La rivolta di Reggio Calabria

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Il 14 luglio del 1970 scoppia la rivolta di Reggio Calabria. La sommossa popolare, che nasce in seguito alla decisione di collocare il capoluogo di regione a Catanzaro, si conclude solo nel febbraio 1971. SCOPRI LA SEZIONE PRIMA GUERRA MONDIALE

Il contesto politico

Il 7 giugno 1970 in Italia si vota per la prima volta per costituire i consigli delle regioni a statuto ordinario. La sede di convocazione di quello calabrese è incerta, poiché in Calabria non vi è accordo in merito al capoluogo regionale. Per questo, la presidenza del Consiglio dei ministri emana il 23 giugno 1970 una circolare in cui chiarisce che, ove non sia determinato il capoluogo, l’assemblea si sarebbe riunita nella città sede di Corte d’Appello e dunque dell’ufficio elettorale centrale.

Da parte reggina si contesta la legittimità di un tale provvedimento. Si avanza la richiesta al parlamento di colmare la lacuna legislativa, indicando formalmente tutti i capoluoghi di tutte le regioni. Le rimostranze reggine rimangono inascoltate e il 27 giugno si insedia a Catanzaro, unica sede autonoma di corte d’Appello, il commissario del governo, dottor Mario Gaia, incaricato di vigilare sulla costituzione del nuovo ente.

Intanto, il 3 luglio il Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) rende nota la decisione di ubicare l’Università a Cosenza. Per Reggio Calabria ci sono velate promesse di insediamenti industriali nella provincia. Ciò rafforza il timore dei reggini di rimanere emarginati dalle decisioni strategiche per lo sviluppo  della regione, alimentando nuove proteste.

Il rapporto alla città, verso la rivolta di Reggio

Il 5 luglio 1970, il sindaco Battaglia tiene un comizio in piazza Duomo, con il quale informa i cittadini reggini di ciò che sta accadendo. E’ il famoso “rapporto alla città”:

“Bisogna tenersi pronti a sostenere con la forza il diritto di Reggio alla guida della Regione […], la città rifiuta di accettare decisioni di vertice prese da questo o quel grand’uomo, a qualunque partito egli appartenga. La questione del capoluogo di Regione venga risolta con apposito provvedimento legislativo dal Parlamento. […] l’identità, l’orgoglio, la storia devono essere salvaguardati a tutti i costi, anche a prezzo di mostrare che anche noi meridionali siamo capaci di fare la guerra per una questione di orgoglio”.

Davanti a qualche migliaio di persone, affiancato dai parlamentari e dai consiglieri regionali della DC da poco eletti, è lanciata la mobilitazione di piazza e i rappresentanti reggini sono invitati a disertare la prima riunione dell’assemblea regionale in programma il 13.

In risposta alla prima riunione del Consiglio regionale, l’amministrazione municipale proclama uno sciopero generale per il 14 e 15 luglio per rivendicare il capoluogo della Calabria.

Inizia la rivolta di Reggio

La sera del 14 luglio, al termine della prima giornata di sciopero generale, in seguito agli incidenti tra dimostranti e forze dell’ordine, la situazione precipita e la piazza esplode. La protesta diventa rivolta.

Dal giorno seguente si crea una spirale di azioni dimostrative senza interruzioni che dureranno, a fasi alternate, per otto mesi: pressioni davanti agli uffici e alle scuole affinché si aderisca allo sciopero; blocchi ferroviari, portuali, aeroportuali nonché stradali; assalti, danneggiamenti e incendi a edifici pubblici (prefettura, questura, comune, provincia, poste, stazione), privati (banche, negozi, alberghi, cantieri edili), sedi dei partiti (PSI, PCI) e dei sindacati contrari alla protesta (Cgil).

La città si trasforma in quei giorni in un campo di battaglia, con azioni di vera e propria guerriglia urbana, che vede l’utilizzo di sassi e bombe molotov, la costruzione di barricate, attentati dinamitardi, spari contro le forze dell’ordine. Ci saranno 5 morti e centinaia di feriti tra forze dell’ordine e civili.

Il 29 luglio nasce il “Comitato d’Azione per Reggio capoluogo” guidato dal sindacalista della Cisnal Francesco “Ciccio” Franco. Sarà il vero motore organizzativo e politico della rivolta popolare. Contestualmente, viene coniato il motto “Boia chi molla per Reggio Capoluogo”, slogan simbolico di tutto il periodo della rivolta.

Le promesse del presidente Colombo

Il 16 ottobre l’on. Colombo, presidente del Consiglio, tiene un discorso alla Camera sulla situazione calabrese e sugli impegni del governo a favore della regione. Dopo aver sottolineato che la designazione di Catanzaro a sede del Consiglio regionale non preclude soluzioni definitive dice:

“il Governo è convinto dell’opportunità, nell’eccezionale situazione di cui ci stiamo occupando, che ogni decisione sulla designazione del capoluogo venga rimessa al Parlamento.”

Viene così accolta la richiesta dei dimostranti reggine. L’iter legislativo per giungere alla designazione del capoluogo affidato alla Commissione Affari Costituzionali della Camera.

In seguito alle promesse di Colombo la situazione generale a Reggio si normalizza. Le barricate vengono smantellate gradualmente e la città riprende il suo normale aspetto, anche se i segni di tre mesi di violenze e disordini sono ancora evidente.

Il 26 novembre si ha la notizia che il quinto centro siderurgico sarà installato in Calabria. Le zone indicate sono solo due: la piana di Lamezia Terme e la piana di Gioia Tauro, la prima in provincia di Catanzaro e la seconda in quella di Reggio. Chiaro, dunque, che questa scelta avrebbe condizionato quella della sede del capoluogo regionale.

La protesta si riaccende

Il 21 gennaio 1971 il Comitato d’Azione inizia un nuovo sciopero generale, a causa delle esitazioni della Commissione Affari Costituzionali della Camera. Parecchie barricate sono ricostruite tanto in centro quanto in periferia, soprattutto nei rioni di Sbarre e S. Caterina. Si ripropongono le scene dei precedenti mesi di guerriglia urbana, con migliaia di persone in strada, uno stillicidio di esplosioni, spari, sassaiole e scontri con le forze dell’ordine e lanci di lacrimogeni e bottiglie molotov.

Il 31 gennaio, accusati di istigazione a delinquere aggravata, Demetrio Mauro, Alfredo Perna, Domenico Siclari e Giuseppe Canale vengono arrestati, mentre Ciccio Franco, accusato dello stesso reato, riesce a sfuggire alla cattura e inizia la latitanza. I cinque sono ormai riconosciuti dalla popolazione reggina come esempi di amor patrio e di coraggiosa coerenza. La stampa, invece, li definisce promotori e istigatori della rivolta. La procura di Reggio contribuisce ulteriormente alla repressione della sommossa cittadina con l’arresto, l’8 febbraio, dell’armatore Amedeo Matacena, considerato uno dei maggiori esponenti e finanziatori della rivolta.

Il “Pachetto Colombo”

Il 12 febbraio 1971 il presidente del Consiglio Colombo pone fine ai tentennamenti dell’esecutivo e rende pubblica la decisione definitiva, che passerà alla storia con il nome di “Pacchetto Colombo”. Una soluzione che prevede Catanzaro quale sede della Giunta regionale con il capoluogo, e Reggio quale sede dell’Assemblea, la facoltà di tenere riunioni negli altri due capoluoghi di provincia. Resta confermata l’assegnazione dell’Università a Cosenza.

Il quinto centro siderurgico dell’IRI, che assicurerà un’occupazione complessiva prevista di 7.500 lavoratori, sorgerà nella piana di Gioia Tauro, in provincia di Reggio e la localizzazione di varie iniziative industriali in Calabria, per un’occupazione complessiva diretta di 15.000 persone.

II 16 febbraio a Catanzaro il Consiglio regionale  vota l’ordine del giorno proposto dai capogruppo dei partiti del centrosinistra e formulato sulla base della “soluzione Colombo”:

“Il Consiglio regionale della Calabria delibera di formulare l’Art. 2 dello statuto regionale in relazione al capoluogo di regione nei seguenti termini: ‘La Regione comprende i territori della provincia di Catanzaro, Cosenza e Reggio. Il capoluogo è Catanzaro dove hanno sede la Giunta e la Presidenza della Regione. Il Consiglio ha sede nella città di Reggio con convocazione anche nelle altre due città capoluogo di provincia’”.

Fine della rivolta di Reggio

La città di Reggio reagisce con rabbiosa violenza, dando vita ad una guerriglia continua. Per espugnare le ostruzioni che impediscono l’accesso alla città nei rioni di Sbarre e S. Caterina, si utilizzano mezzi blindati per trasporto truppe, gli M113 del Battaglione Mobile dei carabinieri, ricordati generalmente come carri armati.

Il 23 febbraio, alle prime ore del mattino, gli M113 e tremila uomini fra agenti e carabinieri espugnano la Repubblica di Sbarre e il Granducato di Santa Caterina. La rivolta di Reggio è ormai agli sgoccioli e questi sono gli ultimi rigurgiti di ribellione.

Il “pacchetto Colombo” riserverà solamente illusioni di industrializzazione e sviluppo. Il quinto centro siderurgico non sarà mai costruito. Inoltre si crea un distacco tra cittadinanza e rappresentanza politica e istituzionale, dovuta alla sfiducia e alla rabbia dei reggini nei confronti di tutti i politici e della partitocrazia.

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