CONTENUTO
Delitto a Monza
29 luglio 1900. Una calura asfissiante avvolge la Brianza, ma non è solo l’afa a gravare sull’animo della nazione. Nella quiete monumentale di Monza, l’eco funesta di quattro detonazioni lacera l’aria, ponendo fine all’esistenza di Umberto I di Savoia e proiettando il giovane Regno d’Italia in una nuova fase della sua storia. Non si tratta di un mero assassinio politico, bensì di un evento epocale che suggella la fine di una stagione complessa e l’abbrivio di un nuovo Novecento.
L’Italia liberale tra 1800 e 1900
L’Italia che si affaccia al volgere del XX secolo appare come un organismo tormentato da profonde lacerazioni viscerali. Il processo unitario, seppur formalmente compiuto, non ha ancora lenito le piaghe della disparità sociale; al contrario, la cosiddetta “crisi di fine secolo” manifesta i propri sintomi attraverso sussulti popolari esacerbati dal rincaro dei beni di prima necessità. Mentre le élite governative e sabaude coltivano velleità di potenza coloniale nel Corno d’Africa, per affermare il prestigio della nazione, alcuni strati della popolazione sono attanagliati dalla “protesta dello stomaco“.
In questo scenario di esasperazione, le dottrine anarchiche trovano un terreno fertile, alimentando la teoria della “propaganda del fatto“: il gesto individuale e violento inteso come catarsi e atto supremo di giustizia contro l’oppressione. Le tensioni sociali sono altissime in questo periodo: da un lato le istituzioni tentano di mantenere l’ordine con il pugno di ferro; dall’altro, crescono i movimenti operai, contadini e le forze di sinistra, come il neonato Partito Socialista, fondato nel 1892.
Umberto I: il paradosso tra il “Re Buono” e il “Re Mitraglia”
Umberto I, asceso al trono nel 1878 dopo la morte del padre Vittorio Emanuele II, è una figura dai tratti contrastanti. Da un lato, viene celebrato come il “Re Buono” per la sua solerzia nel visitare le popolazioni colpite da calamità, come nei casi dell’epidemia di colera a Napoli nel 1884 o dei terremoti in Veneto e a Casamicciola. Specialmente durante la sua presenza rassicurante tra i malati nella città partenopea il sovrano non ha esitato a sfidare il rischio di contagio per infondere conforto ai suoi sudditi.
Dall’altro, però, il suo regno è segnato da un rigido conservatorismo e da quello che alcuni suoi contemporanei interpretano come una sorta di deriva autoritaria che si inasprisce negli ultimi anni. Umberto è un uomo di formazione militare, refrattario alle sottigliezze intellettuali. L’orientamento dato alla politica estera dai governi che si susseguono nel corso del suo regno conduce l’Italia ad abbracciare la Triplice Alleanza con Austria e Germania; sul fronte interno, invece, il sovrano avvalla le dure repressioni dei moti popolari attuate da Francesco Crispi e dai suoi successori. È proprio per questo suo atteggiamento verso l’uso della forza che negli ambienti anarchici riceve il sinistro soprannome di “Re Mitraglia”.
Margherita di Savoia: la Regina che plasma l’immagine della monarchia
In un’Italia frammentata e percorsa da fremiti destabilizzanti, la figura di Margherita di Savoia si impone come il vero pilastro simbolico della dinastia. Mentre Umberto I palesa una tempra prettamente militare e una limitata inclinazione alle finezze intellettuali — convinto che il mestiere di sovrano si esaurisca nel saper cavalcare e firmare documenti — Margherita orchestra una raffinata strategia di comunicazione volta a consolidare il consenso attorno al trono.

La Regina trasforma la corte in un cenacolo di intellettuali e, attraverso un’instancabile opera di rappresentanza in scuole e ospedali, conquista l’affetto di un popolo in parte ancora freddo verso casa Savoia. Margherita riesce a trasfigurare il proprio nome in un’icona nazionale: dalle vette alpine alle pietanze popolari, la sua immagine è onnipresente. Tuttavia, dietro questa rutilante facciata pubblica, la sovrana cela un’esistenza privata votata alla “ragion di Stato“. Consapevole dei sistematici tradimenti del consorte, legato stabilmente alla duchessa Eugenia Litta, Margherita decide di relegare il matrimonio a una pura funzione istituzionale, preservando il decoro della Corona a scapito di tutto il resto.
I segnali ignorati: l’ombra del regicidio
L’epilogo di Monza non è un fulmine a ciel sereno, bensì il tragico culmine di una serie di moniti sottovalutati. Già nel 1878, a pochi mesi dall’incoronazione, l’anarchico Giovanni Passannante attenta alla vita del Re a Napoli dove tenta di colpirlo con un coltello. Un secondo segnale di estrema pericolosità giunge nel 1897, quando Pietro Acciarito tenta di colpire il sovrano in carrozza presso l’ippodromo delle Capannelle. In entrambi i casi, la risposta delle autorità è una repressione dura: gli attentatori vengono chiusi in celle anguste, costretti ad un isolamento totale che li conduce inesorabilmente alla follia. Questa gestione muscolare del dissenso non estirpa l’odio, ma alimenta il mito della resistenza anarchica.
La miccia: la strage di Milano e i cannoni di Bava Beccaris
Il destino di Umberto I viene segnato nel maggio 1898, durante quella che passerà alla storia come la “crisi di fine secolo”. Il vertiginoso rincaro del pane spinge la popolazione milanese a una disperata sollevazione. La risposta dello Stato è di una ferocia inaudita: il generale Fiorenzo Bava Beccaris, investito di pieni poteri, ordina di sparare sulla folla inerme. I cannoni tuonano per le strade di Milano per “incutere un salutare timore“, lasciando sul selciato centinaia di vittime.
Se l’eccidio di Milano è il peccato, il gesto successivo del Re ne rappresenta la definitiva consacrazione: Umberto I conferisce a Bava Beccaris la Croce di Grand’Ufficiale dell’Ordine Militare di Savoia. È proprio questo riconoscimento — la premiazione dell’esecutore di una repressione sanguinaria anziché la sua condanna — ad armare la mano di Gaetano Bresci. L’anarchico, emigrato negli Stati Uniti, prende la decisione di tornare in Italia per recidere il principio monarchico, trasformando il regicidio in una deliberata sentenza politica.
Gaetano Bresci: l’anarchico che viene dall’America
Nato a Prato nel 1869, in un alveo familiare modesto ma dignitoso, Gaetano Bresci matura precocemente una coscienza politica radicale. Già a quindici anni orbita attorno ai circoli anarchici toscani, pagando il proprio fervore ideale con quindici giorni di carcere e, successivamente, con il domicilio coatto a Lampedusa, inflittogli nel 1895 in virtù delle leggi di Francesco Crispi. Abile operaio tessile e uomo dal fascino magnetico, alla fine del 1897 decide di solcare l’Oceano per stabilirsi a Paterson, nel New Jersey, epicentro dell’industria della seta e nevralgica roccaforte dell’anarchismo transatlantico.
A Paterson, Bresci non è il tipico emarginato: si distingue per la cura del vestiario e i modi ricercati — che gli valgono l’appellativo di “elegantone” — e per una spiccata curiosità intellettuale. Tuttavia, sotto la vernice di una vita integrata, freme un’indignazione insanabile. Le notizie dei cannoni di Bava Beccaris che falciano la folla a Milano e la successiva onorificenza conferita dal Re al generale, agiscono come un detonatore. Nella concezione di Bresci, la premiazione dell’esecutore di una strage anziché la sua punizione pubblica rappresenta la prova definitiva della necessità di un’azione estrema e risoluta: la morte di Umberto I diviene, nella sua visione, l’unico atto catartico possibile per vendicare i “cenciosi“.

Il piano e il ritorno in patria di Gaetano Bresci
Nel febbraio del 1900, Bresci acquista per sette dollari una rivoltella Harrington & Richardson a cinque colpi. Senza palesare il proprio disegno alla compagna, adducendo pretestuose ragioni ereditarie, si imbarca il 17 maggio sul piroscafo Gascogne. Il suo viaggio verso il regicidio non è privo di soste emblematiche: a Parigi visita l’Esposizione Universale, quasi a voler osservare per l’ultima volta i fasti di quel secolo che si appresta a colpire al cuore.
Tornato nella natìa Prato, trascorre quaranta giorni in una sorta di ascetica preparazione militare: si esercita quotidianamente in un campo dietro casa, utilizzando fiaschi di vino come bersagli per affinare una precisione che si rivelerà letale. A luglio, il teatro dell’azione si sposta a Monza. Qui, Bresci affitta una camera in prossimità della stazione e, con la meticolosità di un osservatore scientifico, studia per giorni i ritmi e le consuetudini della famiglia reale che soggiorna nella Villa Reale. In quel torrido luglio del 1900, mentre il Re si muove tra premiazioni e saluti alla folla, Bresci attende nell’ombra, convinto che il suo gesto non sia quello di un “mattoide“, ma una deliberata sentenza politica emanata in nome del popolo oppresso.
Cronologia di un regicidio: la fatidica serata del 29 luglio
La sera di domenica 29 luglio 1900 è avvolta da un’aria opprimente che non frena, tuttavia, l’effervescenza festosa di Monza. Umberto I presenzia alla cerimonia di chiusura del concorso ginnico indetto dalla società sportiva “Forti e Liberi“, un evento che suggella una giornata di apparente concordia tra la Corona e la cittadinanza. Il sovrano appare in uno stato d’animo insolitamente gioviale, rinvigorito dal contatto con gli atleti di Trento e Trieste — all’epoca ancora sotto l’egida asburgica — ai quali rivolge espressioni di fervido patriottismo che infiammano l’entusiasmo della folla.
È proprio il clima torrido, unito forse al desiderio di non ostentare vulnerabilità, a spingere il Re a una decisione fatale: egli declina il consiglio di indossare la consueta maglia di ferro protettiva sotto la camicia, preferendo affrontare la calura privo di corazza. Alle ore 22:25, al termine delle premiazioni, il monarca prende posto sulla carrozza reale scoperta per fare ritorno alla Villa Reale. Si sofferma a salutare i sudditi togliendosi dal capo l’elegante cilindro. Mentre le note della Marcia Reale si levano nell’aria e la folla si assiepa per l’ultimo saluto, l’ombra di Gaetano Bresci si palesa tra i presenti. L’anarchico, dotato di una mira che le fonti definiranno impeccabile, si apre un varco tra la calca e, giunto a una distanza di appena tre metri dal convoglio, estrae la rivoltella.

I colpi di pistola di Gaetano Bresci contro Umberto I
Le parole pronunciate solo poco tempo prima da Umberto I “quando useranno le armi da fuoco, per me sarà finita” si dimostrano amaramente profetiche. Tre proiettili — su quattro esplosi in rapida successione — squarciano il petto e il collo del sovrano con precisione letale. “Avanti, credo di essere ferito“, mormora Umberto con un ultimo anelito di dignità militare e regale, prima di accasciarsi esanime sulle ginocchia del generale Avogadro di Quinto. L’attentato scatena un caos indescrivibile: i cavalli, imbizzarriti dal clamore degli spari, si lanciano in una corsa frenetica verso la reggia; la folla inferocita tenta di linciare Bresci e solo l’intervento deciso dei carabinieri, guidati dal maresciallo Andrea Braggio, riesce a sottrarlo al furore popolare e a trarlo in arresto.
Bresci non oppone resistenza e, con freddezza, giustifica il suo gesto esternando una frase emblematica: “Io non ho ucciso Umberto. Io ho ucciso il Re. Ho ucciso un principio“. Quando la carrozza reale varca i cancelli della Villa, il Re è ormai privo di sensi. Nonostante la Regina Margherita si ostini a credere di avvertire un ultimo, debole battito del cuore nel petto del consorte, Umberto I spira tra le sue braccia. Il secondo re d’Italia muore così a cinquantasei anni, dopo ventidue di regno e trentadue di matrimonio. E’ vissuto due anni in meno rispetto al padre e appena cinque in più rispetto al nonno Carlo Alberto. Alla regina, impietrita, non rimane che esclamare: “Hanno ucciso te, che tanto amavi il tuo popolo. Questo è il più grande delitto del secolo“. Pochi minuti dopo l’omicidio, un violentissimo temporale si abbatte su Monza, quasi a sottolineare il dramma che si è appena consumato.
L’eco del regicidio: tra beatificazione civile e timore reazionario
La notizia dell’eccidio si propaga con fulminea virulenza, facendo precipitare la popolazione del giovane Regno in uno stato di plumbea costernazione. Mentre il Paese si ferma in segno di cordoglio, la stampa liberale avvia un’imponente operazione di “beatificazione civile”. Molte testate escono listate a lutto; il Corriere della Sera, nel descrivere l’ora del dolore nazionale, giunge a definire l’epoca umbertina come un periodo di pace e felicità, pur concedendo una tardiva ammissione sulle asprezze degli ultimi anni di regno.
Il regicidio scuote profondamente anche le cancellerie e l’opinione pubblica mondiale: testate inglesi e tedesche dedicano ampi servizi alla tragedia, documentando con dovizia di particolari il luogo dell’attentato e l’imminente rito funebre. Sul fronte politico interno, le forze dell’estrema sinistra vivono ore di febbrile apprensione. Il quotidiano socialista Avanti! si dissocia perentoriamente dall’atto di Bresci, nel disperato tentativo di scongiurare ritorsioni cruente e una deriva autoritaria che minacci la sopravvivenza stessa del movimento operaio. Tuttavia, il clima resta incandescente: se da un lato i Carabinieri devono sottrarre Bresci al linciaggio della folla monzese, dall’altro, in diverse zone del Paese, compaiono scritte murali che inneggiano all’attentatore, segno di un malessere sociale che il sangue del Re non riesce ad alleviare.
La sepoltura di Umberto I nel Pantheon di Roma
Mentre l’apparato investigativo dello Stato si mette in moto con la stretta su decine di giornali socialisti, cattolici e anarchici, gli inquirenti tentano di accreditare la tesi di un complotto internazionale. Nonostante Bresci rivendichi con orgoglio la solitaria paternità del gesto — volto a vendicare i morti milanesi del 1898 — le indagini si spingono fino al circolo anarchico di Paterson, negli Stati Uniti, e arrivano a ipotizzare persino oscure regie borboniche dietro la mano del giovane.
Intanto l’8 agosto, in un’atmosfera carica di tensione, il feretro del Re, trasportato con un vagone speciale, viene solennemente tumulato nel Pantheon a Roma. Davanti a una folla oceanica, ma visibilmente impaurita dal rischio di nuovi e possibili atti di violenza, si celebra l’atto finale di un regno che, pur nel tentativo di essere mitizzato, lascia in eredità un’Italia profondamente divisa e segnata da un odio di classe che nemmeno il sacrificio del monarca sembra poter placare in quel momento.

Il leale re Umberto assassinato da un anarchico
Il cordoglio per la scomparsa violenta del sovrano è nel complesso diffuso e sentito tra gli italiani. Vi prendono parte personalità eminenti nel panorama culturale e fioriscono numerose composizioni poetiche. Tra queste si riporta la poesia scritta dal poeta Eugenio Papucci.
Il ventinove Luglio
Del Millenovecento
Umberto I spento
Fu da vigliacca man.
E questo triste giorno
Registrerà la storia,
Perché nella memoria
resti degl’Italian.
Piange l’Italia tutta,
E insieme le nazioni
Hanno abbrunato i Troni
Quelle nemiche ancor.
Povera Margherita
Da Umberto tanto amata
Tu sei rimasta orbata
Del suo sincero amor.
O inesorabil Bresci
Tu l’uccidesti Umberto
Sire dal cuore aperto
Il più generoso Re.
Il processo a Gaetano Bresci
Il dibattimento giudiziario contro l’anarchico si apre a Milano il 29 agosto 1900, in un’atmosfera di estrema tensione. Bresci, che rivendica con fermezza la solitaria paternità del proprio gesto negando ogni complotto, chiede il patrocinio del leader socialista Filippo Turati. Quest’ultimo, tuttavia, declina l’incarico per un’opportunistica “ragion di partito“, nel timore che l’accostamento alla figura del regicida possa scatenare una violenta reazione contro il movimento operaio. La difesa viene dunque assunta dall’avvocato Francesco Saverio Merlino, ex anarchico, il quale orchestra una linea difensiva audace: non nega l’atto, ma lo presente come una reazione quasi biologica alla violenza di uno Stato che ha cannoneggiato il proprio popolo.
Persino l’illustre criminologo Cesare Lombroso, interpellato sul caso, smentisce la tesi del “mattoide”: egli descrive Bresci come un uomo intelligente, di bell’aspetto e assolutamente lucido, identificando la causa del regicidio non in una patologia mentale, ma nelle “gravissime condizioni politiche” del Paese. Poiché il Codice Zanardelli ha abolito la pena di morte nel 1889, la Corte emette la sentenza massima: l’ergastolo, gravato da sette anni di segregazione cellulare continua. Bresci accoglie il verdetto con un’impassibilità raggelante, quasi profetica, dichiarando che come lui ha vendicato le precedenti vittime dei Savoia, così qualcuno in futuro vendicherà lui.
L’enigma di Santo Stefano: la morte di Bresci in carcere
Dopo una breve detenzione a San Vittore e a Porto Azzurro, nel gennaio del 1901 Bresci viene trasferito nel penitenziario di Santo Stefano, situato nelle Isole Pontine. Qui viene rinchiuso in una cella di tre metri per tre, appositamente edificata per impedirgli ogni contatto umano, sotto una sorveglianza che rasenta l’ossessione. Tuttavia, la sua agonia è breve: il 22 maggio 1901, l’amministrazione carceraria ne registra il decesso. La versione ufficiale propugna il suicidio per impiccagione alle sbarre della finestra, ma la tesi appare subito vacillante: lo stato di putrefazione del cadavere suggerisce che Bresci sia spirato alcuni giorni prima del ritrovamento ufficiale.
L’ombra del “Sant’Antonio” — il presunto e brutale pestaggio punitivo ad opera delle guardie carcerarie— grava sulla sua morte. Mentre l’anarchico viene sepolto in una fossa senza nome o, secondo alcune leggende, gettato in mare, la vendetta dello Stato si abbatte sulla sua famiglia: i fratelli vengono perseguitati fino al suicidio o costretti a mutare cognome, mentre la compagna negli Stati Uniti è costretta all’anonimato per sfuggire al marchio del regicidio.
L’eredità di Monza: verso una nuova alba liberale
Il regicidio, pur nella sua tragicità, agisce come un formidabile catalizzatore politico. Il nuovo re, Vittorio Emanuele III, comprende che la strada della repressione avrebbe condotto la dinastia al collasso. Sfidando le pulsioni reazionarie di parte della nobiltà, egli affida il governo a figure di stampo liberale come Giuseppe Zanardelli e Giovanni Giolitti, inaugurando una stagione di riforme sociali e di dialogo con le masse operaie. La costruzione della Cappella Espiatoria a Monza, voluta dalla regina vedova e dal sovrano e inaugurata il 29 luglio del 1910, rimane oggi come un monito di pietra su quel luogo di sangue: è il ricordo di una ferita che, seppur rimarginata, ha segnato indelebilmente il passaggio dell’Italia verso la modernità del XX secolo.







