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Frost/Nixon, il duello
Il tono di David Frost si fece più incalzante: “Il Presidente, quindi, accetta la responsabilità per il Watergate?“. Il regista diede una secca indicazione all’operatore di ripresa. La telecamera si strinse allora su un primo piano di Richard Nixon: “Sì, lo accetto. Sono stato coinvolto, ho commesso errori. E quando gli errori vengono commessi, si deve assumere la responsabilità. Io ho assunto la responsabilità” Frost: “Quindi lei non si considera un criminale?” Nixon: “No, non mi considero un criminale. Penso di aver commesso gravi errori. E per questo mi scuso con il popolo americano. E spero che il popolo americano possa perdonarmi“.
Pochi scampoli di quelle che sono passate alla storia come le Nixon Interviews, seguite da milioni di spettatori in tutto il mondo. Una serie di quattro interviste televisive condotte nel 1977 dal giornalista britannico David Frost all’ex presidente degli Stati Uniti Richard Nixon, dimessosi nel 1974 in seguito allo scandalo Watergate. Fu il momento topico di quel lungo colloquio: Nixon ammise per la prima volta la sua responsabilità nell’affaire, e ciò ebbe un enorme impatto mediatico. Ancora anni dopo, uno spettacolo teatrale ed un film del regista pluripremiato Ron Howard continuarono ad attrarre spettatori ed animare il dibattito su colui che è considerato un presidente estremamente controverso nella storia degli Stati Uniti. Le sue dimissioni rappresentano l’unico caso volontario di abbandono della carica.
Il destino di Nixon era evidentemente legato alla televisione: già nel 1952 il suo “discorso di Checkers” (di cui diremo più avanti) lo aiutò a mantenere il posto nella corsa alla vicepresidenza. Ed in una allocuzione televisiva alla nazione il 9 agosto 1974 annunciò le sue dimissioni. Ma l’apparizione in video più importante fu il primo dibattito televisivo tra i candidati presidenziali il 26 settembre 1960, che lo vide contrapporsi a John F. Kennedy, ed uscire sconfitto. L’ evento rappresentò un vero e proprio punto di svolta nella storia della politica americana e forse mondiale.
Secondo molti scienziati politici ebbe un ruolo decisivo nelle scelte degli elettori, e dimostrò chiaramente come la televisione avesse acquisito un ruolo centrale nella narrazione pubblica, diventando uno strumento imprescindibile, poiché condizionava l’immagine, la comunicazione e persino l’esito delle campagne. In milioni poterono vedere e confrontare direttamente l’aspetto fisico, la brillante presenza scenica ed il modo di comunicare più efficace di JFK rispetto ad un più trasandato ed impacciato Nixon.
Quando Nixon concesse l’intervista a Frost aveva da rischiare relativamente poco. I suoi obiettivi erano tentare una riabilitazione della sua immagine, ottenere un guadagno economico immediato e promuovere la sua autobiografia (che sarebbe stata pubblicata l’anno successivo, ottenendo un buon successo di vendite e fruttandogli notevoli diritti d’autore). Al contrario, il disastroso dibattito con Kennedy avrebbe potuto stroncare la sua carriera. Così non fu: perse, sì, quelle elezioni, ma – come spesso accadde nel suo percorso – seppe rialzarsi e conquistare finalmente la ambita poltrona nello Studio Ovale nel 1969.
Gli inizi di Richard Nixon
Nixon nacque povero in un piccolo centro urbano della California del Sud, Yorba Linda, in una famiglia di quaccheri, con una forte educazione religiosa. La sua biografia del 1978 sottolineava come fosse nato in una casa costruita materialmente dal padre, trasmettendo l’idea di essere un uomo del popolo, dell’America profonda. La California suburbana dove crebbe non era opulenta, fondandosi sul duro lavoro e il rispetto delle regole. Il padre autoritario gli impedì di frequentare la prestigiosa Harvard, perché lo aiutasse nel negozio di famiglia durante la Grande Depressione. Dovette anche subire la tragedia della morte precoce di due dei suoi fratelli. Nonostante le difficoltà economiche e familiari, si laureò alla Duke University, ed insistette per essere impiegato in servizio attivo durante la Seconda Guerra Mondiale, distinguendosi nella logistica nel Teatro Pacifico.

Dopo la guerra, nel 1946, fu eletto alla Camera dei Rappresentanti, dove si mise in evidenza per il suo fervore anticomunista. Qui, facendo parte del House Un-American Activities Committee (HUAC), la Commissione per le attività antiamericane, si occupò di Alger Hiss, un alto funzionario del Dipartimento di Stato accusato di spionaggio a favore dell’Unione Sovietica. Allora giovane deputato, svolse un ruolo chiave nell’indagine, distinguendosi per la sua determinazione nel perseguire il caso, convinto che Hiss avesse mentito e commesso spergiuro.
La sua attività nella HUAC contribuì a portare alla luce le prove che sostennero l’incriminazione del funzionario, e alla condanna di questi per falso. Sfruttò questa vicenda per attaccare i suoi avversari politici democratici, accusandoli di essere troppo deboli verso il comunismo, fomentando la “Red Scare” (la Paura Rossa) che sin dagli Anni Venti si era insinuata nel sentimento degli americani. Questo caso gli diede una notevole visibilità politica, che gli permise di essere eletto senatore nel 1950. Fu proprio durante la campagna per il Senato in California che gli venne affibbiato, in una accezione poco amichevole, il soprannome “Tricky Dick“, usato in una propaganda diffamatoria da parte di un comitato democratico che sosteneva la sua avversaria Helen Douglas.
Nixon, noto per i suoi metodi considerati poco ortodossi, cercò di collegare Douglas al comunismo, il che portò i suoi oppositori a etichettarlo per sottolineare la sua astuzia e scaltrezza politica. Un soprannome che precede di molto lo scandalo Watergate, lo ha accompagnato in realtà per tutta la sua carriera politica, e che tornò a galla proprio in questa ultima circostanza. Nel 1953 venne chiamato dal Presidente Dwight D. Eisenhower a ricoprire la carica di Vicepresidente, che manterrà sino al 1961. La sua energia, la capacità di mobilitare l’elettorato e il suo profilo politico lo rendevano un complemento strategico ideale per quel candidato, generale di carriera senza esperienza politica elettorale diretta.
Così inoltre si bilanciava il ticket elettorale: Eisenhower, un militare del Midwest, si affiancò a Nixon, un politico giovane e aggressivo della costa occidentale, per conquistare un ampio spettro di elettori repubblicani. Nonostante alcune controversie iniziali, come l’accusa di un fondo segreto per le spese personali di Nixon, il suo famoso “discorso di Checkers” nel 1952 cui abbiamo accennato rafforzò la sua posizione e contribuì a consolidare la candidatura. I fatti: era stato accusato di aver ricevuto e distratto fondi illeciti per la sua campagna elettorale, e la sua posizione era a rischio.
Egli si spese in un appello televisivo molto efficace, negando ogni illecito, dicendosi pronto a restituire quanto gli era stato versato dai sostenitori per la campagna, tranne un regalo innocuo fatto alla sua famiglia, un cagnolino cocker spaniel chiamato Checkers (cui disse si era particolarmente affezionata la figlia), e che egli furbescamente tenne accanto a lui, ben in vista di fronte alla telecamera. Conquistò l’opinione pubblica, che lo puntellò politicamente e fece cadere le accuse senza che fosse necessaria un’indagine formale.
Grazie a questa forte risposta popolare, Nixon venne mantenuto da Eisenhower come suo vicepresidente: il discorso aveva salvato la sua reputazione e rafforzato la posizione politica all’interno del partito. Dopo pochi mesi, la coppia vinse le elezioni presidenziali del 1952. Gli otto anni come vicepresidente sotto Eisenhower contribuirono a ripulire la sua immagine (anche se per i media ostili rimase Tricky Dick). Durante questo periodo, iniziò a costruire il suo mito di esperto di politica estera, un ambito dove il potere esecutivo della Presidenza aveva ampio margine di manovra.
L’episodio del 24 luglio 1959, “Kitchen Debate“, un simbolo della rivalità ideologica tra capitalismo e comunismo, lo pose sotto i riflettori come un abile negoziatore e oratore. il curioso confronto – stante la sua location – con il leader Kruscev si svolse durante l’inaugurazione dell’American National Exhibition a Sokolniki Park, Mosca. i due si confrontarono animatamente all’interno della cucina di una casa modello americana, allestita per mostrare ai sovietici i prodotti e le comodità della vita quotidiana negli Stati Uniti. Insomma, la vicepresidenza gli diede maggiore rispettabilità, riconoscibilità e l’esperienza necessaria in politica estera, che divenne la sua autentica passione.
La sconfitta e la rinascita di Nixon
La sconfitta nelle elezioni presidenziali del 1960 contro Kennedy e in una successiva corsa senatoriale nel 1962 lo portarono ad annunciare un ritiro dalla politica. La sua stella sembrava spenta. Ma si riaccese trionfalmente nel 1968, in vista delle elezioni presidenziali, dimostrando che la capacità di reinventarsi politicamente era una caratteristica fondamentale nella sua carriera. La sua riemersione fu il risultato di un contesto politico favorevole, caratterizzato in primis dalle fiacchezze del partito avversario. Il Partito Democratico era profondamente indebolito e diviso sulla questione della guerra in Vietnam.
Il presidente in carica, Lyndon B. Johnson, era fortemente screditato e decise di non ripresentarsi, lasciando il compito ad un candidato scialbo. Inoltre, Nixon si avvalse di un mix di fattori convergenti, consistenti dalla sua abile capacità di intercettare il desiderio di stabilità di una parte significativa dell’elettorato in un periodo turbolento di proteste e disordini urbani (la “maggioranza silenziosa”, che egli ammaliò con lo slogan “law and order“) e, soprattutto, da una strategia mirata a sfruttare il riallineamento politico in atto nel Sud, una volta solidamente democratico, che virò verso destra. Egli giocò inoltre, più o meno implicitamente, sulla in realtà mai sopita questione razziale.
Una volta conquistata la presidenza, iniziò il progressivo ritiro delle truppe americane dal Vietnam, con grande soddisfazione non solo dei suoi elettori, ma anche di quelli di parte avversa. Nel 1973 si ebbe la firma degli accordi di pace, dopo anni di conflitto prolungato, inclusa l’espansione delle operazioni militari in Cambogia, seppure molti storici considerino tale exit strategy non un successo politico o diplomatico, ma piuttosto il riconoscimento di una sconfitta inevitabile.
La lunga guerra del Vietnam (ma anche l’aumento della spesa sociale) avevano costretto la Federal Reserve a emettere più dollari rispetto alle riserve auree disponibili, causando inflazione e perdita di valore del dollaro. Il 15 agosto 1971 Nixon annunciò la sospensione della convertibilità del dollaro in oro, evento rimasto alla storia come “Nixon shock”, che pose fine al sistema di Bretton Woods, studiato dagli Stati Uniti vincitori della Seconda guerra mondiale.
Egli, oltre a sospendere indefinitivamente la convertibilità del dollaro in oro, chiudendo la cosiddetta “gold window“, congelò temporaneamente salari e prezzi per 90 giorni per contenere l’inflazione ed introdusse dazi del 10% sulle importazioni per proteggere l’industria americana, dando il via alla fine dell’epoca dei cambi fissi e apertura a un sistema di valute fluttuanti, conseguendo la libertà di stampare moneta senza l’obbligo di possedere riserve auree equivalenti, dando il via alla globalizzazione finanziaria e ad una nuova era di politiche monetarie basate sulla fiducia nelle istituzioni piuttosto che su un bene fisico come l’oro.

Tornando alla politica estera, avviò quello che è considerato essere il suo principale lascito, attraverso diverse iniziative di vasta portata: quello delle relazioni internazionali e dell’apertura alla Cina maoista. Fu l’ideatore e il principale motore di questo processo che segnava il riconoscimento della crescente importanza della Cina nel panorama mondiale, culminato nel suo storico viaggio nel 1972, nonostante le iniziali resistenze di Kissinger, che poi si intestò il favorevole riallacciarsi dei rapporti con il “gigante” asiatico.
Questa mossa strategica aveva lo scopo di contrastare l’Unione Sovietica in Asia, sfruttando la frattura sino-sovietica. Parallelamente avviò una fase di distensione con l’avversario di sempre, appunto l’URSS, caratterizzata dalla firma di importanti accordi bilaterali sul controllo degli armamenti strategici, come i trattati SALT (Strategic Arms Limitation Treaty) e il trattato ABM (Anti-Ballistic Missile Treaty). Tali accordi riconoscevano la mutua dipendenza strategica e la logica della mutua distruzione assicurata tra le due superpotenze, paradossalmente formalizzando la loro vulnerabilità reciproca per mantenere la deterrenza nucleare. Sebbene criticata da parte della destra americana, si deve riconoscere che la distensione contribuì a creare le premesse per la fine della Guerra Fredda.

Nel Medio Oriente, l’amministrazione, con Kissinger, giocò un ruolo cruciale durante e dopo la guerra del Yom Kippur del 1973. Il sostegno a Israele fu fondamentale, ma i due cercarono anche di utilizzare le difficoltà israeliane per modificare gli equilibri regionali, portando l’Egitto, sotto la presidenza di Sadat, a diventare un partner degli Stati Uniti, un processo che culminò con gli accordi di Camp David alcuni anni dopo. Anche qui furono poste le premesse per un importante risultato diplomatico nella regione, rafforzando al contempo i legami con altri alleati regionali come l’Arabia Saudita e l’Iran (allora ancora una monarchia secolare filoamericana).
In America Latina, la politica americana si caratterizzò per un netto appoggio a governi di destra autoritari in chiave anticomunista, con l’esempio più noto del sostegno al colpo di stato in Cile nel 1973 che depose il presidente Allende. Le responsabilità americane in questa deriva autoritaria sono state oggetto di dibattito storico, con studi recenti che invitano a considerare la pluralità degli attori coinvolti, pur riconoscendo il negativo ruolo significativo degli Stati Uniti.
Il trailer del film “Tutti gli uomini del Presidente”
La fine di Richard Nixon, il Watergate
Quello che poteva essere ricordato come un Presidente interventista sul piano globale, perse carica ed immagine sul fronte interno, venendo travolto dallo scandalo Watergate, iniziato con un’effrazione nel quartier generale del Comitato Nazionale Democratico all’interno del Watergate Hotel a Washington. Nell’estate del 1972 un’indagine giornalistica condotta da Carl Bernstein e Bob Woodward del Washington Post (magistralmente interpretati da dagli attori Dustin Hoffman e Robert Redford nel film Tutti gli uomini del presidente (All the President’s Men) del 1976 diretto da Alan J. Pakula) si estese fino a rivelare una vasta rete di attività clandestine e illegali, orchestrate dalla campagna elettorale di Nixon e dalla sua amministrazione.
Ciò che condannò definitivamente il Presidente fu il suo coinvolgimento nel tentativo di insabbiare lo scandalo. Le sue negazioni e i suoi sforzi per ostacolare le indagini portarono a una crescente sfiducia da parte dell’opinione pubblica e del Congresso. Il Watergate aveva infatti rivelato un modello di abuso di potere presidenziale, con l’utilizzo di risorse governative per scopi politici, la creazione di unità segrete per sopprimere le fughe di notizie e spiare gli oppositori politici. Man mano che le prove del coinvolgimento di Nixon nel cover-up si facevano più evidenti, egli perse gradualmente il sostegno del suo stesso partito. Come se non bastasse, la pubblicazione delle registrazioni audio delle conversazioni alla Casa Bianca – oltre a fornire prove inequivocabili del suo coinvolgimento nel cover-up – rivelò un lato del presidente meschino, volgare e paranoico.

Queste rivelazioni alienarono ulteriormente l’opinione pubblica e minarono definitivamente la sua immagine di statista, che sarà solo parzialmente riabilitata dall’intervista a Frost e dalla pubblicazione delle sue memorie. Di fronte alla quasi certezza di un impeachment alla Camera e alla mancanza di voti sufficienti per evitare la destituzione al Senato, Nixon annunciò le sue dimissioni in un discorso televisivo alla nazione il 9 agosto 1974. Il suo vice, Gerald Ford, prestò giuramento come 38° Presidente degli Stati Uniti subito dopo.
Se il lascito di Nixon in politica estera fu caratterizzato da un approccio realista e spregiudicato, che ebbe un impatto duraturo sul panorama internazionale, volto a ridefinire gli equilibri di potere globali e regionali mediante le sue iniziative più significative di apertura alla Cina, distensione con l’Unione Sovietica ed avvicinamento all’Egitto, la sua azione politica è tuttora complessivamente discussa, ed un’ombra permane sulla figura di “Tricky Dick“.
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- John A. Farrell,
- Richard Nixon, Le memorie, Editoriale Como, 1981.







