CONTENUTO
La nascita del ghetto di Varsavia
In seguito all’occupazione militare della Polonia, nel tardo settembre 1939, il regime nazista emana i primi decreti antiebraici. Essi consistono nella stella di David (da apporre come distintivo sui vestiti e su una fascia da indossare al braccio), nella confisca dei beni, nella privazione del lavoro per molti e in altre misure personali ed economiche contro la popolazione ebraica. Viene istituito uno Judenrat, ovvero un consiglio ebraico preposto a eseguire le direttive delle autorità tedesche (e di occuparsi di questioni come l’alimentazione, l’educazione, la sicurezza e il lavoro).
Ma il decreto più ignobile e disumano è quello che, nell’ottobre 1940, prevede la creazione dei ghetti. Il motivo per il quale viene istituito il ghetto di Varsavia (così come tutti gli altri), a detta delle autorità tedesche, è per evitare il propagarsi delle epidemie all’esterno. Dire che gli ebrei causano il tifo, è un modo per collegare strettamente, in un rapporto causa-effetto, gli ebrei e il tifo (ma anche altre malattie) nella mente dei Polacchi non ebrei (creando una rottura tra le due comunità, che prima della guerra convivevano pacificamente). In realtà, come vedremo, sono le stesse autorità naziste a creare le condizioni per il propagarsi delle epidemie.
La ghettizzazione è l’espressione più tangibile della segregazione e spiana la strada all’’Olocausto. Infatti, essa è servita a disumanizzare gli ebrei, concentrarli in luoghi facilmente controllabili e, soprattutto, preparare logisticamente le deportazioni e lo sterminio. Il ghetto come preludio dello sterminio. La base legale che ufficialmente giustifica la creazione di tali sistemi di segregazione nella Polonia occupata è il decreto, datato 13 settembre 1940, del Governatore Generale Hans Frank sulla “limitazione della libera scelta del luogo di residenza e dimora nel Governatorato Generale”.
Il 2 ottobre 1940, il governatore di Varsavia, Ludwig Fischer ordina, appunto, la costruzione del ghetto, il quale viene definitivamente chiuso il 16 novembre. Si legge, nel suo comunicato: “Sulla base del regolamento relativo alle restrizioni alla residenza del 13 settembre 1940, deve essere costituito un quartiere ebraico nella città di Varsavia, in cui gli ebrei che vivono nella città di Varsavia […]devono prendere residenza. Il quartiere sarà separato dal resto della città dalle seguenti strade[…] I Polacchi che risiedono nel quartiere ebraico devono trasferire il loro domicilio nell’altra parte della città entro il 31 ottobre 1940 […] I Polacchi che non hanno dato via i loro appartamenti nel quartiere ebraico entro la data di cui sopra saranno spostati con la forza[…] Gli ebrei che vivono al di fuori del quartiere ebraico devono trasferirsi nella zona ebraica di residenza entro il 31 ottobre 1940. Possono portare solo bagagli dei rifugiati e biancheria da letto[…] Il rappresentante del governatore distrettuale della città di Varsavia darà le istruzioni dettagliate necessarie […] per l’istituzione e la chiusura permanente del quartiere ebraico […] Chiunque violi il presente decreto, o il regolamento per la sua esecuzione, sarà punito in conformità con le leggi vigenti sulla punizione.” (1)
Le condizioni di vita degli ebrei nel ghetto di Varsavia
In questo modo, tra i 350.000 e i 375.000 ebrei di Varsavia — cifra salita a 450.000-500.000 a causa dell’arrivo di sfollati dalle città e dalle campagne, convinti di trovare rifugio nella capitale, e dei deportati dalle aree circostanti (ma anche dalla Germania) — che rappresentano il 30% degli abitanti della città, vengono trasferiti forzatamente. Questi vengono stipati in soli 3 chilometri quadrati, pari al 2,4% della superficie totale della capitale. La densità di popolazione è assolutamente spaventosa: più di 120.000 persone per chilometro quadrato, se non si considerano i picchi nei periodi appena evidenziati. In media, dalle sette alle dieci persone vivono in una sola stanza (ma, molte volte, tale numero sale anche a tredici).
La nomea di “ghetto più grande d’Europa” è, pertanto, sbagliata. Per di più, le stesse mura perimetrali del ghetto, alte dai tre ai sei metri (in alcuni punti anche di più, dato che gli stessi edifici preesistenti vengono adibiti a barriere), sono costruiti direttamente dagli ebrei e a loro spese. Gli abitanti non possono in alcun modo uscire, se non per essere portati dai soldati nazisti ai lavori forzati: chi ci prova, viene giustiziato. Gli ebrei di Varsavia finiscono, così, per essere tagliati fuori dal mondo esterno, con il quale non possono avere alcun contatto.
Dentro al ghetto, invece, le loro vite oscillano tra la vita e la morte. Già privati del lavoro (poco più di 25 mila persone possono ancora esercitare una qualche professione, praticamente una goccia nell’oceano) e di quasi tutti i loro beni, gli ebrei muoiono di fame. Le autorità tedesche decidono, infatti, di ridurre le calorie giornaliere degli abitanti del ghetto a poco più di 180 (mentre 669 spettano ai Polacchi e ben 2613 ai Tedeschi), meno di un decimo della quantità normale giornaliera: una cifra assolutamente insufficiente alla sopravvivenza. Con pochissimo cibo per poter sfamare un numero così elevato di persone, molti si dedicano al mercato nero, al contrabbando, alla vendita dei pochi oggetti personali rimasti o ad altre attività. In questo modo, chi fa affari grazie all’economia sommersa riesce generalmente a sopravvivere poco più a lungo nel ghetto, anche grazie alla mutua assistenza rappresentata dalla cucina benefica. Ma è una sopravvivenza effimera.
La denutrizione, combinandosi con le sempre più critiche condizioni igieniche determinate dalla sovrappopolazione, avrebbe reso la morte degli ebrei molto rapida. Si stima che, tra il 1940 e il 1942 oltre 80.000 persone muoiono per la fame, la sete e le malattie ad esse correlate (tifo e tubercolosi fra tutte). Il sovraffollamento causa la fame e la sete, le quali portano alle epidemie, le quali conducono alla morte. Diventa tristemente normale vedere corpi senza vita per strada. A partire dal 1941, con l’aggravarsi della fame, delle malattie e del sovraffollamento, la morte diviene una presenza quotidiana e visibile. Ogni giorno, soprattutto nelle ore del mattino, i carrelli dei servizi municipali raccolgono i cadaveri abbandonati sui marciapiedi o negli angoli delle strade. Molti nemmeno possono avere una degna sepoltura: i funerali costano troppo e le famiglie non se li possono permettere. Questa è la quotidianità nel ghetto. La morte non viene più nascosta né separata dalla vita: è lì, a fare da sfondo.
D’inverno poi, quando le temperature arrivano quattordici gradi sotto lo zero, in mancanza di carbone, le persone bruciano i mobili e le porte per riscaldarsi. Nella primavera del 1941 il numero di rastrellamenti nel ghetto aumenta, così come il numero di persone inviate nei campi di lavoro forzato di Drewnica, Łęki Sosnowe, Narty e Skierniewice. Le condizioni nei campi sono estremamente difficili. I braccianti sono costretti a lavorare nei lavori stradali, edilizi, di drenaggio e agricoli. Vengono spesso trattati con crudeltà e costretti a compiere atti che vanno ben oltre le capacità umane. Gli ebrei del ghetto sono prelevati per i lavori forzati. Chi non viene prelevato per i lavori forzati, guadagna qualche zloty negli “shops”, ovvero nelle ditte che i Tedeschi decidono di aprire nel ghetto e appena fuori da esso, per fornire vari beni e servizi al proprio esercito.
Alla fine della primavera del 1942 il metodo della morte per fame e malattie porta risultati eccellenti dal punto di vista dei nazisti. Il problema principale è però dato dalla lentezza che l’intero processo richiede. Anche le fucilazioni di massa, che avvengono soprattutto di notte (ma che poi si estendono anche alle ore diurne), non sono più sufficienti. Il completamento dei campi di sterminio e la volontà di eliminare l’ebraismo polacco ed europeo in tempi rapidi, suggerisce alle autorità naziste un cambiamento di sistema.
La struttura del ghetto, la zona residenziale ebraica
Il muro del ghetto (denominato, eufemisticamente, dai nazisti “zona residenziale ebraica“) è mobile, i suoi confini cambiano e la sua area complessiva viene gradualmente diminuita. Se inizialmente misura 3,4 chilometri quadrati, progressivamente, le sue dimensioni diminuiscono. Verso il 1942 si formano due zone: il grande ghetto (parte nord) nel quartiere Leszno-Nalewki e il piccolo ghetto (parte sud) nel quartiere di via Twarda, uniti da un passaggio pedonale sopraelevato su via Chlodna, non inglobata nel ghetto. Il motivo è dato dall’importanza della via per il transito dei Tedeschi e dei Polacchi.
Dopo che circa 50.000-60.000 ebrei del piccolo ghetto vengono deportati, gli altrettanti ivi rimasti devono trasferirsi nella parte nord; ciò comporta la chiusura della parte sud e il ridimensionamento del ghetto. Ciò può avvenire addirittura a ritmo giornaliero, mano a mano che le deportazioni hanno luogo. Chi si trova in una via, perché sfollato da una precedente, deve lasciarla e dirigersi verso un’altra ancora entro una certa ora per non essere ucciso. Agli inizi del 1943, il ghetto viene ridotto a degli” isolotti”, in quanto ci sono ormai relativamente pochi ebrei.

Il 1942, l’anno della svolta
Il sistema dei ghetti, secondo le massime autorità naziste, è solamente provvisorio. Le autorità tedesche, guidate da figure come Reinhard Heydrich, considerano i ghetti come strumenti essenziali per isolare gli ebrei dal resto della società, concentrandoli in aree facilmente sorvegliabili. Questo isolamento serve a diversi scopi: limitare qualsiasi attività che possa minacciare la sicurezza del Reich, facilitare la confisca dei beni degli ebrei e preparare il terreno per trasferimenti e deportazioni verso est. Heydrich vede chiaramente la ghettizzazione come una fase transitoria, non come una soluzione definitiva. I ghetti servono a controllare, schedare e segregare, ma il vero obiettivo è la “Soluzione Finale” – lo sterminio sistematico.
Pertanto, la ghettizzazione è uno strumento strategico, un passaggio necessario per attuare il piano di annientamento totale degli ebrei d’Europa. Ogni discorso che parla di “misure sanitarie” o di “protezione della popolazione” è solo un eufemismo, una menzogna propagandistica per giustificare questa tragica realtà. Reinhard Heydrich capisce però che è pur sempre un sistema provvisorio, che deve essere risolto.
La situazione, se possibile, precipita nel 1942. Il 20 gennaio si svolge la tristemente nota Conferenza di Wannsee, nella quale Heydrich sentenzia che i ghetti hanno svolto la loro funzione e che gli ebrei vanno evacuati ad Est. Evacuati è il termine usato per indicare, in altre parole, l’uccisione sistematica in uno dei campi di sterminio. La “Soluzione Finale della questione ebraica” è appena cominciata. L’aktion Reinhard è in funzione. Il tempo per gli ebrei è finito. Sempre all’inizio del 1942, nel ghetto di Varsavia si viene a sapere che un enorme numero di ebrei dell’est e del sud sono stati sistematicamente uccisi. Tuttavia, molti si rifiutano di credere alle voci.
Per mantenere l’ordine e facilitare la deportazione degli ebrei, i nazisti ingannano gli ebrei, rassicurando loro che sarebbero stati “trasferiti a Est per lavorare“, con tanto di cibo, alloggi o lavoro nei “nuovi insediamenti“. Agli ebrei vengono offerti tre chili di pane e uno di marmellata. Questo contribuisce a ridurre la resistenza, inducendo le persone a presentarsi volontariamente agli appelli della Wehrmacht e delle SS. I nazisti, inoltre, costringono lo Judenrat a collaborare nel fornire loro le liste dei nominativi per le deportazioni. La polizia ebraica, composta da circa duemila persone, che ha il compito di mantenere l’ordine all’interno del ghetto, esegue l’ordine di prelevare e radunare seimila persone al giorno (numero cresciuto a diecimila) presso l’Umschlagplatz, lo scalo merci dal quale partono i treni diretti al campo di sterminio di Treblinka (a circa cento chilometri dalla capitale polacca).
I poliziotti ebrei si trovano di fronte a un dilemma complesso. Viene a loro promessa l’immunità dalle deportazioni per sé e per le loro famiglie, e molti credono che, eseguendo gli ordini, contribuiscono anche a salvare vite ebraiche (ritenendo che se fossero i nazisti ad eseguire le deportazioni, sarebbero molto più brutali e spietati della polizia ebraica). Non mancano, quindi, di eseguire pedissequamente gli ordini delle autorità naziste, picchiando e scovando gli ebrei, il tutto per sopravvivere un poco di più.
La partecipazione della polizia ebraica ai rastrellamenti, ovviamente, la rende un gruppo molto odiato all’interno della comunità ebraica del ghetto (“quei duemila cani”), in quanto ritenuti dei veri e propri collaborazionisti. Infatti, non manca da parte loro la violenza, esercitata nei confronti dei propri concittadini, sebbene la polizia comincia a rendersi conto di essere semplicemente uno strumento nelle mani dei Tedeschi. Il loro destino, seppur momentaneamente rimandato, è lo stesso di coloro che sono stati già deportati.
Le retate nel ghetto avvengono in modo sistematico:: in una prima fase avviene il blocco di una via, in cui ciascuno stabile viene circondato; successivamente, gli inquilini vengono fatti uscire dalla polizia ebraica (e dai nazisti, qualora ce ne fosse il bisogno). Inizialmente, chi ha il permesso di lavorare e le loro famiglie rimangono: tutti gli altri sono caricati sui treni. Man mano che il tempo passa, non si fa più alcuna distinzione. In due mesi, dal 22 luglio al 21 settembre 1942 le truppe tedesche–complici la polizia ebraica e gli ausiliari baltici e ucraini–giustiziano per le strade del ghetto circa 35.000 ebrei e ne deportano tra i 250.000 e i 270.000, che vengono uccisi nelle camere a gas di Treblinka. È la Grossaktion Warschau (la “Grande operazione di Varsavia): rappresentano il 90% degli abitanti. Sopravvivono circa 60.000-80.000 ebrei.
La resistenza degli ebrei
Nei primi mesi del 1942 molti nel ghetto si rifiutano ancora di credere alle voci secondo le quali gli ebrei in Polonia e in Unione Sovietica vengono sommariamente giustiziati; e si ostinano a fidarsi delle parole rincuoranti dei nazisti durante la Grossaktion. Nel suo diario, il 15 ottobre 1942, Emmanuel Ringelblum, una delle anime della resistenza scrive:
“Perché non ci siamo opposti quando hanno cominciato a trasferire da Varsavia trecentomila ebrei? Perché ci siamo lasciati portare al macello come tante pecore? Perché per il nemico tutto è stato tanto facile? Perché i carnefici non hanno subito nessuna perdita? […]”.
A questo interrogativo, non c’è una sola risposta. A posteriori, gli studi hanno evidenziato tutta una serie di criticità: una popolazione fisicamente e moralmente prostrata, l’autoinganno che porta a negare persino l’evidenza e l’illusione che potesse verificarsi un miracolo. Molti, infatti, credono che Dio non possa permettere la distruzione del suo popolo; altri, invece, disapprovano le azioni di resistenza armata perché ciò porterebbe certamente alla totale distruzione del ghetto. Altri ancora si domandano quale sia il senso di uccidere qualcuno a cui viene promesso del cibo.
C’è invece chi si rifiuta di credere alle menzogne dei nazisti. Fin da subito all’interno del ghetto si formano vari movimenti di resistenza, seppur tra loro eterogenei. Tra i primi c’è il BUND. Si tratta di un partito politico ebraico socialista, laico, antisionista che si attiva subito dopo la creazione del ghetto: organizza reti clandestine per l’istruzione, la cultura e la distribuzione di aiuti. Ma ci sono anche altre due organizzazioni, ai quali aderiscono pure molti giovani, tra le quali le differenze ideologiche sono profonde: la ŻOB (Żydowska Organizacja Bojowa, Organizzazione Ebraica di Combattimento) e la ŻZW (Żydowski Związek Wojskowy, Unione Militare Ebraica). Se la prima è di ispirazione socialista e sionista di sinistra (nella quale confluisce anche il BUND) , la seconda è nazionalista e sionista di destra. Inoltre, la ZOB considera la ZZW un gruppo alla stregua dei fascisti; mentre la ZZW vede la ZOB come un gruppo assolutamente improvvisato, incapace di portare avanti la lotta. La ZOB è, inoltre, il gruppo maggioritario, contando 500 membri; la ZZW 200.
Solo la prima grande deportazione spinge i due gruppi clandestini a rivedere i propri rapporti, in virtù di un nemico comune. Le prime azioni riguardano la pubblicazione di manifesti per la popolazione ebraica, che denunciano cosa significa andare a Treblinka (sebbene ancora la popolazione si rifiuti di crederci); la distribuzione di false tessere annonarie per poter lavorare agli shops (dato che la prima liquidazione riguarda prevalentemente coloro che non lavorano); l’uccisione dei membri traditori della polizia ebraica e dello Judenrat; l’omicidio degli ebrei informatori, reclutati dalla Gestapo.
Occorre, tuttavia, dire che lo stesso movimento clandestino non riesce ad elaborare una strategia convincente di fronte alle deportazioni del luglio-settembre 1942, anche a causa di una difficoltà insormontabile: la mancanza di armi. Fino all’estate, infatti, nel ghetto non circola nemmeno un fucile. Bisogna cercarle al di là del muro, sul mercato nero o attraverso qualche contatto polacco. Ma quest’ultima opzione non è facilmente percorribile: i Polacchi non hanno, inizialmente, alcuna intenzione di dare le loro poche armi agli ebrei (sia perché effettivamente ne sono a corto anche loro, sia per cause politiche e di convenienza). Pertanto, la ricerca procede lentamente. Tra coloro che si recarono nella parte polacca, col rischio di essere scoperti e uccisi, c’è Vladka Meed:
“abbiamo perso molte delle persone nella zona polacca, a causa della ricerca delle armi. Si doveva pagare, trattare con i contrabbandieri e avere a che fare con persone che non si conosceva minimamente”. Oltre alla ricerca, c’erano poi altri due modi per reperire l’armamento: la fabbricazione clandestina di bombe incendiarie all’interno del ghetto e l’attacco diretto ai nazisti e ai loro collaboratori. Si moltiplicano così i sabotaggi e gli attentati contro i collaboratori ebrei dello Judenrat e della polizia ebraica, le SS e la gendarmeria. Il bottino finale, per i resistenti, è di una trentina di pistole, una manciata di armi automatiche e qualche granata e bombe incendiarie.
Solo negli ultimi mesi del 1942 e nei primi del 1943, risulta chiaro ai 60.000 ebrei sopravvissuti nel ghetto (di cui 35.000 sono lavoratori negli shops, mentre i restanti sono gli sfuggiti alle deportazioni) la vera destinazione dei treni che partono da Umschlagplatz e che cosa significa realmente il “reinsediamento a est”. Ma il vero punto di svolta arriva all’inizio del 1943, quando i sopravvissuti alla Grossaktion, consapevoli di essere i prossimi ad essere liquidati, e capendo che se non possono decidere come vivere, scelgono come morire. Difatti, meglio essere uccisi da eroi, combattendo, piuttosto che subire passivamente ed essere uccisi come carne al macello. La scelta è dettata anche dal periodo assolutamente negativo per il Terzo Reich, dopo l’esito disastroso della Wehrmacht nella battaglia di Stalingrado.
La piccola rivolta
Dopo la Grossaktion non ci sono più deportazioni sistematiche, ma solo fucilazioni o qualche retata minore. Sebbene i nazisti abbiano promesso che non ci sarebbero state altre liquidazioni, la visita del 9 gennaio 1943, al ghetto di Varsavia del capo delle SS,Heinrich Himmler, non fa presagire nulla di buono. Il Reichsfuhrer-SS ordina di spedire circa 16.000 ebrei ai lavori forzati vicino a Lublino, tutti gli altri a Treblinka.
La mattina del 18 gennaio, il generale delle SS a Varsavia, Ferdinand von Sammern-Frankenegg ordina alle sue truppe di entrare nel ghetto per liquidarlo definitivamente. Questa volta, però, i piani non vanno a termine. I resistenti, che hanno raccolto qualche arma e costruito molti nascondigli sotterranei nel ghetto (attrezzati per potervi rimanere per qualche settimana e alcuni in grado di ospitare anche un centinaio di persone), si preparano per la battaglia.
Quando le truppe naziste accerchiano le abitazioni e ordinano agli ebrei di uscire, la ZOB viene colta di sorpresa: non c’è il tempo di riunire il comando e prendere delle decisioni. Mordechai Anielewicz, il capo della ZOB (insieme a Yitzhak Zuckerman) si assume la responsabilità dell’azione e con una dozzina di uomini armati di pistola si introduce nella colonna di prigionieri che stavano marciando verso la Umschlagplatz. Ad un cenno convenuto, ogni combattente esce dalla colonna e inizia a sparare sul tedesco più vicino. Contemporaneamente, Zuckerman attira un gruppo di nazisti in un appartamento di via Zamenhof ferendone diversi.
L’attacco coglie completamente di sorpresa i nazisti. Centinaia di prigionieri ebrei riescono a fuggire. Alcuni soldati muoiono e gli uomini della ZOB si impossessano delle loro armi. Quando però, altre SS accorrono in aiuto dei loro commilitoni, gli uomini della ZOB fanno l’errore di combattere allo scoperto per le vie del ghetto: vengono tutti uccisi, tranne Anielewicz. L’effetto politico dell’azione è enorme, nonostante il fallimento tattico (ovviamente comprensibile, data la lotta impari tra le due parti): non solo si può resistere, ma anche uccidere gli uomini della “razza superiore”.

I nazisti continuarono l’operazione sino al 22 gennaio, continuamente disturbati dagli attacchi della ZOB che questa volta cambiò tattica attaccando e scomparendo. Grazie alla resistenza armata e a quella passiva dei cittadini, le SS riuscirono a deportare “soltanto” 6500 persone e ad ucciderne sul posto 1.171 che erano state catturate. Considerando che l’operazione nazista mirava alla liquidazione, il successo della resistenza appare evidente. Per di più, i Tedeschi, spaventati, non osano più entrare nel ghetto, interrompendo di fatto le deportazioni.
Altrettanto interessante è notare il rapporto che si è instaurato tra la popolazione ebraica e i diversi gruppi di resistenza. Sebbene, infatti, quest’ultimi contino meno di mille persone, gli ebrei non combattenti si sentono assolutamente rappresentanti da loro e vi ripongono tutte le loro speranze (producendo, con il rischio di essere scoperti, armi di fortuna negli shops). In poche parole, i combattenti ebrei rappresentano la guida politica del ghetto.
19 aprile 1943: la rivolta del ghetto di Varsavia
16 febbraio 1943
-Al comandante supremo delle SS e della polizia Ost SS Obergruppenfuhrer, Krüger-
“Per ragioni di sicurezza, ordino di distruggere il ghetto di Varsavia[…] La distruzione del ghetto e il trasferimento del campo sono necessari; senza tali misure è impossibile riportare la calma a Varsavia e mettere fine alla criminalità che imperverserà fino a quando esisterà il ghetti […]Prego di comunicarmi un piano dettagliato per la distruzione del ghetto. Il quartiere, attualmente abitato da cinquantamila persone[…] deve assolutamente scomparire dalla faccia della terra[…]” (3)
Himmler, con questa lettera, ordina la distruzione del ghetto, giustificando tale scelta con ragioni di sicurezza per il Reich. Egli teme, infatti, che se la rivolta del ghetto si propagasse all’intera città, i reparti delle ss e della wehrmacht non riuscirebbero a contenerla. I tentativi di Von Sammern di cercare di riprendere il controllo del ghetto (e quindi le deportazioni) con l’inganno e con la forza, si risolvono in un fallimento. Il Reichsfuhrer-SS, insoddisfatto e irritato per la sua gestione, lo solleva dall’incarico e recluta Jurgen Stroop per ripulire il ghetto. È l’uomo giusto, in quanto possiede una lunga esperienza nelle azioni repressive dei partigiani, soprattutto sul Fronte Orientale.
A Stroop vengono forniti circa 2000 soldati (provenienti dalle Waffen-SS, dai reparti della polizia, dalle unità baltiche e ucraine) e molti ufficiali, armati di fucili, mitragliatrici, carri armati, mezzi blindati. Questo grande dispiegamento di forze riflette sia l’importanza che la questione del ghetto aveva assunto, sia il cambio di atteggiamento degli ebrei )se confrontato con la Grossaktion che, per liquidare centinaia di migliaia di persone ha richiesto poco più di cinquanta militari).
A fronteggiare i nazisti ci sono poco più di 700 combattenti ebrei, molti dei quali adolescenti, armati di pistole, probabilmente di una sola mitragliatrice, di granate e di molotov. Una lotta assolutamente impari e dal destino segnato già in anticipo. I combattenti sanno che molti di loro non usciranno vivi da lì, ma poco importa: l’importante è scegliere come morire. Tuttavia, nelle loro menti c’è pur sempre la speranza di riuscire a sollevarsi e di coinvolgere anche la popolazione polacca.
La mattina del 19 aprile 1943, le truppe naziste ancora sotto il comando del colonnello Von Sammern irrompono nel ghetto, con l’ausilio di alcuni mezzi blindati. Le strade sono deserte; ma dall’alto, all’interno delle case, i combattenti ebrei osservano i movimenti tedeschi. Al momento convenuto, lasciano cadere le bombe incendiarie e le granate. Volano molti colpi di pistole contro le SS e vengono dati alle fiamme alcuni blindati. Accerchiati e mal organizzati, le truppe tedesche devono ritirarsi. Dopo qualche ora, Jurgen Stroop prende il posto di Von Sammern. Egli ordina alle truppe di rientrare nel ghetto, ma la sostanza non cambia: i soldati sono sconcertati dalla tenacia degli ebrei e, alla fine della giornata, contano un morto e più di 30 feriti. I combattenti ebrei, secondo le stime, subiscono una sola perdita.
Dal 19 al 21 aprile 1943 hanno luogo intensi scontri tra le strade del ghetto. La ZOB combatte in varie zone, mentre la ZZB in piazza Muranowska (che, per diversi giorni, è il centro degli scontri più duri). Convinti che gli attacchi diretti non scalfiscano il morale della resistenza ebraica (che, proprio grazie alla lotta urbana, riescono a subire perdite relativamente basse), i nazisti cambiano la propria strategia. Anziché continuare con i cannoneggiamenti degli edifici (pressoché inefficaci, in quanto gli ebrei riescono a nascondersi nei bunker di fortuna che avevano costruito precedentemente), Jurgen Stroop capisce è meglio utilizzare il fuoco. Per stanare gli ebrei (e per farli morire), ogni edificio viene dato alle fiamme e attaccato con l’artiglieria pesante. Migliaia di donne, uomini, bambini muoiono arsi vivi. Per salvarsi, molti saltano dalle finestre: vengono uccisi o catturati.

Il quarto giorno, i nazisti decidono di bruciare il ghetto, isolato per isolato, strada per strada: una trappola di fuoco. Nonostante la mancanza di aria, di cibo e d’acqua, gli ebrei resistono. Ben presto si comincia a lottare al calare del buio. Sfruttando la conoscenza del territorio e l’effetto sorpresa, i combattenti ebrei escono allo scoperto e, con qualche pistola e pochi proiettili, vanno alla ricerca delle truppe nemiche da assalire e alle quali prelevare le armi.
L’atmosfera è infernale. Simcha Rotem, un sopravvissuto, ricorda che “l’asfalto si scioglieva sotto i nostri piedi, i vetri delle finestre esplodevano, tutto galleggiava come sull’acqua. Sembrava l’inferno”. Il cielo sopra il ghetto è rosso dal bagliore delle fiamme. I nazisti non permettono ai pompieri di avvicinarsi agli incendi. Dopo i primi giorni del conflitto, il confronto tra le due parti è assolutamente impari e tutto a favore dei nazisti. Questi, dopo un po’, iniziano ad entrare nel ghetto solo di giorno, riducendo ulteriormente le speranze della resistenza.
Zuckermann, l’altro leader della ZOB, al momento degli scontri iniziali si trova al fuori del ghetto, dove cerca di procurarsi delle armi dalla resistenza polacca: è un insuccesso. Senza armi e munizioni non c’è speranza di uscire dal ghetto in fiamme. Non resta che nascondersi. Secondo alcuni comunicati interni al ghetto, al 29 di aprile circa 30.000 ebrei sono stati uccisi (tra i morti nei combattimenti e quelli che, prelevati, vengono portati all’Umschlagplatz e da lì verso i campi di sterminio) e circa 20.000 sono quelli che, nascosti nei bunker, sono ancora vivi.
Ben presto si comincia a lottare al calare del buio. Sfruttando la conoscenza del territorio e l’effetto sorpresa, i combattenti ebrei escono allo scoperto e, con qualche pistola e pochi proiettili, vanno alla ricerca delle truppe nemiche da assalire e alle quali prelevare le armi. Dopo circa due settimane di rivolta, i combattimenti si concentrano nei numerosi tunnel e rifugi sotterranei, ben nascosti. Talmente tanto, che i nazisti impiegano molta fatica per scoprirli. Quando avviene, questi vengono incendiati, riempiti di gas tossico o fatti esplodere.
Chi si arrende, viene torturato per farsi riferire la posizione degli altri nascondigli. Chi oppone resistenza, invece, viene fucilato. Uno dei bunker trovati, seppur con una certa difficoltà, è quello del quartier generale della ZOB, situato sotto una casa in via Mila 18. Secondo le ricostruzioni, Il giovane leader, Mordechai Anielewicz, e alcune centinaia di combattenti, isolati, senz’armi e stremati, preferiscono suicidarsi, piuttosto che essere catturati (anche se, secondo Stroop, essi sarebbero periti a seguito delle deflagrazioni per aprire il bunker). Solo pochi riescono a uscire, giusto qualche secondo prima dell’irruzione dei nemici. L’apertura del nascondiglio, l’8 maggio 1943, è–per citare le parole di Stroop–un successo solo parziale: “le persone che avrei voluto interrogare erano morte”.
Nei rapporti quotidiani, Stroop sottolinea che “la resistenza degli ebrei era ancora forte”: “Di solito si ritiravano per lo più di notte in posizioni comode, in rovine inaccessibili. Contro questi punti di rifugio e di attacco, non potevamo usare il metodo dell’incendio, perché gli incendi precedenti avevano bruciato tutto ciò che c’era da bruciare. Le nuove “fortezze” degli insorti erano difficili da sfondare”. Ma più il tempo passa, più per gli ebrei la situazione diventa insostenibile.I nazisti diventano sempre più efficienti nel trovare i nascondigli.

Con il ghetto ridotto ormai in cenere e macerie, senza viveri né equipaggiamenti, i combattenti ancora in vita non vedono più una via d’uscita. Come affermato da Cywia Lubetkin, membro della ZOB sopravvissuta al conflitto, gli ebrei avrebbero voluto una battaglia aperta, convenzionale, nella quale ovviamente sarebbero molti, ma non prima di aver fatto pagare cara la loro vita; invece le truppe nemiche sono sfuggite a questo tipo di conflitto, preferendo utilizzare il fuoco.
A qualcuno viene in mente che in effetti c’è un modo per uscire dal ghetto: usare le fogne. Queste li avrebbero portati dalla parte ariana di Varsavia. Fuggire, però, non è così semplice. Innanzitutto, occorre qualcuno che conosca bene la rete fognaria, per potersi orientare nel buio e per poter arrivare dall’altra parte del muro del ghetto. Molto spesso, poi, i nazisti –consapevoli dell’utilizzo delle fogne da parte degli ebrei– vi spediscono i propri soldati per stanarli e ucciderli. Frequentemente, infatti, fanno saltare intere gallerie, con l’ impossibilità per i fuggiaschi di entrare e uscire (e col rischio di rimanere intrappolati lì dentro). Per ultimo, può capitare che all’uscita dai tombini dall’altra parte del ghetto, ci siano i nazisti ad aspettarli.
Chi è fortunato, invece, sale su alcuni camion (a una di queste azioni di salvataggio prendono parte alcuni combattenti polacchi) e viene trasportato nella vicina foresta di Lomianki. Degli oltre 700 combattenti all’inizio della rivolta, solo 70 riescono a fuggire. Per loro, però, i pericoli non sono finiti: nelle settimane e mesi successivi, alcuni vengono uccisi dai nazisti (nonché dai loro collaboratori) e dai partigiani polacchi nazionalisti.
Contemporaneamente, all’interno di ciò che rimane del ghetto, i pochi ebrei sopravvissuti formano dei gruppi di resistenza improvvisati. Inutilmente. In una settimana, dall’8 al 15 maggio, i nazisti uccidono sul posto altre migliaia di persone e ne spediscono altrettanti a Treblinka. Vengono fatti saltare in aria gli ultimi edifici. Il 16 maggio 1943, alle 20:15, Jurgen Stroop fa distruggere la Grande Sinagoga. È la fine del ghetto di Varsavia e della grande operazione nazista. In ventotto giorni vengono uccisi sul posto 13.000 ebrei e circa 47.000 vengono deportati (e quindi assassinati successivamente). Le perdite tra i nazisti, invece, a quanto emerge da Stroop, sono bassissime: solo 15 soldati.
Per quanto riguarda la popolazione ebraica nel suo complesso, i sopravvissuti ammonterebbero ad alcune migliaia di unità. Il numero esatto, tuttavia, è imprecisato (secondo certe stime, fino a 15.000-20.000 persone). Questi ebrei sopravvivono nascosti nelle macerie del ghetto e in quei pochi bunker che non sono stati scoperti. Ma anche nella parte “ariana” della città, dove sono riusciti a nascondersi negli anni e nei mesi precedenti. Il timore, a prescindere da dove si siano rifugiati, è lo stesso: il rischio di essere scoperti dai nazisti, o denunciati dai Polacchi (per paura o per guadagnare qualche soldo) è elevatissimo.
Molti muoiono anche a causa del freddo, della fame e delle malattie; altri riescono a sopravvivere, fortunatamente, fino al gennaio 1945, quando l’Armata Rossa entra in città. Altri, addirittura, prendono parte ad una seconda rivolta, questa volta dell’intera città di Varsavia, nel 1944. Preme evidenziare che nonostante Stroop indichi il 16 maggio come la fine della rivolta, conclusa con la distruzione della Grande Sinagoga, fino ai primi di luglio 1943 si svolgono ancora dei combattimenti tra gli ebrei e le truppe nemiche lasciate a guardia del poco che rimane del ghetto; soprattutto ciò avviene per la conquista dei bunker. Alla fine della guerra, sopravvivono solo una ventina di combattenti.
Il rapporto Stroop e la fine del generale tedesco
“Non esiste più un quartiere ebraico a Varsavia!”
Con queste parole Jurgen Stroop intitola il rapporto ufficiale, redatto su base giornaliera per Heinrich Himmler e Friedrich Kruger (il Comandante superiore delle SS e della Polizia per il Governatorato Generale), nel quale egli descrive in modo assolutamente dettagliato, la soppressione della rivolta e la liquidazione del ghetto. Il documento, di cui sono state fatte almeno tre copie, rappresenta un vanto per Stroop. Il coronamento della sua vita e della sua carriera da militare.
Ma è servito anche per far emergere da un’altra prospettiva, quella degli aguzzini, l’estremo eroismo di un popolo prostrato dallo sterminio. Certamente, il generale delle SS utilizza il linguaggio sprezzante dell’epoca per descrivere i combattenti (e la popolazione ebraica in generale), come banditi e Untermenschen (subumani), ma non manca di evidenziare il coraggio degli ebrei. In alcuni passaggi, infatti, egli afferma che le donne, gli uomini e i loro bambini “preferivano buttarsi nelle fiamme, piuttosto che arrendersi a noi”. Per di più, il rapporto è corredato di fotografie che mostrano i combattimenti, le uccisioni e la liquidazione del ghetto: un vero e proprio album, di cui andare fiero di fronte a Himmler (e a Hitler).

Una volta rinvenuto dagli Alleati, il “rapporto Stroop” viene utilizzato come prova inconfutabile dei suoi crimini, il che consente alla Corte distrettuale di Varsavia di processarlo per crimini di guerra e contro l’umanità, e di impiccarlo nel luogo in cui sorgeva il ghetto, il 6 marzo 1952. Non prova rimorso, né si pente, nemmeno quando i giudici lo incalzano con domande scomode: (4)
-”L’imputato riconosce di aver eseguito con precisione gli ordini di Himmler circa la liquidazione del ghetto?” “Sì e no. L’ordine che ricevetti non parlava di liquidazione […] ma di evacuare il ghetto da tutte le persone[…]sistemare tutto a Lublino e poi procedere alla distruzione del ghetto. Cancellarlo dalla superficie della terra.”
-”Qual è l’atteggiamento dell’imputato circa la questione ebraica?” “[…]Per me questa non era una questione di politica[…]quando raggiunsi Varsavia dovendo affrontare una resistenza, non mi interessava se i resistenti fossero ebrei o di altra nazionalità.”
-”[…]Quando l’imputato incendiava il ghetto, si rendeva conto a che scopo mirasse l’antisemitismo?” “Penso che questo non abbia niente in comune con l’antisemitismo. Le case dovevano essere distrutte per costruire degli spazi verdi.”
-”I Tedeschi hanno trattato il ghetto con inumana crudeltà. Cosa ha spinto le SS a questa terribile crudeltà?” “Una rivolta può essere domada solo con il terrore.”
-”Anche i bambini erano banditi?” “I bambini venivano uccisi perché insieme ai loro genitori correvano nelle fiamme.”
L’eredità della rivolta del ghetto di Varsavia del 1943: cosa ci ha lasciato?
La rivolta del ghetto di Varsavia del 1943, rompe ogni stereotipo sugli ebrei durante la Shoah: quello di un popolo che ha subìto passivamente lo sterminio nazista. Sebbene durante l’Olocausto, moltissimi abbiano accettato il fatto compiuto, non è questo il caso. Prostrati fisicamente dopo anni di occupazione, senza cibo né acqua, con mezzi limitatissimi e con scarso appoggio da parte dei cittadini polacchi, gli ebrei di Varsavia dimostrano un grande eroismo. Non potendo scegliere come vivere, decidono almeno come morire.
Oltre a essere diventato il simbolo di resistenza per eccellenza, è anche la testimonianza di dignità umana. La rivolta rappresenta, ancora oggi, non solo un triste evento storico, ma un grido umano di speranza che si leva contro lo sterminio. La sollevazione del ghetto di Varsavia è stata una battaglia per la dignità umana, rifiutandosi di morire in silenzio e di essere cancellati dalla faccia della terra senza lasciare traccia.
In questo modo, centinaia di combattenti hanno voluto anche vendicare le centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini assassinati nei campi di sterminio. Nella loro scarsità di mezzi, si sono organizzati e hanno iniziato a combattere contro i nazisti. Qualcuno di loro sperava di sopravvivere, magari anche coinvolgendo l’intera città nella lotta. Anche se la maggior parte degli ebrei aveva accettato il destino di essere uccisi, era meglio cadere combattendo, piuttosto che essere mandati a Treblinka come carne al macello. La rivolta del ghetto di Varsavia rappresenta l’unico caso di sollevazione di massa degli ebrei durante l’Olocausto. In questo modo, forse, le 400.000 persone del ghetto non sono morte invano.
NOTE
(1) https://wwv.yadvashem.org/odot_pdf/Microsoft%20Word%20-%205105.pdf
(2) https://holocausteducation.org.uk/wp-content/uploads/Conditions-in-the-Warsaw-Ghetto.pdf ; Jewish doctors’ secret study of Warsaw ghetto starvation rediscovered 80 years later, The Times of israel, 31 maggio 2023
(4) https://zagladazydow.pl/index.php/zz/article/view/822/794
FONTI
- Albert Nirenstajn, “Ricorda cosa ti ha fatto Amalek”, Einaudi, 1958
- Rapporto Stroop, https://nuremberg.law.harvard.edu/documents/4432-report-to-ss-
- https://polin.pl/system/files/attachments/Timeline%20of%20the%20events%20of%20the%20Warsaw%20Ghetto%20Uprising.pdf
- https://1943.pl/en/artykul/the-fall-of-the-warsaw-ghetto-uprising-2/
- https://www.thejc.com/news/features/a-hopeless-ght-by-the-very-young-vvmkh3w9
- https://encyclopedia.ushmm.org/content/en/gallery/warsaw-abridged-article-maps?utm_sourcehttps://1943.pl/en/artykul/statistics/?utm_source
- https://youtu.be/86LGNRVGi80?si=onNqCpUgiofPa_Yg
- Testimony of Jürgen Stroop given on the second day of the trial, 19 July 1951 (https://zagladazydow.pl/index.php/zz/article/view/822/794)
La rivolta del ghetto di Varsavia, riassunto
Il 19 aprile 1943 inizia la rivolta del ghetto di Varsavia contro la soluzione finale che la autorità tedesche occupanti in Polonia intendono attuare secondo gli ordini di Himmler. La rivolta si conclude il 16 maggio 1943, gli ebrei uccisi nel ghetto in conseguenza della repressione della rivolta sono circa 13.000. Alle vittime dei combattimenti nel ghetto si aggiungono 6.929 prigionieri, trasportati e uccisi a Treblinka. Il ghetto è completamente raso al suolo e i suoi 42.000 abitanti superstiti sono dispersi in vari campi di concentramento.
A partire del 1940, i nazisti iniziano a trasferire in Polonia oltre 3 milioni di ebrei dislocandoli nei ghetti delle varie città polacche; nel più grande di questi, quello di Varsavia, dall’estate dello stesso anno concentrano, in uno spazio di circa 3,4 chilometri quadrati, circa 400.000 persone, che arrivano, nel 1942, a circa 500.000. Le condizioni di vita sono sempre più complicate. Nel gennaio del 1942, durante la conferenza di Wannsee, la Germania nazista pianifica la soluzione finale della questione ebraica: vengono resi operativi i campi di sterminio di Bełżec, Sobibór e Treblinka ed iniziano i “trasferimenti” anche dal ghetto di Varsavia. La popolazione che vive nel ghetto si riduce progressivamente, nel gennaio del 1943, data della prima ribellione contro i tedeschi, si contano circa 70.000 unità.
Il 19 aprile 1943 (nel periodo del Pesach, la Pasqua ebraica), gli ebrei combattenti sparano con armi leggere sulle truppe tedesche del comandante Sammern-Frankenegg, inviate nel ghetto per deportare la popolazione. I tedeschi si ritirano, fra di loro ci sono morti e feriti. Dopo il fallimento della prima incursione nel ghetto, il comando delle truppe tedesche passa a Jurgen Stropp. Sarà lui, un mese dopo il 16 maggio, ad avere ragione della rivolta. Il rapporto finale stilato dal comandante tedesco il 24 maggio 1943 riporta:
“Dei complessivi 56.065 ebrei catturati, 7.000 sono stati annientati nel corso della “grossaktion” nell’ex quartiere ebraico, altri 6.929 furono eliminati trasportandoli a Treblinka. In totale sono stati così annientati 13.929 ebrei. Oltre a questi 56.065 ebrei, presumibilmente ne sono stati annientati nelle esplosioni e negli incendi altri 5.000-6.000″.
Quella di Varsavia sarà la rivolta simbolicamente più importante dell’Europa occupata e ispirerà le rivolte negli altri ghetti.
Consigli di lettura: clicca sul titolo e acquista la tua copia!
- D. Kassow, Chi scriverà la nostra storia? L’archivio ritrovato del ghetto di Varsavia, Mondadori, 2009.
- Alberto Nirenstajn, Ricorda cosa ti ha fatto Amalek, Einaudi, 1958.
- Emanuel Ringelblum, Diario dal ghetto di Varsavia, Castelvecchi, 2019.







