CONTENUTO
Il pranzo a Villa Zappolino
Il 2 Aprile 1978 , a venti giorni di distanza dalla strage di Via Fani ed il sequestro di Aldo Moro, dodici adulti e cinque bambini partecipano ad un pranzo offerto nella propria villa sulla collina bolognese dal professor Alberto Ciò, docente di economia presso l’Universita’ felsinea. Nove di essi sono docenti, e ben cinque tra loro diventeranno primi ministri, ministri o presidenti di importanti società a capitale pubblico. Se si escludono naturalmente i bambini, l’età media dei commensali è di circa quarant’anni ed il loro elevato livello intellettuale li pone al riparo da qualunque ipotesi di suggestione o manipolazione. Tra i partecipanti al convivio e’ presente Romano Prodi all’epoca 39 enne ed in procinto di porre le sue innegabili doti al servizio della Democrazia Cristiana con la quale è in contatto attraverso ambienti politici vicini all’allora Ministro dell’Interno Francesco Cossiga.
La pioggia rende noioso il pomeriggio, e si decide di procedere, per ingannare il tempo, al “ gioco del piattino “ e visto che l’argomento del giorno è il tragico rapimento dell’onorevole Moro, viene spontaneo domandare agli spiriti un aiuto per individuare il luogo dove lo statista è tenuto prigioniero. Prodi racconta nelle varie sedi dove viene ascoltato in merito a quelle ore, che gli spiriti evocati sono Luigi Don Sturzo, fondatore del Partito Popolare Italiano, e Giorgio La Pira, iconico sindaco democristiano di Firenze noto per la sua “castità politica” tanto da venire poi dichiarato Venerabile da Papa Francesco nel 2018.
La seduta spiritica per il rapimento di Aldo Moro
Su di un grande foglio di carta sono scritti lettere e numeri e, a turno, i partecipanti poggiano il dito su un piattino rovesciato che nell’idea esoterica, si muove per rispondere alle domande poste dai partecipanti fermandosi in sequenza sulle lettere e sui numeri presenti sul foglio. Gli autorevoli partecipanti hanno sempre giurato di non avere mai in alcun modo “forzato“ le risposte fornite dal supporto e quando viene chiesto agli spiriti dove si trovi Aldo Moro una forza sconosciuta suggerisce “VITERBO, BOLSENA, GRADOLI”.
La seduta spiritica dura dalle 15,30 alle 18, cosi’ come dichiarato dal padrone di casa ed il risultato sconvolgente della stessa viene messo nero su bianco in una lettere regolarmente controfirmata da tutti gli illustri partecipanti e questo particolare denota una certa stranezza poichè se per i professori doveva trattarsi solo di un gioco passatempo non si capisce il motivo per il quale venga data tanta importanza al risultato ottenuto tanto da volerlo ufficializzare addirittura in un atto sottoscritto da tutti gli illustri professori.
Negli anni successivi, durante le audizioni delle varie commissioni d’inchiesta, alcuni protagonisti arricchiscono di particolari gli avvenimenti di quel pomeriggio. Il professor Baldassari, ad esempio, ricorda che in un primo momento le risposte rese dagli “ spiriti “ erano prive di senso compiuto e solo verso le 17 iniziano a formarsi parole che attirano l’attenzione, quasi che le entità evocate volessero mettere alla prova la pazienza dei partecipanti prima di dare concrete informazioni. Su una cosa tutti si dicono certi : nessuno dei commensali ha manipolato i fatti e le parole si sono formate per volontà soprannaturale.
La parola Gradoli
Verso le 17, dunque, il piattino forma prima le parole VITERBO e BOLSENA che non attirano particolare attenzione ma e’ quando appare il nome GRADOLI che, pur non essendo conosciuto da nessuno, si ritiene sia un indicazione degna di nota e interesse. Uno dei professori decide di controllare se quel nome corrisponda ad una qualche localita’ e, grazie ad uno stradario recuperato dalla propria auto, scopre che Gradoli e’ un piccolo paese in provincia di Viterbo.
Quello che oggi appare veramente strano, è che il gioco si svolge in un arco di tempo piuttosto lungo, con i partecipanti che si avvicendano al tavolo senza alcun ordine stabilito e con i bambini che rumoreggiano nella stanza, tutti elementi che a detta degli esperti tengono molto alla larga le entità paranormali e non si capisce altresì come l’attenzione dei professori venga attratta solo dal nome GRADOLI che improvvisamente determina un cambio di rotta nei comportamenti degli astanti. In ogni caso nel tardo pomeriggio il gioco si chiude ed i professori rientrano alle loro case ma uno di loro, Romano Prodi, decide di dare un seguito ufficiale agli avvenimenti trasformando quello che sembrava un passatempo goliardico in uno dei più ambigui aspetti dell’intricato e drammatico Caso Moro.
La denuncia di Romano Prodi
Il martedì successivo, quindi, Prodi parte per Roma per incontrare Umberto Cavina, portavoce del segretario DC Benigno Zaccagnini. Le sue indicazioni però non si limitano alle sole tre parole distinte BOLSENA – VITERBO – GRADOLI cosi’ come affermato dagli altri professori, ma egli aggiunge elementi molto piu’ dettagliati: “lungo la strada statale 74, nel piccolo tratto in provincia di Viterbo, in località Gradoli, casa isolata con cantina”. E’ questa la frase completa che Prodi affida ad uno stretto collaboratore del ministro degli Interni Francesco Cossiga, quel Luigi Zanda ex senatore del Partito Democratico che ricorda come la segnalazione appariva alla stregua delle tante ricevute in quei giorni convulsi e che doverosamente pero’ egli gira al Capo della Polizia.
La fonte da cui proviene l’indicazione e’ pero’ autorevole: Romano Prodi e’ un emergente intellettuale di area democristiana e pertanto il Viminale da’ seguito alle sua informazione ordinando ad una squadra composta da 24 tra poliziotti e carabinieri di effettuare un blitz a Gradoli dove vengono perquisiti un casolare ed alcune grotte lungo la statale 74. Il risultato dell’azione e’ vergato dallo stesso Luigi Zanda in un’informativa riservata al Ministro Cossiga: “il sopralluogo in oggetto ha dato esito assolutamente negativo”.

La perquisizione a Gradoli
Si e’ detto come il blitz effettuato a Gradoli il 6 Aprile 1978 abbia visto impegnati soltanto 24 tra polizia e carabinieri ma in verita’ in rapporti successivi, inspiegabilmente l’azione viene descritta come un “ ampia ed organizzata operazione di polizia con decine di agenti impiegati in minuziosi controlli in gran parte delle abitazioni della frazione “ mentre nella realta’ non solo le forze in campo sono esigue, ma il Viminale non ne fa menzione con la stampa fino alla fine del mese di Aprile,
E’ convinzione comune che la segnalazione di Prodi sia stata presa in considerazione solo grazie all’alto profilo del partecipanti alla seduta spiritica, visto che in quei drammatici giorni le piste suggerite agli investigatori erano decine e tutte prive di qualsiasi fondamento . Si puo’ tranquillamente affermare che se un qualunque cittadino avesse dichiarato di avere appreso da trapassati invocati durante una seduta spiritica il luogo della prigionia di Aldo Moro sarebbe stato educatamente ma fermamente accompagnato all’uscita.
La scoperta del covo
Ma il nome Gradoli nel caso Moro non e’ incidentale ma fondamentale. Il 18 Marzo 1978 , due giorni dopo la Strage di Via Fani, gli inquirenti ricevono la segnalazione di una condomina di Via Gradoli 96 che riferisce di sentire provenire dall’interno 11 “rumori sospetti sia di giorno che di notte” e decidono di procedere ad un sopralluogo che si limita pero’ ad un timido bussare alla porta al quale, pare naturale, non ricevono risposta e che li induce ad archiviare la pratica con un “nulla da eccepire”. Esattamente un mese dopo sono i Vigili del Fuoco, allertati per una copiosa perdita d’acqua, a fare irruzione nell’appartamento dove riscontrano che l’allagamento sia stato provocato dal tubo della doccia tenuto in piedi contro il muro da un manico di scopa cosi’ da favorire l’infiltrazione nell’alloggio limitrofo ed attirare l’attenzione.
L’abitazione viene immediatamente sequestrata: contiene armi, divise, targhe di automobili e da subito appare come importantissima base logistica delle BR e anche se successivamente le indagini portano a definire Via Montalcini come luogo dove lo statista trascorse i suoi drammatici ultimi 55 giorni, i giudici non escludono che anche Via Gradoli abbia ospitato per qualche giorno Aldo Moro. Via Gradoli 96 interno 11 e’ in locazione ad un ingegnere Mario Borghi, alias Mario Moretti, capo della colonna romana delle BR nonché carceriere dello statista. A questo punto le autorita’ commettono quello che il Giudice Priore, PM nel Processo Moro definisce “un errore madornale che se non commesso avrebbe potuto addirittura cambiare la storia d’Italia“, giungono a sirene spiegate e con impegno imponente di mezzi e uomini in Via Gradoli bruciando cosi’ la seppur remota possibilità di intercettare i terroristi che in quella casa avevano base, in primis lo stesso Moretti e la sua compagna Barbara Balzarani.
Ma chi allaga l’appartamento di Via Gradoli 96\11 ? A questa domanda nessuna commissione d’inchiesta è riuscita a rispondere in modo esaustivo , la teoria più accreditata parla di profondi dissidi all’interno delle BR soprattutto nei confronti della diarchia Moretti-Balzarani fino a giungere al tentativo di farli catturare. Ma i misteri su Via Gradoli 96 non terminano con la sua scoperta. Nei mesi successivi a seguito delle indagini avviate, si giunge a scoprire che la proprietà di 24 appartamenti su 66 risulta essere di società amministrate da esponenti a libro paga del Viminale come informatori e qualche anno dopo i fatti lo stesso ex capo della Polizia Vincenzo Parisi acquista da una di queste società due immobili, uno al civico 75 e uno nello stesso civico 96. Apparirà agli inquirenti come strano il fatto che nello stessa Via Gradoli , all’epoca dei fatti, ha la residenza Arcangelo Montani brigadiere dei Carabinieri nato come Moretti a Porto San Giorgio e con il quale alcuni condomini giurano di averlo visto “parlottare in diverse occasioni”. Sempre al giudice Priore, anni dopo, il chiacchierato ufficiale del SID Antonio La bruna confessa che lo stabile di Via Gradoli 96 era “attenzionato” dai servizi segreti.

Il retroscena della vicenda
A più di quarant’anni dai fatti, si può tranquillamente affermare che la seduta spiritica del 2 Aprile 1978 e’ stato un modo estremamente goffo di nascondere una fonte che bisognava proteggere. Dopo anni di indagini, colpi di scena e memoriali, e’ assodato che uno dei professori ha ricevuto l’informazione sul covo di Via Gradoli e ha deciso di inscenare la seduta spiritica per rivelare l’informazione mantenendo la propria sicurezza e quella dell’informatore .
Ma chi è la fonte ? Chi vuole che lo Stato liberi Aldo Moro mettendo in scacco i vertici delle BR ? Domande senza risposta, anche se qualcuno ha elaborato teorie che portano agli ambienti dell’estrema sinistra che in quegli anni gravitano intorno all’ateneo bolognese e che per qualche motivo sono in dissenso con la colonna romana di Mario Moretti. Investigatori piu’ scrupolosi fanno il nome di Franco Piperno , ideologo del movimento studentesco, all’epoca professore presso l’Università della Calabria ,e per questo collega di Beniamino Andreatta, guarda caso importante dirigente della Democrazia Cristiana e mentore politico proprio di Romano Prodi .
Piperno ha sempre smentito la circostanza, e gli stessi brigatisti hanno negato a piu’ riprese che l’esistenza del l covo di Via Gradoli potesse essere conosciuta al di fuori della ristretta cerchia di terroristi facenti capo alla colonna romana delle BR. Teorie piu’ fantasiose fanno accostare gli avvenimenti ad un non meglio specificato intervento del KGB sovietico o financo alla CIA statunitense che avrebbe voluto in questo modo scongiurare in maniera drammatica l’intesa politica Moro \ Berlinguer ed il conseguente compromesso storico. Il punto saliente dei fatti rimane pero’ l’incredibile esattezza e nel contempo la fuorviante inesattezza dell’informazione. Il covo delle BR in cui si e’ progettato e gestito il rapimento di Aldo Moro e dove forse per alcuni giorni e’ stata vissuta la sua prigionia, non si trova in una casa isolata con cantina a Gradoli in provincia di Viterbo, ma in un anonimo appartamento della periferia romana in una via intitolata a Gradoli al civico 96 interno 11.
Resta ancora un mistero , peraltro, il comportamento tenuto sull’episodio dagli alti vertici del Viminale: Francesco Cossiga, in prima battuta e’ tra i più fermi sostenitori della teoria secondo cui sono gli ambienti extraparlamentari gli autori della “soffiata” che poteva scongiurare l’ assassinio dello statista, salvo poi, nel 1980, quando la Prima Commissione Moro gli chiese conto dei suoi comportamenti in seguito ai fatti, rispondere che non “aveva motivo di ritenere verosimile l’ipotesi di una delazione da parte degli universitari bolognesi”.
Vero è che se oggi un cittadino si presentasse alle autorità fornendo dettagli come quelli forniti all’epoca da Romano Prodi adducendo come fonte una seduta spiritica e se gli stessi si rivelassero esatti lo stesso cittadino verrebbe giustamente inquisito ed attenzionato,, ma nell’Italia degli anni 70 il mondo del paranormale era stato in qualche modo sdoganato ed epurato dalla patina di superstizione per prendere connotati più scientifici: prova ne sia che gli stessi investigatori nei giorni successivi al rapimento ricorrono a medium e veggenti per risolvere il caso arrivando ad “assoldare” la famosa sensitiva di San Damiano.
Conclusioni sulla celebre seduta spiritica
Sulla strana seduta spiritica dei professori di Bologna niente e’ stato dimostrato. Non si può giurare sulla buonafede assoluta dei dodici protagonisti ma non si puo’ configurare con prove inoppugnabili il loro coinvolgimento in un tentativo trasversale per ottenere la liberazione di Aldo Moro. Esiste perà una terza via , e cioè che tra i tanti protagonisti del convivio solo qualcuno conosca il messaggio che deve uscire dal gioco del piattino e con le sue mosse permette la formazione delle parole che gli servono a convincere gli altri che qualcosa di misterioso ma utile sta accadendo quando misteriosamente prende forma la parola GRADOLI e poi per non rendere troppo sfacciata la “soffiata” punta a deviare l’indicazione sul paese anzichè sulla via.
E Romano Prodi? Come mai solo lui tra tutti ha pensato di dare seguito al pomeriggio? Lo stesso Prodi ha parlato di “senso civico”, ma meno prosaicamente, volendo dare per scontato che non fosse lui il messaggero, appare più verosimile il suo desiderio di farsi notare dai vertici della Democrazia Cristiana, il partito cui ha deciso di offrire i propri servigi intellettuali ed ideologici. Il gesto sicuramente gli giova e appena sette mesi dopo i fatti viene nominato per la prima volta ministro assurgendo al Dicastero dell’industria ed iniziando così quel cursus honorum che lo porterà ai vertici del potere politico italiano ed europeo
Consigli di lettura: clicca sul titolo e acquista la tua copia!
- Antonio Iovane, La seduta spiritica, Minimun fax, 2021.
- Ferdinando Imposimato, Doveva morire, Chiarelettere, 2010.
- Raffaele di Ruberto, I coperchi del diavolo, E.D.R., 2025.







