La Prima guerra d’indipendenza italiana

Il 23 marzo 1848, dopo la conclusione delle Cinque giornate di Milano e la proclamazione della Repubblica di San Marco a Venezia, il re di Sardegna Carlo Alberto dichiara guerra all’Impero austriaco. Ha così inizio la prima guerra d’indipendenza. SCOPRI LA NOSTRA SEZIONE CURIOSITA’

Gli antefatti della prima guerra d’indipendenza italiana

Il 1848 registra una serie di moti rivoluzionari che cominciano a gennaio con la rivoluzione siciliana scoppiata a Palermo contro il potere borbonico. Ciò porta Ferdinando II delle Due Sicilie a promulgare la costituzione (29 gennaio), seguito da analoghi provvedimenti di Leopoldo II di Toscana (17 febbraio), Carlo Alberto re di Sardegna (Statuto Albertino del 4 marzo) e di papa Pio IX (Statuto del 14 marzo). Il 23 febbraio, intanto, scoppia a Parigi la Rivoluzione francese del 1848 contro Luigi Filippo Borbone d’Orleans. Da marzo le rivolte divampano anche nell’Impero austriaco dove Milano (Cinque giornate di Milano) e Venezia (proclamazione della Repubblica di San Marco) si ribellano al potere degli Asburgo. I combattimenti sono particolarmente aspri a Milano, dove il comandante dell’esercito del Lombardo-Veneto, il maresciallo austriaco Josef Radetzky, è costretto ad abbandonare la città.


L’intervento piemontese

Il giorno dopo la conclusione delle cinque giornate di Milano, il 23 marzo 1848, il re di Sardegna Carlo Alberto dichiara guerra all’Impero austriaco. Inizia così la prima guerra d’indipendenza. Diverse sono le ragioni che spingono Carlo Alberto a questa decisione:

  • la pressione congiunta dei liberali e dei democratici, che vedono nella crisi dell’Impero asburgico l’occasione per liberare l’Italia dagli austriaci
  • la tradizionale aspirazione della monarchia sabauda ad allargare verso est i confini del Regno
  • il timore che il Lombardo-Veneto diventi un centro di agitazione repubblicana.

L’inizio della prima guerra d’indipendenza italiana

Così come è avvenuto per la concessione degli statuti, l’esempio di un sovrano finisce con il condizionare le decisioni degli altri. Preoccupati dal diffondersi dell’agitazione democratica e patriottica che minaccia la stabilità dei loro troni, Ferdinando I di Napoli, Leopoldo II di Toscana e Pio IX decidono di unirsi alla guerra antiaustriaca. Essi inviano contingenti di truppe regolari che partono, accompagnati da grande entusiasmo popolare, assieme a folte colonne di volontari. Tutti i monarchi della penisola aderiscono alla guerra contro l’Austria per accontentare le rispettive popolazioni, senza condividere realmente lo spirito rivoluzionario delle Cinque giornate di Milano. La guerra piemontese sembra così trasformarsi in un guerra di indipendenza nazionale e federale, combattuta con il concorso di tutte le forze patriottiche. L’illusione però dura poco.

Il ritiro di Pio IX

La posizione di Pio IX è particolarmente imbarazzante, poiché si trova in guerra contro una grande potenza cattolica. Così il 29 aprile il papa annuncia il ritiro del suo contingente. La defezione di Pio IX e la mancata formazione di una Lega italiana, scatenano una reazione a catena. Pochi giorni dopo, lo imita il Granduca di Toscana. A metà maggio anche Ferdinando II di Borbone richiama il suo esercito. Ferdinando II è politicamente troppo lontano dalle idee liberali piemontesi e soprattutto deve riconquistare la Sicilia che si è costituita stato indipendente come Regno di Sicilia. Comandate da Guglielmo Pepe, le truppe napoletane arrivano sul teatro di guerra solo a metà maggio quando, in procinto di attraversare il Po da sud, ricevono l’ordine di tornare indietro.

La guerra patriottica

Molti fra i componenti dei corpi di spedizione regolari rimangono a combattere contro l’Austria, disobbedendo agli ordini dei loro sovrani. Le truppe pontificie ed il loro comandante Giovanni Durando ignorano la volontà del papa e proseguono la campagna. Guglielmo Pepe e poche unità a lui fedeli ignorano l’ordine, entrano in Veneto e partecipano ai combattimenti contro l’Austria. Anche Giuseppe Montanelli e truppe provenienti dalla Toscana continuano a combattere ignorando gli ordini ricevuti.

La sconfitta di Custoza

Dopo la vittoria nella battaglia di Goito e la resa della fortezza di Peschiera, le truppe di Carlo Alberto sono nettamente sconfitte nella battaglia presso Custoza (23-25 luglio). Inizialmente ritiratesi a Milano, si decide di rinunciare alla difesa della città, nonostante il Governo provvisorio l’8 giugno 1848 ha sancito con un referendum l’annessione al Piemonte.

Alle sei di mattina del 5 agosto si ha notizia che Radetzky ha accettato le richieste dei piemontesi: la cessione di Milano per una tranquilla ritirata dell’esercito di Carlo Alberto in Piemonte. Il 6 i piemontesi ripassano il Ticino e in quella stessa giornata gli austriaci entrano a Milano. Tre giorni dopo, il 9 agosto 1848, Radetzky e il generale Salasco concludono l’armistizio a Vigevano in cui si stabilisce che le truppe di Carlo Alberto si devono ritirare da tutto il Regno Lombardo-Veneto.


Durante l’armistizio

Tuttavia, nell’autunno 1848 la situazione in Italia è ancora abbastanza fluida. La Sicilia resta sotto il controllo dei separatisti, che si sono dati un proprio governo e una propria costituzione. A Venezia, rimasta in mano degli insorti, il 5 luglio 1848 il parlamento decide l’annessione al Regno di Sardegna. Dopo la sconfitta di Custoza e l’armistizio, Daniele Manin ha nuovamente proclamato la Repubblica. In Toscana, alla fine di ottobre, la pressione popolare costringe il granduca Leopoldo II a formare un ministero democratico, guidato da Giuseppe Montanelli. Egli inaugura un politica volta all’unione con gli altri stati italiani e alla ripresa della guerra all’Austria. Il granduca abbandona la Toscana ai primi di febbraio 1849 e il 15 febbraio è proclamata la repubblica. Il 9 febbraio 1849, intanto, è proclamata la Repubblica Romana, governata da un triumvirato composto da Carlo Armellini, Giuseppe Mazzini, e Aurelio Saffi e per la quale combatte strenuamente Giuseppe Garibaldi.

L’abdicazione di Carlo Alberto

I democratici riprendono l’iniziativa anche in Piemonte. Il 20 marzo 1849 Carlo Alberto, schiacciato fra le loro pressioni e l’intransigenza degli austriaci, che pone condizioni molto pesanti per la firma della pace, si decide a tentare di nuovo la via delle armi. Questa volta però ha di fronte non un esercito in ritirata, ma una armata già pronta ad attaccare. Penetrate in territorio piemontese, le truppe di Radetzky affrontano l’esercito sabaudo il 22 e 23 marzo nei pressi di Novara e gli infliggono una gravissima sconfitta. La stessa sera del 23 marzo, Carlo Alberto, per non mettere in pericolo le sorti della dinastia, abdica in favore del figlio Vittorio Emanuele II. Il giorno dopo, il nuovo re firma un nuovo armistizio con gli austriaci a Vignale.

La restaurazione dell’ordine

Sconfitto definitivamente il Regno sabaudo, gli austriaci possono procedere alla restaurazione dell’ordine in tutta la penisola italiana. Alla fine di marzo, pongono fine a un’insurrezione a Brescia (le Dieci giornate di Brescia) dopo durissimi combattimenti. In aprile, le truppe austriache stringono d’assedio Venezia, che resisterà eroicamente per cinque mesi e si arrenderà per fame solo alla fine di agosto. In maggio, mentre Ferdinando di Borbone riesce finalmente a riconquistare la Sicilia, gli austriaci pongono fine all’esperienza della Repubblica toscana. La Repubblica romana decade dopo l’intervento della Francia, che restaura il potere pontificio.


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