CONTENUTO
Breve storia dell’antico Foro Boario
Lo sviluppo del Foro Boario[1], situato lungo la riva sinistra del Tevere, ai piedi dell’Aventino e del Palatino, in una zona paludosa della città, viene fatto risalire all’epoca arcaica del centro abitato e ad esso è attribuito un ruolo preminente, in un periodo anteriore allo sviluppo dello stesso centro urbano, grazie alla presenza del Portus Tiberinus, primo scalo fluviale di Roma. L’antico guado a valle dell’isola Tiberina rende il luogo l’unico punto di attraversamento e di incontro per gli antichi abitanti che vivono sulle due sponde del Tevere. Proprio per il fatto di essere una realtà dinamica l’area non ha assunto la fisionomia di un vero e proprio foro monumentale di stile romano, ma si è per lo più sviluppata come una piazza irregolare, con una serie di articolazioni funzionali legate all’intenso traffico fluviale.

Oltre alle fonti letterarie e storiche, il carattere commerciale dell’area è confermato dalla presenza di numerosi templi dedicati a divinità collegate alla navigazione e ad attività mercantili. Tra le varie merci che fanno il loro passaggio nel grande mercato del Foro Boario caratterizzato, come rivela lo stesso nome (relativo ai buoi), dal commercio del bestiame, un ruolo importante spetta al sale che giunge principalmente dalle saline di Ostia risalendo il corso del fiume. Tra la fine del III e l’inizio del II secolo a.C. con il progressivo sviluppo della città anche questa zona è interessata da un nuovo fervore edilizio che ha come conseguenza lo spostamento delle attività commerciali e portuali un po’ più a sud, nell’area dell’attuale quartiere Testaccio.
Tra gli edifici più antichi della zona bisogna ricordare i “due templi gemelli della Fortuna Virile e della Mater Matuta situati all’estremità settentrionale del Foro Boario, presso la Porta Carmentale”[2]. Il culto di Fortuna è alquanto particolare e viene praticato, in questo luogo, insieme a quello di Mater Matuta: esso si caratterizza come un “culto arcaico, legato alla persona del re, connotato da molteplici valenze, tra le quali emerge quella di protezione del sovrano, mediata dalle particolari caratteristiche erotiche della divinità”.[3] Un culto quindi assai antico, dalle origini poco chiare e definite, che ha visto il suo apice in un periodo non posteriore all’età di Augusto.
Il tempio di Ercole Vincitore nel Foro Boario
Nel complesso panorama culturale, commerciale e religioso della zona, una presenza ingombrante e di rilievo è rappresentata dalla figura di Ercole, eroe viaggiatore e dalla vita avventurosa, il quale giunse sulle sponde del Tevere, dove compì le sue imprese più sbalorditive. Tra queste una delle più leggendarie riguardava il furto di alcuni suoi capi di bestiame da parte del mostruoso brigante Caco che aveva tentato di nascondere gli animali nella sua caverna alle pendici dell’Aventino; il piano, però, era fallito per l’astuzia di Ercole che, recuperati gli animali, aveva ucciso il brigante guadagnandosi la riconoscenza degli abitanti del territorio che gli dedicarono successivamente un’ara nel foro.

Sullo sfondo delle leggendarie saghe relative a viaggi ed imprese eroiche, gli studiosi intravedono “il ricordo di antiche rotte mercantili dai paesi del Mediterraneo verso le sponde del Lazio, che determineranno la formazione di una colonia greca e la diffusione del culto di Ercole”[4]. Il passaggio di antiche comunità greche e poi bizantine nella zona è testimoniato anche dalla presenza degli edifici sacri di San Giorgio al Velabro e di Santa Maria in Cosmedin. Al culto di Ercole vengono dedicati diversi edifici sacri tra cui il Tempio di Ercole Vincitore (o Ercole Olivario) di forma circolare, realizzato alla fine del II secolo a.C. da Hermodoros di Salamina, un architetto greco.
All’origine della fondazione del monumento religioso si lega anche qui una vicenda alquanto particolare che ci è stata tramandata da Macrobio: un certo Octavius Herennus, di professione flautista ma arricchitosi grazie al commercio, durante uno dei suoi viaggi in mare rivolse un voto ad Ercole al quale chiese l’intercessione nel momento in cui la sua nave fu attaccata dai pirati; sopravvissuto all’agguato l’armatore manifestò tutta la sua immensa riconoscenza all’eroe finanziando il tempio a lui dedicato. Il tempio poggia su un podio, ancora visibile, di blocchi di tufo di Grotta Oscura che “nella loro disposizione mostrano ancora in parte l’andamento della gradinata circolare che girava attorno all’edificio”[5].
Il peristilio si compone di venti colonne scanalate con capitello di stile corinzio “impostate su plinti formati da due blocchi di marmo e travertino inseriti nella fondazione in tufo”[6]. Le parti esterne e interne dell’edificio sono realizzate principalmente con blocchi di marmo e lastroni di travertino; inoltre, per diversi secoli la struttura ha ospitato la statua di Ercole in bronzo dorato, realizzata dallo scultore greco Scopa Minore e ora conservata ai Musei Capitolini. A salvaguardare la sopravvivenza del tempietto circolare, fino ai nostri giorni, è stato fondamentale il riutilizzo che ne è stato fatto per ricavarci la piccola chiesa di San Stefano Rotondo costruita nel XII secolo.
Antonio Munoz e il restauro del Tempio della Fortuna Virile (Portuno)
A restaurare il Tempio in quel momento ancora denominato “della Fortuna Virile” è stato Antonio Munoz: chi è costui? Nato a Roma il 14 marzo 1884, dopo essersi laureato in Lettere con pieni voti entra a far parte dell’Amministrazione delle Antichità e Belle Arti nel 1909, mentre l’Italia vive la sua stagione storico-politica dell’età giolittiana. Il 3 agosto 1914, il Munoz assume la funzione di direttore incaricato della Soprintendenza e, ricoprendo tale carica, coordina personalmente gli interventi sulla chiesa dei Quattro Coronati, di seguito i lavori per la sistemazione della tomba di Raffaello nel Pantheon e sulla villa dei Quintili, lungo la via Appia. Gli anni successivi lo vedono impegnato in diversi cantieri, anche fuori regione, e il 19 marzo 1921 viene nominato Direttore dei monumenti di Roma; nello stesso anno “avvia l’isolamento del tempio della Fortuna virile nel Foro Boario, dopo laboriose trattative con la congregazione Armena”[7] proprietaria della chiesa di Santa Maria Egiziaca[8].

Tale edificio religioso, dedicato alla Vergine Maria, era stato costruito sotto il pontificato di papa Giovanni VIII nell’872, inglobando completamente l’antico tempio. Papa Pio V, nel 1571, aveva concesso la chiesa agli Armeni i quali avevano perso il loro edificio sacro a causa della costruzione del ghetto. Clemente XI (1700-1721) fece restaurare ed abbellire la chiesa, come pure l’ospizio annesso, ove alloggiavano i pellegrini armeni che venivano a visitare i luoghi santi di Roma. Agli inizi degli anni Venti, dopo la conclusione positiva della cessione, la chiesa viene sconsacrata per consentire il ripristino dell’antico tempio romano; buona parte dei suoi arredi interni sono quindi trasferiti nella Chiesa di San Nicola da Tolentino, sede da quel momento della nuova chiesa nazionale armena.
Veniamo adesso, nello specifico, alle principali attività svolte per la liberazione e il restauro del Tempio della Fortuna Virile: qual è la logica e quale il ragionamento fatti propri dal Munoz per portare avanti questo affascinante e stimolante progetto di recupero? Possiamo dire che egli segua, in linea di massima, gli orientamenti dell’epoca e le indicazioni del Consiglio Superiore delle Antichità e Belle Arti; nonostante ciò dimostra di riuscire “sempre con autonomia ad adottare le soluzioni che giudica più opportune per i singoli interventi sui monumenti”[9].
C’è un dettaglio, già accennato pocanzi, che in questo contesto non bisogna trascurare e a ricordarlo è lo stesso Munoz il quale, nella sua monografia pubblicata dopo il lungo restauro, ricorda ai lettori che il tempio deve “la sua conservazione relativamente buona al fatto di essere stato trasformato in chiesa cristiana”[10]. In seguito lo storico dell’arte tratteggia sommariamente le principali vicende storiche del tempietto rettangolare: “Il Tempio della Fortuna Virile, nel IX secolo ridotto a chiesa dedicata alla Madonna, era in origine isolato…la cella è formata da muri fatti a blocchi di tufo quadrati; nel lato ovest di essi sono state aperte tre moderne finestre; nel lato est fu aperta la porta della sagrestia, la quale forma il pianterreno della casa che su quella parte è addossata al tempio”[11].
Tra il XVI e il XVIII secolo l’edificio è oggetto di una serie di interventi di integrazione e restauro e nell’aprile 1810 viene avviato il primo lavoro per liberare il terreno che separa l’edificio dal fiume Tevere. Passa del tempo e arrivati alla fine del secolo si iniziano ad abbozzare progetti per l’isolamento dell’antico edificio; nello specifico, passate in rassegna diversi ipotesi di ammodernamento, nel 1916 la Commissione istituita in seno all’Associazione Artistica fra i cultori di Architettura presenta una proposta con la quale si auspica che “il bel monumento torni libero d’ogni lato, non più soffocato e ristretto, che sia ripristinato nel suo stato primitivo, che rivesta ancora la bella euritmia delle sue linee”[12].
Il Munoz mostrerà di perseguire come obiettivo non tanto un ripristino integrale e in senso assoluto del monumento, quanto piuttosto il suo isolamento. Scrive a tale proposito l’architetto: “Occorre dunque restaurare il fianco sinistro del tempio, chiudendo la porta della sagrestia, e liberandolo dalla casa sotto cui è nascosto. Sotto la casa stessa fin dal XVI secolo sono venuti in luce resti di muri antichi, di una certa importanza, e che debbono appartenere ad uno degli altri templi del Foro Boario, e che sarebbe opportuno mettere in luce demolendo la casa stessa”[13].
Il 14 settembre 1917 viene firmato l’atto di compravendita del tempio tra il Ministero della Pubblica Istruzione, il Comune di Roma e il Patriarca Armeno Cattolico. Iniziando il suo resoconto sui lavori svolti Munoz rimarca il fatto che tale tempietto ionico “sia stato studiato, rilevato, misurato e riprodotto in mille modi dal Rinascimento ai nostri giorni” e che susciti l’interesse degli osservatori specialmente per “l’eleganza delle sue forme”[14]. I due templi del Foro Boario sopravvissuti al tempo e alle calamità, uno rettangolare e l’altro circolare dedicato a Ercole, avevano preso vita con ogni probabilità nell’epoca monarchica di Servo Tullio (sesto re di Roma, regnante secondo la tradizione dal 578 a.C. al 535 a.C.); entrambi distrutti da un incendio nel 213 a.C. furono poi ricostruiti a partire dall’anno seguente.
Messa in sicurezza, isolamento e restauro del Tempio di Portuno
L’opera di isolamento e restauro del Munoz viene iniziata nel 1921 con la demolizione delle case presenti in zona e a quel punto ha modo di riemergere in tutta la sua eleganza “il fianco orientale del tempio, abbastanza ben conservato, colle sue colonne, col suo basamento di travertino” e “il pronao con le sue snelle linee”[15]. La parte mancante della trabeazione viene ricostruita prestando però attenzione all’elemento visivo: per gli addetti ai lavori, infatti, è fondamentale che ad un primo sguardo gli osservatori del tempio riescano senza un eccessivo sforzo a distinguere la parte antica da quella nuova.
Scavando intorno vengono ritrovate tracce della scala originale che Munoz, conoscendo con certezza il numero dei gradini, decide di ricostruire utilizzando come elemento il mattone, uno dei materiali più usati per le reintegrazioni nel settore archeologico e per le inserzioni moderne nelle aree di scavo. Procedendo con i lavori di rimozione degli elementi della chiesa posteriore il monumento riserva alcune sorprese alla squadra dei restauratori: “Rimovendosi iscrizioni e marmi della chiesa armena, e demolendosi alcuni pilastri moderni che sorreggevano il tetto, mi trovai in presenza di una serie di splendidi affreschi medioevali, che rappresentano storie del Vangelo e fatti leggendari di Santi, in uno stato di conservazione eccellente, con colori vivissimi e decorazioni di finte gemme”[16].
Per costruire l’edificio sono stati utilizzati principalmente due materiali, il travertino e il tufo entrambi rivestiti da uno strato di stucco. Per quel che riguarda, invece, la struttura nel suo complesso essa risente dell’epoca di transizione tra lo stile italico e quello greco: “Il podio su cui il tempio si eleva è italico, ma la pianta, il sistema costruttivo, la posizione delle colonne, i particolari delle membrature si differenziano dalle precedenti costruzioni romane in tufo, e mostrano l’influsso di forme greche”[17].
All’inizio degli articolati lavori l’artefice del restauro si era posto un interrogativo semplice la cui risposta ha orientato l’intera sua operazione, ovvero come bisognava considerare il Tempio: come un rudere morto e quindi conservarlo intatto religiosamente, senza la minima opera di ripristino, oppure procedere considerandolo come un edificio ancora vivo, e quindi completarlo e rimetterlo nella sua completa efficienza? Il Munoz opta per la seconda opzione mosso nel suo intento da una duplice finalità: una estetica e l’altra pratica.
Il restauro dell’armonioso edificio da parte del Munoz dimostra “una complessa interpretazione architettonica del concetto di reintegrazione distintiva”,[18] seguendo una strategia pratica e vincente: la prima fase viene dedicata all’isolamento e alla liberazione del monumento per poi procedere con la conservazione di alcune tracce del passato e, infine, concludere con la restituzione o integrazione, attraverso operazioni ben studiate, di alcuni elementi architettonici mancanti quali l’angolo della trabeazione e una parte del timpano.
Si agisce in maniera convinta e coscienziosa nel rispetto dell’antichità ma restando a passo dei tempi e dirigendosi verso la modernità urbanistica. Dopo l’ultimazione dei lavori e l’inaugurazione ufficiale, tra l’entusiasmo generale, anche l’Associazione Artistica fra i cultori di Architettura rende noto il proprio “compiacimento per l’avvenuto restauro da tempo auspicato ed invia il proprio plauso al prof. Antonio Munoz che seppe ottimamente attuarlo”[19]. A partire dal 1929 Munoz assumerà la direzione dell’Antichità e delle Belle Arti del Governatorato di Roma.

11 novembre 1925: il compleanno di Vittorio Emanuele III
La pubblica inaugurazione dell’antico tempio romano restaurato si svolge mercoledì 11 novembre 1925, in occasione del genetliaco del re Vittorio Emanuele III di Savoia. In questa giornata il Comitato di Azione Patriottica fra il personale delle Poste, dei Telegrafi e dei Telefoni, costituito dopo la disfatta di Caporetto, pubblica un numero speciale per i venticinque anni di regno del sovrano, il quale era succeduto al padre Umberto I nell’estate del 1900. Le pagine di questo opuscolo sono arricchite da tanti contributi di personalità politiche, culturali e civili del tempo, le quali rendono omaggio, in modo spontaneo e originale, al re vittorioso della Grande guerra.
Dalle parole messe per iscritto da queste illustri personalità emerge tutto il rispetto e la devozione degli italiani per la casa regnante, simbolo assoluto di quell’unità nazionale tanto faticosamente raggiunta attraverso il lungo processo risorgimentale. Ecco allora riportate in questo opuscolo le parole pronunciate nel 1896 da Tommaso Tittoni il quale rivolgendosi a Vittorio Emanuele III, all’epoca Principe Ereditario, aveva esclamato: “La gloria che onora la vostra casa suona domestiche virtù, valore guerriero, senno nel reggere lo Stato, affetto verso il Popolo. In Voi degnamente rifulgono i pregi dei Vostri padri; rifungano nei vostri figli per la prosperità e grandezza d’Italia”[20].
Scrive, invece, il Ministro delle Comunicazioni Costanzo Ciano: “Grande è in me l’orgoglio di trovarmi a capo della famiglia Postelegrafonica mentre essa rende omaggio al sovrano. Onorare Vittorio Emanuele III, il superbo figlio della gloriosa dinastia dei Savoia, cui fu sempre religione l’amore per il popolo e fede la grandezza della Patria – significa esaltare nel suo più puro simbolo l’Italia vittoriosa. Mai come adesso, Re e Popolo furono uniti da più tenaci legami: nella gloria luminosa del nostro Sovrano è la potenza della Nazione e il Suo spirito eroico – che nelle ore grigie della vigilia e della lotta seppe avvicinarsi fraterno a Coloro che nel quotidiano patimento affinavano la volontà tenace – si eleva oggi in alto per guidarci lungo le difficili vie della Romana grandezza verso la meta sicura”[21].
Tra coloro che manifestano rispetto e affetto compare anche la scrittrice, intellettuale e critica d’arte Margherita Sarfatti la quale si unisce al coro di esaltazione e devozione rivolto al sovrano della casa Sabauda scrivendo un testo dal sapore agro-dolce: “Ci svegliammo un giorno – e la nostra generazione ancora era bambina – e ci dissero che era stato ucciso il Re: quella figura quasi leggendaria che ciascuno di noi aveva veduto passare per le vie delle nostre città; e noi, piccoli, guardavamo quei fieri occhi roteanti, quel fiero rubizzo volto, quei gran baffi (…) Ci svegliammo – ci svegliarono costernati in sussulto – una mattina che pure splendeva del gran sole di Luglio, e ci dissero che quelle pupille non roteavano più, tonde e grandi, ferme ormai nell’orbita vitrea!
Le pie mani di una donna, di una Regina bionda nel lutto certo, avevano calato su quegli occhi le palpebre, lievemente e per sempre. (…) E sonò allora, nel sepolcrale silenzio, una voce: un poeta invocava il Re giovane che veniva dal mare. Salpava dalle acque d’Italia, dai profondi gorghi salini, alle coste della penisola bella il Giovane Re. Un vate vedeva la profezia di glorioso simbolo. E fu giovane tutta Italia! Si rinnovò nel bagno feroce – ahimé – ma non vano, ferace del liquore purpureo sgorgato dalle più generose vene. E l’Italia riebbe dopo il Risorgimento la sua giovinezza seconda, più grande; più tragica, forse più bella”[22].

La solenne giornata dell’11 novembre 1925
Per celebrare il compleanno di Vittorio Emanuele III si svolge nella prima mattinata di questo mercoledì una parata militare nel lungo viale dei Parioli che vede presenti le più importanti cariche politiche e militari. Per celebrare la romanità del sovrano, “concesso da Dio nel tempo in cui per la Nazione era necessario un carattere temprato come il suo”[23], pochi mesi dopo si deciderà di dedicargli anche un quartiere situato proprio nella zona che racchiude il corso del Tevere, i Parioli, il quartiere Savoia e la villa Umberto, per rinsaldare ulteriormente il legame indissolubile tra la casa regnante e l’Urbe eterna.
Una volta concluso il solenne e ossequioso evento, prima Benito Mussolini e poi il re si recano nel Foro Boario per ammirare personalmente il lavoro portato a compimento dal Munoz il quale guida i due visitatori nel loro giro turistico alla riscoperta dell’antico edificio sacro che si erge vicino al tempio di Ercole Vincitore e alla Chiesa di Santa Maria in Cosmedin. Il tempio di stile ionico della lunghezza di venti metri e della larghezza di dodici metri, che si volge verso settentrione con la sua facciata abbellita da quattro colonne ioniche in travertino, giganteggia nuovamente in tutto il suo splendore mettendo in mostra le sue diciotto colonne e i suoi elementi originariamente realizzati in travertino e in tufo dell’Aniene, materiale che rappresenta simbolicamente tradizione e identità, radicamento e stabilità.
Nell’articolo pubblicato sul quotidiano Il Giornale d’Italia, dedicato alla solenne cerimonia di inaugurazione, viene sottolineata la nuova centralità che l’area del Foro Boario sta acquisendo nuovamente a livello urbanistico e strategico:
“Oggi il Foro Boario o Bocca della Verità, con il bellissimo Lungotevere Aventino, l’incremento del Testaccio e del Quartiere Ostiense e la rinascita di Ostia, sta riacquistando l’antica importanza come luogo di grande transito. Ben diverso n’era l’aspetto una trentina di anni fa. Qui eravamo ai confini del centro urbano: più campagna che città”[24].
Nella cronaca della giornata che appare sul quotidiano Il popolo d’Italia viene evidenziato il clima di festa, serenità e partecipazione che fa da cornice alle cerimonie pubbliche organizzate per l’occasione. Il capo dell’esecutivo viene accompagnato nella sua visita al tempio dal Ministro dell’Istruzione Pietro Fedele (in carica dal 5 gennaio 1925) che al termine dell’incontro pronuncia dal prònao del monumento un discorso con cui elogia il lavoro portato a termine da Munoz e dai suoi brillanti collaboratori:
“Dopo che l’E.V. ha veduto sfilare superbamente sotto i suoi occhi l’Esercito glorioso e la Milizia Nazionale, ai quali è saldamente affidata la fortuna della Patria, ha voluto cortesemente accettare il mio invito di assistere a questa quasi nuova deificazione del Tempio della Fortuna Virile sapientemente restaurato dal prof. Antonio Munoz. L’elegantissimo edifizio risorge in questo giorno che è sempre di lieti auspici per gli italiani, libero finalmente dall’ingombro delle case che lo ostruivano e quasi lo soffocavano e dalle deturpazioni che secoli ed uomini immemori gli avevano arrecato. Risorge, se non nel suo antico splendore, in conveniente decoro (…)
Topografi e archeologi hanno disputato e disputeranno a lungo a quale divinità il tempio fosse dedicato, ma il nome di Fortuna Virile, datogli dalla tradizione gli rimarrà. In ogni modo oggi noi consacriamo questo nome. In questa nuova dedicazione sia esso simbolo ed augurio per S.M. il Re, al quale si rivolge oggi reverente l’animo nostro per l’Italia, per l’Eccellenza vostra, che protetta ed invincibilmente difesa dal vigile affetto e dalla profonda devozione di tutto il popolo regge con animo romano le sorti della Patria e la guida a glorioso destino”.[25]
A conclusione della visita e dopo i saluti di circostanza, Mussolini appone la sua firma sul libro dei visitatori scrivendo la frase che suona di entusiasmo e buon auspicio: “Che la Fortuna Virile assista sempre la Patria!”.
NOTE:
[1] Il luogo è strettamente legato anche alla mitologia; seguendo la cronologia delle vicende vale la pena ricordare gli eventi salienti: l’arrivo di Saturno con l’occupazione del Campidoglio, l’arrivo di Evandro e di Carmenta con l’occupazione del Palatino, l’arrivo di Ercole, l’episodio di Caco e l’occupazione del Foro Boario, l’arrivo infine di Enea.
[2] Franco Astolfi, Il tempio di Ercole al Foro Boario, Editorial Service System, Roma, 2002, pag. 8.
[3] F. Coarelli, Il Foro Boario. Dalle origini alla fine della Repubblica, Edizioni Quasar di Severino, Roma, 1988, pag. 414,415.
[4] Ibidem pag. 12.
[5] Ibidem pag. 24.
[6] Ibidem pag. 24.
[7] Calogero Bellanca, Antonio Munoz. La politica di tutela dei monumenti di Roma durante il Governatorato, L’Erma di Bretschneider, Roma, 2003, pag. 18.
[8] Nel 1906 viene trovato un accordo relativo alla transazione per l’incameramento dei beni delle case generalizie religiose di Roma[8].
[9] Ibidem, pag. 59.
[10] Ibidem, pag. 78.
[11] Ibidem, pag. 78.
[12] Ibidem, pag. 80.
[13] Ibidem, pag. 82.
[14] A. Munoz, Il Tempio della Fortuna Virile isolato e restaurato, in “Capitolium”, pag. 600.
[15] Ibidem pag. 601.
[16] Ibidem pag. 603,604.
[17] Ibidem pag. 605.
[18] Ibidem pag. 95.
[19] Ibidem pag. 93.
[20] L’Italia con Vittorio Emanuele, Fratelli Palombi, Roma, Pag. 8.
[21] Ibidem pag.9.
[22] Ibidem pag. 14.
[23] F. Cremonesi, in Capitolium, 1926, n.2, pag.73.
[24] Il Giornale d’Italia, Mercoledì 11 novembre 1925, pag. 2.
[25] Il Popolo d’Italia, 12 Novembre 1925, pag.2.







