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La rivolta del sette e mezzo a Palermo: storia e conseguenze

Nel settembre del 1866 Palermo insorge contro il nuovo Stato italiano. La Rivolta del sette e mezzo, così chiamata per i sette giorni e mezzo durante i quali la città rimane nelle mani degli insorti, nasce dal malcontento per le condizioni economiche e sociali e dalla profonda distanza tra la popolazione e le istituzioni del neonato Regno d’Italia. Una sollevazione violenta e complessa, che mette a dura prova l’autorità dello Stato e lascia una ferita profonda nella Sicilia postunitaria.

di Giuseppe Moscatt
15 Settembre 2026
TEMPO DI LETTURA: 44 MIN
Rivolta del sette e mezzo a Palermo

Rivolta del sette e mezzo a Palermo

CONTENUTO

  • Frammenti di Storia Contemporanea della Sicilia: la rivolta del 7 e mezzo a Palermo nel 1866. I precedenti nell’Isola e le conseguenze sulla Storia dell’Italia Unità (1861-1893)
  • I precedenti: lo Stato liberale e le prime difficoltà di ordine pubblico in Sicilia (1861-1865)
  • La dinamica della rivolta del sette e mezzo: la prima settimana rosso-nera dello Stato unitario
  • Le conseguenze della rivolta: la decadenza della Destra storica e l’illusione di una riforma democratica offerta dalla sinistra Storica (1867-1887)
  • Il fenomeno del Trasformismo e la mediazione del moderato Depretis
  • L’opposizione democratica e costituzionale di Colianni. L’autoritarismo di Crispi (1887-1892). I Fasci Siciliani (1892-1893) e la crisi di fine secolo

Frammenti di Storia Contemporanea della Sicilia: la rivolta del 7 e mezzo a Palermo nel 1866. I precedenti nell’Isola e le conseguenze sulla Storia dell’Italia Unità (1861-1893)

E ‘noto che l’indagine storiografica trova nel passato le condizioni della realtà presente e funge da preliminare motivo per spiegare il futuro. Tale è il metodo logico della attuale filosofia della storia, nata con lo Storicismo ottocentesco e culminata nelle analisi di Nietzsche e di Marc Bloch nel secolo breve. È anche la tecnica di Leonardo Sciascia, per esempio adottata nel saggio I pugnalatori, sulla Palermo del 1862, una vicenda che lo scrittore di Racalmuto ribadisce nel 1976 in piena esecuzione del fenomeno terrorista nell’Italia repubblicana. Interpretazione che va ricollegata alle vicende della Sicilia nei primi anni dell’Unità e che genera effetti non ancora metabolizzati, quali la Mafia, una figura topica per l’isola, declinata nel ‘900 nelle forme della famigerata Cosa Nostra, secondo il linguaggio socio – giudiziario del primo ‘900.

Una rilettura, quella di Sciascia, ricca di suggestioni, che sarà suffragata dal dato reale elaborato dalla storica inglese Lucy Riall – vd. il suo La Sicilia e l’Unificazione italiana, Einaudi, 2002 – che denunzia la rapida infiltrazione di gruppi delinquenziali locali. La c.d. rivoluzione del 7 e mezzo, costituisce un precedente rivoluzionario che riaccende la speranza reazionaria borbonica e provoca la fortissima repressione governativa. Situazione che riemergerà con non minore virulenza nell’esperienza dei Fasci Siciliani di un trentennio dopo, che prelude anche alle vicissitudini dell’Isola dopo la Seconda Guerra Mondiale.

I precedenti: lo Stato liberale e le prime difficoltà di ordine pubblico in Sicilia (1861-1865)

Il quinquennio 1860 – 1865 in Sicilia consta di tre fasi: una iniziale politica liberale, dove emerge la domanda di una rivoluzione democratica e l’origine popolare del fenomeno socio-criminale chiamato Mafia (1860-1862); la caduta progressiva dell’autorità nel nuovo Stato, con la costante infiltrazione della Mafia nei primi gruppi politici dirigenti (1862-1863), non per caso adottato dallo Sciascia come periodo di transizione per l’episodio dei Pugnalatori del 1976 (vd. il saggio/romanzo  edizione Einaudi dello stesso titolo), peraltro già evidenziato da Giuseppe Maggiore – si veda il romanzo Sette e mezzo del 1952 edizione Flaccovio, Palermo – nonché nel Il Gattopardo del 1957, peraltro fortemente anticipato dall’analogo storia dei Viceré di De Roberto del 1894; ed una fase determinante per il proseguo della vicenda, il biennio 1864/1865, dove finalmente i gruppi criminali, la reazione borbonica antiunitaria ed il repubblicanesimo democratico popolare vengono alla luce nella realtà politica dell’Isola.

Fasi che sono comprovate da una congerie di atti pubblici, resoconti giudiziari, di parte giornalistica e da diari e lettere di numerosi protagonisti politici e saggisti dall’epoca, spesso in contraddizione, specie se di parte liberale o democratica, senza contare i nostalgici reazionari spesso collusi con la criminalità. Da qui, l’opportunità di ricorrere alla storiografia meno legata al presente e più attenta alla realtà dell’epoca, scandita da una legislazione apparentemente neutrale, ma sottilmente influenzata dal momento politico vissuto dallo storico di turno. E dunque, su tale solco, è Denis Mack Smith e la scuola critica di ispirazione marxista, come Lucy Riall, la meno compromessa al riguardo, anche perché le fonti storiche e letterarie sembrano concordare con la sua interpretazione. Invero, la Riall parte dal plebiscito indetto da Giuseppe Garibaldi in Sicilia nel maggio del 1860, quando ancora la spedizione dei Mille è in corso; e dice che il risultato della votazione è di 99,5% dei votanti per il sì alla Unità, di fronte ad una grandissima maggioranza di elettori assenti.

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Garibaldi a Palermo
Giuseppe Garibaldi a Palermo. Riproduzione fotografica di un’opera di Giovanni Fattori (Pubblico Dominio)

Si ha qui un’equivoca svista di consensi che maschera l’obiettivo di fare tacere l’opposizione repubblicana e popolare, emersa nelle violenze contadine di Bronte e sedate dal garibaldino Bixio, in ottemperanza delle direttive Anglosassoni, di fatto preoccupate per la svolta prerivoluzionaria che i moti di Bronte rappresentano nei loro interessi coloniali in ogni parte del mondo. Il governo di Camillo Benso conte di Cavour, per di più vieta ogni possibilità di autonomia regionale ed invia funzionari piemontesi e soldati di altre regioni a sostituire le bande armate locali per garantire l’ordine pubblico. L’estensione diretta della legislazione piemontese chiude il ciclo di speranze democratiche aperte dai primi provvedimenti del Governo provvisorio del Crispi non più repubblicano.

Una situazione di emergenza che piace alla classe dirigente nobiliare siciliana, il c.d. Baronaggio – che appunto trova confermato il suo Potere politico ed economico, sedendo con pari dignità nel Parlamento Sardo.  Alleanza politica alla classe dirigente borghese del Nord che alimenta la tesi democratica di una falsa votazione e di una Sicilia conquistata come colonia. Una considerazione ampliata che vede addirittura un conservatore illuminato, il Marchese di Torrearsa, non solo rifiutare la partecipazione al Governo di Cavour, ma anche di mutare atteggiamento con le frange filoborboniche che soffiano sul fuoco della reazione legittimista dell’esule Francesco II, che ore trova nel Papa Pio IX un fedele alleato insieme alla Francia di Napoleone III.

Dopo la morte improvvisa del sodale Cavour, Rattazzi farà un passo indietro di fronte ai governi filobritannici di Ricasoli. I filofrancesi della cordata legata al Rattazzi (invero Farini, La Marmora, Menabrea e Lanza) obbediscono a Napoleone, il principale avversario dell’Italia unita fino alla guerra perduta con la Prussia nel 1870, specialmente perché paladino dello Stato della Chiesa che sarà annesso all’Italia solo in quella data. Se la politica internazionale è caratterizzata dal duello fra le nazioni colonialiste occidentali ed industriali quali appunto la Francia e la Gran Bretagna; la politica interna trova in Sicilia la delusione della Pubblica amministrazione piemontese in piena lotta contro ogni forma di corruzione, di banditismo, di reazione sociale al metodo di mera annessione coloniale e di nuovo dispotismo di polizie e di fiscalismo rapaci, nonché decisa a limitare la concorrenza, senza contare il Nepotismo e l’insofferenza ad ogni genere di obblighi sociali, nonché un antimilitarismo dovuto alla coscrizione ed alla istruzione obbligatoria.

Anzi, la circostanza che la piccola borghesia ed il proletariato agrario siano escluse da ogni forma di contrattazione e dal voto, ma siano costrette a combattere ed a lasciare incolti i campi, danno al contadino siciliano – ma anche al piccolo borghese privo di sviluppo imprenditoriali costretto a pagare il pizzo al nobile ed al fattore di turno, uno sgomento ed un’ansia quotidiana che favorisce l’esca della criminalità, del Brigantaggio e la più sottile delinquenza mafiosa. È l’epoca del Campiere e del fattore del nobile latifondista, sul modello dei bravi manzoniani. Una renitenza alla leva ed un cospicuo numero di disertori poi alimenta il Brigantaggio, contenuto solo temporaneamente dall’azione repressiva di polizia ed esercito. Invece, la pratica delle squadre d’azione organizzate dal latifondismo, alleato o connivente con i nuovi amministratori estranei al Paese di assegnazione amministrativa, regge il passaggio di Potere.

I resoconti prefettizi al Governo Ricasoli, studiati da Lucy Riall secondo le prime ricerche di Denis Mack Smith, ma anche di Michele Pantaleone per la prima metà del Novecento; dimostrano che la tesi amministrativa di dividere in province il territorio dell’Isola – 6 in particolare – con un Prefetto regio incompetente  al di fuori della sua provincia, agevola la delinquenza delle campagne, cui basta saltare da una all’altra per eludere le indagini di polizia, come oggi avviene ancora negli Stati Uniti. Da qui un gioco al massacro fra nobili e proprietari terrieri che scatenano guerre di gruppi contrapposti per l’acqua e per i confini delle terre, l’acquisizione della manodopera, per i mercati ed il trasporto merci. Da qui l’abbassamento dei salari, l’evasione tributaria, i rapimenti a scopo d’estorsione, il contrabbando e via discorrendo. La collusione con aristocratici e nuovi proprietari ex fattori – si pensi al Mastro Don Gesualdo di Verga – nonché il mantenimento della rete di funzionari di polizia ex borbonica – come avverrà col Fascismo nel secondo dopoguerra; circostanze che rendono l’inizio del nuovo stato liberale nel primo triennio l’insostenibilità dell’ordine pubblico e privano ancora una volta della sicurezza sociale la società contadina avanzata, fino a propagarsi nelle città capoluogo.

In sintesi, la popolazione siciliana, dopo l’accoglienza favorevole al cambiamento dello stantio potere borbonico, soffre non poco della permanente crisi di ordine pubblico, sia per il Brigantaggio, sia per la nascente Mafia, sia per la renitenza alla leva che lascia impoverire la misera rendita delle campagne, sia  e soprattutto per le insufficienze amministrative segnalate dovute alla carenza di comunicazione  fra Stato e periferie, sia per l’ignoranza diffusa, sia per la persistente corruzione dei funzionari, giustificata dalla loro impreparazione culturale in quel territorio. I nemici locali e l‘opposizione repubblicana o filoborbonica sono in ogni occasione dietro l’angolo ed il funzionario ministeriale, ignorante degli usi e costumi locali, non può non cedere alle richieste illegittime degli amministrati.

Proprio il Mack Smith cita il caso di un sequestro eccellente, quello del console britannico rapito nelle campagne circostanti Palermo e celebrato dal popolo con una ballata che lo qualifica eroe perché questi ha violentato una giovane contadina che ha reagito alle sue voglie accoltellando il molestatore. Malgrado la violenza del gesto, i concittadini si rifiutano di testimoniare a favore della ragazza, perché non credono nella giustizia piemontese. Una riedizione dei famosi Vespri Siciliani del 1282, che fa epoca sul Times di Londra.  Di più: il primo ottobre del 1862, un evento delittuoso tremendo scuote la Palermo bene: nel medesimo momento, in luoghi centrali della città, corrispondenti alle 13 strade più importanti entro le mura, vengono accoltellate 13 persone non solo della nobiltà e dell’alta borghesia, ma anche del popolo minuto.

I giudici ed il Prefetto rimangono perplessi ed il Capo del tribunale penale chiama un procuratore del Nord, il piemontese Guido Giacosa, noto per dichiarazioni di stampa già prima di insediarsi. È discepolo di Rattazzi, ora capo del Governo, convinto della sostanziale aria criminogena che regge quel territorio, peraltro rimandata al mittente proprio da quel marchese di Torrearsa che ha stigmatizzato l’operazione elettorale come truffaldina, negando recisamente un Ministero a Torino. Circola nelle serate ai circoli nobiliari la replica: un altro piemontese che ci viene a comandare. Stranamente, il rischio di un’indagine lenta e contraddittoria non accade: un rispettatissimo e ricchissimo aristocratico, il Principe di Sant’Elia, già senatore del Regno proprio al posto dal Torrearsa, viene accusato da un pentito di essere il mandante. Circostanza aggravante è poi l’essere un accanito filoborbonico. L’indagine di Giacosa seguirà fra alti e bassi, pentiti e ritrattazioni, con spie screditate e rischi di errore. Ma una solida accusa arriva in udienza dopo anni di indagine. Ma la sentenza finale è di ampia assoluzione per i mandanti e di forti condanne solo per gli esecutori, Vicenda che sarà raccontate nel 1976 da Leonardo Sciascia con una durissima reprimenda per quella società rivolta solo a colpire i miserabili rei di avere sperato in un cambiamento.

Rivelare senza ombre di dubbio i veri responsabili è impossibile quando la criminalità dell’epoca parteggia per il ritorno dei Borboni ed anzi nel retroterra agricolo di Palermo ormai prosperano Associazioni Segrete che impongono tributi ai pastori ed ai contadini, come avviene nelle mura cittadine anche ai commercianti ed ai professionisti. Mentre agli amministratori incorruttibili è riservata la morte fisica od anche morale, come è per Giacosa costretto a rientrare a Torino. Una battuta circola al circolo dei nobili e nelle caffetterie di Palermo: non colpevole è il Principe, colpevoli sono invece tutti gli altri… le cose continuano ad andare per come da sempre erano andate… Il Principe ritorna ad essere libero ed onorato, in carcere od impiccati tutti gli altri. A certificare la gravità sociale e morale di quella triste realtà, intervengono due pièce teatrali: 1863, I mafiusi de la Vicaria, di Giuseppe Rizzotto; La Mafia, di Luigi Sturzo (1900); ambientate rispettivamente nel carcere di Palermo e nelle campagne di Caltagirone.

Esse rappresentano il radicamento dall’onorata società nella Palermo dei mitici Beati Paoli del ‘700, che lo scrittore Natoli quasi contemporaneamente magnifica come la reazione della borghesia illuminista contro le angherie  del Baronaggio e che ne ripete  la filosofa nelle aree più progredite  della Sicilia Orientale, dove i Sindacati del crimine e la Massoneria dei colletti bianchi alterano la libera Concorrenza nel commercio e nell’industria dei vini e dagli agrumi, nei giochi d’azzardo, nelle aree turistiche  come Taormina, nei lavori pubblici a Catania ed anche nelle attività teatrali. E siamo ora al secondo atto delle condizioni sociali che fanno da brodo alle rivolte del 1866, vale a dire l’attacco alle libere scelte imprenditoriali dei gruppi dirigenti, al punto da farsi accettare dagli imprenditori terrieri ed industriali, di nuova generazione come personale autorevole e risoluto per riscuotere affitti e spaventare i lavoratori.

Anzi, questa nuova classe di Fattori gioca il tutto per tutto ribellandosi agli stessi proprietari per acquisire direttamente da ex affittanti i latifondi a condizioni migliori. Un processo di crescita e di influenze dal basso verso l’alto che sfocia nella frode e nel Banditismo e che si immette nell‘ondivago dibattito politico. Agrumeti, negozi, industrie e borsa, un campionario di attività remunerative di nuovi imprenditori che infrange ogni regola. Qui emerge l’opera di Federico De Roberto, I Viceré, ambientato a Catania, simbolo di un campo fertile da arare a fondo: mentre la nobiltà palermitana filoborbonica è alquanto paternalista coi poveri e con la Chiesa, questi ultimi attaccano i nobili che non si adeguano al mondo moderno, una borghesia che succede all’aristocrazia antica più feroce e quasi assatanata di ricchezza e di lusso, decisa senza mezzi termini alla conquista del potere politico.

Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, poi rappresenta in modo decadente e disincantato questo passaggio di immoralità, lasciando agli anziani nostalgia e malinconia. Sia come sia, dal 1862 al 1865, la questione meridionale e della Sicilia in genere diventano una guerra al Brigantaggio con l’esercito investito alla lotta alla guerriglia prima contro i garibaldini che ora marciano su Roma, poi per fare rispettare le leggi sul reclutamento. Per favorire queste campagne, cattura e controlla i fautori del disordine pubblico, sospendendo ogni garanzia processuale ordinaria. Lo strumento è lo Stato d’assedio (vd. al riguardo il Nostro Tumulti popolari e Stati d’assedio nell’Italia liberale (1864-1922), su questa rivista del 31.1.2024), provvedimenti di polizia affidati ai tribunali militari, nati nello Stato piemontese nel 1849 e nel 1852 per reprimere rivolte mazziniane a Genova ed in Sardegna. Una strategia positiva scelta per fermare nel 1862 Garibaldi sull’Aspromonte diretta ad occupare la Roma di Pio IX, ciò per rassicurare l’ira di Napoleone III pressato dalla maggioranza silenziosa cattolica delle province che lo appoggiano nella sua politica imperiale e coloniale contro la Gran Bretagna.

Briganti e soldati del Regio esercito (Pubblico Dominio)

Poi nel 1863 adotterà la legge Pica contro il Brigantaggio nel meridione, fondata sul principio di arresto immediato per i semplici sospetti e per i cc. dd. fiancheggiatori (i manutengoli ed i camorristi napoletani filoborbonici). Legislazioni autoritarie che Crispi approva fin dal 1861 non appena Garibaldi si mette a riposo a Caprera e poi perfezionando da parlamentare la legge Pica, mettendo la museruola al potere giudiziario, in un decennio che limita il controllo giurisdizionale sulla Pubblica Amministrazione, divenuta il potere più importante nell’architettura dello Statuto Albertino, dato che infatti si deroga al riguardo il principio che garantisce ad ogni cittadino di essere giudicato dal giudice naturale. Ora il sospetto brigante è processato dal Prefetto della Provincia dove è stato catturato, oppure dal Comandante militare se dichiarato recidivo. Solo dopo il 1863, Crispi – toccato negativamente nel suo bacino elettorale – farà marcia indietro, quando insieme al suo proconsole D’Ondes Reggio, si batterà per revocare tale deformazione della Statuto.

La condotta di Crispi è sintomatica delle oscillazioni della classe dirigente che preferisce legarsi alla Pubblica Amministrazione ed al Potere Militare a seconda degli interessi elettorali, molto sensibili al pericolo di attuare in Sicilia – forse in modo esagerato rispetto all’allora pericolo mafioso per ora solo presente a Palermo e dintorni – la realtà del resto del Meridione. Un problema è pero evidente: come mantenere lo Stato liberale e l’ordine Pubblico in quell’Isola se la classe dirigente e la classe amministrativa sono spesso incapaci di governare la società? Veramente le operazioni militari possono essere la ricetta utile per salvare la Sicilia dalla minaccia separatista e reazionaria? Problema che politici del secondo ‘900 si ritrovano ad affrontare negli anni dal 1943 al 1948, aggravato dal dramma della sconfitta militare e dall’occupazione angloamericana dell’isola. Fatto si è che l’opposizione nazionale locale è confusa e divisa.

Il rigetto dell’autonomia siciliana – avanzata dallo stesso Crispi, dal Cairoli, da Vito d’Ondes Reggio e dal più volte citato Marchese Torrearsa, sul modello del Cattaneo e del Gioberti – rende ancora di più la Sicilia lontana dal centro di potere concentrato nell’alleanza conservatrice piemontese, toscana e lombarda nel piccolo parlamento di Torino. Si aggrava l’ordine pubblico con il tentativo di Garibaldi che dalla Sicilia marcerà fino all’Aspromonte con forze raccolte da Sciacca a Girgenti, da Racalmuto a Cefalù, ricordando la più famosa spedizione dal 1860. Tuttavia il controllo governativo di quelle masse popolari ha la meglio: dopo le perplessità iniziali opposte dall’esercito regolare, che segue ma non attacca le forze garibaldine fino all’Aspromonte su direttiva del Ricasoli, un moderato piuttosto debole; solo il 29.8.1862 in tali località intervengono per ordine di Rattazzi e feriscono addirittura il generale alle gambe, come si canta fra i giovani volontari democritici.

L’impresa è finita, ma Catania, Messina e Reggio di Calabria, ma anche Acireale, Caltanissetta e Modica, con Siracusa e Palermo, risentono la durezza dello Stato d’Assedio, che provoca arresti e deportazioni di non pochi volontari, senza contare varie fucilazioni sul posto, dell’arresto per facinorosi e resistenti fuggiti alla leva militare. Di fatto, però la situazione dell’Ordine Pubblico non migliora: a Palermo ed a Messina non cessano le rivolte popolari, precedute da manifestazioni e cortei dove la libertà di riunione e di protesta – a dire dello storico autonomista Emerico Amari, ma anche delle relative relazioni dei Prefetti locali e dei comandanti militari – ove soffocate, riprendono dopo qualche giorno più virulenti che mai. Acutamente, Lucy Riall elenca eventi e fonti giornalistiche, una serie di episodi che costituisco prodromi e segnali di rottura della pace civile, come ci ricorda in appendice del suo saggio (vedi Archivio Centrale di Stato, Roma, Grazia e Giustizia, b, 3, fasc. 79, citato in La Sicilia e l’unificazione italiana, Politica liberale e poteri locali, 2002, e fonti citate alla n. 47 di pag. 191, Einaudi).

In conclusione nel biennio in esame gli storici attuali non possono che rilevare come questi episodi costituiscono il brodo di cottura più fertile per lo sviluppo ed il consolidamento della Mafia. Sebbene lo Stato d’assedio già revocato in Sicilia il 16.11. del 1862, il Commissario prefettizio di Palermo dichiara in palese sfida all’opposizione democratica, che io rimango investito ancora di ampi poteri repressivisi politici su tutta l’Isola. E perciò non decadono nell’anno successivo per esempio il bando alle armi da fuoco, il domicilio coatto ed i poteri di interrogatorio dei prevenuti e dei sospetti prima della notifica degli atti d’accusa, con chiaro dispregio dei diritti di difesa legale. Se ai comandanti militari ora è preclusa la giurisdizione speciale e si torni al regime civile ordinario, con ampi poteri d’indagine riservata alla polizia di sicurezza – restano nel triennio a seguire i precedenti condizionamenti antidemocratici, antirepubblicani e velatamente non contrari addirittura al rientro dei Borboni; Mack Smith, con illuminate analisi, ci lascia alcune considerazioni generali che spiegano il successo editoriale del Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, uscito nel 1958 solo dopo la morte dell’autore.

In primo luogo è necessaria una legge elettorale che non solo favorisca i proprietari terrieri, l’1 per cento della popolazione, ma anche i reali promotori della situazione economica, dove però vadano emarginati dal voto, anche con la violenza, tutti coloro che agognano un’effettiva riforma agraria. I cc.dd. galantuomini locali influenzano direttamente i Prefetti, chiamati a far rispettare la scarsa campagna elettorale, soggetta ad accordi segreti per salvaguardare il regime feudale che regge la proprietà latifondista. La manipolazione elettorale per mantenere il potere agrario è la regola; il tentativo di sfaldare questa Santa Alleanza, fra vassalli borghesi dipendenti  dai latifondisti e masse proletarie prive di accesso alla proprietà agraria, fallirà elezione per elezione.

L’attentato mortale al generale Corrao, aiutante di Garibaldi nel 1860, è la prova del profondo legame fra l’onorata società ed il potere politico agrario restio ad allargare la base elettorale a forze alternative democratiche e repubblicane (l’arresto di Crispi nel 1861 è l’evento che lo convince a passare dalla parte conservatrice e di dare quindi l’assalto alla conquista di una nuova maggioranza politica a Roma). E le strutture amministrative seguono la stessa via: ospedali, istituzioni di beneficenza popolare, il Banco di Sicilia, la pubblica istruzione e la esazione dei tributi, tanto per esemplificare, seguono l’esempio corruttorio predetto. La necessità di una Riforma agraria e sociale è semplicemente rinviata anche nel biennio successivo alla fine dello Stato d’assedio.

La dinamica della rivolta del sette e mezzo: la prima settimana rosso-nera dello Stato unitario

Da quanto premesso, è ora più agevole spiegare il moto più rilevante del primo trentennio dell’Italia Unita, la c.d. rivolta del sette e mezzo, di cui è necessario prima dare una cronologia più puntuale. Invero, si legga la relazione al Ricasoli – ora presidente del Consiglio dopo l’uscita temporanea del più duro Rattazzi – che il moderato Di Rudinì invia nell’ottobre del 1866 dopo i fatti di Palermo. Interessante è la premessa sulle cause del grave moto rivoltoso: in primo luogo, la difficoltà dei funzionari del Nord di capire la criminalità locale, nonché l’opposizione radicale autonomista, quella di natura separatista e garibaldina, fino all’elemento filoborbonico.

Appare di tutta evidenza l’errore di valutare la realtà con l’ottica della Pubblica Sicurezza, piuttosto che risalire alle cause di natura economica e sociale. Il conferimento dei pieni poteri al generale Govone, con tribunali militari e fucilazioni sul posto senza indagini approfondite solo perché la Sicilia non è ancora uscita dalle barbarie per passare alla civiltà (parole riprese dallo stesso relatore in un comizio pubblico del generale), aggrava la tensione ideologica fin dal 1865. Credere in una Sicilia fertile da sfruttare; sottovalutare la povertà della forza-lavoro, soggetta a salari da fame; avallare il protezionismo delle imprese agricole del Nord a danno dei mercati agricoli dell’Isola; dimenticare il ruolo propulsivo dell’artigianato e del turismo culturale – peraltro ancora oggi settori economici non totalmente sviluppati – fanno aumentare la forbice di separazione fra le due aree più ampie del nuovo Regno.

Per esempio, la cancellazione di fatto dell’industria della seta siciliana a favore delle imprese tessili del lombardo-veneto, è operazione di politica industriale prettamente colonialista non diversa dalle parallele scelte che l’Impero Britannico impone all’India ed ai Paesi Arabi del Medio Oriente. Se poi si aggiungono le difficoltà dei trasporti stradali, l’assenza di trasporti ferroviari, la presenza di compagnie marittime in varie parti dell’Isola, frutto dalle occulte intese di società armatrici di Genova; nonché una politica fiscale esattiva e da daziaria assai elevata nelle tariffe non ancora abrogate nel mercato interno; la rottura fra le due Italie è cosa fatta.

Del resto, i grandi proprietari latifondisti non sono affatto scontenti: il loro ampio bacino di fondi accumulati nei secoli precedenti da una parte copre le esazioni governative e dall’altra sovvenziona una politica protezionista che solo in apparenza plaude al nuovo Mercato Unico, dove però come si dice nel Gattopardo del Tomasi di Lampedusa che se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi… Battuta che ci dà la plastica tattica politica di un Tancredi di Falconeri, ultimo rampollo della classe latifondista palermitana, nel mirino dei garibaldini democratici, ma vero vincitore dello scontro politico ed ideologico che da mezzo secolo oppone la borghesia e la nobiltà vetero feudale alla corrente della borghesia imprenditrice, che aspira già in età borbonica a subentrare alla guida dell’Isola.

Esemplare è il conflitto fra classi accumulatrici di ricchezza è la vicenda della estensione delle leggi anticlericali piemontesi. In Sicilia, la permanenza in vigore della medievale Apostolica Legazia – il diritto regio di proporre al Papa i Vescovi e gli Arcivescovi da insediare nell’Isola – ha consentito sotto i Borboni una singolare alleanza fra feudatari locali e chiese locali nella gestione dei beni ecclesiastici così sottratti al controllo centrale. Il clero di campagna e quello di città è più vicino alle classi contadine e fa da mediazione con i Baroni Siciliani. Operazione che fa delle classi ecclesiastiche il luogo di compensazione del tradizionale e conflitto fra le classi (si pensi al Padre Pirrone del più volte citato Gattopardo). E dunque Di Rudinì – collaudato aristocratico locale – consiglia a Rattazzi di essere cauto nella confisca di beni ecclesiastici sul modello sabaudo del 1855.

Ma la politica liberista del 1861 è contraria, anche perché così si ottiene il favore dei Mazziniani e dei liberisti meridionali che vedono nella soppressione di Monasteri e nella vendita di beni della Chiesa un passo avanti nella secolarizzazione, senza contare ampi aiuti alle finanze nazionali sotto pressione per i debiti con la Francia alleata nella Seconda guerra di indipendenza. Epperò ciò provoca una forte crisi dell’economia legata a quelle istituzioni. Si crea un processo di trasferimento di proprietà e di capitali da una classe di redditieri in tonaca ad una classe di nuovi investitori che da piccoli coltivatori, o da piccoli borghesi avidi e risparmiatori, i quali dopo anni di risparmio acquisiscono ben 250.000 ettari della Chiesa.

Dal latifondo feudale si passa al latifondo borghese, cui consegue il fatto che la Mafia agricola protegge e foraggia tali nuovi proprietari, a danno dei piccoli coltivatori, agendo a corrompere od a minacciare i funzionari pubblici chiamati alla gestione delle vendite, magari limitando la concorrenza nelle gare, oppure fissando un prezzo non adeguato alle capacità di spesa  dei coltivatori delle terre messe all’asta (e lo stesso avviene per i latifondi messi in vendita per ragioni di fallimento dei vecchi aristocratici, rimasti a giocare a carte nei circoli palermitani con un semplice vitalizio del 2% annuo sul ricavato dei prodotti agricoli, ora tutto in mano ad ex fattori ora amministratori senza limiti precisi, situazioni  che Verga e De Roberto descrivono rispettivamente nel Mastro Don Gesualdo – 1889 – e nei Viceré – 1894). L’Onorata Società è presente fra le righe, impersonata da uno stuolo di dipendenti di impresa che fungono da soldati ed ufficiali dei loro padroni.

A tali fattori disaggreganti vanno sommate le forti opinioni dissenzienti del basso clero descolarizzato, le nostalgie borboniche, gli ex poliziotti radiati dal servizio per accuse non giustificate  di corruzione – si pensi al capobanda Di Miceli, uno dei pugnalatori ricordato da Sciascia e poi caporione della rivolta di settembre –  nonché le bande di ex picciotti non adeguatamente assorbite nei ranghi dell’ordine pubblico piemontese; il risultato della rivolta  di settembre è abbastanza prevedibile. Anzi, come ci ricorda il citato rapporto del Di Rudinì, un elemento non secondario è la primavera asciutta di quel 1866, la quale provoca una penuria di cibo incessante, una inflazione elevatissima degli alimentari e dei fiori per la festa di S. Rosalia, tempo dove il risentimento spopola anche per le vendite delle terre ecclesiastiche lesive per l’occupazione di molti dipendenti e braccianti. Circostanze che spingono a reagire con violenza.

Del resto il monopolio del tabacco e la parallela introduzione alla carta moneta con effetti svalutativi galoppanti, accelera il momento della discesa nelle strade, magari dietro i vessilli borbonici e pure al grido del si stava peggio quando si stava meglio, come era accaduto nel 1789 a Parigi e come avverrà nel 1943 proprio a Palermo ed a Ragusa dietro al carro del Separatismo. La storia degli eventi della settimana palermitana fra il 16 ed il 22 settembre del 1866 – che Giuseppe Maggiore pone sullo sfondo del suo poco noto romanzo Sette e mezzo, scritto nel 1952, di chiaro intendimento nostalgico dell’età borbonica dei suoi protagonisti – inizia all’alba del 16 settembre, dopo qualche giorno poco spensierato e pacifico, com’è la tradizione popolare religiosa per la festa di Santa Rosalia patrona della città.

Si osserva come una turba di contadini armati di falci e bastoni, comandati  dagli ex picciotti di Garibaldi, scenda dai paesi circostanti (Monreale, Misilmeri, Villabate) e si unisca alle bande di facinorosi e scamiciati organizzati nella periferia della città, guidati in una tipica alleanza di mafiosi, renitenti alla leva, ex preti disillusi, democritici rivoluzionari e di dissenzienti, un’accozzaglia di sovversivi ed agitatori molto simili a coloro che nell’ottobre del 1922 marceranno su Roma  nella vesti del Partito Popolare Fascista. Tre carabinieri che vengono massacrati, mentre le truppe piemontesi si chiudono nei Palazzi governativi per alcuni giorni (17-20 settembre). Palermo ritorna alle giornate del 1848 e del 1860, quando già all’epoca si è creata una segreta alleanza fra democratici mazziniani, clericali conservatori e nobili contrari ai Borboni, partecipando coi contadini affamati al saccheggio di negozi, all’incendio dei registri di leva ed alla distruzione di magazzini del dazio dove stazionano ingenti quantità di alimentari sotto sequestro perché non è stata pagata l’alta tariffa imposta anche dal nuovo Governo, equiparato dalle forze popolari al precedente altrettanto inviso.

Il 21 settembre inizia però la riconquista della città! Mentre a Milano alla fine delle famose cinque giornate fra il 18 ed il 22 marzo del 1848, dopo la vittoria degli insorti contro il governo austriaco, si è formato anche un governo provvisorio, qui viene ciò a mancare forse anche perché ai conflitti fra le frazioni ribelli non si arriva ad un accordo preliminare. A Palermo già fa capolino al porto una flotta di navi che porta rinforzi e punta cannoni sul Cassaro, dove sia è asserragliato un Comitato Civico discordante, dove siedono filoborbonici, mazziniani, ex preti, ex poliziotti corrotti ed emissari della Mafia e chissà quanti altri riottosi o spie di governi stranieri, una tipica assemblea di capipolo legati ad interessi particolari spessa criminosi.

General Raffaele Cadorna (1825-1897)

Ecco perché il generale Raffaele Cadorna, reduce dalla campagna positiva di repressione del Brigantaggio in Basilicata ed unico generale che ha ottenuto qualche successo in Friuli nella terza guerra d’indipendenza l’11 luglio dello stesso anno; riesce a colpi di cannone a snidare i rivoltosi, bombardando Palermo dal mare ed applicando alla lettera lo Stato d’assedio e senza limiti di giurisdizione. Fucila borbonici, mafiosi e contadini, democratici e sacerdoti, rivoltosi ed anarchici, perfino bambini, vecchi e donne, tutti colpevoli anche di mero fiancheggiamento casuale o di astratta adesione. Il 23 settembre la dura repressione ha termine. Fra il 19 ed il 28 ottobre vengono istituiti tre tribunali militari, che a parere del Cadorna ha come istigatori i nobili filoborbonici e soprattutto l’Arcivescovo di Palermo, un Generale convinto al cento per cento che i conventi della città siano i veri focolai della insurrezione. L’Arcivescovo Naselli e Giuseppe Badia – eroe dall’Aspromonte – sarebbero stati i capi della rivolta, anche su indagine del Procuratore generale Interdonato.

Quanto ai democratici, Emerico Amari e D’Ondes Reggio imputano alla commissione Parlamentare d’inchiesta non solo di essere stato il Governo alquanto privo di comprensione per le condizioni sociali dell’Isola, ma che l’azione di Governo nel campo della sicurezza, nonché la plateale interferenza del Governo Rattazzi nelle questioni giudiziarie, offende le libertà democritiche peggio della durezza degli interventi repressivi. Lo iato fra Governo italiano e cittadini palermitani è così ben più allargato e molto lontano dalla originaria alleanza del maggio – giugno del 1860. Tanto che una delle analisi italiane sull’episodio del 7 e mezzo (quello di F. Brancato, La Sicilia nel primo ventennio del Regno d’Italia, Bologna, 1956) non si sottrae dal segnalare come solo i palazzi pubblici siano stati saccheggiati o devastati dai ribelli, mentre solo quelli aristocratici subiscono danni, perché i proprietari sono filogovernativi, come quello del Di Rudinì, Sindaco di Palermo.

Proprio da quest’ultima annotazione, è opportuno infine soffermarci sulle considerazioni degli Storici sullo spinoso tema esaminato. Intanto, un dato sui combattenti: al netto degli scritti di parte governativa e di parte democratica o filo borbonica, Mack Smith parla di 40.000 uomini ed impiegati nella repressione e che i ribelli siano stati meno di 20.000. Numeri che lo storico inglese ricava dello scritto del concittadino O’Clery testimone diretto nel 1866.  Comunque, il resoconto in esame è meno impreciso e più sincero di quelli filogovernativi, specialmente di quelli del Sindaco Di Rudinì, la cui coraggiosa resistenza alle masse inferocite che gli bruceranno la casa di famiglia ai Quattro Canti, non lo esime da toni esagerati per quanto vede avvenire.

Comunque fra le fonti attendibili, spiccano le lettere accorate dei cittadini che nel 1956 compaiono nell’Archivio storico siciliano, al vol. VIII del 1956, depositate nell’Archivio personale del Crispi. In ogni caso, la precedente rilettura dello storico Mack Smith e le ricerche approfondite dell’alunna Lucy Riall ai primi del 2000, ribadiscono le conclusioni dell’O’Clery, nel suo saggio del 1892, passato inosservato, ma non dal Colaianni, storico dei Fasci Siciliani scoppiati in quegli anni, che da quel movimento ha saputo ritrovare i motivi di origine proprio nel moto del 7 e mezzo. Perfino alcuni storici sociali almeno fino al secondo dopoguerra – per esempio, Paolo Alaltri – e poi anche quelli di ispirazione liberale, come George Macaulay Trevelyan e Virgilio Titone; concordano sul fatto che la lettura dei documenti ritrovati spicca il malcontento sia dei reazionari che dei democritici, sia della borghesia che degli aristocratici, ciascuna parte arroccata a difendere privilegi di parte conseguiti lungo secoli di malgoverni, pur prevalendo la domanda repubblicana e neoseparatista, che affiora negli scritti di Ferrara e di Amari, contrastata dall’ambiguo progressismo del Crispi, non a caso amato dal Mussolini interventista e critico del Partito Socialista.

È il tradimento dalle promesse e la distruzione di istituti e forme religiose che abbattono la speranza delle classi subalterne, lasciate al malgoverno della Destra, spesso alleata e succube dei deputati Romani, dei Piemontesi e dei Toscani, dove primeggia il duo conservatore Rattazzi/Ricasoli e che trovano come formabili epigoni locali Crispi e Di Rudinì, notabili siciliani proiettati alla conquista del potere nella Capitale. Sarà la scuola Gramsciana dell’Alatri a dare ai moti del 1866 la qualifica di una folla cittadina primo motore e di cieco furore da cui discenderà la razionale ricostruzione del processo rivoluzionario, moto dopo moto, emerso nei Fasci Siciliani del 1892 fino al futuro e maturo quadro di una Rivoluzione mancata che negli anni’50.  

Le conseguenze della rivolta: la decadenza della Destra storica e l’illusione di una riforma democratica offerta dalla sinistra Storica (1867-1887)

Dopo un autunno carico di processi sommari di incarceramenti definitivi per fatti delittuosi soprattutto per gli eventi fin dal 1865, l’amnistia invocata ed ottenuta dal nuovo Prefetto di Palermo – l’aristocratico Di Rudinì – libera soltanto i caporioni nobili e filoborbonici, per evitare spaccature definitive con la classe agraria e per accattivarsi le loro deboli simpatie. Una manovra politica che non porta alcun progresso nei rapporti fra cittadini onesti – spesso arrestati e condannati per i fatti del 1866 – e delinquenti dell’onorata società e di non pochi nobili filomassoni, tutti rimasti molto meno colpiti dai provvedimenti dello Stato di Assedio.

Fra il febbraio e l’aprile del 1867, le lamentele per quella amnistia di parte – che tace sulle vere cause della rivolta – non cessano né hanno effetto. Anzi poiché la paure di ritorsioni democritiche e popolari  non è del tutto scomparsa; il nuovo Prefetto e capo della nobiltà conservatrice, autorizza il generale Medici a continuare nella ricerca e cattura di banditi e renitenti, ma anche di semplici dissidenti e di poveri cittadini che soltanto protestano per i motivi più volte detti, ché anzi pretendono uno Stato dal volto umano, cosa che le esecuzioni illegali di dimostranti pacifici non mancano di essere ancora  praticate fino al 1868, quando lo stesso Medici sostituisce Di Rudinì, ormai volato a Firenze per tessere una rete coi notabili del Nord che temono ulteriori rivolte di colore repubblicano – Mazzini è ancora operativo – e con gli anarchici di Bakunin, che fomentano in Toscana ed in Emilia agitazioni di lavoratori e braccianti che rivendicano aumenti salariali.

Del resto, al debole Ricasoli, è succeduto l’arcigno Rattazzi che però tollera le manovre repubblicane dei Fratelli Cairoli che tentano una insurrezione a Roma, sventata a stento a Civitavecchia. Quale migliore occasione di nominare il generale Menabrea a capo del Governo per impedire l’ennesima marcia di volontari di Garibaldi penetrato nello Stato Pontificio? Garibaldi sconfitto dai francesi a Mentana il 3 di novembre e la stella del generale soffre di un nuovo offuscamento. Che fare a Palermo? In uno Stato dilaniato da moti unitari a Nord e da moti di fame a Sud, l’unica tattica, oltre alla collaudata azione militare, è l’azione di mediazione politica, con la Mafia ora entrata dalle campagne nelle Città. Il potere giudiziario prima indaga e poi fa arrestare il capo della Polizia Giuseppe Albanese, colluso con le bande mafiose col tacito accordo dello stesso Prefetto. Lo scopo non è solo quello di fare pressione sulla borghesia cittadina di accettare la politica economica restrittiva e fiscale del governo; ma anche di imporre candidati favorevoli al Governo nelle elezioni del 1871.

Un contesto che si ripeterà un secolo dopo nella Palermo del boom edilizio, dove l’intima connessione fra politica e mafia produce la strana morte per assassinio del Procuratore Scaglione e del suo autista, nonché una violenta rivolta nel Comune di Filicudi, luogo di domicilio coatto di mafiosi accusati dai quell’omicidio però malvisti dagli abitanti dell’Isola eoliana. Certo è che – come narra P.  Alatari, Lotte politiche in Sicilia sotto il governo della Destra, 1866/1874, Torino, 1954 – le accuse del Procuratore Diego Tajani non ottengono la condanna per mancanza di prove, mentre ben 5 testimoni d’accusa saranno uccisi senza essere individuati gli aggressori. Una tragica vicenda che avrà come complimento la vittoria della Sinistra nelle elezioni politiche del 1874 e che ti spiega come la collusione Mafia e politica della Destra non sembra abbia avuto alcun effetto. Poco male per la classe conservatrice: ciò che è riuscito alla Destra di avere un solido legame colla vecchia classe dirigente, per l’accordo occulto con la delinquenza organizzata; ora continua con la Sinistra, la cui anima garibaldina meno corrotta comunque entra finalmente alla Camera.

Invero, la Commissione Parlamentare sulla Sicilia, voluta da Minghetti per chiudere la questione dell’autonomia siciliana e per dimostrare invece l’alto grado di corruzione dell’amministrazione locale, sortisce un effetto opposto, vale a dire la conclusione inaspettata sulla cospirazione criminale per quella rivolta e sulla corruzione. Si rifiuta l’una e l’altra e dunque nessuna riforma amministrativa regionale. Perché? La ragione è semplice: la decadenza del Governo della Destra è ormai imminente. Acquisite Roma e Venezia; cessata l’influenza francese con la fine di Napoleone IIII ed arrivati i Meridionali a Roma, da cui ormai possono ottenere coi loro deputati d’alto censo non pochi privilegi a livello locale; scoppia però nel 1876 un forte attrito fra le due parti dell’Assemblea in materia di nazionalizzazione della Ferrovie, progetto voluto dalla Sinistra meridionale e siciliana, ma avversato dai deputati della Sinistra del Nord e da qualche deputato del sud della Destra.

Si capisce la ragione economica della contesa: il trasporto merci accelerato è preteso dal Nord e dal Sud nel contempo, sanza contare il fluido appoggio dei banchieri ai deputati alle compagnie private a loro favorite. Un gioco di privilegi che le politiche liberiste piemontesi e lombarde tendono a mantenere in Monopolio per potere meglio sfruttare il mercato del Sud. Perfettamente si è opposta la volontà delle imprese meridionali – che vedono nelle ferrovie pubbliche il loro volano di crescita.

Il fenomeno del Trasformismo e la mediazione del moderato Depretis

Si arriva quindi ad un compromesso parlamentare ed una maggioranza parlamentare scissa da una volontà popolare finora inespressa. Minghetti cede il passo ad Agostino Depretis, un parlamentare pavese estraneo al Risorgimento, ma acuto conoscitore della realtà locale e grande mediatore di interessi ora apparentemente coinvolgenti. Un politico che decide di trattare e fare trattare i suoi colleghi con una maggioranza alternativa caso per caso, colmando con accordi sottobanco le distanze fra le varie componenti dell’assemblea. È il c.d. Trasformismo, una piaga parlamentare italiana mai estinta e mai avallata da un voto popolare nell’Italia liberale, ma da qualche storico contemporaneo vista come una spiegazione della Dittatura Fascista nel 1922. In ogni caso, Re Vittorio Emanuele II solleva Minghetti e dà l’incarico proprio a Depretis, il nuovo tessitore.

Per avere qualche deputato in più, rivendica nella campagna delle future elezioni un aumento del diritto di voto, l’istruzione elementare gratuita e l’abolizione della tassa più odiata dal popolo, che all’epoca prevede un tributo sulla macinazione di cerali, che il pignolo Quintino Sella ha introdotto dal 1862 per risanare le finanze pubbliche e garantire il pareggio del bilancio. Raggiunti tali obiettivi dal Minghetti nel 1874, Depretis ottiene subito un certo favore popolare, aumentato nel 1876 dall’avere pubblicato un’indagine ufficiale del Parlamento sulla situazione in Sicilia condotta da due agguerriti deputati della Destra, Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino passati dalla sua parte politica. In particolare, si conferma come siano sempre state critiche le relazioni contrattuali fra proprietari e contadini, tali da provocare la povertà dei secondi e la ricchezza dei primi.

Del pari, la burocrazia e la polizia, ivi compresi i giudici e gli insegnanti, dovrebbero provenire da altre regioni per meglio indagare e formare una classe dirigente locale meno collusa e più colta dell’evoluzione sociale, suggerimento non raccolto anche perché la posizione della Destra in materia di condizioni sociali del Mezzogiorno risente fin dal Cavour di una sentimento di superiorità del Nord industriale rispetto al Sud agrario, già dimostrato nel ‘700 quando la Sicilia è stata sotto la dominazione austriaca (1720-1735). In particolare, i due partiti costituzionali non hanno alcuna organizzazione predeterminata e si appoggiano a clubs, associazioni Idealistiche e di mutuo soccorso. Spesso si è deputati a vita, rappresentando comunità locali di appartenenza familiare, senza una peculiare concorrenza, bastando un nome nobiliare o di fama patriottica. Ed i pochi elettori sono di alto censo e tutti, passivi od attivi nel voto, devono essere dotati di una cultura media e neppure legati fisicamente al luogo di elezione.

Un confronto alla Camera fra pari perché ricchi proprietari od illustri professionisti. Un liberalismo all‘inglese illuminato contro oligarchie conservatrici e protezioniste, con obbligo di Bilancio da pareggiare, con spese pubbliche minime che favoriscono lo sviluppo dell’impresa capitalista e limitano l’istruzione ai giovani di famiglia. Il caso citato dalla nazionalizzazione delle ferrovie va inteso come une provvedimento di beneficio per le imprese private specialmente per quelle del Nord più industrializzato. La distribuzione sociale del reddito attraverso la tassazione è un principio ancora lontano per cui è sufficiente una tassa piatta meramente proporzionale per coprire la Giustizia, i trasporti pubblici di lunga distanza, l’ordine pubblico e la Difesa.

Comunque, la necessità di infrastrutture – strade, porti e ferrovie – porta ad un debito elevato non indifferente e la politica economica impone una maggiore tassazione alla proprietà fondiaria ed al consumo popolare – vedi la citata tassa sul macinato – che provoca, con la vendita dei beni demaniali ed ecclesiastici,  il positivo risanamento del bilancio e l’estinzione del debito con la Francia di Napoleone III, ma genera un profondo risentimento sociale che sfocerà in Sicilia ed in aree centrali del Paese. I moti che si è detto, a volte anche di matrice anarchica come in Romagna. I democritici della Sinistra d’altro canto, nei 15 anni dal 1861 al 1875, non protestano tanto sulla necessità di formare una nuova nazione che amalgami Nord e Sud e dunque pazientano sulla opportunità del pareggio del Bilancio.

L’opposizione democratica e costituzionale di Colianni. L’autoritarismo di Crispi (1887-1892). I Fasci Siciliani (1892-1893) e la crisi di fine secolo

Il loro fine è di creare un Centro politico che irrobustisca la fragile tenuta dello Stato. Inoltre mantengono una forte autonomia dai paesi Esteri, prima fra tutte la Francia, rimasta fino al 1870 la potenza più influente in Italia. Non accettano cioè l’ombra dello straniero e la presenza ingombrante di Napoleone III che ha fatto spostare soldati italiani fra loro ancora dopo il triste’49 con la caduta della Roma repubblicana. L’Aspromonte nel 1862 e Mentana nel 1867 pesano sulla coscienza di Ricasoli e Rattazzi supini alle direttive di Napoleone ed alle invettive di Pio IX. Del resto la Francia resta il partner economico più privilegiato fin dal 1863 dove il trattato di commercio italo/francese spinge l’Italia fra le Nazioni dedite la libero scambio.

Il servilismo filofrancese trova poi arcigni oppositori nella Convenzione di settembre del 1864, di esplicita rinunzia a Roma Capitale del Regno e trasferimento della capitale d’Italia da Torino a Firenze, scelta che Minghetti conferma per l’Italia al fine di tutelare la sicurezza dei confini e la stabilità del Paese, esposto alle critiche di Garibaldi ed alle manovre repubblicane di Giuseppe Mazzini, anche se i moti patriottici a Torino contro la novità della Capitale a Firenze, inducono Vittorio Emanuele II ed il fido generale La Marmora ad emanare lo Stato d’Assedio per la vecchia Capitale, insorta nell’ottobre dello stesso anno della Convenzione, con esiti violenti non inferiori a quelli del 1866 a Palermo. Intanto, nel 1870 l’Impero francese cade sotto lo stivale del prussiano Bismarck, pronto fra un anno per la parallela unificazione della Germania.

Il 20 settembre Roma è occupata dai Bersaglieri di Cadorna e diventa l’effettiva Capitale. Ma il progresso del nuovo paese è ancora lontano. Minghetti ed i vecchi notabili della Destra sono sempre sordi ad allargare il corpo elettorale, magari ribassando il requisito censitario e allargando il requisito di studio. Inoltre, la Sinistra propone un regime amministrativo meno centralistico e più libero per gli Enti locali, con un allargamento dei diritti civili, senza la mera punizione del Dissenso, con minori sanzioni per chi non lavora, oppure si associa per difendere il posto di lavoro. Nondimeno, si richiede una procedura penale più garantista su modello inglese, per esempio con la limitazione delle forze armate durante gli Stati d’assedio. Durante la campagna elettorale per le elezioni del 1874, il giovane Crispi ed il patriota Cairoli chiedono con fermezza il rinnovamento della classe dirigente, opponendosi alla solita maggioranza di lombardi, piemontesi e toscani che ha condotto il primo quindicennio di Governo.

La Sinistra parlamentare forma così una solida opposizione contro la Destra di Minghetti nel 1874 ed i fatti delle ferrovie nazionalizzate e le danno ragione. Ma la Nazione vede così nascere il sodalizio trasformista con ampie frange della vecchia Destra che spingerà Minghetti a gettare la spugna. Il Re Vittorio comprende le ragioni della svolta, ma non ha il coraggio di sciogliere la nuova Camera e chiedere nuove elezioni. È la c.d. rivoluzione parlamentare che ha come spiegazione la vischiosità dello Statuto albertino, ancora inquinato dall’essere una costituzione flessibile in mano alla Casa Regnante nei momenti più difficili, aporia che emergerà nel ‘900 con palmare evidenza nel caso della adesione alla Prima Guerra Mondiale e poi nel ’22 in occasione della Marcia su Roma dei Fascisti di Benito Mussolini.

Così, nel 1876 si assiste alla scomposizione dei due Gruppi parlamentari in Sottogruppi omologhi e ad una maggioranza mobile, dove il Depretis, un notabile moderato lombardo aperto agli interessi dei giovani della Sinistra, concerta un regime di Governo che durerà per più decenni fondato su accordi di parte che illudono gli elettori progressisti sul progetto di cambiamento effettivo. La prima è più importante modifica è quella di dare voce alla periferia, cioè con la creazione di collegi elettorali in cui ogni elettore nomina un solo rappresentante. È il sistema elettorale inglese del maggioritario uninominale basato sulla presenza di almeno due forze politiche contrapposte a livello locale.

Ciò che conta è il Nome, senza il vincolo del partito per essere eletto e pronto a contrattare con gli altri suoi pari. Insomma, la ratifica della vecchia concezione personalista e quindi una nuova ed organica formula corruttiva, uno scambio legalizzato di favori e la fine del grande ideale della Patria italiana. La vittoria della piccola patria è un’illusione perché l’elettore perde ogni rapporto con il suo rappresentante il giorno dopo le elezioni, visto che non si è più sicuri della coerenza programmatica, dato che è legittimo trasformare il suo progetto in un altro proposto da un suo pari. Depretis, dopo alcuni anni di una maggioranza così volatile, considerato che la corruzione non è affatto estirpata, va comunque ricordato positivamente: la sua riforma elettorale del 1882, con l’ammissione al voto di tutti i maschi maggiori di 21 anni ed in grado di leggere e scrivere, riesce a far partecipare al voto il 7% della popolazione.

Inoltre cancella l’odiata tassa sul macinato e con la legge Coppino prevede 2 anni di scuola pubblica gratuita ed obbligatoria per tutti. Se i contadini restano ancora esclusi dalla politica, alcuni borghesi, artigiani ed operai qualificati si affacciano sulla scena pubblica, area esclusa con la Destra, dove ha votato solo il 2%. Le società di mutuo soccorso, le antiche Corporazioni, dopo il 1882 passano a 750.000 iscritti perché diventano i promotori dei deputati della Sinistra, ivi compresi gli ex mazziniani e garibaldini. I primi fedeli al Vate di Genova, ostili al sorgente Socialismo, morto nel 1872. I secondi invece a poco a poco confluiscono nel movimento operaio della fratellanza universale, valore che non pochi gruppi anarchici esasperano nelle relazioni sociali, con significativi scioperi legati al riconoscimento delle Associazioni dei lavoratori ed a rivendicazioni salariali.

Di tali movimenti protosocialisti è testimonianza essenziale il romanzo neorealista di Riccardo Bacchelli, con protagonista l’esule russo Bakunin, organizzatore di un moto rivoluzionario a Bologna nel 1874 (Il diavolo al Pontelungo, Rizzoli, 1951), fallito miseramente per l’approssimazione dei congiurati lontani dalla coscienza popolare. Sono gli anni di una limita industrializzazione nel Nord, di un primitivo Partito Socialista in Lombardia, di gruppi repubblicani e di anticlericali nell’Emilia- Romagna, formata da studenti, artigiani, piccoli coltivatori e tanti salariati agricoli, tutti impegnati ad acquisire nuovi terreni previa la bonifica da anni soggetti a malaria. Nuove forze intellettuali e contadine che si chiedono come costruire uno stato ed una nazione veramente popolare.

Quale libertà ricercare? È immaginabile una Rivoluzione proletaria come quella proclamata a Parigi in nome di una Comune proletaria fra il 18.3 ed il 28 maggio del 1871?  Di fronte a quella classe dirigente municipalista del Sud, maneggiona, oppure distante dalla difficoltà imperiose della società meridionale, splendidamente rappresentata da Tomasi di Lampedusa densa nel suo Gattopardo, incarnato realmente dallo Starabba di Rudinì, Capo del Governo italiano e più volte ministro fra il 1891 ed il 1898? Un’altra classe dirigente matura a fine ottocento, tenacemente intrisa di democrazia e rinnovamento morale e sociale, erede del pensiero laico di Cattaneo e Mazzini, ma anche legata al coevo pensiero socialista di Marx ed Engels.

Campione riconosciuto di tali minoranze è Napoleone Colaianni, nato nel borgo di Castrogiovanni, oggi Enna, nel 1847 e poi, dopo anni di militanza repubblicana e socialista democratica, più volte deputato, riformista laico, morto nel 1921, ritrattosi appena in tempo dal Fascismo squadrista e mantenendo però una ferma opposizione al Bolscevismo, che giudica un rimedio peggiore del male. A noi interessa però il suo parlamentarismo militante, la sua analisi sociologica singolare, pienamente adesiva al positivismo scientifico francese ed inglese, non disgiunto da un senso morale nato dalla spiritualità del Mazzini e del pari figlio del razionalismo del Cattaneo. Medico in Sudamerica, giornalista repubblicano fra Genova e Milano fra il 1861 ed il 1874; legge Romagnosi, l’economista prussiano List e si avvicina al primo Marx ed allo Spencer.

Tornato in Sicilia nel l872, fino agli eventi dei Fasci siciliani (1892-1893), si butta a capofitto negli studi di Statistica a Milano, dove conosce Arcangelo Ghisleri, Turati e Bissolati, che lo introducono all’economia classica di Stuart Mill. Di questi apprezza il liberoscambismo come fattore di aumento della produttività, concetti che derivano dall’osservazione di medico condotto prima in Brasile e poi nelle campagne del sud. Nasce in lui il principio di un‘economia liberale che deve rispettare il più possibile la persona del lavoratore. Un umanesimo laico antiviolento di polizia sanitaria, contro gli infortuni nel lavoro, ma anche di politica criminale preventiva, che guarda alle cause ataviche della povertà, alle origini del Banditismo e delle malattie infettive come la Malaria ed il Colera.

Di qui, lo studio originale della questione Meridionale, proprio partendo dall’inchiesta Sonnino e Franchetti del 1875, che Minghetti e la stessa Sinistra lasciano riposare nei cassetti della Camera. Colaianni, forte dei dati tecnici raccolti sul campo, ora si scaglia contro il determinismo razziale e penale di Lombroso e di Ferri, studiosi che hanno dedotto l’irreversibile meccanismo delinquenziale sulla base di circostanze puramente fisiche, dimenticando le cause sociali e la povertà del popolo, negando con dati di fatto come la buona volontà di vivere in pace è spesso traviata da circostanze presenti nella società.

Nella sua opera Sociologia criminale del 1889 smaschera la risposta autoritaria senza alcuna deroga adattata dai governi trasformisti, ereditata dalla Destra storica, solo perché la popolazione dissente in vario modo dalla politica governativa che trova  nelle elezioni lo strumento legale per garantire il potere alleandosi col ceto agrario latifondista; che lascia intatto il vassallaggio dei funzionari del Nord scaraventati in un mondo dove il potere è gestito da notabili staticamente in sella malgrado la fine dei Borboni.  Il superamento dello schermo burocratico ed una relazione solare fra burocrate e cittadino non è mai avvenuto. I rapporti di parentela, di solidarietà e di forza, il servizio feudale insomma, non sarebbe stato mai un patrimonio insuperabile ed innato del popolo siciliano, ridotto in povertà solo dalla staticità oppressiva della classe latifondista meramente consumativa e mai innovativa. Quindi per Colaianni, lo Stato di polizia deve essere radicalmente rinnovato da una politica economica realmente protettiva della classe lavorativa.

Ecco perché Colaianni, dati alla mano, sferza la tolleranza romana e giudica il trasformismo di Depretis, ma anche l’Autoritarismo di Crispi ed il silenzio colpevole di Di Rudinì, il cancro che divora lo spirito liberoscambista che ove attuato seriamente investirebbe l’economia siciliana ed italiana con effetti veramente positivi. Nei suoi saggi Protezionismo e crisi agraria (1898); Il dazio sui cerali e gli interessi agricoli siciliani (1901) e L’utopia liberista, senza far male al Nord e senza arrecare bene al Sud (1903); ritroviamo la sintesi dei suoi articoli di fondo sui giornali radicali socialisti e riformisti. Il suo proporsi – nel Secolo di Milano – come  democratico e riformista, costituzionalista e non anarchico, repubblicano non violento, di evoluzionista fautore delle libertà civili e sociali, di una seria sanità pubblica, di un forte ampliamento dell’istruzione obbligatoria, aperto alla libera contrattazione collettiva ed alla difesa del lavoratore, dotato di un  salario dignitoso e di una Repubblica scevra da vischiosità reazionarie e paternaliste, ma finalmente depurata da una corruzione amministrativa asfissiante.

Valori che lo rendono un formidabile saggista e politico da cui ripartire nella grande crisi sociale di fine secolo che sfiora l’ormai debole Stato italiano. Sulle tre gravissime vicende che allarmano i cittadini onesti sulla tenuta democratica della Nazione – il disastro coloniale di Adua (1896), lo Scandalo della Banca Romana (1892/1894) ed il movimento dei Fasci Siciliani (1892/1893), al punto di precipitare nei gravissimi moti del 1898 a Milano – lo vedono in prima fila nel salvare, ad appena quarant’anni dall’Unità, quello Stato moderno in nome del quale ha combattuto da giovane garibaldino nella ormai mitica spedizione dei Mille nel 1860.  Rinviando altrove per motivi di spazio sul dettaglio della sua indefessa attività politica – che il giovane Salvemini non manca di onorare nelle celebrazioni della sua morte nel 1921 – va rilevato il suo ritorno in auge nel mondo degli Storici, finalmente accortisi del suo ruolo di protettore dello Stato liberale italiano pur con tutte le sue mende (si veda l’acuta analisi di Giuseppe Astuto, Europa, Italia, Mezzogiorno, Catania, 2023). Perciò dobbiamo soffermarci su una delle sue tante indagini sociali e criminali di Colaianni, un pamphlet del 1900, Nel regno della Mafia.

Non è singolare che lo scritto appaia nell’anno più difficile del Regno d’Italia, appunto a quarant’anni dall’Unità e con l’assassinio di Umberto I, secondo Re d’Italia, a Monza, il 29.7.1900, per mano dell’anarchico Bresci, reo confesso di tale crimine come reazione alle centinaia di morti per effetto degli ordini di cannoneggiare la folla cittadina che protesta contro il carovita e la fame (6-9 maggio 1898), peraltro frutto degli eventi citati negli anni precedenti che hanno provocato una forte crisi economia nel Paese. Al di là delle macroscopiche responsabilità dei Governi Giolitti e Crispi per tali fatti, proprio divenuti di dominio pubblico anche per gli articoli di stampa e per gli atti parlamentari del Colaianni; le riflessioni caustiche del politico riformista partono da un elemento già consolidato: la Mafia non è stata affatto sedata dalla repressione di Cadorna e La Marmora, ma si è evoluta per effetto proprio del Trasformismo politico di cui si è detto.

Vale a dire sia per la sostituzione della Sinistra alla Destra storica dovuta più all’unità degli interessi di parte di ciascun gruppo parlamentare e di ciascun Comune da loro governato; piuttosto che dall’interesse collettivo delle Città e delle Campagne, in forte evoluzione economica per effetto della Seconda Rivoluzione Industriale e per la politica imperialista delle Grandi Potenze dopo la guerra franco-prussiana del 1870. La nuova legge elettorale del 1882 è lo specchio invero di una radicale mutazione dal passaggio Locale al Centro e dal Centro al locale dei vecchi gruppi mafiosi. Una seconda pelle delinquenziale della politica nazionale. Invero, con Crispi al potere come Capo della Sinistra dopo gli anni del moderato Depretis – 1876/1887 – si rafforza il potere centrale dei Ministri. Egli regna attraverso i suoi deputati come collettori di clientela a livello locale, dividendo con i gruppi locali ogni aspetto del Potere centrale.

Di varie leggi è autore unico ed incontrastato perché è Ministro dell’Interno oltre che Presidente del Consiglio: per esempio, la legge 14.7.1887, che revoca il divieto del Governo di nominare direttamente i deputati a cariche di dirigente parastatale come nel caso delle Ferrovie. Senza contare la Presidenza della Commissione Ministeriale che esercita il controllo sulle attività d’impresa e che addirittura vigila sul provvedimento restrittivo del domicilio coatto, arma di ricatto per i politici (vd. la legge 30.12.1988). Insomma, se il principio generale della sua azione di Governo è quello di verificare i bisogni elettorali prima delle elezioni del 1886, quale migliore via per vincolare se non erogare ai comuni amici quanto è necessario per soddisfare le pretese dei deputati spesso anche candidati sindaci? Un traffico di influenze simili alla Corruzione. Un saccheggio programmato del patrimonio pubblico… avvocati persuasori di giudici e di funzionari periferici dello Stato, che si accaparrano beni demaniali, ecclesiastici, imprese bancarie, ferroviarie, ecc… Ma anche di missioni diplomatiche, sottosegretariati, Prefetture…. Una sorte di accumulazione di Capitali da parte di Senatori e deputati del Regno fedeli a Crispi.

Fenomeno che già Pirandello immortala nella sua commedia meno nota, ma non meno importante, Tutto per bene del 1906, già anticipata in un ampio racconto dello stesso anno. Continua Colaianni nel suo importantissimo saggio: La Sinistra aveva contratto molti debiti politici e morali in sedici anni di lotta contro la Destra. Non poteva pagarli se non a spese della cosa pubblica, e spese soprattutto della giustizia e della legalità. I favori e le ricompense perciò piovvero sugli amici, sui clienti, sui creditori, sotto forma di impieghi, di concessioni di ogni genere, perfino di onorificenze ecclesiastiche. La Mafia a Palermo e la Camorra a Napoli passano dall’influenza del poliziotto, del Principe, o del tradizionale Campiere, a quella del Deputato, del Sindaco, del Candidato a qualunque ufficio pubblico. L’ingiustizia, la sopraffazione, la violazione della legge fecero ora capo sistematicamente al deputato od all’eleggibile appoggiato dal Governo.

Una considerazione amara, ma reale che diventa un potere politico perché invade ogni rapporto di lavoro, domina le campagne ed il commercio dei prodotti agricoli e che appare una sorta di forma di mercato analoga al Monopolio. È quindi regola potenzialmente di ogni affare: per esempio, gli appalti pubblici, i consorzi bancari, ogni genere di mercato, che poi consente l’esclusione anche violenta del concorrente ed anche il fallimento del cliente che non accetta di essere prevaricato. Il fenomeno appare di tutta evidenza al Colaianni in quanto non si distingue più dalla forma di coalizione di un comune cartello di imprese collegate per acquisire un mercato da quello mafioso, frutto di coartazione, di minacce, di ricatti e di violenze.

Quasi un Monopolio come quello descritto degli economisti dell’epoca. Una degenerazione della forma di Mercato del Capitalismo industriale di fine ‘800, che avrebbe una declinazione apparentemente legittimata dalla politica a favore dell’Onorata Società Mafiosa. E’ un’influenza delinquenziale sui colletti bianchi che irrompe sulla scena economica con l’affare Notarbartolo e Palizzolo proprio all’interno del Consiglio di amministrazione del Banco di Sicilia (febbraio dal 1893). Lo scontro fra i due – il primo già Sindaco di Palermo e Presidente del Consiglio di amministrazione del Banco di Sicilia, ed il secondo, Deputato dal 1882, seguace di Crispi nei Comuni di Caccamo e della stessa Palermo, facenti parte dello stesso consiglio di amministrazione che ha come epilogo la morte del Notarbartolo, pugnalato da 27 coltelle su un treno fra Palermo e Termine Imerese, il cui cadavere giace riverso sui binari.

Si tratta di un omicidio spiegabile dalla inflessibilità del Presidente, deciso a risanare il bilancio della Banca in gravi difficoltà. È anche l’epoca dei primi sintomi del fallimento della onnipotente Banca Romana, dovuti ai vari interessi speculativi derivati dagli accordi illeciti fra Mafia e Politica. Colaianni, già noto per le sue indagini private sugli ammanchi della Banca Romana contro le manovre di Giolitti, del pari è pronto a scoperchiare i buchi di bilancio di un autorevole socio del Consiglio di amministrazione della banca palermitana, proprio il nuovo Presidente, il Duca della Verdura, che si è appropriato indebitamente di fondi della banca per sostenere a suo vantaggio azioni in borsa della propria Società di Navigazione.

Dove sono i registri di emissione di azioni della banca?  Perchè il libro mastro ed il libro di cassa non concordano? Perché la nota delle cambiali non coincide con il loro contenuto? Così tuona in Parlamento Colaianni esibendo la relazione che gli ha fornito il Notarbartolo, di fronte all’imbarazzo di Crispi e Gioliti, i due Presidenti del Consiglio fra il 1891 ed il 1893, che hanno nascosto ai colleghi ed alla Magistratura contabile precedenti denunzie di perdite inspiegabili. Un groviglio di intrighi che vede nell’Onorevole Palizzolo il mandante dell’omicidio del Notarbartolo e già uomo di fiducia del Duca della Verdura. Risparmiamo al lettore la complessa indagine su alcuni ferrovieri accusati dell’omicidio, peraltro assolti con la nota e famigerata formula dell’insufficienza di prove. Del resto, il Ministro dell’Interno Pelloux – integerrimo militare che a Milano nel 1898 impedì al subordinato Bava Beccaris di continuare il folle cannoneggiamento sul popolo che chiede pane e lavoro senza alcuna violenza – riesce ad ottenere l’autorizzazione a procedere e l’arresto dell’On. Palizzolo nel dicembre del 1899.

I giudici di Milano, chiamati a riaprire il caso Notarbartolo il cui processo è colà riportato perché Palermo non permette giudici neutrali; indagano finalmente sul Palizzolo, del quale scoprono i traffici illeciti a favore di pregiudicati con il concorso di poliziotti e vari magistrati, tutti legati personaggi dell’onorata società residenti nelle periferie palermitane, tutti autori di pressioni fisiche e morali su commercianti ed imprenditori. Spiccano nelle indagini milanesi i gesti, i simboli e le frasi tipiche ad effetto che gli imputati – il Palizzolo ed i suoi fidi mandatari Fontana e Trapani – mandano a dire ai testimoni d’accusa, analoghe ai segnali di intimidazione che quasi un secolo dopo si vedranno nel maxiprocesso contro la Mafia a Palermo, dove le indagini istruttorie di Falcone e Borsellino stroncano la cupola di Cosa Nostra.

Purtroppo, anche la condanna dei politici mandanti si limita al Palizzolo soltanto ed ai suoi accoliti, condannati alla pena di 30 anni di reclusione. Non solo non si toccano i politici ben più noti – con Crispi e Giolitti sicuramente coinvolti come sarà per la Banca Romana – ma lo stesso Palizzolo ne uscirà in Cassazione assolto con la tradizionale formula dell’insufficienza di prove. In fondo, a pagarla come dirà Sciascia nel caso dei Vendicatori, Il fatto è che le cose vanno per come sono sempre andate, per come non potevano non andare: il Politico è libero ed onorato, in carcere tutti gli altri. Certamente la situazione generale della politica così sfacciatamente filomafiosa non può reggere. La tragica vicenda dei Fasci Siciliani (1892-1893), è un derivato secondo della inconcludenza politica e sociale della Destra e della illusione democritica provocata dalla Sinistra. Il moto politico siciliano anticipa il fermento nazionale che sfocerà proprio nei citati moti del 1898 a Milano.

Il ritorno all’ordine con stati d’assedio a catena fino al Governo Giolitti ed oltre (vedere ancora il Nostro citato Tumulti popolari e Stati d’assedio nell’Italia liberale (1864-1922) un limite ed una potenzialità della difesa della democrazia) prelude alla fine dello stato liberale nel 1922, gravato da una Prima Guerra mondiale non voluta e prodromo di una Seconda Guerra Mondiale ancora più disastrosa. Del resto, è nota la tesi di non pochi storici che leggono il quinquennio 1896-1901 come il più politicamente drammatico del cinquantenario dall’Unità. Si riconosce una difficilissima crisi di passaggio di natura politica e sociale in ogni parte d’Italia, sviluppatasi in una battaglia quotidiana fra forze conservatrici e forze popolari, una concreta anticipazione di quella ancora più profonda crisi dello Stato liberale che si avrà nel triennio 1919-2022, quando sorgerà la dittatura autoritaria fascista ed il definitivo tramonto dello Stato liberale.

Regicidio a Monza, Gaetano Bresci uccide Umberto I

Non solo le precedenti vicende segnalate da Colaianni, il profeta inascoltato di quella crisi; non solo la crisi economica del 1897, quando l’usuale raccolta di grano andò male anche per la mancanza di manodopera destinata improvvisamente alla guerra con l’Etiopia, perduta come si sa rovinosamente ad Adua, provocando un improvviso aumento del prezzo del pane e riducendo le classi povere a penuria alimentare che come si è detto genera  i gravissimi moti di Milano del ’98, preceduti in Sicilia dai non minori analoghi eventi del 1893; ma anche e soprattutto per tensioni sociali connesse all’industrializzazione e per lo scontro politico coi movimenti politici socialisti e cattolici; senza contare la paura borghese per l’aumento della reazione terroristica dei gruppi anarchici, come il citato assassinio del Re Umberto I.

Il tentativo militare della Corona di soffocare a colpi di Stato d’Assedio tali tensioni, ormai destinate a produrre una pesantissima limitazione delle libertà statutarie (di stampa, di associazione, di sciopero, di riunione), visto che il nuovo Re Vittorio Emanuele III  li vorrebbe adottare nominando – nelle more dello sgomento causato dalla tragica morte del Re – il generale Pelloux a Capo di un Governo, senza alcuna verifica  parlamentare; è una situazione che porta l’Italia ad un passo dalla dittatura. La vecchia classe dirigente liberale alle elezioni politiche del giugno del 1900 si spacca: i notabili più anziani guidati da Di Rudinì e Sonnino esigono la mano pesante; i liberali democratici con Zanardelli e Giolitti propongono aperture ai socialisti ed ai cattolici moderati.  Una partita che nel 1901 sarà tutta da giocare.

Bibliografia oltre alle fonti indicate nel testo

  • MASSIMO GANGI, L’Italia antimoderata, ed. A. Lombardi, Palermo, 1996, nonché LUIGI MASCILLI MIGLIORINI, La Sinistra storica al potere, 1876-1878, ed. Guida, 1979.
  • LUCIO VILLARI, Bella e perduta. L’Italia del Risorgimento, Laterza, 2003.
  • SALVATORE LUPO, Il passato del nostro presente, il lungo ottocento, 1776-1913, Laterza, 2010.
  • GIULIANO PROCACCI, Storia degli Italiani; volume 2°, Laterza, 1998. 
  • GIUSEPPE BARONE, L’isola-mondo. Breve storia dalla Sicilia, Laterza, Bari, 2025.
Giuseppe Moscatt

Giuseppe Moscatt

Laureato in giurisprudenza con tesi in diritto fallimentare (1982) e laureato in scienze politiche, indirizzo di storia contemporanea (2010), con tesi in su Pietro Germi, presso l'Università di Catania. Iscritto all'albo degli Avvocati di Siracusa e Presidente Associazione Culturale Italo/tedesca di Siracusa a far data dal 2008. E’ stato docente di Diritto dei Trasporti presso il corso di Diploma Universitario in Economia dei Servizi Turistici presso la Facoltà di Economia dell'Università di Catania, a decorrere dal 1999 al 2002, con sede in Caltagirone. Ha collaborato in qualità di cultore, dal 1983 al 2004, alla cattedra di Diritto della Navigazione, presso l'Università di Catania, Facoltà di Economia e Commercio. Già presidente del “Centro studi Marittimi ed Aerei”, organo del Collegio Nazionale capitani di Lungo Corso e Direttori di macchina, delegazione di Siracusa, Augusta e Pozzallo. Dopo avere svolto vari incarichi ministeriali dal 1982 al 1995, dal 1996 al 2019 ha prestato servizio presso la Provincia Regionale di Siracusa e al successivo Libero Consorzio Comunale.

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