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Crisi finanziaria e tensioni sociali in Francia
La rivoluzione che scoppia in Francia nel 1789 affonda le sue radici nella lunga crisi attraversata dal paese durante tutto il settecento. Dal 1715, anno della morte del sovrano Luigi XIV, l’assolutismo si indebolisce lentamente senza riuscire a riformarsi. Fra i vari problemi che affliggono il governo la crisi finanziaria risulta essere quello più ostico da risolvere. Il re e i suoi ministri propongono la tassazione dei ceti privilegiati, clero e nobiltà, sino a quel momento esonerati dalle spese pubbliche; questi ultimi, però, si oppongono, suggerendo invece un’utopistica quanto irraggiungibile riduzione della spesa pubblica.
Si crea così una situazione di stallo: diversi personaggi si succedono al ministero delle Finanze, scontrandosi con gli aristocratici che non intendono rinunciare ai propri privilegi, mentre il re Luigi XVI non ha forza per riuscire ad imporsi. Il durissimo inverno 1788-1789 porta la fame tra la popolazione e in primavera in tutto il paese scoppiano agitazioni e sommosse. In tale clima burrascoso il sovrano decide di giocare una carta estrema: convoca per il 5 maggio 1789 gli Stati generali, l’assemblea rappresentativa dei tre ordini – nobiltà, clero, Terzo stato – che si era riunita l’ultima volta nel 1614.
Verso gli Stati generali: Cahiers de doléans e Sieyes
In tutte le chiese dei comuni francesi, nei mesi che anticipano l’appuntamento con la storia, viene letto il bando reale con il quale si comunica al popolo che “Sua Maestà desidera che sin nelle estreme regioni del suo Regno, ciascuno abbia garanzia di far giungere i suoi voti e i suoi reclami“. Questo invito viene preso alla lettera dagli uomini del Terzo Stato che smuovono le coscienze: la libertà di stampa si afferma ora più che mai e si moltiplicano opuscoli, libelli, e trattati. Il sistema politico, sociale, economico viene analizzato con attenzione e messo in discussione a Parigi, così come in provincia e nei villaggi più remoti della nazione.
Per l’evento si svolgono nel paese circa 40 mila assemblee popolari che eleggono coloro che avrebbero rappresentato il Terzo stato a Parigi. Vengono preparate, inoltre, 60 mila “cahiers de doléances“, ovvero “quaderni di lagnanze“, testi in cui i cittadini raccontano al monarca le sofferenze e le ingiustizie che gravano su tante realtà rurali francesi. La formulazione più efficace delle ambizioni del Terzo stato è quella messa per iscritto all’inizio del 1789 in quello che è divenuto il celebre pamphlet intitolato “Che cos’è il Terzo stato?” dell’abate Emmanuel-Joseph Sieyes. Il passo emblematico del testo, quello che racchiude tutto il senso della rivoluzione è il seguente: “Che cos’è il Terzo Stato? Tutto. Che cosa ha rappresentato finora nell’ordinamento pubblico? Nulla. Che cosa chiede? Di diventare qualcosa”.

Gli Stati generali si riuniscono seguendo un cerimoniale ben preciso, che si tramanda da secoli. I rappresentanti dei tre ordini sfilano davanti a Versailles in gruppi distinti. Aprono il corteo i 604 deputati del Terzo stato, vestiti con un dimesso abito nero; si tratta per lo più di avvocati, intellettuali, medici e commercianti. Sfilano subito dopo i 270 deputati della nobiltà, con i loro abiti sgargianti, e i 291 deputati del clero, prima i sacerdoti di provincia e poi vescovi e cardinali. Nel rito religioso che inaugura la riunione un vescovo si rivolge a Luigi XVI per presentagli “gli omaggi del clero, i rispetti della nobiltà e le umilissime suppliche del Terzo stato“.
Dalla richiesta del voto “per testa” all’Assemblea Nazionale costituente
All’interno dell’Assemblea degli Stati generali la maggioranza su cui può contare il Terzo stato è solo teorica. Per tradizione, infatti, si vota per ordine: in tal modo nobiltà e clero possono facilmente bloccare qualsiasi richiesta grazie alla maggioranza del due contro uno. Per questo motivo il Terzo stato reclama, sin da subito, il voto “per testa”, cioè un voto per ogni singolo deputato. Numerosi parroci eletti in campagna e alcuni nobili appoggiano la richiesta, ma l’alto clero e la nobiltà restano irremovibili. Di fronte a questa chiusura il 10 giugno i delegati del Terzo stato convocano una propria assemblea invitando gli altri due ordini ad unirsi a loro.
All’appello rispondono molti parroci ma nessun nobile. Una settimana dopo Terzo stato e basso clero si dichiarano Assemblea Nazionale costituente: in tal modo non vogliono rappresentare più un solo ordine ma l’intera Francia, alla quale hanno intenzione di dare una nuova costituzione. Il 20 giugno i deputati, trovata chiusa per ordine del re la loro sede, decidono di riunirsi nella Sala della Pallacorda (dove i nobili praticano il gioco della pallacorda simile al tennis) e in quel luogo giurano solennemente di non separarsi prima di aver dato alla nazione una nuova Costituzione, quindi un nuovo ordine costituzionale:
“Noi siamo qui per volontà del popolo e non usciremo se non con la forza delle baionette”.
Il ministro delle Finanze Jacques Necker consiglia a Luigi XVI di cedere alle richieste dei sudditi ma il re si rifiuta di scendere a patti e il 23, seguendo il consiglio dei nobili, scioglie con la propria autorità gli Stati generali. Tuttavia, di fronte all’azione risoluta del Terzo Stato gli altri due ordini privilegiati sono costretti a piegarsi e ad unirsi ai rappresentanti della borghesia. Il 9 luglio gli Stati generali si trasformano in Assemblea Nazionale Costituente.
Gli eventi che precedono la presa della Bastiglia
A questo punto il sovrano cerca di riprendere il controllo della situazione sfuggita di mano: licenzia Necker, un ministro riformatore assai gradito alla borghesia. Le notizie del licenziamento di Necker e del concentramento di truppe intorno alla capitale esasperano gli animi. A Parigi il 12 luglio ha luogo una grande manifestazione di protesta, durante la quale il giornalista Camille Desmoulins tenta di aizzare la folla salendo su un tavolo ed urlando:
“Cittadini, non c’è tempo da perdere; la dimissione di Necker è l’avvisaglia di un San Bartolomeo per i patrioti! Proprio questa notte i battaglioni svizzeri e tedeschi lasceranno il Campo di Marte per massacrarci tutti; una sola cosa ci rimane, prendere le armi! Alle armi!”
Si decide di suonare le campane a martello e di saccheggiare le armerie: il popolo a questo punto inizia ad armarsi. Alcuni soldati tedeschi ricevono l’ordine di caricare i manifestanti, provocando diversi feriti tra la folla. Il giorno seguente i disordini aumentano in tutta la città e comincia a formarsi una milizia borghese con lo scopo di contrapporsi alla repressione monarchica e di tenere sotto controllo le iniziative popolari. Alla fine della giornata consistenti strati della popolazione parigina sono già armati.
La presa della Bastiglia: cosa accade il 14 luglio 1789?
La mattina del 14 luglio 1789 la folla continua a cercare armi e si reca presso gli Invalides, sede di una guarnigione, dove riesce a procurarsi circa 30 mila fucili. A quel punto si diffonde la notizia che la Bastiglia si è appena rifornita di munizioni e polvere da sparo. E’ lì che la folla sempre più numerosa si dirige. L’obiettivo dei rivoltosi non è quello di prendere la prigione ma chiedere, invece, la consegna delle armi e il ritiro dei cannoni puntati in quel momento sulla capitale.
“Con le sue mura alte 30 metri, i suoi fossati pieni d’acqua larghi 25 metri, la Bastiglia, sebbene difesa da non più di 80 invalidi inquadrati da 30 svizzeri, poteva ben sfidare l’assalto popolare”.
La Bastiglia rappresenta per i parigini il dispotismo e la repressione, e anche se oramai vi sono rinchiusi pochissimi prigionieri (quel giorno vi sono solo 4 falsari, due ladri e un libertino) ciò non attenua l’odio popolare verso tale simbolo del potere. Una volta giunti sul luogo, una delegazione dei manifestanti entra per trattare con il governatore della fortezza, il marchese Joseph de Launay. Tutto sembra potersi concludere senza spargimento di sangue, ma mentre sono in corso le trattative la situazione degenera improvvisamente.

La folla riesce a rompere le catene che reggono il ponte levatoio e si riversa nel cortile interno della fortezza. La guarnigione della Bastiglia, su ordine del comandante, apre il fuoco sugli insorti lasciando a terra un centinaio di morti. A quel punto per circa quattro ore si ingaggia una vera e propria battaglia tra assedianti e assediati, che si conclude solo quando i difensori della prigione decidono di arrendersi spontaneamente per il possesso di cinque cannoni da parte dei rivoltosi. Una volta entrati nella Bastiglia i parigini risparmiano la maggior parte dei soldati della guarnigione ma non il governatore de Launay; quest’ultimo viene ucciso davanti l’Hotel de Ville e la sua testa è portata in giro per la città infilzata su una picca.
Presa della Bastiglia: quali sono le conseguenze?
La presa della Bastiglia è considerata nell’immediato, all’interno della corte, alla stregua di uno dei tanti tumulti allora frequenti a Parigi. Lo stesso Luigi XVI, rientrato a palazzo da una battuta di caccia, scrive nel suo diario “rien” (niente), a significare che non accade nulla di rilevante o che meriti di essere ricordato. C’è da aggiungere, però, che soltanto la tarda sera del 14 luglio il re viene informato dei tumulti e dell’evento rivoluzionario; a questo punto deve fare marcia indietro e ritornare sui suoi passi per quel che riguarda le decisioni prese negli ultimi giorni.
La borghesia parigina è la vera vincitrice di questa giornata e si dimostra assai abile nel trarre profitto dalla vittoria popolare finendo con l’impadronirsi dell’amministrazione della capitale. Sorge nuovo consiglio municipale a Parigi: la Comune e per la difesa viene creata una milizia armata cittadina chiamata “Guarda Nazionale”, posta sotto il comando del marchese Joseph-Paul De La Fayette.
“Di contro a una monarchia che usciva particolarmente umiliata dalle giornate del luglio 1789, la borghesia appariva trionfante: era riuscita a stabilire il suo potere nella capitale e a far riconoscere la sua sovranità dal re medesimo”. (1)
Sull’esempio di Parigi la rivoluzione divampa in tutto il territorio francese. Ogni città costituisce una propria municipalità e arma una Guardia Nazionale. Le autonomie locali, dunque, riprendono piena vitalità. Quanto al sovrano, dopo aver richiamato Necker, si reca a Parigi dove riceve dal nuovo sindaco della capitale, l’astronomo Jean Silvayn Bailly, un particolare omaggio: gli viene appuntata sul petto, davanti ad una folla estasiata, la coccarda tricolore che unisce al bianco della dinastia capetingia il rosso e il blu del comune parigino, simbolo dell’alleanza augusta ed eterna tra il monarca e il suo popolo.
La svolta rappresentata dalla presa della Bastiglia per la rivoluzione
La presa della Bastiglia rappresenta una svolta nella vicenda rivoluzionaria: con il 14 luglio, infatti, il popolo parigino irrompe prepotentemente sulla scena storica ed è un popolo composto prevalentemente da artigiani, commercianti, impiegati e qualche professionista. La notizia si diffonde velocemente in tutta la Francia prospettando per la popolazione, da una parte la fine di un regime di oppressione, e dall’altra una possibilità di intervento per le masse stesse. Alla “rivoluzione istituzionale” dei deputati si sta aggiungendo una “rivoluzione cittadina” che è allo stesso tempo sia borghese che popolare. La presa della Bastiglia rappresenta simbolicamente la data di inizio della Rivoluzione francese e dal 1880 il 14 luglio è diventato il giorno della Festa nazionale per la Francia.
La presa della Bastiglia nel film “La rivoluzione francese”
NOTE:
(1): Albert Soboul, La rivoluzione francese, Res Gestae, 2024, pag. 117.
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- Albert Soboul, La rivoluzione francese, Res Gestae, 2024.
- Francois Furet, Denis Richet, La rivoluzione francese, Editori Laterza, 2020.
- Lucio Villari, La rivoluzione francese raccontata da Lucio Villari, Editori Laterza, 2015.
- Erica Joy Mannucci, La rivoluzione francese, Carocci, Roma, 2002.







