Repubblica Romana 1849: nascita, costituzione e protagonisti

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La Repubblica romana del 1849

Il 9 febbraio del 1849 viene solennemente proclamata dal Campidoglio la Repubblica romana. Ha così inizio un’incredibile esperienza repubblicana che durerà fino al mese di luglio, quando sarà repressa nel sangue dall’esercito francese comandato dal generale Nicolas Charles Victor Oudinot.

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Roma senza papa

La fase repubblicana inaugurata a Roma nel febbraio del 1849 viene agevolata dall’improvvisa fuga di papa Pio IX a Gaeta, il quale non avrebbe mai potuto immaginare quali sarebbero stati gli esiti della sua decisione. Senza questo gesto estremo, e tuttavia comprensibile vista la gravità della situazione, difficilmente si sarebbe avuta tale esperienza rivoluzionaria, poiché l’omicidio del primo ministro Pellegrino Rossi nel novembre 1848 e le accese proteste di piazza dei giorni seguenti sono opera di pochi estremisti democratici e repubblicani, e queste azioni non rispecchiano assolutamente il reale sentimento di una popolazione abituata da secoli all’obbedienza assoluta.


Improvvisamente e inaspettatamente, dunque, si apre per i patrioti più accaniti la possibilità di una rivoluzione proprio nella città con meno credenziali per tali avvenimenti e in cui nessuno si sarebbe aspettato che ciò che stava per avere inizio si sarebbe mai verificato. Secondo Giuseppe Mazzini tutto ciò fa parte di un preciso disegno divino, tuttavia, il suo grande sogno di diffondere la rivolta in tutta la penisola e di dare vita ad una Costituente italiana fallisce sin dal principio .

Infranto il sogno di una rivoluzione democratica a livello nazionale, al patriota genovese e i suoi seguaci  non rimane altro che limitarla e sperimentarla a Roma e nei territori dell’ex Stato pontificio. Nella mente e nel desiderio di questi ultimi, tale fase rivoluzionaria non deve essere soltanto un’operazione  distaccata e circoscritta a poche persone, ma un movimento culturale, politico, sociale e morale che dovrebbe coinvolgere l’intera popolazione e tutte le varie classi sociali.

I tre governi di carattere provvisorio, che si succedono a Roma nei primi due mesi senza papa Pio IX svolgono una straordinaria azione politica, economica e sociale e, soprattutto per aver prodotto leggi altamente innovative, riescono nella grandiosa impresa di far avvicinare la popolazione alle nuove istituzioni. Per la prima volta in quel tumultuoso Quarantotto italiano, la spinta patriottica e indipendentista sembra accompagnata da un inizio di riforma sociale, non solo nelle città ma anche nelle campagne.

La Costituente del 5 febbraio 1849

La mattina del 5 febbraio, dopo una solenne cerimonia religiosa sul Campidoglio nella Chiesa dell’Ara Coeli, i deputati, in un clima di assoluta euforia, si recano al palazzo della Cancelleria dove viene inaugurata la Costituente. L’Assemblea è aperta da un solenne discorso del giurista Carlo Armellini, il quale dopo aver ricordato e ripercorso i vari eventi che si sono susseguiti nei mesi precedenti ed aver esaltato il lavoro svolto dalla Giunta di Stato e dalla commissione di governo, conclude il suo brillante intervento con queste parole:

“Il nostro popolo, primo in Italia che si è trovato libero, vi ha chiamati sul Campidoglio a inaugurare una nuova era alla patria, a sottrarla dal giogo interno e straniero, e ricostituirla in una nazione, a purificarla dalla gravità dell’antica tirannide e dalle recenti menzogne costituzionali. Voi sedete, o cittadini, fra i sepolcri di due grandi epoche. Dall’una parte vi stanno le rovine dell’Italia dei Cesari, dall’altra le rovine dell’Italia dei Papi; a voi tocca elevare un edifico che possa posare su quelle macerie , e l’opera della vita non sembri minore di quella della morte, e possa fiammeggiare degnamente, sul terreno ove dorme il fulmine dell’aquila romana e del Vaticano, la bandiera dell’Italia e del Popolo. Dopo ciò, noi inauguriamo i vostri immortali lavori sotto gli auspici di queste due santissime parole: Italia e Popolo”.

“Roma, Repubblica, venite”

L’8 febbraio ha inizio la seduta, durata ben quattordici ore, nella quale si discute animatamente sulla nuova forma di governo da dover assumere: sovranità papale o Repubblica? Viene subito presentato in aula il progetto di legge di un deputato bolognese, Quirico Filopanti, che si compone di cinque articoli: il primo decreta la decadenza del potere temporale dei Papi; il secondo concede al Pontefice, anche di accordo con le altre potenze cattoliche, sicure e stabili guarentigie per l’esercizio della sua podestà spirituale; il terzo proclama la Repubblica Romana; il quarto assicura il miglioramento morale e materiale di tutte le classi sociali; il quinto stabilisce, attraverso la Costituente italiana, le relazioni della Repubblica con gli altri membri della grande famiglia italica.

Su questo progetto si accende un aspro dibattito tra la maggioranza dei deputati, favorevole alla decadenza del potere temporale dei papi e alla proclamazione della Repubblica, e lo schieramento dei moderati, capeggiato da Terenzo Mamiani, il quale afferma che il popolo sovrano può ancora chiamare il papa a capo dello Stato, purché il potere effettivo sia in massima delegato al Parlamento e al ministero.


Ma oramai è finito il tempo della fazione dei moderati, i loro argomenti non convincono più, infatti queste proposte alternative del Mamiani sono  rifiutate dalla maggioranza. Si passa così alla votazione del progetto di legge del Filopanti che viene approvato, verso le due di notte, da 120 deputati. In quelle stesse ore, Goffredo Mameli, che è stato, nelle settimane precedenti, uno dei più attivi tra i numerosi giovani giunti in città, invia a Giuseppe Mazzini un biglietto rimasto memorabile ed indelebile nel quale vi sono scritte tre parole: “Roma, Repubblica, venite”.

La proclamazione della Repubblica romana del 1849

Quella del 9 febbraio 1849 è una giornata memorabile per i romani e per i tantissimi stranieri e giovani di altre regioni che si sono recati nell’Urbe per l’occasione. Ovunque si respira aria di grande festa che coinvolge quasi tutta la popolazione, sempre più delusa e amareggiata dal comportamento discutibile del papa fuggitivo.

Non ci sono segnali o manifestazioni, di alcun tipo, di nostalgia verso il vecchio sovrano ma soltanto giubili di felicità. A mezzogiorno, tra l’entusiasmo generale, viene letto dal Campidoglio il decreto fondamentale della  Repubblica, ridotto dagli originari cinque ai seguenti quattro articoli:

Art. 1. Il Papato è decaduto di fatto e di diritto dal governo temporale dello Stato romano.


Art. 2. Il Pontefice romano avrà tutte le guarentigie necessarie per la indipendenza nell’esercizio della sua potestà spirituale.

Art. 3. La forma del governo dello Stato romano sarà la democrazia pura, e prenderà il glorioso nome di Repubblica Romana.

Art. 4. La repubblica Romana avrà col resto d’Italia le relazioni che esige la nazionalità comune.

Inoltre i ministri del nuovo governo repubblicano emettono il seguente proclama:

“Romani! Un grande atto è compiuto. Riunita l’Assemblea nazionale dè vostri legittimi rappresentanti, riconosciuta la sovranità del popolo, la sola forma di Governo che a noi conveniva era quella che rese grandi e gloriosi i padri nostri. Così decretò l’Assemblea, e la Repubblica Romana fu proclamata oggi dal Campidoglio. Ogni cittadino, che non sia nemico della Patria, deve dare una pronta e leale adesione a questo Governo, che nato dal voto libero e universale dei rappresentanti della Nazione, seguirà le vie dell’ordine e della giustizia. Dopo tanti secoli, noi torniamo ad avere Patria e libertà; mostriamoci degni del dono che Dio c’inviava, e la Romana Repubblica sarà eterna e felice”.

La vita della Repubblica romana

Un clima di entusiasmo pervade le prime settimane della Repubblica romana ed è testimoniato da una lettera scritta da Giuseppe Garibaldi proprio in quei giorni: ”Tutto va bene; del Papa non si parla come fosse morto da 100 anni; pare che la Repubblica sia sempre esistita. Questa è la prova definitiva che il Popolo Italiano è essenzialmente Repubblicano”.

L’Assemblea e un decemvirato, nominato il 10 febbraio, affrontano immediatamente molte questioni delicate tra cui la struttura repubblicana dello Stato, la sua laicizzazione e democratizzazione, l’affermazione di fondamentali diritti civili, la crisi finanziaria, l’abbattimento dell’economia di tipo feudale ancora prevalente.

La sera del 5 marzo, dopo tre lunghi giorni di viaggio, Giuseppe Mazzini giunge a Roma stanco e amareggiato dopo le ultime delusioni avute in Toscana. Nelle settimane precedenti infatti, si è impegnato nel governo provvisorio instauratosi a Firenze cercando inutilmente di convincere i fiorentini a unificarsi a Roma per creare, nell’Italia centrale, una grande area libera e repubblicana. Falliti questi tentativi Mazzini accoglie l’invito dei deputati romani e raggiunge la città eterna; si presenta finalmente per lui, dopo anni di vita raminga e da esiliato, un palcoscenico degno della sua persona e del suo costante impegno politico per l’Italia. Qualche anno prima di morire, così ricorda quelle ore memorabili:

”Roma era il sogno dè miei giovani anni…e v’entrai la sera, a piedi, sui primi del marzo, trepido e quasi adorando. Io aveva viaggiato alla volta della sacra città coll’anima triste sino alla morte per la disfatta in Lombardia, per le nuove delusioni incontrate in Toscana….E non di meno trasalii, varcando Porta del Popolo, d’una scossa quasi elettrica, d’un getto di nuova vita”.

Il 6 marzo il leader democratico inaugura la sua nuova esperienza parlamentare, pronunciando il suo primo discorso durante la sessione dell’assemblea costituente che lo accoglie con gioia ed entusiasmo. Parla poco, si limita ad esporre il suo pensiero sul fatto che Roma è destinata ad una terza vita dopo quella degli imperatori e dei papi e fa capire che molto probabilmente, molto presto, la repubblica sarà costretta a combattere contro l’Austria. Da quel momento egli diviene il leader assoluto dell’assemblea, la quale è ormai sotto il dominio, non solo di quest’uomo carismatico, ma anche della sua fede incrollabile che professa già da diversi anni. Nei suoi successivi interventi parlamentari, il profeta si sofferma a spiegare come la Repubblica, osservata speciale di tutta Europa, deve smentire tutte le calunnie che si dicono sul suo conto, ovvero che essa sia governata solo da anarchici e faziosi.

Attraverso il quotidiano e martellante processo di politicizzazione, animato dai dibattiti all’interno dei circoli popolari, la Repubblica riesce nella grande impresa di risvegliare la cittadinanza romana da un lungo letargo, durato secoli, fatto di accondiscendenza, vassallaggio e sudditanza. La gente, finalmente, risponde in maniera convincente agli appelli delle autorità governative, partecipando attivamente alla vita della Repubblica; un ruolo di primo piano assume all’interno della cittadinanza il capopopolo Angelo Brunetti, ricordato con il soprannome di Ciceruacchio.

Il triunvirato della Repubblica romana 1849: Mazzini, Saffi e Armellini

Alla fine del mese si diffonde in città la notizia della sconfitta dell’esercito piemontese contro gli austriaci che provoca sgomento e delusione nella popolazione poiché una vittoria così rapida da parte dell’Austria non fa presagire niente di buono per la sopravvivenza della repubblica, oramai rimasta sola nella guerra contro lo straniero. Vista la situazione critica e delicata, l’assemblea costituente romana si riunisce e approva il seguente decreto con il quale si apre una nuova e fondamentale fase nella vita della Repubblica: ”Il Comitato Esecutivo è sciolto. E’ istituito un triumvirato cui si affida il Governo della Repubblica. Al medesimo sono conferiti poteri illimitati per la guerra dell’Indipendenza, e la salvezza delle Repubblica”. I triumviri eletti sono: Mazzini con 132 voti, Aurelio Saffi con 125, e Carlo Armellini con 93. Il patriota genovese vede, così, esaudita la sua richiesta di un rafforzamento dell’esecutivo che va predicando già da qualche tempo e del Triumvirato egli diventa sin da subito l’anima e la mente, sovrastando nella statura morale e intellettuale, nel prestigio e nell’autorevolezza, i suoi colleghi.

A rovinare i primi giorni del triumvirato ci pensano i funesti avvenimenti che si verificano nelle altre zone della penisola, dove i tre focolai, in cui ancora è accesa una fiamma rivoluzionaria, ovvero la Sicilia, Genova e la Toscana, si spengono uno dopo l’altro per ragioni diverse. Nonostante ciò il Triumvirato inizia da subito a lavorare intensamente giorno e notte, legiferando liberamente, ma avvertendo ed informando sempre la Costituente con la quale si instaura un rapporto di reciproca fiducia e rispetto.

Armellini si occupa per lo più di questioni amministrative, giuridiche ed economiche-finanziarie, tuttavia l’ascendente e il particolare carisma da profeta di Mazzini, fanno di quest’ultimo il capo assoluto ed incontrastato del triumvirato. In questa che sarà la sua prima e ultima esperienza attiva in un  governo, egli si impegna fino allo stremo delle sue forze, invecchiando prima del tempo e dando prova di moderazione ed insospettate capacità amministrative. Questa specie di dittatura “sui generis” funziona per il fatto che i suoi due colleghi riconoscono la sua superiorità carismatica e diventano per lui collaboratori stretti e fidati, aiutandolo nel portare  a compimento il programma governativo. La maggior parte della popolazione, inoltre, venera quest’uomo come un santo, il fondatore di una nuova religione e anche come un eroe nazionale e un leader affidabile.

La difesa della Repubblica romana del 1849

Con il passare delle settimane il pericolo di un attacco verso la Repubblica si fa sempre più concreto: nel mese di aprile infatti il governo francese invia nel Lazio un contingente militare guidato dal generale Nicolas Charles Victor Oudinot. A quel punto per organizzare l’esercito il triunvirato si affida all’esperienza di diverse personalità protagoniste del Risorgimento tra cui i generali Giuseppe Garibaldi, Giuseppe Avezzana e Carlo Pisacane.

Dopo lo sbarco dei soldati francesi a Civitavecchia e il fallimento di qualsiasi trattativa tra il generale Oudinot e il governo romano si arriva allo scontro armato e per la difesa della Repubblica arrivano in città giovani volontari da tutta Italia. Le truppe francesi assediano Roma e nella notte tra il 2 e il 3 giugno cominciano la loro offensiva e occupano Villa Pamphili, Villa Corsini e altre posizioni. Il colle del Gianicolo è l’obbiettivo principale dell’attacco perché esso rappresenta la posizione più strategica e solida, e oltre ad essere facilmente difendibile, permetterebbe di dominare la città dall’alto, rendendone difficile una resistenza popolare all’interno. Ha inizio una domenica di sangue e di morte, sicuramente una delle giornate più intense ed eroiche nella storia dell’indipendenza italiana.

L’esercito romano, per rimediare ai gravissimi risultati dell’attacco a sorpresa, contrattacca sin da subito e per tutta la giornata, cercando di recuperare le posizioni perdute. A mezzogiorno la situazione sembra riequilibrata rispetto alle prime ore del mattino, ma mancano riserve sufficienti per consolidare le posizioni provvisoriamente riconquistate e i francesi come numero sono di gran lunga superiori, come sarà annotato successivamente da Garibaldi: “La superiorità del nemico era troppo forte, e forze imponenti fresche alternandosi successivamente facevano inutili gli sforzi eroici dei nostri“.

Il combattimento dura fino a tarda sera e l’ultimo ed estremo attacco dei bersaglieri di Luciano Manara, non riusce a cacciare i francesi da Villa Corsini. Altissimo è il numero dei caduti nell’esercito romano, soprattutto di ufficiali. Nella notte del 10 giugno Garibaldi tenta una sortita per capovolgere la situazione ma gli uomini di Oudinot non si fanno trovare impreparati e il 13 iniziano il bombardamento della città, che diviene sempre più intenso nei giorni successivi. I cannoni colpiscono qualsiasi punto di Roma, senza risparmiare niente e nessuno, e la popolazione romana sopporta con serena rassegnazione questo continuo lancio di bombe. Le cannonate provocano molte crepe nelle mura di difesa e nella notte tra il 21 e il 22 giugno, i francesi conquistano terreno costringendo l’esercito romano a ritirarsi su una seconda linea difensiva.

Questi sono, molto probabilmente, i momenti di maggiore sconforto di tutta la vicenda repubblicana; nel gruppo dirigente e militare si fanno strada i dubbi e le incertezze, e anche alcune divisioni. Nonostante ciò la seconda linea di difesa improvvisata da Garibaldi e Luciano Manara regge incredibilmente ed inaspettatamente per qualche giorno, impressionando lo stesso esercito francese che non si aspetta una resistenza così accanita. L’attacco definitivo viene sferrato dagli assedianti la notte del 30 giugno e fin da subito si svolge una lotta corpo a corpo violenta e sanguinosissima tra i soldati, durante la quale, a metà mattinata, perde la vita anche il comandante dei bersaglieri Luciano Manara che solo pochi giorni prima scrive:

”Noi dobbiamo morire per chiudere con serenità il quarantotto. Affinché il nostro esempio sia efficace, noi dobbiamo morire”.               

La repubblica romana del 1849

La Costituzione della Repubblica romana del 1849

Mentre la Repubblica sta per cessare la sua esistenza, la sua Costituzione sta per nascere: il 2 luglio infatti l’Assemblea l’approva all’unanimità dopo settimane di dibattito durante le sedute tenutesi in Campidoglio sotto i bombardamenti francesi. La nuova costituzione non è un testo scritto di fretta, ma un documento meditato, moderno e altamente innovativo; è il risultato del lavoro intenso svolto da una specifica commissione durante i cinque mesi di vita della Repubblica. Nonostante vi sia tra gli addetti ai lavori la consapevolezza che tale carta costituzionale non entrerà mai in vigore, le discussioni sui singoli articoli e principi sono lunghe e appassionate, specialmente nella seconda metà di giugno.

La Costituzione è la più avanzata in senso democratico di tutte quelle redatte fino a quel momento e in essa vi sono presenti  temi molto cari a Mazzini come ad esempio: i concetti di sovranità popolare, uguaglianza, libertà, fraternità, impegno di carattere sociale. Essa si compone di otto principi fondamentali e sessantanove articoli.

I principi fondamentali della Costituzione del 1849

  1. La sovranità è per diritto eterno nel popolo. Il popolo dello Stato Romano è costituito in repubblica democratica.
  2. Il regime democratico ha per regola l’eguaglianza, la libertà, la fraternità. Non riconosce titoli di nobiltà, né privilegi di nascita o casta.
  3. . La Repubblica colle leggi e colle istituzioni promuove il miglioramento delle condizioni morali e materiali di tutti i cittadini.
  4. La Repubblica riguarda tutti i popoli come fratelli: rispetta ogni nazionalità: propugna l’italiana.
  5. I Municipi hanno tutti eguali diritti: la loro dipendenza non è limitata che dalle leggi di utilità generale dello Stato.
  6. La più equa distribuzione possibile degli interessi locali, in armonia coll’interesse politico dello Stato è la norma del riparto territoriale della Repubblica.
  7. Dalla credenza religiosa non dipende l’esercizio dei diritti civili e politici.
  8. Il Capo della Chiesa Cattolica avrà dalla Repubblica tutte le guarentigie necessarie per l’esercizio indipendente del potere spirituale.

Il pomeriggio del 2 luglio, Garibaldi raduna in piazza San Pietro gli ultimi superstiti della sua legione e tutti coloro che vogliono seguirlo nell’ardua impresa di marciare fuori Roma e andare in soccorso della repubblica di Venezia che ancora resiste agli austriaci. Ai suoi uomini il generale dice chiaramente di non poter promettere nulla, eccetto fame, sete, fatiche, combattimenti e morte. Insieme a questo piccolo esercito di seguaci volenterosi, lascia la città anche il capopopolo Ciceruacchio con i suoi due figli.

Tra i presenti è assente uno dei grandi protagonisti della Repubblica romana del 1849: Goffredo Mameli. Il giovane patriota genovese viene ferito alla gamba il 3 giugno durante la battaglia del Gianicolo, mentre a capo di un reparto di uomini, sta tentando un assalto per riconquistare le posizioni perdute. Dopo l’amputazione della gamba le condizioni di Mameli peggiorano sensibilmente; dilaniato dalla cancrena il ragazzo spira la mattina del 6 luglio all’età di ventuno anni.

L’epilogo della parentesi Repubblicana si materializza la mattina del 4 luglio, quando in Campidoglio viene solennemente proclamata la Costituzione, mentre le prime truppe di Oudinot fanno il loro ingresso in città. La lettura dei singoli articoli, fatta a voce alta dal presidente dell’Assemblea Giuseppe Galletti, si svolge in un clima funebre e di assoluto silenzio. Qualche ora dopo l’esercito francese è accolto con freddezza e ostilità dalla popolazione. Il giorno dopo, prima di essere sciolta con la forza, l’Assemblea pubblica la seguente protesta firmata da 101 deputati:

“In nome di Dio e del Popolo degli Stati romani, che liberamente con suffragio universale ha eletto i suoi rappresentanti, in conformità ancora dell’articolo quinto della Costituzione francese, l’Assemblea Costituente romana protesta in faccia all’Italia, in faccia alla Francia, in faccia al mondo incivilito, contro la violenta invasione della sua sede, operata dalle armi francesi alle ore sette pomeridiane del giorno 4 luglio 1849.”

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