiro Bruneri ottiene di potersi registrare all’anagrafe come Giulio Canella ed il suo caso ha anche laggiu’ una vasta eco anche in ambito scientifico – letterario suscitando la curiosita’ anche di Carlos D’Andrade , grande poeta brasiliano che scrive parecchi articoli sulla vicenda. Lo stress e la detenzione hanno minato la salute dello Smemorato di Collegno che sviluppa una grave sindrome diabetica che lo conduce a morte nel dicembre del 1941 a 55 anni di eta’. La sua morte non placa però gli sforzi di Giulia nel convincere le autorita’ che l’ uomo di Collegno era Giulio Canella e non Mario Bruneri e sebbene le leggi terrene le abbiano definitivamente sbarrato la strada, cerca di ottenere un verdetto positivo dalle leggi divine, e rivolge in questo senso istanza al Vaticano.
Il 10 giugno 1970 la Chiesa Cattolica, nella persona del potentissimo Segretario di Stato Cardinale Giovanni Benelli dichiara che riconosce nello Smemorato di Collegno il professor Giulio Canella e che pertanto tutti i figli di Giulia Canella sono i di primo letto. Pur non avendo alcun valore civile, per lei è un pronunciamento importante che le permette di vivere in serenita’ gli ultimi anni : si spegne infatti a Rio de Janeiro il 24 luglio 1977 ad 85 anni. Con questo colpo di scena si conclude una vicenda incredibile che ha avuto come protagonisti Giulia Canella, una donna indomita che pur di non vivere come vedova inconsolabile si e’ aggrappata, con successo, ad un’illusione, e Mario Bruneri, un furbo manipolatore la cui abilita’ gli ha permesso agi e benessere immeritati.
La prova del DNA
Nel 2014 don Camillo Canella, figlio nato dallo Smemorato e Giulia Canella, ha confrontato il proprio DNA con quello di Jiulio Canella, nato da Giulio prima che scomparisse al fronte. I protagonisti hanno dichiarato di avere voluto, con questo gesto, dare una prova definitiva a quello che ormai tutti loro conoscevano, ma che nelle pieghe dei racconti familiari assumeva a volte contorni romanzati.
Lo sfondo e’ stato naturalmente mediatico poiche’ il palcoscenico scelto per dare risalto alla vicenda e’ stata la trasmissione Chi l’ha visto?. L’esame del cromosoma Y ha rivelato che i due non avevano lo stesso profilo genetico paterno, confermando scientificamente che lo Smemorato di Collegno non era Giulio Canella, ma Mario Bruneri come sancito dalle sentenze dell’epoca. Il nipote che si era prestato al test sperando di riabilitare la memoria della nonna, a suo dire criticata ed isolata per le scelte fatte, ha espresso profonda delusione per il risultato negativo, pur accettando il verdetto.
La giustizia prima e la scienza dopo hanno dichiarato che lo Smemorato di Collegno era il torinese Mario Bruneri, che con abilità e faccia tosta ha ingannato tutti facendosi credere uno stimato professore di filosofia veneto, Giulio Canella, disperso in guerra e pianto da una vedova inconsolabile. Il caso è importante sia perche’ e’ il primo episodio di cronaca nera del novecento seguito con passione ed interesse dall’Italia intera , sia perche’ è stato il primo dibattimento penale dove le prove scientifiche, in quegli anni agli albori, hanno avuto il sopravvento sulle prove testimoniali e di “ buona fede” che invece erano preponderanti nelle aule.
Se a questo si aggiunge un profondo disagio che il regime fascista in quegli anni all’apice della popolarità e del consenso, ha dovuto subire a causa dell’inaudito menage a trois che traspariva dagli atti, la misura è colma. Per questo si capisce come seppur iniziata nel 1926 , anno dell’ arresto dello Smemorato per il furto di un vaso di rame da un cimitero, e scientificamente conclusa nel 2014 con la prova del DNA, la vicenda e’ ancora interessante sotto il profilo del costume e del pensiero degli italiani di quegli anni, prova ne sia che agli albori del filone cinematografico denominato “commedia all’italiana“ il soggetto viene piu’ volte riproposto in chiave comica: il risultato migliore si ha con la pellicola del 1962 “ Lo smemorato di Collegno “ che vede Toto’, Macario e Nino Taranto quali esilaranti protagonisti.
Il trailer del film con Totò, Macario e Nino Taranto
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- Luciano Sartori, Lo smemorato di Collegno. Un caso oltre il tempo, Caramella Editrice, 2018.







