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Renzo De Felice: il coraggio intellettuale di uno storico
Nessuno storico ha inciso sullo studio del fascismo italiano quanto Renzo De Felice. Attraverso un lavoro di ricerca durato oltre quarant’anni, fondato sull’esplorazione sistematica delle fonti archivistiche, egli ridefinisce problemi, categorie interpretative e metodi di indagine, aprendo un confronto storiografico che continua ancora oggi. Fino agli anni Settanta, gran parte della storiografia italiana interpreta il fascismo prevalentemente come una parentesi autoritaria sostenuta dalla violenza e dalla repressione, De Felice non nega questa dimensione, ma ritiene che da sola non basti a spiegare la natura, la durata e il radicamento del regime nella società italiana.
Il suo approccio si distingue per l’ampio ricorso alla documentazione archivistica e per l’attenzione alle dinamiche politiche e sociali che caratterizzano l’Italia tra le due guerre e, attraverso le sue ricerche, introduce nel dibattito pubblico e accademico questioni fino ad allora marginali, come il problema del consenso e la distinzione tra fascismo-movimento e fascismo-regime. Le sue interpretazioni suscitano un confronto intenso che travalica i confini della storiografia e investe il mondo politico e culturale, facendo sì che a distanza di decenni, il dibattito rimanga aperto, continuando ad alimentare riflessioni e controversie, confermando il ruolo centrale di De Felice nel rinnovamento degli studi sul fascismo.
Lo storico e la formazione culturale
Renzo De Felice nasce a Rieti nel 1929 e si forma culturalmente negli anni successivi alla caduta del fascismo e alla fine della guerra. Durante la giovinezza aderisce inizialmente al Partito Comunista Italiano, condividendo l’orientamento antifascista, dominante nel panorama culturale italiano del dopoguerra. Allievo di Federico Chabord e successivamente di Delio Cantimori, insegna presso l’Università di Salerno e poi di Roma ed è in questo ambiente che apprende il valore assoluto della ricerca filologica che gli consente di avviare le sue prime ricerche sul Settecento, sulla Rivoluzione francese e sul giacobinismo italiano passando sotto la lente di ingrandimento le correnti più radicali.
La crisi del 1956, con la repressione sovietica della rivoluzione ungherese, segna il suo progressivo distacco dal marxismo cui segue la maturazione di un metodo di ricerca più indipendente dalle appartenenze politiche. Insieme a molti altri esponenti della cultura italiana, i firmatari del Manifesto dei 101, protesta contro l’allineamento del PCI alle direttive di Mosca e chiude definitivamente con il partito.
Nel corso della sua carriera universitaria, libero ormai da qualsiasi vincolo ideologico e di appartenenza partitica, De felice si specializza nello studio del fascismo italiano, ambito nel quale diventa rapidamente uno degli studiosi più autorevoli. La sua opera principale è la vasta biografia di Benito Mussolini, pubblicata in numerosi volumi tra il 1965 e il 1997, un lavoro che non rappresenta soltanto una ricostruzione della vita del dittatore, ma costituisce anche un’analisi approfondita della società italiana, delle istituzioni del regime e delle trasformazioni politiche del Novecento.
La produzione storiografica è tenuta viva dalla sua attiva partecipazione al dibattito culturale italiano, attraverso la composizione di saggi e articoli che contribuiscono a diffondere presso un pubblico più ampio le sue interpretazioni sul fascismo, tenendo viva la discussione che vede coinvolti non solo gli storici, ma anche giornalisti, intellettuali e politici.
La storiografia sul fascismo prima degli studi di Renzo De Felice
Per comprendere la portata innovativa degli studi di De Felice è necessario richiamare sinteticamente le principali interpretazioni del fascismo diffuse nella storiografia italiana del dopoguerra. Lo storico le considera utili, ma incapaci, se considerate singolarmente, di cogliere la complessità del fenomeno fascista.
Nella tradizione liberale, Benedetto Croce interpreta il fascismo alla stregua di “patologia morale”, una sorta di “ebbrezza”, generata dall’esperienza traumatica della guerra e, manifestazione di una più ampia crisi della coscienza civile che attraversa l’Europa nel primo dopoguerra. Il regime appare come il prodotto di uno smarrimento politico e culturale piuttosto che l’esito di precise dinamiche sociali.
Differente è la lettura offerta dalla tradizione democratico-radicale, rappresentata da Piero Gobetti, Gaetano Salvemini e Carlo Rosselli, secondo i quali il fascismo affonda le proprie radici nelle debolezze strutturali dello Stato italiano, nel ritardo del processo di modernizzazione e nell’incapacità delle classi dirigenti di consolidare un’autentica democrazia liberale.
Infine, la tradizione marxista, interpreta il fascismo come una risposta delle classi dominanti all’ascesa del movimento operaio. Autori come Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti lo definiscono una forma di controrivoluzione preventiva, funzionale alla difesa dell’ordine capitalistico, attraverso il contenimento delle rivendicazioni socialiste e comuniste.
Pur riconoscendo il valore interpretativo di tali letture, De Felice sostiene che nessuna di esse riesce a rendere conto in modo esaustivo della complessità del fascismo italiano. Da questa insoddisfazione metodologica prende avvio il suo progetto storiografico, volto a indagare il regime come fenomeno storico autonomo, da comprendere attraverso l’analisi delle fonti e non mediante categorie politiche predefinite.
Il fascismo come problema storico
L’ampiezza, il rigore metodologico e la grande ricchezza di analisi presenti negli studi di Renzo De Felice sul fascismo rendono le sue opere un punto di riferimento essenziale e uno strumento indispensabile per il lavoro degli storici. L’aspetto più innovativo del suo criterio di indagine riguarda l’interpretazione del fascismo come fenomeno storico complesso e, pur senza negare il carattere autoritario del regime, ne propone una lettura molto più articolata attraverso l’approfondimento del fondamentale concetto di distinzione tra “fascismo movimento” e “fascismo regime”, tema trattato nella storiografia in Francia, Inghilterra, Germania, Stati Uniti, ma mai considerato dalla storiografia italiana.
Nel saggio Intervista sul fascismo, pubblicato nel 1975 sotto forma di dialogo tra De Felice e lo storico americano Michael Ledeen, emerge con chiarezza l’elemento di rottura che, secondo De Felice, distingue il fascismo dai tradizionali regimi reazionari. Attraverso la definizione di due categorie concettuali destinate ad avere ampia fortuna storiografica, quelle di fascismo-movimento, e fascismo-regime, lo storico chiarisce la genealogia del fascismo delle origini, collegandola, in modo per molti paradossale, all’eredità della tradizione rivoluzionaria occidentale.
Egli si distanzia pertanto dall’interpretazione marxista che riduce il fascismo a una semplice reazione delle classi dominanti in difesa dell’ordine capitalistico. Come afferma lo stesso De Felice, “Il fascismo-movimento (…) tende a creare qualcosa di nuovo, tende a mobilitare le masse, a creare un nuovo tipo di uomo. Sotto questo aspetto la matrice del fascismo-movimento è una matrice culturale che ha evidenti nessi con la tradizione illuministica, con la Rivoluzione francese”.
De Felice attribuisce al fascismo delle origini una carica dinamica e modernizzatrice, fondata sulla mobilitazione delle masse anziché sulla loro passivizzazione, distinguendolo così nettamente dal franchismo e dagli altri regimi autoritari di matrice conservatrice. Secondo lo storico, il fascismo non nasce regime, ma lo diventa attraverso un graduale processo di trasformazione. La categoria di fascismo-regime, gli consente pertanto di interpretare l’evoluzione storica e di analizzare le profonde trasformazioni che caratterizzano il regime nel corso degli anni Venti e Trenta.
Un altro snodo importante della riflessione De feliciana che, sposta l’asse storiografico di orientamento temporale e antropologico, aprendo la strada alla storicizzazione comparata dei totalitarismi, riguarda il rifiuto di ingabbiare il fascismo italiano nelle generica definizione di “fascismo europeo” che fa dei totalitarismi un blocco unico, esponendolo alla conseguente assimilazione del modello del Terzo Reich: “La distinzione fondamentale è che il nazismo è un movimento che guarda al passato, il fascismo guarda al futuro. (…) Per il nazismo l’utopia è una restaurazione, la riconquista di una purezza perduta, per il fascismo l’utopia è la creazione di qualcosa che non è mai esistito: “l’Uomo Nuovo”.
La rottura metodologica diventa definitiva in uno dei passaggi ritenuti tra i più controversi del saggio defeliciano in cui l’ottica storiografica che lo accusa di volere ridimensionare le responsabilità storiche del regime, si scontra con le dinamiche legate al tema del consenso. Secondo De Felice, il regime fascista non si può spiegare solo con la forza, non è il prodotto di una coercizione poliziesca, ma un fenomeno di identificazione di massa sollecitata da diversi fattori legati alla stabilizzazione politica dopo il caos del primo dopoguerra, alle politiche sociali e alla capacità del regime di presentarsi come forza moderna e dinamica.
La tesi innovativa, contenuta nel volume Mussolini il Duce: gli anni del consenso (1929 – 1936), investe una delle questioni più sensibili della memoria storica italiana, toccandone un nervo scoperto e, basandosi su una vasta mole di fonti, dimostra che tra il 1929, anno dei Patti Lateranensi e il 1936, segnato dall’entusiasmo per la conquista dell’Etiopia, il regime può contare su un consenso vasto e autentico e largamente condiviso dalla popolazione. Le conclusioni di De Felice mettono in discussione l’immagine di un’Italia sostanzialmente estranea all’esperienza fascista e costringono a interrogarsi sul grado di adesione che il regime riuscì a ottenere nella società italiana.
Il rifiuto dell’uso politico della storia
“Il fascismo è ormai un fenomeno storico concluso, appartiene al passato. Continuare a considerarlo un pericolo attuale, o usarlo come clava ideologica per squalificare gli avversari politici del presente, significa fare della politica e, soprattutto, della pessima storia.”
L’impostazione metodologica di De Felice muove dall’idea che il compito dello storico sia comprendere e non giudicare, affrontando i fenomeni con distacco critico e rigorosa attenzione alla documentazione disponibile. L’analisi di documenti politici, di corrispondenze private, di atti amministrativi e materiali propagandistici risponde alla precisa esigenza di ricostruire il fascismo nella sua concreta complessità, sottraendolo a una narrazione storiografica impregnata di ideologia e incline a trasformare la storia in un tribunale.
Attraverso la frequentazione quotidiana dell’Archivio Centrale dello Stato, De Felice intraprende una titanica opera di scavo documentario, applicando il principio del “dubbio metodologico”, una formula solo apparentemente semplice che mette in discussione interpretazioni consolidate e contribuisce a rinnovare profondamente gli schemi di interpretazione storiografica. In particola, l’approccio cui si ispira lo storico De Felice che rifiuta le categorie a priori, richiama il concetto weberiano di “neutralità avalutativa”, secondo cui lo studioso, impegnato in una ricerca scientifica, deve evitare che l’analisi sia influenzata dai propri giudizi morali, politici e religiosi.
Lo storico deve essenzialmente capire senza giustificare, analizzando cause, motivazioni, contesto e consenso, la giustificazione con approvazione morale attiene invece alla sfera etica e politica, ma la difesa intransigente del fondamento teorico di De Felice contrasta con la tendenza della politica contemporanea di avvalersi del passato in chiave strumentale. Negli anni Settanta, l’antifascismo militante, pur avendo avuto un valore fondativo sul piano costituzionale, si trasforma in una gabbia concettuale che impedisce la corretta comprensione scientifica del Ventennio, cristallizzando la ricerca in formule dogmatiche e anacronistiche.
Le opere di Renzo De Felice
- Mussolini e la storia d’Italia
L’espressione massima del metodo di De felice assume una dimensione concreta nella celebre biografia di Benito Mussolini, articolata in otto imponenti volumi, edita da Einaudi, prende forma nel 1965 con il volume Mussolini il rivoluzionario (1883-1920) e, interrotta solo dalla morte dello storico nel 1996, lasciando incompiuto l’ultimo tomo.
La biografia del Duce, non si limita a ricostruire il percorso personale di un dittatore, ma nell’interpretazione di De Felice, la vicenda di Benito Mussolini diventa una chiave di lettura privilegiata per comprendere la società italiana del tempo, con le sue fragilità, le trasformazioni economiche e sociali, le aspirazioni collettive e le contraddizioni che la attraversano.
Un’attenta analisi delle fonti permette allo storico di decostruire l’immagine del leader infallibile, restituendo il ritratto di un Mussolini spesso incerto nelle scelte, abile tattico ma privo di un disegno strategico coerente nel lungo termine e, continuamente impegnato a bilanciare interessi e orientamenti differenti presenti all’interno dello stesso partito fascista.
- Gli intellettuali e il regime
De Felice approfondisce uno dei nuclei centrali della sua interpretazione del regime nella raccolta di saggi Intellettuali di fronte al fascismo, collana de I fatti per la storia da lui stesso diretta, nella quale, approfondendo il rapporto tra fascismo e mondo della cultura analizzandone le sue diverse forme. Attraverso l’analisi di figure quali Giuseppe Prezzolini, Guido De Ruggiero e Piero Gobetti, lo storico mette in discussione la tradizionale contrapposizione tra intellettuali antifascisti e fascisti, evidenziando invece la pluralità di atteggiamenti assunti nei confronti del regime in una varietà di posizioni assunte dagli uomini di cultura, dall’adesione convinta all’opposizione, fino a un’ampia area intermedia di atteggiamenti non riconducibili ad una scelta netta tra fascismo e antifascismo.
Il fascismo, pertanto, non appare soltanto come sistema repressivo, ma anche come un sistema che cerca di costruire consenso e legittimazione negli ambienti culturali. Il testo costituisce una significativa declinazione della più ampia interpretazione defeliciana dei rapporti tra regime e società, entro, fuori o contro il fascismo e contribuisce ad alimentare il dibattito storiografico sulla natura di questi rapporti e, di come in quegli anni il regime riesce a far gravitare intorno a sé una parte significativa dell’intellettualità italiana. De felice insiste sulla necessità di analizzare i singoli percorsi biografici e politici senza ricorrere a schemi interpretativi rigidi, collocando le scelte degli intellettuali nel contesto storico in cui maturano.
- Storie, memorie e ideologie
Una sintesi matura delle riflessioni sviluppate nel corso della sua attività di studioso si ritrova ne Il rosso e il nero. In questo saggio, pubblicato negli anni successivi alla fine della Guerra fredda, De Felice torna sui temi che hanno attraversato l’intero Novecento italiano, spaziando dal rapporto tra fascismo e comunismo, alla memoria dell’antifascismo, al ruolo delle ideologie e il difficile rapporto tra storia e politica. Il volume assume così il valore di un bilancio intellettuale nel quale lo storico ribadisce la necessità di affrontare il passato senza finalità apologetiche o militanti, riaffermando il primato dell’indagine storica sulle contrapposizioni ideologiche.

Il dibattito sul revisionismo
Fin dagli anni Settanta, le tesi di De Felice suscitano un acceso dibattito nel mondo culturale italiano.Numerosi intellettuali e storici, sensibili alla tradizione antifascista, lo accusano di revisionismo, espressione utilizzata per precisare una reinterpretazione del fascismo ritenuta giustificazionista e troppo indulgente nei confronti del regime. Il dibattito storiografico nasce dallo scontro tra due impostazioni interpretative, da un lato gli storici vicini all’impostazione di De Felice, tra cui Giovanni Sabbatucci e, in parte, Emilio Gentile, pur con significative differenze, dall’altro gli storici di orientamento antifascista e marxista che difendono l’interpretazione tradizionale del fascismo come fenomeno prevalentemente reazionario e imposto dall’alto.
Tra i principali critici delle interpretazioni di De felice figurano Nicola Tranfaglia, tra i più espliciti oppositori del cosiddetto revisionismo defeliciano, Paolo Spriano e Norberto Bobbio, autore di importanti riflessioni teoriche sulla democrazia e autorevole voce critica sul piano culturale e politico. A essi si affiancano, seppur con posizioni differenti, altri studiosi legati alla tradizione marxista e comunista italiana, influenzati dalla lettura di Antonio Gramsci e dalla storiografia del Partito Comunista Italiano. Le loro obiezioni si concentrano sul metodo e sul modello interpretativo adottati da De Felice, accusato di spostare l’attenzione dall’analisi delle forme di repressione e di dominio del regime, allo studio dei processi di integrazione politica e di nazionalizzazione delle masse.
In questo dibattito, Claudio Pavone, attribuisce particolare rilievo alla dimensione etica dell’antifascismo e al ruolo della Resistenza nella costruzione della democrazia italiana. In realtà, De Felice, non mette mai in discussione il carattere autoritario e dittatoriale del fascismo, né tenta di attenuare le responsabilità del regime nella soppressione delle libertà democratiche, egli critica, tuttavia, la tendenza a trasformare la storia del fascismo in una semplice narrazione morale fondata esclusivamente sulla condanna politica. A suo giudizio, la ricerca storica deve esaminare il fascismo nelle sue molteplici dimensioni politiche, sociali e culturali, evitando letture schematiche.
De Felice: l’intellettuale sotto assedio
In un contesto segnato dalla forte polarizzazione ideologica degli anni di piombo, l’intensità della polemica non rimane confinata all’ambito storiografico e De Felice diviene oggetto di una persistente campagna di contestazione da parte di settori della sinistra politica e culturale che, interpretano le sue ricerche sul fascismo come un tentativo di ridimensionare il significato storico dell’antifascismo. Le sue conferenze e le lezioni universitarie sono talvolta contestate, mentre parte della critica tende a delegittimarlo sul piano politico prima ancora che scientifico, creando un clima di ostilità che lo accompagna per molti anni e che ha una drammatica manifestazione nella notte del febbraio 1996, quando due bombe molotov vengono lanciate contro la sua abitazione romana.
Le polemiche suscitate dalle tesi di De Felice trovano ampio eco sulla stampa quotidiana che contribuisce a trasformare questioni inizialmente accademiche in un caso di forte risonanza pubblica, ma la ricezione dell’opera di De Felice è segnata da una sorta di paradosso perché se una parte della cultura antifascista lo accusa di revisionismo, alcuni ambienti della destra tentano invece di farne un punto di riferimento per una rilettura meno negativa del fascismo.
In realtà lo storico rifiuta entrambe le impostazioni in quanto da un alto contesta le interpretazioni ridotte a una condanna morale del regime, dall’altro non mette mai in discussione le responsabilità del regime. La distanza dalle letture militanti spiega perché De Felice rimanga una figura difficilmente assimilabile a qualsiasi appartenenza politica. Contestato da una parte della sinistra e spesso frainteso da una parte della destra, rivendica sempre il primato della ricerca storica sulle identità ideologiche.
L’eredità storiografica di De Felice
L’influenza di De Felice sulla storiografa contemporanea si manifesta soprattutto nella ridefinizione delle questioni poste allo studio del fascismo che spaziano dall’attenzione ai processi di mobilitazione politica, alle forme di partecipazione collettiva e alla pluralità delle esperienze maturate all’interno del regime contribuisce ad ampliare il campo della ricerca e ad aprire nuove prospettive interpretative sul fenomeno totalitario.
La sua eredità storiografica si manifesta anche nella formazione di una vera e propria scuola di studiosi che sviluppano e approfondiscono molte delle sue intuizioni e tra i suoi allievi e collaboratori più noti figurano Emilio Gentile, Giuseppe Parlato, Francesco Perfetti e Giovanni Sabbatucci, molti dei quali gravitano attorno alla rivista Nuova Storia Contemporanea. Grazie al loro lavoro, numerosi temi introdotti da De Felice continuano a occupare un posto centrale nel dibattito sul fascismo e sulla storia dell’Italia contemporanea.
Pur tra valutazioni differenti, gran parte della storiografia riconosce oggi l’importanza del contributo offerto da De Felice al rinnovamento degli studi sul Novecento italiano e le critiche che gli sono state rivolte non ne hanno tuttavia ridimensionato l’importanza storiografica. Pur contestando alcune sue interpretazioni e segnalando lacune nella trattazione di temi come la politica militare, il colonialismo, la politica estera e il rapporto tra fascismo e persecuzione degli ebrei, gran parte della comunità accademica riconosce il ruolo decisivo svolto dallo storico nel rinnovamento degli studi sul fascismo.
Il dibattito suscitato dalle sue opere continua ancora oggi e costituisce una testimonianza della profonda influenza esercitata dal suo lavoro sulla storiografia contemporanea. La sua opera continua, inoltre, a costituire un punto di riferimento nelle discussioni pubbliche sulla memoria nazionale, sul significato dell’antifascismo e sul rapporto degli italiani con il proprio passato. L’eredità di De Felice non consiste soltanto nelle interpretazioni che propone, ma soprattutto nel contributo dato alla riaffermazione del valore della ricerca storica come strumento di conoscenza critica, capace di sottrarre il passato alle semplificazioni ideologiche e alle esigenze della contingenza storica.
Renzo De Felice muore a Roma nel 1996, lasciando incompiuta la biografia di Mussolini, ma consegnando alla storiografia italiana una delle opere più vaste e influenti dedicate al Novecento. Al di là delle polemiche che hanno accompagnato il suo lavoro, il suo contributo fondamentale è sato quello di modificare permanentemente il modo di studiare il fascismo, imponendo il confronto con questioni fino ad allora marginali e riaffermando il primato della ricerca documentaria sulle letture ideologiche. La sua eredità non risiede tanto nell’infallibilità delle singole interpretazioni, quanto nell’aver dimostrato che anche i temi più controversi della storia nazionale possono essere affrontati con rigore scientifico, autonomia critica e rispetto delle fonti.
PER APPROFONDIRE:
- R. De Felice, Mussolini il duce. Vol. 1: Gli anni del consenso (1929-1936), Einaudi, Torino, 1974.
- R. De Felice, Intervista sul fascismo, a cura di M. Ledeen, Laterza, Roma-Bari, 1975.
- P. Bordenave, Renzo De Felice: il lungo viaggio verso la verità storica, Controcorrente, 2010
- R. De Felice, (1965). Mussolini il rivoluzionario 1883-1920. Einaudi.
- R. De Felice, (1975). Intervista sul fascismo. Laterza.
- R. De Felice, (1995). Rosso e nero. Baldini & Castoldi.
- E. Gentile, (2002). Fascismo. Storia e interpretazione. Laterza.
- C. Pavone, (1991). Una guerra civile. Bollati Boringhieri.
- Baris T. e Gagliardi A., Le controversie sul fascismo degli anni Settanta e Ottanta, Studi storici, 2014.







