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Home Medioevo

La Chiesa a Tre Teste: intrighi e caos dello Scisma d’Occidente

Lo Scisma d’Occidente è uno di quegli eventi così surreali che spesso si fa fatica a credere sia accaduto davvero. Questa diatriba tra due (e poi persino tre) uomini per il titolo più alto nella gerarchia del potere dell'epoca non fu un caso isolato, ma l'innesco di un processo molto più ampio. La crisi esasperò e radicalizzò le fratture politiche già esistenti all'interno degli Stati europei, finendo per infliggere un colpo durissimo alla credibilità della Chiesa contribuendo a incrinare l'autorevolezza del papato e lasciando un'eredità di sfiducia che, oltre un secolo più tardi, favorirà il terreno su cui si svilupperà la Riforma protestante.

di Lucrezia Cotugno
21 Settembre 2026
TEMPO DI LETTURA: 18 MIN
Miniatura del XV secolo da un manoscritto delle Cronache di Jean Froissart: nel 1377 la Chiesa si scinde in due "obbedienze" che lotteranno per quarant'anni l'una contro l'altra

Miniatura del XV secolo da un manoscritto delle Cronache di Jean Froissart: nel 1377 la Chiesa si scinde in due "obbedienze" che lotteranno per quarant'anni l'una contro l'altra

«Scisma: dal latino tardo schisma, che è il greco σχίσμα, der. di σχίζω «dividere». Separazione di un gruppo di fedeli dal corpo della Chiesa cattolica, per ribellione alla disciplina e alla gerarchia della Chiesa stessa o alla sua dottrina» (da Treccani dizionario).

CONTENUTO

  • Il Grande Scisma d’Occidente
  • L’ombra di Avignone: il lungo esilio dei papi
  • Il preludio: il tramonto di Avignone, le guerre d’Italia e l’ansia del ritorno (1376-1377)
  • «Romano lo volemo!»
  • La scacchiera strappata: la geopolitica delle obbedienze e il caos quotidiano
  • Tre papi per una sola Chiesa
  • Costanza: il concilio che licenzia i papi (1414-1417)
  • L’eredità dello Scisma: una Chiesa riunita, ma non più la stessa

Il Grande Scisma d’Occidente

Per quasi quarant’anni l’Europa cattolica vive una situazione che appare inconcepibile: due uomini si proclamano contemporaneamente papa, si scomunicano a vicenda e pretendono obbedienza dagli stessi fedeli. La confusione è totale. Re e principi devono scegliere a quale pontefice giurare fedeltà. Vescovi e monasteri si dividono. Interi regni finiscono su fronti opposti. Ogni decisione religiosa diventa inevitabilmente una decisione politica.

Poi, quando sembra impossibile peggiorare la situazione, accade l’impensabile. Nel 1409 un concilio convocato per porre fine allo Scisma depone entrambi i contendenti ed elegge un nuovo pontefice. Il risultato, però, è l’esatto contrario di quello sperato: i papi non diventano uno, ma arrivano ad essere tre. Per molti contemporanei questa non è soltanto una crisi istituzionale. Se esistono tre Vicari di Cristo, chi guida realmente la Chiesa? Quale dei tre possiede l’autorità conferita da Dio? E se nessuno è in grado di stabilirlo, cosa significa per la salvezza delle anime?

Mentre predicatori e cronisti parlano di castighi divini e segni dell’Apocalisse, le grandi monarchie europee sfruttano la situazione per rafforzare i propri interessi politici. Lo Scisma diventa così molto più di una disputa religiosa: si trasforma in una lotta per il potere che coinvolge l’intero continente. Eppure questa storia non inizia nel 1378, con l’elezione dei papi rivali. Per capire come la Cristianità occidentale sia arrivata a una situazione tanto assurda bisogna tornare indietro di quasi un secolo, quando un altro scontro tra un pontefice e un sovrano cambia per sempre il destino della Chiesa: il periodo avignonese.

L’ombra di Avignone: il lungo esilio dei papi

La crisi esplode inizialmente attorno a una questione apparentemente pratica: il denaro. Per finanziare le proprie guerre, Filippo IV (il Bello) impone nuove tasse al clero francese, entrando in collisione con le tradizionali prerogative della Chiesa. Bonifacio VIII, al tempo pontefice, reagisce con fermezza, rivendicando la superiorità del potere spirituale su quello temporale e proibendo ai sovrani di tassare gli ecclesiastici senza autorizzazione pontificia. Lo scontro, tuttavia, non tarda a trasformarsi in una lotta per il primato politico dell’Europa occidentale.

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Il primo anno di pontificato di papa Leone XIV

La risposta del sovrano francese è durissima. Filippo blocca l’esportazione di oro e argento dal regno, privando Roma di importanti entrate finanziarie, e avvia una vasta campagna di propaganda contro il pontefice. La rottura diventa definitiva nel 1302, quando Bonifacio pubblica la celebre bolla Unam Sanctam, uno dei documenti più radicali della teocrazia medievale, nel quale afferma la superiorità dell’autorità papale su qualsiasi potere terreno. Filippo replica convocando gli Stati Generali e ottenendo il sostegno della nobiltà, del clero e delle città francesi contro il papa.

Il conflitto raggiunge il suo apice l’anno successivo. Nel settembre del 1303, il giurista regio Guglielmo di Nogaret, sostenuto dalla famiglia romana dei Colonna, guida una spedizione ad Anagni, dove risiede Bonifacio VIII. Il pontefice viene catturato e sottoposto a pesanti umiliazioni, in quello che passerà alla storia come il celebre “schiaffo di Anagni“. Sebbene la popolazione locale insorga pochi giorni dopo liberandolo, il trauma fisico e psicologico subito contribuisce ad aggravare le sue condizioni di salute. Bonifacio infatti, muore poche settimane più tardi.

Bonifacio VIII

La sua scomparsa apre la strada al trionfo politico della monarchia francese. Dopo il breve pontificato di Benedetto XI, nel 1305 viene eletto papa il francese Clemente V. Le tensioni presenti a Roma, dilaniata dalle lotte tra le grandi famiglie aristocratiche e le forti pressioni esercitate dalla corona francese convincono il nuovo pontefice a non stabilirsi nell’Urbe. Nel 1309 la corte papale viene trasferita ad Avignone, città situata nell’orbita politica della monarchia francese e ritenuta molto più sicura della capitale pontificia.

Quella che nasce come una soluzione temporanea finisce però per trasformarsi in una nuova normalità. Nel corso dei decenni successivi, i papi costruiscono ad Avignone una delle corti più ricche, organizzate e raffinate d’Europa, sviluppando una macchina amministrativa sempre più efficiente e centralizzata. Allo stesso tempo, però, la lunga permanenza in territorio francese alimenta la percezione che il papato sia diventato eccessivamente dipendente dagli interessi della monarchia francese. Non è infatti un caso che tutti i pontefici del periodo siano francesi e che la maggioranza dei cardinali appartenga alla stessa area politica e culturale.

Ma nel 1378, la sede pontificia torna a Roma, e i papi dovranno tenere in considerazione le conseguenze di settant’anni di assenza dallo Stato della Chiesa. Lo squilibro accumulato nel tempo infatti, continuerà a pesare sulle scelte del collegio cardinalizio e sulle relazioni tra le grandi potenze europee. Ciò che per decenni è rimasto una tensione latente diventerà presto una vera e propria esplosione politica e religiosa, pronta a manifestarsi al primo conclave successivo alla morte di Gregorio XI.

Il preludio: il tramonto di Avignone, le guerre d’Italia e l’ansia del ritorno (1376-1377)

Nel gennaio del 1377 le navi pontificie risalgono lentamente il Tevere. A bordo si trova Gregorio XI, l’ultimo dei papi avignonesi, deciso a riportare definitivamente la sede apostolica a Roma dopo quasi settant’anni di assenza. Per molti contemporanei si tratta di un evento storico: il successore di Pietro torna finalmente nella città che, fin dalle origini del cristianesimo, rappresenta il cuore spirituale della Chiesa latina. Eppure, dietro l’entusiasmo del momento, si nasconde una realtà ben più complessa.

La Roma che accoglie Gregorio XI è molto diversa da quella che i suoi predecessori avevano lasciato decenni prima. Le lunghe assenze della corte pontificia hanno impoverito la città e indebolito l’autorità del papato sui suoi stessi territori. Le grandi famiglie aristocratiche, in particolare gli Orsini e i già citati Colonna, combattono da anni per il controllo politico dell’Urbe, trasformando interi quartieri in campi di battaglia. Le mura sono in rovina, l’economia fatica a riprendersi e il prestigio della città eterna appare profondamente offuscato. Per il pontefice, il ritorno non rappresenta soltanto una scelta simbolica, ma una vera e propria scommessa politica.

Le difficoltà non si limitano però a Roma. In quegli stessi anni gran parte dell’Italia centro-settentrionale è attraversata da tensioni e conflitti che mettono in discussione l’autorità temporale della Chiesa. La cosiddetta Guerra degli Otto Santi vede Firenze guidare una vasta coalizione di città ostili al dominio pontificio, mentre compagnie di ventura e signorie locali approfittano della debolezza dello Stato della Chiesa per ampliare la propria influenza. Il rientro del papa è quindi anche un tentativo di riaffermare il controllo su territori che, durante la lunga permanenza ad Avignone, si sono progressivamente allontanati dall’autorità romana.

A complicare ulteriormente il quadro interviene il Regno di Napoli, uno degli attori più importanti della politica italiana del tempo. Governata da Giovanna I d’Angiò, la monarchia napoletana mantiene da secoli un rapporto privilegiato con il papato, dal quale dipende formalmente come feudo. Dietro questa apparente stabilità, tuttavia, si nascondono profonde tensioni dinastiche. L’assenza di eredi diretti apre infatti la strada alle ambizioni dei vari rami della casa angioina, trasformando il Mezzogiorno in una polveriera politica destinata a esplodere negli anni successivi. Sarà proprio il legame tra Napoli e il papato a giocare un ruolo decisivo quando la Chiesa si dividerà tra obbedienze rivali.

Nonostante le difficoltà, Gregorio XI sembra aver raggiunto l’obiettivo inseguito da molti dei suoi predecessori: riportare il papato a Roma e ristabilire il legame con la sua sede storica. Tuttavia, la situazione rimane fragile. Decenni di permanenza ad Avignone hanno lasciato profonde divisioni all’interno del collegio cardinalizio, ancora dominato da porporati francesi, mentre le grandi monarchie europee osservano con attenzione ogni mossa della curia, pronte a intervenire per difendere i propri interessi. Il destino concede però poco tempo al pontefice. Dopo appena quattordici mesi dal suo ritorno, Gregorio XI muore il 27 marzo 1378. La sua scomparsa apre immediatamente la questione della successione.

A Roma il timore che un nuovo papa francese possa riportare la corte ad Avignone si diffonde rapidamente tra la popolazione. La tensione cresce giorno dopo giorno, mentre cardinali e nobili si preparano al conclave che dovrà eleggere il nuovo Vicario di Cristo. Nessuno può ancora immaginarlo, ma quella votazione non determinerà soltanto il nome di un nuovo pontefice. Nel giro di pochi mesi darà origine a una delle crisi più profonde della storia della Chiesa, dividendo la Cristianità occidentale e trascinandola in uno Scisma destinato a durare quasi quarant’anni.

Papa Urbano VI, eletto nel conclave del 1378
Papa Urbano VI, eletto nel conclave del 1378

«Romano lo volemo!»

Il ritorno da Avignone ha riportato il papato a Roma, ma non ha cancellato quasi settant’anni di tensioni accumulate tra la curia e le grandi monarchie europee. Il collegio cardinalizio rimane dominato dai francesi, molti dei quali vedono con scetticismo la permanenza stabile della sede apostolica a Roma. Al contrario, il popolo romano teme che l’elezione di un nuovo pontefice d’oltralpe possa riportare nuovamente la corte papale sulle rive del Rodano.

Quando i cardinali si riuniscono in conclave nell’aprile del 1378, la tensione in città raggiunge livelli altissimi. Le cronache dell’epoca descrivono una popolazione agitata, convinta che quella votazione possa decidere il destino stesso di Roma. Nelle strade si radunano gruppi armati, le piazze si riempiono di cittadini in attesa di notizie e attorno al Vaticano cresce una pressione sempre più difficile da controllare. Da più parti si leva una richiesta diventata celebre nella memoria storica dello Scisma:

«Romano lo volemo, o almanco italiano!»[1]

I cardinali, preoccupati che eventuali ritardi o una scelta impopolare possano provocare rivolte, si trovano a deliberare in un clima di forte tensione. Dopo lunghe discussioni, la scelta ricade su Bartolomeo Prignano, arcivescovo di Bari. La sua elezione appare inizialmente un compromesso ideale: non appartiene al collegio cardinalizio, è italiano ma gode di una certa considerazione anche presso molti ambienti francesi, e la sua esperienza amministrativa sembra offrire garanzie di equilibrio. Il nuovo pontefice assume il nome di Urbano VI.

Per alcune settimane sembra che la crisi sia stata evitata. Tuttavia, l’illusione dura poco. Urbano VI si rivela ben diverso da quanto i cardinali si aspettano. Dotato di grande energia e sinceramente convinto della necessità di riformare la Chiesa, il nuovo papa dimostra ben presto un carattere impulsivo, autoritario e spesso aggressivo. Durante i concistori attacca pubblicamente diversi cardinali, accusandoli di lusso, avidità e corruzione. In più occasioni li umilia davanti alla corte, minacciando una profonda riforma del collegio cardinalizio e una drastica riduzione della loro influenza politica.

Quello che inizialmente appare come uno scontro personale si trasforma rapidamente in una frattura istituzionale. Molti cardinali francesi iniziano a sostenere che l’elezione sia avvenuta sotto la minaccia della folla romana e che, di conseguenza, non possa essere considerata valida secondo il diritto canonico. Durante l’estate abbandonano progressivamente Roma e si rifugiano prima ad Anagni e successivamente a Fondi, sotto la protezione di Onorato Caetani e con il sostegno della regina Giovanna I di Napoli. A Fondi, nel settembre del 1378, avviene il passaggio decisivo. I cardinali dissidenti dichiarano nulla l’elezione di Urbano VI. Considerando la sede pontificia vacante, procedono quindi a una nuova elezione. La scelta cade sul cardinale Roberto di Ginevra, uomo di grande esperienza politica e militare, che assume il nome di Clemente VII.

Per la prima volta da secoli la Cristianità occidentale si ritrova con due papi.

Entrambi sostengono di essere il legittimo successore di Pietro.

Entrambi sono stati eletti da cardinali riconosciuti dalla Chiesa.

Entrambi rivendicano l’obbedienza dei fedeli.

Ed entrambi scomunicano il proprio avversario.

Il tentativo di Clemente VII di imporsi militarmente a Roma fallisce rapidamente, costringendolo a cercare appoggi altrove. Nel 1379 il nuovo pontefice trasferisce la propria corte ad Avignone, ricostituendo di fatto una seconda sede papale. Nascono così due obbedienze contrapposte destinate a convivere per decenni. La divisione non riguarda soltanto la Chiesa. Ben presto coinvolge l’intera politica europea. Ogni sovrano è chiamato a scegliere quale pontefice riconoscere, trasformando una disputa ecclesiastica in una questione diplomatica e strategica. Quella che all’inizio appare come una controversia sulla validità di un conclave si trasforma così in una crisi senza precedenti. Nessuno, nel 1378, può ancora immaginare che la divisione durerà quasi quarant’anni. Ancora meno che, nel tentativo di risolverla, la Chiesa finirà addirittura per ritrovarsi con tre papi contemporaneamente.

La consacrazione dell'antipapa Benedetto XIII, Pedro de Luna
La consacrazione dell’antipapa Benedetto XIII, Pedro de Luna

La scacchiera strappata: la geopolitica delle obbedienze e il caos quotidiano

Nel giro di pochi mesi, una controversia nata attorno alla validità di un conclave si trasforma in una crisi che coinvolge sovrani, vescovi, monasteri e fedeli. Le grandi monarchie europee sono costrette a scegliere quale pontefice riconoscere. La Francia si schiera con Clemente VII, seguita dalla Scozia, dalla Castiglia e dall’Aragona. L’Inghilterra, il Sacro Romano Impero e gran parte dell’Italia centro-settentrionale rimangono invece fedeli a Urbano VI. La geografia delle obbedienze finisce per sovrapporsi alle rivalità politiche già esistenti, trasformando lo Scisma in un elemento centrale degli equilibri internazionali del tardo Medioevo.

Tra tutti gli Stati coinvolti, il Regno di Napoli occupa una posizione cruciale. Il sostegno della regina Giovanna I d’Angiò a Clemente VII provoca la reazione di Urbano VI, che la dichiara decaduta e sostiene Carlo di Durazzo. Le tensioni dinastiche del Mezzogiorno si intrecciano così con la crisi ecclesiastica, dimostrando come politica e religione siano ormai strettamente connesse. Mentre le cancellerie europee trasformano la scelta del papa in una questione diplomatica, la vita quotidiana della Chiesa viene travolta da problemi sempre più concreti. Due pontefici nominano vescovi per le stesse diocesi, concedono benefici agli stessi territori e rivendicano le medesime prerogative. Monasteri, capitoli cattedrali e comunità religiose si trovano spesso divisi tra obbedienze contrapposte, generando conflitti che si protraggono per anni.

Anche i fedeli vivono la crisi con crescente inquietudine. La figura del papa rappresenta da secoli il simbolo dell’unità della Cristianità; la presenza di due pontefici rivali sembra dunque mettere in discussione l’ordine stesso voluto da Dio. In un’epoca già segnata dalle conseguenze della peste, dalle guerre e dalle difficoltà economiche, lo Scisma alimenta paure e interrogativi che attraversano tutti gli strati della società.

Cronisti, predicatori e autori di testi profetici interpretano spesso la divisione della Chiesa come un segno eccezionale. Le tradizioni escatologiche, già diffuse nel corso del XIV secolo, trovano nuovo vigore e vengono adattate agli eventi contemporanei. In molte narrazioni il conflitto tra i papi si inserisce in una più ampia visione della storia, nella quale guerre, calamità e crisi religiose annunciano trasformazioni imminenti dell’ordine del mondo. Persino le università vengono coinvolte nel dibattito. Teologi e canonisti cercano di risolvere una questione che appare sempre più complessa: chi è il vero successore di Pietro?

Nel tentativo di trovare una soluzione, emergono riflessioni che finiranno per ridefinire il rapporto tra autorità papale, Chiesa universale e potere conciliare. A distanza di pochi anni dal conclave del 1378, appare ormai evidente che lo Scisma non è una semplice controversia tra cardinali. È una crisi che attraversa l’intera Europa e coinvolge ogni livello della società cristiana. E mentre nessuno riesce ancora a trovare una soluzione condivisa, il problema è destinato a complicarsi ulteriormente nei decenni successivi. Quando arriverà il momento di sanare la frattura, la Chiesa scoprirà infatti di essere precipitata in una situazione ancora più paradossale.

Tre papi per una sola Chiesa

All’inizio del XV secolo, dopo oltre trent’anni di divisioni, la Cristianità occidentale appare sempre più stanca dello Scisma. Quella che era nata come una controversia sulla validità di un conclave si è ormai trasformata in una crisi cronica che coinvolge l’intera Europa. Nessuno dei due schieramenti è riuscito a prevalere sull’altro, mentre i pontefici rivali continuano a governare le proprie obbedienze, nominare cardinali e amministrare la Chiesa come se fossero gli unici.

Nel frattempo, i protagonisti originari dello Scisma sono scomparsi. Urbano VI muore nel 1389 e viene sostituito da Bonifacio IX, mentre Clemente VII si spegne nel 1394 lasciando il posto allo spagnolo Benedetto XIII. Il cambio dei pontefici, tuttavia, non porta alcuna soluzione. Al contrario, contribuisce a consolidare le due obbedienze, ormai radicate nelle strutture politiche ed ecclesiastiche dei rispettivi territori.

Con il passare degli anni cresce la convinzione che la crisi non possa essere risolta attraverso la vittoria di uno dei contendenti. Teologi, canonisti e uomini di governo iniziano a discutere possibili vie d’uscita. Una delle proposte più diffuse è la cosiddetta via cessionis: entrambi i papi dovrebbero rinunciare volontariamente al proprio titolo, permettendo l’elezione di un nuovo pontefice universalmente riconosciuto. In teoria la soluzione appare semplice; nella pratica si rivela quasi impossibile. Nessuno dei due contendenti è disposto a fare il primo passo, temendo di compromettere la legittimità della propria obbedienza e di favorire il rivale.

L’impasse diventa sempre più evidente durante il pontificato di Gregorio XII, successore di Bonifacio IX dal 1406, e di Benedetto XIII. Inizialmente entrambi lasciano intendere di essere disponibili a un incontro e a una possibile rinuncia reciproca, suscitando grandi speranze in tutta Europa. Tuttavia, le trattative si trascinano senza risultati concreti. Diffidenze personali, pressioni politiche e timori strategici finiscono per bloccare qualsiasi accordo. Per molti osservatori, la situazione sembra ormai senza via d’uscita.

A prendere l’iniziativa sono allora gli stessi cardinali. Sempre più frustrati dall’incapacità dei due papi di porre fine alla divisione, numerosi membri dei collegi cardinalizi romano e avignonese decidono di agire autonomamente. Nel 1409 convocano un concilio nella città di Pisa, sostenendo che la salvezza della Chiesa debba prevalere sugli interessi dei singoli pontefici. L’obiettivo è ambizioso: porre fine allo Scisma attraverso un’autorità superiore ai due contendenti.

Il Concilio di Pisa si apre in un clima di grande attesa. Delegati provenienti da numerosi regni europei, vescovi, abati, teologi e giuristi partecipano ai lavori nella speranza di ricomporre finalmente l’unità della Cristianità. Dopo settimane di discussioni, i padri conciliari giungono a una conclusione drastica: sia Gregorio XII sia Benedetto XIII vengono dichiarati scismatici e deposti. La sede apostolica viene proclamata vacante e il concilio procede all’elezione di un nuovo pontefice, il francescano Pietro Filargo, che assume il nome di Alessandro V.

Ancora una volta, sembra che la crisi sia finalmente risolta. Ma il risultato è l’esatto contrario. Gregorio XII rifiuta di riconoscere la validità del concilio e continua a proclamarsi papa legittimo. Benedetto XIII fa altrettanto, denunciando l’assemblea pisana come illegittima e riaffermando i propri diritti sul trono pontificio. Nessuno dei due accetta la deposizione. La conseguenza è paradossale. Invece di eliminare due papi, il concilio ne aggiunge un terzo.

Dal 1409 la Cristianità occidentale si ritrova così con tre pontefici contemporaneamente: Gregorio XII a capo dell’obbedienza romana, Benedetto XIII alla guida di quella avignonese e Alessandro V, sostenuto dai fautori del concilio di Pisa. Ognuno dispone di cardinali, diplomatici, sostenitori politici e strutture amministrative proprie. Ognuno rivendica di essere l’unico successore autentico di Pietro. La situazione, già complessa, precipita ulteriormente dopo la morte di Alessandro V nel 1410. Al suo posto viene eletto Baldassarre Cossa, che assume il nome di Giovanni XXIII[2].

Lungi dal risolvere il problema, la successione rafforza la cosiddetta “obbedienza pisana“, consolidando il triplice scisma che ormai divide l’Europa. Mai nella storia della Chiesa latina si era verificata una situazione simile. Tre papi, tre curie, tre collegi cardinalizi e tre diverse pretese al soglio pontificio convivono contemporaneamente, alimentando una confusione che appare ormai insostenibile. Per molti contemporanei è ormai evidente che nessuno dei tre pontefici sia in grado, da solo, di restaurare l’unità della Chiesa. Serve un intervento straordinario, capace di imporsi su tutte le obbedienze e di trovare una soluzione definitiva a una frattura che dura da oltre trent’anni. Sarà questa convinzione ad aprire la strada al più importante concilio del tardo Medioevo: quello di Costanza.

Costanza: il concilio che licenzia i papi (1414-1417)

Nel 1414 la situazione appare ormai insostenibile. Da cinque anni la Cristianità occidentale convive con tre pontefici rivali e nessuno dei tre è disposto a rinunciare spontaneamente alle proprie pretese e nessuno possiede la forza necessaria per imporsi sugli altri. Dopo oltre trent’anni di divisioni, cresce la convinzione che soltanto un grande concilio possa restituire unità alla Chiesa.

A promuovere questa soluzione è soprattutto Sigismondo di Lussemburgo, re dei Romani e futuro imperatore del Sacro Romano Impero. Consapevole che la frammentazione ecclesiastica alimenta instabilità politica in tutta Europa, Sigismondo si impegna personalmente nella convocazione di una grande assemblea destinata a riunire rappresentanti delle diverse obbedienze. La città scelta è Costanza, sulle rive dell’omonimo lago, in una posizione relativamente neutrale e facilmente raggiungibile dalle principali regioni del continente.

Quando il concilio si apre nel novembre del 1414, la partecipazione è imponente. Cardinali, vescovi, abati, teologi, giuristi, ambasciatori e delegazioni provenienti da gran parte dell’Europa convergono verso la città tedesca. Per alcuni anni Costanza si trasforma nel centro politico e religioso della Cristianità occidentale. Uno dei principali problemi che il concilio deve affrontare riguarda la propria legittimità. Se esistono tre papi, chi possiede l’autorità necessaria per convocare un’assemblea universale della Chiesa? Per superare questa difficoltà, i padri conciliari elaborano una soluzione destinata a lasciare un segno profondo nella storia ecclesiastica.

Nel decreto Haec Sancta, approvato nel 1415, il concilio afferma che un’assemblea generale della Chiesa riceve la propria autorità direttamente da Cristo e che, in situazioni eccezionali, persino il papa è tenuto a obbedirle. Si tratta della formulazione più celebre del cosiddetto conciliarismo, la teoria secondo cui il concilio generale può esercitare un’autorità superiore a quella del pontefice quando è in gioco la salvezza della Chiesa. Nel frattempo, la posizione dei tre papi inizia progressivamente a sgretolarsi.

Giovanni XXIII, comprendendo che il concilio potrebbe chiedere la sua rinuncia, tenta una fuga clamorosa dalla città nel marzo del 1415. Travestito e accompagnato da pochi fedelissimi, lascia Costanza nella speranza di provocare il fallimento dell’assemblea. L’iniziativa produce però l’effetto opposto. Il concilio continua i propri lavori, lo dichiara deposto e rafforza ulteriormente la propria autorità. La sorte di Gregorio XII è diversa. Pur continuando a considerarsi il legittimo pontefice, accetta una soluzione di compromesso che permette di preservare parte della sua dignità. Attraverso i propri rappresentanti riconosce formalmente il concilio e rinuncia al pontificato nel luglio del 1415. Il suo gesto viene interpretato da molti contemporanei come un sacrificio necessario per il bene dell’unità ecclesiastica.

Più difficile si rivela il caso di Benedetto XIII. Rifugiatosi nella fortezza di Peñíscola, sulla costa orientale della penisola iberica, continua a proclamarsi unico papa legittimo anche dopo essere stato abbandonato da gran parte dei suoi sostenitori. Né le pressioni diplomatiche né le decisioni conciliari riescono a convincerlo a rinunciare. Nel 1417 il concilio lo dichiara formalmente deposto, ma Benedetto continua a rivendicare il proprio titolo fino alla morte, avvenuta nel 1423.

Parallelamente alla questione dello Scisma, il concilio affronta anche altri problemi destinati ad avere conseguenze profonde. Tra questi spicca il processo contro il teologo boemo Jan Hus, accusato di eresia per alcune delle sue posizioni sulla riforma della Chiesa. Nonostante le garanzie di protezione ricevute, Hus viene condannato e arso sul rogo nel luglio del 1415. La sua morte alimenta tensioni religiose e politiche che sfociano successivamente nelle guerre hussite[3].

Dopo anni di negoziati, deposizioni e rinunce, il concilio può finalmente affrontare il problema centrale: l’elezione di un nuovo pontefice universalmente riconosciuto. L’11 novembre 1417 il conclave riunito a Costanza elegge il cardinale Oddone Colonna, che assume il nome di Martino V. Per la prima volta dopo quasi quarant’anni, la Cristianità occidentale torna ad avere un solo papa riconosciuto dalla maggior parte delle potenze europee. Lo Scisma d’Occidente può dirsi concluso.

La crisi che aveva diviso la Chiesa dal 1378 è formalmente terminata. Tuttavia, le ferite lasciate da decenni di conflitti, rivalità e contestazioni dell’autorità pontificia non scompaiono con l’elezione di Martino V. Le idee sviluppate durante lo Scisma, i dibattiti sul rapporto tra papa e concilio e le richieste di riforma continueranno a influenzare profondamente la storia religiosa europea nei decenni successivi. Per questo motivo il Concilio di Costanza non rappresenta soltanto la fine di una crisi. Segna anche l’inizio di una nuova fase della storia della Chiesa, destinata a preparare il terreno per le grandi trasformazioni dell’età moderna.

Raffigurazione del concilio di Costanza
Raffigurazione del concilio di Costanza

L’eredità dello Scisma: una Chiesa riunita, ma non più la stessa

L’elezione di Martino V nel novembre del 1417 pone formalmente fine a quasi quarant’anni di divisioni. Dopo decenni di rivalità, scomuniche reciproche, trattative fallite e concili controversi, la Cristianità occidentale torna finalmente a riconoscere un unico pontefice. Per molti contemporanei l’evento viene accolto come una liberazione. Le cronache descrivono celebrazioni, cerimonie solenni e manifestazioni di entusiasmo che sembrano segnare il ritorno dell’ordine dopo una lunga stagione di incertezza.

Eppure, la conclusione dello Scisma non cancella le profonde trasformazioni prodotte dalla crisi. La Chiesa esce da Costanza formalmente riunificata, ma profondamente cambiata. Per quasi quarant’anni l’autorità pontificia è stata oggetto di contestazione continua. Papi, cardinali, teologi e sovrani hanno sostenuto tesi opposte sulla legittimità dell’una o dell’altra obbedienza, costringendo l’intera Cristianità a confrontarsi con una domanda che fino ad allora sembrava impensabile: cosa accade quando l’autorità suprema della Chiesa viene messa in discussione?

Lo Scisma mostra che il prestigio del papato, pur rimanendo enorme, non è immune dalle dinamiche della politica e dagli interessi delle monarchie europee. Per decenni i sovrani utilizzano la scelta dell’obbedienza come strumento diplomatico, dimostrando quanto strettamente religione e politica siano ormai intrecciate nell’Europa tardo-medievale. La crisi contribuisce così ad accelerare un processo già in corso: il rafforzamento degli Stati territoriali e delle monarchie nazionali, sempre più autonome rispetto alle grandi istituzioni universali del Medioevo.

Non meno importante è l’eredità lasciata dal conciliarismo. Nel tentativo di risolvere la crisi, il Concilio di Costanza afferma che, in circostanze eccezionali, un concilio generale può esercitare un’autorità superiore a quella del pontefice. Sebbene nei decenni successivi i papi lavorino per riaffermare il proprio primato e ridimensionare le pretese conciliari, il dibattito rimane aperto e continua a influenzare il pensiero ecclesiastico per tutto il XV secolo.

Anche sul piano culturale e religioso lo Scisma lascia segni profondi. La lunga divisione alimenta dubbi, critiche e richieste di riforma che attraversano università, monasteri e ambienti laici. Molti uomini di Chiesa iniziano a interrogarsi sulle cause della crisi e sulla necessità di rinnovare istituzioni percepite come sempre più lontane dagli ideali evangelici. Le polemiche contro il lusso del clero, l’eccessiva politicizzazione della curia e la corruzione ecclesiastica non nascono con lo Scisma, ma trovano in quegli anni nuova forza e una diffusione senza precedenti.

In questo contesto maturano esperienze e movimenti destinati a influenzare profondamente il secolo successivo. Le vicende di John Wycliffe[4] in Inghilterra e di Jan Hus in Boemia dimostrano come le critiche all’autorità ecclesiastica possano ormai svilupparsi ben oltre gli ambienti tradizionali del dibattito teologico. Sebbene la Riforma protestante appartenga a un’epoca diversa e risponda a dinamiche più complesse, molti storici riconoscono nello Scisma uno degli eventi che contribuiscono a erodere l’immagine di una Chiesa universalmente unita e indiscutibile.

La crisi lascia infine un’eredità meno visibile ma altrettanto significativa: la consapevolezza che l’unità della Chiesa non possa essere data per scontata. Per generazioni di europei, abituati a considerare il papa come simbolo e garante della Cristianità occidentale, l’esistenza contemporanea di due e poi tre pontefici rappresenta uno shock destinato a lasciare una traccia duratura nella memoria collettiva.

A distanza di secoli, il Grande Scisma d’Occidente continua a essere ricordato come una delle più gravi crisi istituzionali della storia della Chiesa. Non soltanto per il numero di papi coinvolti o per la durata della divisione, ma perché mette in discussione principi che sembravano immutabili, costringendo l’Europa medievale a ridefinire il rapporto tra autorità religiosa, potere politico e comunità dei fedeli.

Quando Martino V viene eletto a Costanza, la frattura può dirsi sanata. Tuttavia, il mondo che emerge da quella lunga crisi non è più lo stesso che, nel 1378, aveva assistito all’elezione contestata di Urbano VI tra le grida della folla romana. La Chiesa ha ritrovato la propria unità, ma ha perduto per sempre l’illusione della propria invulnerabilità.

Note:

[1] Il celebre grido «Romano lo volemo, o almanco italiano!» è riportato da diverse cronache contemporanee e dalla tradizione storiografica sul conclave del 1378. Verifica utile: Walter Ullmann, A Short History of the Papacy in the Middle Ages; Louis Salembier, The Great Schism of the West.

[2] La confusione e soprattutto il riferimento al contemporaneo Papa Giovanni XXIII è fulmineo. Ovviamente non ci sono sbagli o confusione con i numeri di successione. Il Giovanni XXIII del Concilio di Pisa non va confuso con Angelo Giuseppe Roncalli, eletto papa nel 1958. Dopo la conclusione dello Scisma, Baldassarre Cossa sarà considerato un antipapa dalla storiografia ufficiale della Chiesa cattolica. Philip Stump, The Reforms of the Council of Constance; Joëlle Rollo-Koster, Avignon and Its Papacy.

[3] Le guerre hussite (1419-1434) furono una serie di sanguinosi conflitti religiosi e politici combattuti in Boemia. Nacquero come rivolta dei seguaci del teologo Jan Hus, bruciato sul rogo come eretico nel 1415 dal Concilio di Costanza. Gli hussiti, unendo istanze di riforma della Chiesa e nazionalismo boemo, sconfissero ripetutamente le crociate cattoliche indette dal Papa e dall’imperatore Sigismondo grazie a tattiche militari rivoluzionarie (come l’uso di carri fortificati). Il conflitto si concluse dopo una guerra civile interna tra hussiti moderati e radicali, portando a un compromesso che garantì alla Boemia una parziale libertà religiosa dalla Chiesa di Roma.

[4] John Wycliffe (c. 1320–1384), teologo e riformatore religioso inglese, morì per cause naturali prima dello svolgimento del Concilio di Costanza (1414–1418). Nonostante fosse già deceduto, il Concilio lo dichiarò formalmente eretico il 4 maggio 1415, ordinando la distruzione dei suoi scritti e la profanazione della sua tomba; la sentenza fu eseguita nel 1428 con la riesumazione e il rogo pubblico dei suoi resti a Lutterworth.

Testi consigliati:

  1. Roberto Rusconi, «L’Italia senza papa. L’età avignonese ed il grande scisma d’Occidente» (in Storia dell’Italia religiosa, Vol. I, Laterza), 2019.
  2. Salvatore Fodale, Alunni della perdizione. Chiesa e potere in Sicilia durante il Grande Scisma (1372-1416), Istituto Storico per il Medioevo, 2008.
  3. Davide Passerini, Gli Angiò-Durazzo: la rappresentazione del potere, 2019-2020.
  4. Roberto Rusconi, L’attesa della fine. Crisi della società, profezia ed Apocalisse in Italia al tempo del grande scisma d’Occidente (1378-1417), 1979.
  5. Michele Lodone, L’attesa e la paura. La fine dei tempi nella predicazione fiorentina del tardo medioevo (XIV-XVI secolo), «Cahiers d’études italiennes», 29, 2019.
  6. Walter Ullmann — Storia del Papato nel Medioevo, Laterza, 1999.
  7. Howard Kaminsky — A History of the Great Schism, 1984.
  8. Luisella Scrosati, Lo Scisma d’Occidente, una crisi lunga quarant’anni, «La Nuova Bussola Quotidiana», 11 febbraio 2024.
  9. Giacomo Martina, La chiesa nell’età della Riforma, Brescia, 1988.

Tags: Storia del Cristianesimo
Lucrezia Cotugno

Lucrezia Cotugno

Sono Laureata in Scienze storiche e del patrimonio culturale presso l'università degli studi di Siena con una tesi di Storia contemporanea sul caso Watergate con il titolo di "Il caso Watergate nella stampa Italiana (1972-1974)" e, successivamente, ho conseguito una Laurea magistrale in Storia e Filosofia (indirizzo storico) sempre all'università degli studi di Siena con una tesi in Storia della contemporaneità dal titolo "Azione Nonviolenta (1964-2023). Un giornale antimilitarista per l'obiezione di coscienza".

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