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Il potere temporale: da Leone Magno a Pio XII, il Defensor Urbis

Il papato è un'istituzione umana o divina? Discende direttamente da Pietro, oppure abili pontefici sono riusciti a intestarsi la primazia sulla cristianità? Una cosa è certa: la storia dell'Italia, da quando crollò l'Impero romano, è indissolubilmente legata a quella del papato. Da san Pietro a Leone, sono ben 267 i papi che hanno legato la propria persona alla dignità di Vicario di Cristo in terra.

di Emanuele Maestri
3 Marzo 2026
TEMPO DI LETTURA: 11 MIN
Papa Pio XII si affaccia dalla loggia delle benedizioni dopo la sua elezione il 2 marzo 1939

Papa Pio XII si affaccia dalla loggia delle benedizioni dopo la sua elezione il 2 marzo 1939

CONTENUTO

  • Resti del potere temporale a Roma
  • L’Unità dell’Italia senza la Chiesa
  • Nascita del potere temporale con Leone e Gregorio Magno
  • Papa Stefano, i Longobardi e la nascita dell’Europa Cristiana
  • Il papato e i principi europei fermano l’avanzata saracena
  • Libertas Ecclesiae al grido di “Viva Sant’Ambrogio, Viva San Pietro”
  • La Donazione dell’imperatore Costantino
  • Il Papato non fu la sventura dell’Italia
  • La Questione Romana
  • L’Italia Cattolica e popolare

Resti del potere temporale a Roma

Impegnato a Roma per un corso, alla sera, libero dagli impegni, nel mese di gennaio, vagando per la Città eterna, mi sono imbattuto in chiese, monumenti, opere architettoniche e urbanistiche di ogni genere: le più belle, significative, fascinose riportavano il segno indelebile del regnante che le volle, ossia il papa. Ho visitato anche uno dei posti a me più cari, la Basilica di San Lorenzo fuori le mura, un edificio che riassume in sé la storia dell’Italia contemporanea, poiché ivi sono sepolti l’ultimo Papa-Re, Pio IX, il padre della Patria democratica, il sette volte Presidente del Consiglio dei ministri Alcide De Gasperi, ed è presente una targa a perenne memoria della visita al quartiere, effettuata dal Pastore angelico, Pio XII, dopo il bombardamento degli Alleati nel 1943.

Ebbene, questo mio scritto è un breve excursus storico sull’origine, la diffusione e la trasformazione del potere temporale del successore di Pietro, che fa propria questa citazione di Tommaso Campanella: «Io so che il Macchiavello dice che fu causa della rovina d’Italia il papa, ma questa è asserzione ignorantesca, che non mira alla Provvidenza di Dio… ma se mirasse alli gran benefici, e che il papa non dimandò Roma da Costantino, ma gli fu data quasi a forza…e che la gloria d’Italia è maggiore nel pontificato».

L’Unità dell’Italia senza la Chiesa

Un diplomatico svizzero alla corte sabauda, nel 1861, scrisse: «É una sventura per questo Paese che i piemontesi non siano quasi affatto tenuti per italiani e ch’essi medesimi siano in generale poco desiderosi di passar per tali». A metà dell’Ottocento, il Piemonte era, infatti, economicamente più integrato alla Francia che alla Sicilia; e quest’ultima era integrata più all’Inghilterra che alla Lombardia. Questo la dice lunga sui secoli che divisero la Penisola, spesso contrapponendo una parte all’altra: né lingua né storia né economia erano in comune, anche se l’ideologia corrente del Risorgimento identificava l’Italia come unicum per lingua, storia e religione.

L’unica vera unità d’Italia, sino al 1861, fu la religione. Tutto il resto la divideva drammaticamente. Solo la Chiesa, la vita e la cultura cristiana e le tradizioni cattoliche la univano e la identificavano da secoli, caratterizzando in modo unico e speciale questa cristianità italiana, raccolta attorno alla presenza del papato. Eppure si volle creare l’Italia unita senza la Chiesa, senza considerare che priva del potere temporale dei predecessori di Leone XIV l’Italia non sarebbe esistita: sarebbe stata travolta dai molteplici cicloni di saccheggiatori che la invasero, dal V secolo in poi.

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Chiunque consideri la storia si rende conto dello straordinario ruolo di madre e protettrice della nazione italiana svolto dal papato, grazie al ruolo politico e civile che i successori di Pietro si trovarono a svolgere per più di un millennio. La Chiesa di Roma e il suo vescovo, sempre più importanti nella vita dei romani e sempre più influenti sulla città, fin dagli anni a cavallo fra V e VI secolo, si trovarono a dover difendere l’autonomia della Chiesa dal Senato e dall’imperatore d’Oriente, garantendo – di fatto – la libertà, affermando il primato della sede di Pietro in tutta la cristianità. Così Roma, abbandonata dagli imperatori e decaduta nelle sue espressioni istituzionali come il Senato e nella sua centralità politico-amministrativa, diventò con l’Italia intera terra di conquista e di contesa di barbari e Bizantini e finì con il trovare solo nel papa la sua vera difesa, l’ultimo baluardo.

Gregorio Magno

Nascita del potere temporale con Leone e Gregorio Magno

San Leone magno fu il primo di quegli eroici pontefici che si distinsero per nobiltà come salvatori e difensori della propria patria: il papa fermò sul Mincio Attila, che aveva promesso ai suoi tremendi unni il saccheggio della Penisola, e tentò la stessa impresa con il vandalo Genserico. Così come l’arcidiacono Pelagio ottenne la salvezza del popolo romano dal re goto Totila, o papa Agapito e poi Giovanni III con i Bizantini, Gregorio magno divenne, insieme, salvatore e sovrano di Roma e fermò i tentativi di conquista dei Longobardi: «a lui deve profonda gratitudine non solo l’Italia, ma tutta l’Europa (Patrick Eyes O’Clery)».

La situazione era terribile, la pestilenza aveva reso deserta l’Italia e quando i Longobardi del feroce Alboino vi entrarono la devastarono e saccheggiarono. Gli esarchi di Ravenna e gli imperatori di Costantinopoli stavano a guardare impotenti o riluttanti ad aiutare i romani, sebbene papa Gregorio invocasse continuamente il loro aiuto, prima di assumere personalmente l’immane compito. Edward Gibbon (uno storico da sempre ostile alla Chiesa) affermò al riguardo:

«Le sventure di Roma coinvolsero il Pastore Apostolico…mandò governatori a villaggi e città, diede ordini ai generali, mitigò le sofferenze del popolo, trattò con il nemico la pace e riscattò dei prigionieri (…)Grande giusto e sagace amministratore dei patrimoni della Chiesa nella penisola, attingeva continuamente a quei beni per soccorrere tutti i bisognosi di questi tempi tragici: il dolore dell’ammalato, dell’indifeso, la difficoltà dello straniero e del pellegrino -scrive Gibbon- erano immediatamente sanati dalla generosità di ogni giorno e di ogni ora; il pontefice non si permetteva nemmeno un pasto frugale, fino a che non aveva mandato le sue portate a qualcuno che aveva attirato la sua compassione (…) Molti vescovi d’Italia scamparono ai barbari grazie alle risorse della Chiesa. Gregorio può perciò essere chiamato con ragione il Padre della sua patria e tale era la sensibilità della sua coscienza che non proibiva a se stesso di compiere le funzioni sacerdotali qualora un mendicante fosse morto per strada».

Gregorio magno fece pressioni anche sui Bizantini per la difesa dell’Italia e incoraggiò gli italiani a non abbandonare le proprie città e le chiese. Si districò nella lotta delle fazioni fra Longobardi e Bizantini, puntando alla pace con la convinzione di salvare l’Italia. Dalla condotta di papa Gregorio, in quei tempi cupi, dipese il futuro non solo dell’Italia ma di tutta la civiltà europea. I successori proseguirono con tenacia e costanza la stessa politica. Per questa serie di circostanze storiche nacque, concretamente, il potere temporale del pontefice.

Papa Stefano, i Longobardi e la nascita dell’Europa Cristiana

Papa Stefano, nel 754, chiese aiuto per proteggere l’Italia dai Longobardi ai Franchi di Pipino, il primo popolo barbaro a essersi convertito al cattolicesimo. Quando quest’ultimi strapparono ai Longobardi i territori (già bizantini) dell’esarcato di Ravenna e della Pentacoli (le attuali Romagna, Emilia e Marche) li consegnarono subito, liberati, al papa stesso. Ebbe così inizio, formalmente, il tempo in cui il pontefice assunse le funzioni di sovrano, unico caso in tutta Europa e in tutto il mondo in cui un re governava con la propria influenza morale, in luogo della forza materiale ed esclusivamente per il bene dei suoi sudditi e fratelli. La svolta successiva avvenne con l’incoronazione di Carlo Magno e la nascita del Sacro Romano Impero il 25 dicembre dell’800, evento, ancora una volta, propiziato dal papa.

Con il Medioevo la Chiesa iniziò la costruzione umana e culturale dell’Europa, attraverso una continua dialettica di potere tra impero e papato. A poco a poco prese forma una civiltà improntata alla centralità della persona umana, che distolse le tenebre delle barbarie: fu condannato l’uso della faida e il duello ordalico, introdotto il diritto canonico a mitigare le leggi feudali, scomparve la schiavitù, l’ignoranza diminuì attraverso l’istituzione delle scuole monastiche e delle università. Furono ideati gli ospedali, vi fu la rinascita delle arti e il sorgere di un primo sano concetto di democrazia. Alla luce di ciò pare assai incredibile che si impedisca di riconoscere queste straordinarie radici europee, che sono, sì, greco-romane, ma anche, senza dubbio, cristiane.

Il papato e i principi europei fermano l’avanzata saracena

Con l’arrivo tra il IX e l’XI secolo della minaccia saracena, il debito della Penisola e del Continente, nei confronti del papa e della Chiesa, si fa grande. Fermati dai Franchi sui Pirenei, i musulmani arrivarono comunque in Sicilia e Sardegna e tutta la costa italiana fu sottoposta a continue, snervanti incursioni. In quegli anni i pontefici s’impegnarono a riscattare i cristiani rapiti e fatti schiavi, a fortificare la costa laziale e marchigiana e a unire, nella difesa, le città marinare. Fu una lotta epocale per la sopravvivenza dell’Italia e della cristianità, che si concluse solo secoli dopo a Lepanto (1571) e sotto le mura di Vienna (1683). Quest’ultime definitive vittorie furono ottenute mediante l’unità dei principi cristiani, propiziata dalla Santa Sede, a cui, però, non riuscì di liberare definitivamente i luoghi santi dai musulmani, i quali soggiogarono anche il Nord Africa cristiano, sino alla Spagna.

Libertas Ecclesiae al grido di “Viva Sant’Ambrogio, Viva San Pietro”

Seguì la lunga lotta che il papato, tra l’XI e il XII secolo, ancora una volta suo malgrado, si trovò a dover combattere contro le pretese arbitrarie e autoritarie dell’impero che dalla Chiesa stessa era stato partorito, lotta per la libertas Ecclesiae, che impedì il ritorno della pretesa assolutista del potere politico e delimitò lo spazio entro cui poterono nascere e fiorire diverse nazionalità e gli stessi stati nazionali. La Chiesa coltivò e protesse le libertà comunali delle rinate città italiane che guidò a Legnano nel 1176 al trionfo sul Barbarossa.

La vittoria fu ottenuta al grido di «Viva Sant’Ambrogio, viva San Pietro», perché in gran parte dovuta a papa Alessandro III: quando, infatti, gli ambasciatori di Federico Barbarossa andarono a proporre al papa una pace separata, il papa stesso chiamò a Ferrara gli inviati della Lega e ricordò loro i diciotto anni di persecuzioni subite dalla Chiesa da parte dell’imperatore. La libertà italiana insieme alla libertà della Chiesa furono il perno dell’agire politico di Alessandro III. E furono queste libertà ottenute che fecero sbocciare la grande civiltà dei comuni italiani.

La Donazione dell’imperatore Costantino

Quando si affronta la genesi del potere temporale del papato, non si può non scrivere della questione della donazione di Costantino, un falso storico scoperto, nell’Cinquecento, dall’umanista Lorenzo Valla, il quale dimostrò, attraverso l’analisi linguistica, che il documento non fu scritto e, soprattutto, sottoscritto dall’imperatore Costantino in data 30 marzo 315; falso che non scalfisce l’importanza del governo papale nel territorio romano, né l’influenza esercitata dallo stesso sull’interna Penisola e sull’Europa.

Secondo il documento, l’imperatore donò a papa Silvestro Roma e gran parte dei territori limitrofi come segno di gratitudine per la sua guarigione e conversione al cristianesimo: servì, per secoli, per giustificare, di diritto, quanto, di fatto, il pontefice si era guadagnato sul terreno, coprendo la vacanza del potere temporale degli imperatori, i quali dal 286 si erano trasferiti a Milano.

Il Papato non fu la sventura dell’Italia

Il potere temporale dei papi fu all’origine del Rinascimento, epoca che fece di Roma e Firenze il cuore della civiltà e la gloria delle epoche successive. Il papato non fu, quindi, come sostenuto da Macchiavelli, la sventura dell’Italia, ma la fonte di tutte le sue glorie: senza di esso l’Italia sarebbe divenuta un’oscura provincia dell’impero germanico, o addirittura un governatorato turco. In tutti questi secoli i papi non difesero il potere temporale se non per salvaguardare la libertà della Chiesa, proprio come fece Pio IX nel XIX secolo, il quale non era preoccupato tanto per la perdita della sovranità territoriale, ma per l’attacco laicista e massonico alla fede del popolo.

Pio IX, nel 1860, scriveva a Pietro V, genero di Vittorio Emanuele II: «Questo rovescio di principii, questa studiata perdita del senso morale e del retto giudizio è quello che affligge il mio cuore più assai della perdita dello Stato della Chiesa». Con l’invasione piemontese di Roma (che il papa quasi non fece difendere per evitare inutili spargimenti di sangue) e la grande spogliazione che ne seguì, pagata peraltro dal popolo per il venir meno di tante opere di carità cristiana e di terre adibite ad uso civico, il papa diventò prigioniero.

Gli fu rimproverato pure questo, dai vari liberali dell’epoca, quasi fosse un corrucciato e torvo atteggiamento antitaliano, quasi che la vittima avesse l’obbligo di far festa al suo persecutore. John E. Acton, un liberale che sapeva valutare con distacco, scrisse: «Il carattere tirannico del governo piemontese, il suo disprezzo per la santità del diritto pubblico, i principi in base ai quali tratta il clero, il modo in cui ha calpestato i diritti del papa e gli interessi della religione, la perfidia e il dispotismo dimostrati, fanno sì che qualsiasi garanzia esso offra al papa, non possa aver alcun reale valore…É un sistema senza libertà e senza stabilità; e il papa non potrà mai riconciliarvisi, né potrà mai diventare un cittadino del regno italiano».

Patti lateranensi

La Questione Romana

Fu necessario attendere quasi sessant’anni per mettere fine alla prigionia dei papi. Il fascismo pensava a se stesso come il compimento del Risorgimento e della sua filosofia di stato etico. La Chiesa, quindi, era una presenza ingombrante e ancor di più la questione romana che fu motivo, tra gli altri, grazie alla sua attività quotidiana, della mancata trasformazione del fascismo in un totalitarismo come il nazismo di Adolf Hitler o come il comunismo di Iosif Stalin.

Insomma, Benito Mussolini voleva ottenere un risultato storico, con riverberi internazionali, per sé e il suo regime e così colse l’occasione di fare pace con il papa. E pace fu l’11 febbraio del 1929! Il quarantottenne Angelo Giuseppe Roncalli (il futuro Giovanni XXIII) pronunciò il 24 febbraio 1929 queste parole a sottolineare l’importanza della pacificazione: «Benediciamo il Signore! Tutto ciò che la massoneria, cioè il diavolo, aveva fatto in sessanta e più anni contro la Chiesa e contro il Papa in Italia, tutto è stato rovesciato. Anche se non mancheranno altre pene ora bisogna godere il prodigio avvenuto che può portare un bene incalcolabile all’Italia nostra e a tutto il mondo».

Con i Patti Lateranensi si riconobbe alla Chiesa un piccolo spazio di potere temporale, attraverso ampie garanzie di libertà. Se non fosse che proprio grazie a questo rimasuglio di sovranità pontificia, la Chiesa poté fare ancora moltissimo per l’Italia. Questo piccolo potere temporale consenti a papa Pio XII di nascondere negli edifici vaticani centinaia di ebrei braccati dai nazisti, così salvando la vita a molti innocenti e l’onore degli italiani, grazie al coraggio di tanti sacerdoti, frati e suore che misero a repentaglio la propria vita. Come il papa stesso, inerme, mise a repentaglio la sua stessa vita, minacciata dai nazisti.

Fra il 1943 e il 1945 Roma si trovò nella situazione in cui si era trovata secoli prima, al tempo delle invasioni barbariche. E ancora una volta, dissoltosi lo Stato italiano e nella latitanza delle autorità civili, fu al papa che l’intera città di Roma guardò. Fu Pio XII, da allora chiamato Defensor Urbis (difensore della città), a salvare Roma dalla distruzione, un numero elevato di perseguitati e le classi dirigenti dell’Italia che doveva rinascere. Ancora una volta il papato fu lo scudo e la culla dell’Italia, di una nuova Italia democratica.

L’Italia Cattolica e popolare

A conclusione di questo scritto voglio riportare, per chiudere il percorso che va da San Leone Magno a Pio XII (un percorso che fa risaltare il potere, anche politico, del papa che permise alla Penisola di essere cattolica e popolare), passando per la nascita dello Stato nazione, avvenuta in netto contrasto con la Chiesa, per intero una pagina di un libro scritto da don Gianni Baget Bozzo dal titolo L’intreccio, che ben sintetizza l’animo provato da questo mio vagare per le meraviglie romane che, se ascoltate, parlano:

«La nascita dello Stato Nazione in Italia non fu un fenomeno popolare: esso venne imposto all’Italia dall’Europa. L’Italia era un popolo unito da una cultura e da una civiltà, ma, dopo Roma, mai da uno Stato… La Chiesa rimane così, anche in età moderna, al centro dell’Italia: lo Stato nazionale viene imposto in modo difforme dall’italianità della cultura e dalla stessa italianità dello Stato. Le armate napoleoniche riducono l’Italia a provincia dell’impero francese, e per questo il fenomeno più notevole è la reazione dell’Italia alla rivoluzione, con le insorgenze cattoliche che accompagnano la prima insurrezione dell’impero francese in Italia. Lo Stato nazione nasce, in Italia, negandone la tradizione e trasformando il Paese in una terra annessa allo Stato meno italiano e più francesizzato d’Italia, la monarchia dei Savoia.

E come l’invasione napoleonica aveva abolito, in nome della Repubblica francese, le Repubbliche italiane, così la monarchia dei Savoia distrugge, con la benedizione della Prussia imperiale, lo Stato Pontificio e il più antico Regno d’Italia, quello di Sicilia, che comprendeva Napoli e Palermo. Lo Stato nazione italiano si compie dunque combattendo la tradizione politica cattolica, la cultura d’istituzione italiana. In nessun paese europeo occidentale lo Stato nazionale s’impone con tanta violenza, avendo l’istituzione dominante della religione, della cultura e della politica italiana, il Papato, all’opposizione. Lo Stato nazionale sabaudo è perciò una dittatura anticattolica imposta dalla Germania e dall’Inghilterra, ambedue nazioni protestanti, al Papato e alla cultura italiana.

La violenza continua a segnare lo Stato nazionale, che conduce le guerre coloniali e l’intervento nella prima guerra mondiale solo per giustificare un suo diritto all’esistenza in Europa. La dittatura fascista conduce altresì l’ideologia dello Stato al suo eccesso, portando prima gli italiani come invasori in Francia, in Jugoslavia e in Russia, per finire poi con il territorio nazionale divenuto campagna di battaglia tra tedeschi e angloamericani. Lo Stato nazionale termina nella maggior guerra mai combattuta da potenze straniere sul territorio italiano. E con il fascismo termina anche la monarchia sabauda: rimane l’Italia antecedente allo Stato-nazione: cattolica e popolare».

Consigli di lettura: clicca sul titolo e acquista la tua copia!

  • Emanuele Maestri, Il Risorgimento di Pio IX, Linee Infinite Edizioni, giugno 2010.
  • Gianni Baget Bozzo, L’intreccio. Cattolici e comunisti, Mondadori, 2004. 
  • Antonio Socci, La dittatura anticattolica. Il caso don Bosco e l’altra faccia del Risorgimento, Sugarco, 2005.
  • Giacomo Martina, Storia della Chiesa. Da Lutero ai nostri giorni, Morcelliana, 1994.
Letture consigliate
Tags: Storia del Cristianesimo
Emanuele Maestri

Emanuele Maestri

Nato nel 1979 a Sant’Angelo Lodigiano, città natale di Santa Francesca Cabrini. E’ laureato in Scienze politiche e in Economia. E’ libero ricercatore in storia contemporanea e in filosofia politica. Ha all’attivo diverse pubblicazioni, tra cui “Il Risorgimento di Pio IX”, “Il costo della partecipazione. Dall’Antica Roma al Governo Monti” e “Nonno, perché Fanfulla?...te lo raccontiamo noi”.

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