Il processo di Verona: Ciano e i gerarchi fascisti alla sbarra

Processo di Verona

Processo di Verona: gli imputati Emilio De Bono, Galeazzo Ciano, Tullio Cianetti, Carlo Pareschi, Giovanni Marinelli e Luciano Gottardi.

La caccia a traditori del 25 luglio 1943

Tra gli obiettivi principali della costituita Repubblica Sociale Italiana (RSI), anche ricordata come Repubblica di Salò, vi è la volontà di vendicarsi dei diciannove gerarchi fascisti che nella riunione del Gran Consiglio del fascismo del 25 luglio 1943 hanno votato l’ordine del giorno Grandi che ha offerto al sovrano Vittorio Emanuele III lo strumento costituzionale per sollevare dall’incarico Benito Mussolini.

La caccia ai traditori inizia presto; il primo a essere arrestato è il 22 settembre Luciano Gottardi, ex presidente della Confederazione dei lavoratori dell’industria; ai primi di ottobre tocca invece a Carlo Pareschi, Giovanni Marinelli e Tullio Cianetti, rispettivamente ex ministro dell’Agricoltura, ex addetto postale e sottosegretario alle corporazioni. Anche Emilio De Bono viene rintracciato, ma evita il carcere preventivo: il settantenne maresciallo d’Italia e quadrunviro della marcia su Roma è ammalato e Mussolini consente a farlo restare agli arresti domiciliari nella sua villa di Roma.


La caccia si conclude con l’arresto di Galeazzo Ciano, ex ministro degli esteri e genero del duce; egli si trova in Germania con la moglie Edda e i figli dal 27 agosto e non teme per la propria incolumità, credendo di essere stato perdonato da Mussolini al quale ha detto precedentemente durante una cena al castello di Hirschberg:

“Quel che è stato è stato. Non pretendo nessuna carica nel nuovo partito fascista repubblicano. Mi basta essere arruolato come semplice pilota”.

Tutti gli altri gerarchi riescono invece a fuggire all’estero. Tra i repubblichini i diciannove traditori sono anche chiamati in maniera dispregiativa “venticinqueluglisti”, colpevoli ai loro occhi di aver provocato la fine del regime. Tuttavia il maggior odio da parte dei fascisti è verso Ciano poiché per loro è inconcepibile che un uomo che dal regime ha ricevuto, più di chiunque altro, onori e privilegi, abbia potuto abbandonare nel momento cruciale la persone alla quale doveva tutto ciò che era diventato.

Per Mussolini non è una decisione facile da prendere quella di trascinare Galeazzo in giudizio, come testimonia una sua lettera del giugno 1944: “Nella mia vita così agitata, quello svoltosi a Verona è stato il capitolo più drammatico: sentimento e ragion di Stato hanno duramente cozzato il mio animo”.

Processo di Verona

Il 19 ottobre 1943 Galeazzo Ciano giunge a Verona dove viene accolto dal questore della città con due sonori ceffoni sul viso. Mussolini, dal canto suo, decide di disinteressarsi completamente del processo di Verone affidandone la gestione al segretario del partito Alessandro Pavolini. Quest’ultimo il giorno di Capodanno del 1944 è già in grado di comunicare agli alleati tedeschi che i traditori sarebbero stati tutti condannati a morte.

Il processo si apre nel salone di Castelvecchio a Verona l’8 gennaio; a presiedere il tribunale speciale è l’avvocato Aldo Vecchini, mentre a ricoprire il ruolo del pubblico ministero è Andrea Fortunato. L’imputazione dalla quale gli imputati devono difendersi è chiara e durissima: “Delitto di tradimento ed aiuto al nemico, attentato all’indipendenza dello Stato“.

Dopo l’esposizione dei capi d’accusa e l’elenco degli imputati presenti ed assenti, l’avvocato difensore di Gottardi, chiede che il processo sia demandato ad un tribunale militare, poiché molti degli imputati sono ancora militari in servizio. Tale richiesta scatena immediatamente la furiosa reazione di Fortunato:


 “Da questo banco parte un monito per la difesa: che essa sia all’altezza dell’ora. Non è sollevando questioni pregiudiziali che si aiuta la causa della Patria e della Storia”. 

La richiesta viene rigettata dalla corte che passa ad ascoltare le dichiarazioni degli imputati, in ordine: De Bono, Pareschi, Cianetti, Gottardi, Marinelli e Ciano, insultato di continuo dalle poche persone presenti che formano il pubblico. Il giorno seguente la requisitoria dura pochissimo, il pubblico ministero Fortunato chiede senza indugio la condanna a morte per tutti e conclude parafrasando addirittura le parole di Maximilien de Robespierre  e Georges Jacques Danton durante il processo a Luigi Capeto:

“Così ho gettato le vostre teste alla storia d’Italia: fosse anche la mia purché l’Italia viva”.

La mattina del 10 gennaio 1944 la corte legge le sentenze di condanna a morte per gli imputati, eccetto Cianetti che viene condannato all’ergastolo. Rientrati in carcere firmano la domanda di grazia da inviare a Mussolini. Da quel che risulta tale appello disperato da parte dei condannati pare che non sia mai giunto nelle mani di Mussolini.

Processo di Verona, fucilazione di Ciano e dei condannati

Edda Ciano Mussolini tenta fino all’ultimo di salvare il marito,anche trattando con i servizi segreti tedeschi, ma tutti i suoi impegni risultano alla fine essere vani. Galeazzo si congeda da lei scrivendole le ultime parole:

“Cara Edda, mentre tu vivi ancora nella beata illusione che tra poche ore sarò libero e saremo nuovamente tutti insieme, per me è cominciata l’agonia”.

L’esecuzione della sentenza viene eseguita la mattina dell’11 gennaio, al poligono di tiro di forte San Procolo da un plotone di 30 militi fascisti comandati da Nicola Furlotti. Un leggero ritardo rispetto all’orario previsto fa illudere i detenuti che la grazia sia stata concessa in extremis; in realtà non è così. Un cappellano ascolta le confidenze dei condannati, assistendoli nelle ultime ore di vita e accompagnandoli sul luogo dell’esecuzione.


I cinque uomini vengono legati a delle sedie con le spalle rivolte al plotone piazzato a circa sette metri di distanza. I tedeschi non perdono l’occasione di mandare sul posto un operatore cinematografico che riprende il momento dell’esecuzione. Fino alla fine Mussolini segue in maniera passiva quella che per lui è un tragedia anche familiare; pare che la figlia Edda, a poche ore di distanza dalla morte del marito, abbia detto al padre: “due sole soluzioni potrebbero riabilitarti ai miei occhi, sparire o ucciderti“.