Il Sacco di Roma, 6 maggio 1527: l’esercito di Carlo V nella città eterna

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Sacco di Roma del 1527, J. Amerigo

Il 6 maggio del 1527 le truppe imperiali di Carlo V d’Asburgo entrano nella città eterna mettendola a ferro e fuoco. E’ l’ultimo Sacco di Roma della storia. SCOPRI LA SEZIONE STORIA MODERNA

Lo scontro tra Carlo V e Francesco I per il predominio in Italia

La guerra tra i due sovrani Carlo V d’Asburgo e Francesco I di Francia si accende nell’estate 1521, quando Francesco I, approfittando della rivolta castigliana dei comuneros, cerca senza successo di occupare la Navarra ed effettua scorrerie nelle Fiandre.


La risposta di Carlo V è però prorompente: assicuratosi l’appoggio di Enrico VIII d’Inghilterra e di papa Adriano VI, occupa Milano consegnandola al duca Francesco Maria Sforza.

L’esercito francese allora scende in Italia, guidato in prima linea dal suo re, ma capitola nella battaglia di Pavia (febbraio 1525); Francesco I viene catturato, fatto prigioniero e costretto a rinunciare a ogni pretesa sul Milanese e a cedere all’impero la Borgogna.

Riottenuta la libertà, il testardo Francesco si riorganizza e facendo leva sui timori degli stati italiani per il ruolo egemonico dell’imperatore nella penisola, promuove la costituzione della Lega di Cognac (1526).

Allo schieramento anti-imperiale aderiscono: Genova, Firenze, Milano e lo Stato Pontificio, dove si è da poco insediato papa Clemente VII, appartenente alla famiglia Medici.

Carlo V ritiene ingiuriosa e ingiustificata la presa di posizione del pontefice principalmente per due motivi: in primo luogo perché in quanto sovrano cattolico egli non ha mai avanzato pretese sul territorio pontificio e, in secondo luogo, perché nell’Europa attraversata da fermenti religiosi si sta adoperando in prima persona per la convocazione di un Concilio.

Il Sacco di Roma, 6 maggio 1527

Nel 1527 Carlo V invia in Italia, contro le forze della Lega di Cognac, un esercito di circa 18 mila mercenari, metà dei quali sono Lanzichenecchi. Un evento imprevisto, però, fa precipitare la situazione: le casse imperiali rimangono vuote, lasciando i mercenari senza paga.


Per recuperare il mancato guadagno i soldati superano le deboli difese della Lega e si dirigono verso Roma. Dopo un breve assedio, le truppe imperiali entrano in città il 6 maggio 1527, sottoponendola per diverse settimane ad una feroce devastazione e ad un indiscriminato saccheggio.

Papa Clemente VII riesce a mettersi in salvo rifugiandosi in Castel Sant’Angelo ma la popolazione non è altrettanto fortunata. Oltre alla distruzione di diversi luoghi sacri, infatti, il sacco della città eterna provoca la morte di circa 20 mila civili.

Le reazioni al Sacco di Roma

L’evento suscita grande scalpore in tutta la cristianità, sopratutto per il significato escatologico di punizione divina che gli viene attribuito. Per i luterani è una conferma di quello che vanno predicando da anni, mentre per i cattolici è il segnale che bisogna trovare una soluzione a tutti i mali della Chiesa.

Il sacco di Roma rappresenta uno choc anche per gli intellettuali della penisola: essi vi vedono una conferma della decadenza italiana e un segno della crisi del loro ruolo umanistico. Francesco Guicciardini è personalmente coinvolto nella catastrofe essendo uno dei più stretti consiglieri di Clemente VII.


Il tragico evento trova spazio nel 18° libro della “Storia d’Italia“, la monumentale opera storiografica scritta da Guicciardini tra il 1537 e il 1540.