Simonetta Vespucci: il sonetto del Magnifico per “La Senza Paragoni”

Simonetta Cattaneo ritratta da Sandro Botticelli

Simonetta Vespucci: “La senza paragoni” di Firenze

Tra i personaggi storici che abbiamo ammirato e approfondito nella seconda stagione de I Medici, la Serie Tv andata in onda lo scorso autunno su Rai1 (disponibile in streaming su Rai Play), vi è stato quello di Simonetta Vespucci, brillantemente interpretata da Matilda Lutz.

Discendente di un’importante famiglia ligure, Simonetta nacque nel 1453 e sposò a soli quindici anni il banchiere Marco Vespucci, con il quale si trasferì a Firenze. Qui divenne sin da subito simbolo di grazia e bellezza, tanto da essere soprannominata dai fiorentini “La Senza Paragoni”.


Sandro Botticelli ne fece la sua musa e secondo molte interpretazioni sarebbe proprio lei la Dea ritratta dall’artista nella “Nascita di Venere” e una delle Tre Grazie nell’allegoria della “Primavera”. Giuliano de’ Medici, fratello di Lorenzo, se ne innamorò perdutamente e all’amore platonico tra i due Angelo Poliziano fece riferimento nel poemetto “Le stanze per la Giostra del Magnifico Giuliano” che scrisse in quegli stessi anni per omaggiare Giuliano e la sua famiglia.

I Medici: il sonetto di Lorenzo il Magnifico per Simonetta

Ammalatasi improvvisamente di tisi, Simonetta Vespucci morì giovanissima, il 27 aprile del 1476. Si narra che durante il corteo funebre la bara della ragazza venne lasciata aperta per consentire al popolo di Firenze di poterne ammirare per un’ultima volta la bellezza.

Come tutti i suoi concittadini anche Lorenzo de’ Medici rimase profondamente colpito dalla precoce e tragica scomparsa della giovane tanto da scrivere per lei un sonetto intitolato “O chiara stella”. Nell’introdurre i versi il Magnifico spese per lei queste toccanti parole:

Morì nella città nostra una donna, la quale se mosse a compassione generalmente tutto il popolo fiorentino, non è gran meraviglia, perché di bellezze e gentilezze umane era veramente ornata più di qualunque altra vissuta prima. E, fra le altre sue eccellenti doti, aveva così dolce e attrattiva maniera, che tutti quelli che con lei avevano qualche rapporto credevano di essere da essa sommamente amati.

Le donne sue equali non solamente di questa sua excellenzia tra le altre non avevano invidia alcuna, ma sommamente esaltavano e lodavano la sua bellezza e nobiltà: per modo che impossibile pareva a credere che tanti uomini senza gelosia l’amassero e tante donne senza invidia la lodassero. E se bene la vita sua, per le sue degnissime condizioni, la rendesse cara a tutti, pure la compassione della morte, e per la sua giovane età e per la bellezza che, così morta, forse più che mai alcuna viva mostrava, lasciò di lei uno ardentissimo desiderio”.

Nel sonetto Simonetta è presentata dal Magnifico come una donna nobile e bella, capace di suscitare i migliori sentimenti in tutti quelli che avevano la fortuna di incontrarla. In questi versi la giovane viene paragonata a una stella che brilla in cielo e che offusca con la sua luce tutti gli altri astri.

O chiara stella, che coi raggi tuoi
togli alle tue vicine stelle il lume,
perché splendi assai più che ‘l tuo costume?
Perché con Phebo ancor contender vuoi?

Forse i belli occhi, quali ha tolti a noi
Morte crudel, che omai troppo presume,
accolti hai in te: adorna del lor nume,
il suo bel carro a Phebo chieder puoi.

O questo o nuova stella che tu sia,
che di splendor novello adorni il cielo,
chiamata essaudi, o nume, i voti nostri:

leva dello splendor tuo tanto via,
che agli occhi, che han d’eterno pianto zelo,
sanza altra offensïon lieta ti mostri.


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