CONTENUTO
Un dramma fra pace e guerra da non ripetere: Agosto 1914/Maggio 1915 e Dicembre 1918/ Giugno 1919
All’inizio della Grande Guerra ed alla fine della stessa, lo storico si ritrova di fronte a fatti incresciosi che riguardano prima i maneggi di governanti che non sanno quale scelta adottare di fronte ad ostilità mai viste nel ruolo europeo e mondiale fin dall’epoca napoleonica. Del pari, al termine di questo primo gravoso conflitto mondiale, si assiste nondimeno ad uno scontro fra i protagonisti politici italiani e stranieri che ci porta all’isolamento internazionale, proprio in occasione di un Trattato di Pace alquanto risibile e fragile come presto si vedrà.
Oggi siamo in situazioni analoghe, dopo il cessate il fuoco a Gaza patrocinato da un Israele ambiguo e da un consesso di Paesi limitrofi, anche non mediterranei, guidato da un ondivago Presidente degli Stati Uniti, che sembra incapace di reggere le file di un discorso che ha tentato più volte di avviare verso la Pace in Palestina. E’ opportuno quindi rivedere proprio la posizione dell’Italia lungo i dieci mesi dalla sua entrata nella Grande Guerra e ritornare sull’altrettanto critica sua posizione durante la Pace di Versailles, proprio per non ricadere nei tragici equivoci di quegli anni, purtroppo sfiorati dal Governo attuale durante i non pochi vertici fra i Paesi europei in occasione della guerra Ucraina/Russia ancora in atto.
Atto I: I mesi della neutralità ed il dissenso interventista, agosto 1914 – aprile 1915
Il terrore dell’isolamento diplomatico nelle Conferenze di Pace è un pericolo che l’Italia liberale aveva sempre sfiorato dopo l’Unità Nazionale. Dopo la triste esperienza dello schiaffo di Tunisi, dove gli errori diplomatici del Governo Cairoli e l’indeterminatezza del Ministro degli esteri Corti ci preclude ogni speranza di acquisire la Tunisia come colonia (1878); anche il governo Giolitti ed il suo seguace Salandra decidono nell’agosto del 1914, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, una politica di prudente neutralità. Come sempre avviene in ogni epoca, si formano schieramenti politici e culturali guerrafondai o non belligeranti, spesso tutti motivati da politiche di potenza revansciste, colonialiste o apparentemente pacifiste, che in modo recondito nascondono sempre ragioni d’interesse privato. Posizioni non molto lontane dagli attuali livelli di polarizzazione, oggi come allora sono mascherate da ideologie liberali o conservatrici, ma di fatto sono influenzate da politiche commerciali espansive che tendono a prevalere su interessi collettivi di tutela della pace, di sicurezza ambientale e di dialogo fra le Nazioni.
Ciò richiama alla memoria le famose vicende che vedono per protagonisti Vittorio Emanuele Orlando, Presidente del Consiglio fra il 30.10.1917 ed il 23.6.1919, due anni turbolenti fra la sconfitta di Caporetto e lo scontro col Presidente Wilson a Versailles nella relativa conferenza di Pace. Ma andiamo con ordine. Com’è noto, la radicale polarizzazione fra le Potenze Europee è motivata da istanze di neocolonialismo, da mercati in crisi di sovrapproduzione e da tensione internazionali revansciste. Esse producono la prima grande conflagrazione mondiale, oggi spesso ricordata per le guerre locali europee e mediterranee che già all’epoca fanno da sintomi di una Grande Guerra. Balcani, Nordafrica e Medio Oriente, già bollono. La pentola a Sarajevo scoppia il 28 giugno del 1914 ed ai primi di agosto il meccanismo delle alleanze contrapposte produce l’incendio: Triplice Intesa – Francia, Inghilterra e Russia – e Triplice Alleanza – Germania ed Austria – Ungheria ed Impero Ottomano – vanno alle armi.
Il 2 agosto però l’Italia, socia della seconda coalizione, dichiarava per bocca del giolittiano Salandra la neutralità, sospendendo il proprio intervento a favore della Triplice Alleanza perché questa ha carattere difensivo, mentre gli altri soci hanno iniziato le danze da aggressori, scelta ambigua e vacua che legittima nella specie tutto ed il contrario di tutto, come sappiamo nelle attuali vicende di guerra ucraina in Europa e nella regione mediorientale. Sia come sia, per 9 mesi il duello politico imperversa sia a livello istituzionale che a livello sociale, fra fautori dell’intervento o per l’una o per l’altra parte; od a livello neutralista, non tanto alimentato da ragioni prettamente pacifiste, quanto per ragioni di interesse politico ed economico.
Campione governativo e parlamentare della parte interventista, è il Ministro degli esteri, il conservatore Sidney Sonnino, di tradizione anglosassone, stimolato dalla Corte, ma anche da interessi legati ai potenti armatori inglesi, desiderosi di vedersi sostituiti nelle forniture di navi militari vicino alla scadenza dei contratti di appalto con i fornitori tedeschi ed anche collegati ai gruppi finanziari critici verso la onnipotente lobby tedesca, che ha oltrepassato la normale alleanza con le imprese italiane, adoperando spesso l’arma delle vendite sottocosto nel mercato italiano. Alla lobby inglese fa da coro con la politica estera francese favorevole alla politica espansiva italiana nell’Adriatico, in cambio di una tolleranza nel Mediterraneo occidentale, dove la presenza in Marocco ed Algeria e Tunisi è consolidata in cambio di una tollerante presenza italiana in Libia e nel Dodecaneso greco, momento di chiara debolezza dell’Impero Ottomano.
Senza contare la Russia che vede nell’irredentismo trentino, triestino e di Fiume un sicuro alleato nel riscatto della popolazioni slave nei Balcani, luogo di nascita della scintilla della guerra. A queste pretese di intervento a favore dell’Intesa, fanno anche ala la voce nazionalista di D’Annunzio, quella di un Mussolini in rotta col pacifismo socialista, nonché le ambigue tendenze democratiche di Salvemini che predica l’entrata in guerra a fianco delle Potenze democratiche nel segno di una quarta guerra d’indipendenza, un nuovo Risorgimento che fa il paio col ritorno allo Statuto della classe conservatrice realista che dalla guerra contro il vecchio nemico austriaco tenta di approfittare per distrarre le masse operaie e contadine dall’insidia socialista e cattolica. Infatti fra il 1911 ed il 1914 esse hanno molestato il potere dei gruppi dirigenti autoritari, che fra i moti di Milano del 1898 ed i moti emiliani del 1913, mantengono il potere politico a colpi di Stato d’Assedio.
All’opposto, vigila una classe borghese liberale progressista, collaudata dai legami con i socialisti riformisti ed i liberali democratici che comunque hanno retto lo Stato con una certa autorevolezza riformista, guidata dal Giolitti e dal radicale liberale Vittorio Emanuele Orlando, vicino ad esponenti riformisti di sinistra moderata come Turati e Bissolati ed economisti e giuristi di fama, quale il Nitti, futuro Capo di Governo. Ma l’esponente più favorevole alla neutralità è il marchese Antonio di San Giuliano, nuovo Ministro degli Esteri. Insieme a Giovanni Giolitti tentano una politica mai adottata fino ad allora: la minaccia di un terzo fronte a sud.
Ciò crea preoccupazione al Governo austriaco: Berchtold, capo del Governo asburgico, pone alcune condizioni favorevoli, dato che già il fronte orientale russo è in bilico fra la fine del ’14 l’inizio del ’15. Dunque, parecchio poteva esser chiesto a Francesco Giuseppe, l’ottuagenario Imperatore di Vienna, alquanto critico con l’Italia fin dal 1848 e poi personalmente ostile perché un italiano – Luigi Lucheni – il 10 settembre del 1898, ha pugnalato a morte l’adorata moglie Sissi in nome dal credo anarchico ed irredentista. Il grande amico tedesco, il plenipotenziario von Bülow è esultante: quando il collega San Giuliano gli propone in cambio della neutralità l’annessione di Trento, Trieste e della stessa Istria; non manca di suggestionare Betham – Hollweg, Capo del governo imperiale prussiano, disposto a fare qualche concessione di fronte al rischio di perdere i porti italiani loro basi nel Mediterraneo.
E mentre le piazze scuotono l’Italia fra le manifestazioni nazionaliste di D’Annunzio; i proclami giornalistici di Mussolini pantedeschi sul suo nuovo Popolo d’Italia e le interviste di Bissolati al Corriere della sera, provano a sdoganare i dubbi della piccola borghesia lombarda e veneta a prendere le armi contro l’orco austriaco. Invece i cattolici del sud e gli operai socialisti del Nord sembrano dei sonnambuli: ora sono attratti dalla fine del divieto di partecipazione politica varata da Pio X ed ora appunto riaperta da Benedetto XV. Si vedono già Don Sturzo e Migliori alla testa del futuro Partito Popolare, ora silenzioso e contrari ad andare in guerra. Quanto alla maggioranza del Partito Socialista, la corrente pacifista tace sperando nel buon senso dei compagni tedeschi e francesi che appaiono più decisi a sospendere bilateralmente il loro servizio militare in nome della fratellanza Universale cantata nell’Internazionale.
Purtroppo, le trattative segrete vengono meno sia per la morte improvvisa di Sangiuliano, sia per il licenziamento di Berchtold, reo di aver osato la cessione del Trentino, ma anche perché tale passaggio avrebbe costituito un presupposto pericoloso per la domanda di autodeterminazione delle popolazioni balcaniche. Del resto, il nuovo Governo di Salandra e Sonnino, già a dicembre ha militarmente ha occupato Valona in Albania, come segnale di belligeranza moderata antiaustriaca, peraltro non contestata dalle parti in guerra che si leccano le ferite dopo la prima sanguinosa battaglia della Marna (5-14 settembre), prima vittoria dell’Intesa, ormai passata la guerra dalla prima fase di movimento a quella di posizione in trincea, oggi detta nella vicenda ucraina con il sostantivo edulcorato attrito.
Gli interventisti cantano vittoria per l’Intesa ed insistono ad entrare nel tradizionale banchetto al tavolo della Pace, magari qualche ex colonia tedesca e di sicuro buona parte dell’Istria, che si ricorda essere stata dominata della Repubblica Veneta, senza contare legazioni ad Odessa ed a Costantinopoli, o perfino a Baghdad… E quando Bülow tira i remi in barca ed il Conte von Huttern comunicano da parte tedesca che il Conte Stephan Burián von Rajecz, ora nuovo capo di Governo a Vienna, respinge ogni trattativa. Il dado sembra tratto a favore di un intervento dalla parte dell’Intesa, oramai apparente vincitrice del conflitto. Scaduti invero i famosi contratti con la Germania e che il giovane Einaudi segnala sulla Stampa di Torino come sia l’ultimo muro caduto per l’alleanza con le Potenze occidentali e dunque dalla fine di Marzo del 1915 la delegazione italiana per le trattative segrete si presenta a Londra.
Intanto, Sonnino appoggiato dalla Casa Reale e con Salandra in netto dissenso con Giolitti, iniziano il colloquio con Londra in assenza degli altri due partner dell’Intesa, Francia e Russia, la cui assenza sarà un grave limite a Versailles quattro anni dopo. Sono in ballo le solite merci di scambio: il quarto fronte a Sud – il terzo resta a Sudest, dove la Gran Bretagna quasi in quei giorni di marzo ed aprile subisce la disfatta di Gallipoli sui Dardanelli contro gli Ottomani – in cambio di Trento, Trieste, Fiume ed imprecisate colonie ex tedesche. Ma Giolitti, uno dei pochi a sapere di quelle trattative, decide di opporsi insieme ai socialisti ed ai deputati cattolici, ad ogni velleità di guerra.
E con lui stanno le alte cariche militari, primo fra tutti Cadorna, nuovo Capo di Stato Maggiore, neutralista perché conscio della impreparazione militare, avversato dai guerrafondai Salandra e Sonnino, peraltro privati del vecchio Generale Pollio, precedente massimo responsabile delle Forze Armate, morto in circostanze misteriose qualche mese prima. Il pacifismo razionale di Giolitti si fonda sul fatto che l’impero austroungarico è sul punto di esplodere. La potente macchina burocratica austroungarica è dovuta al lunghissimo regno di Francesco Giuseppe, la cui società è ancora fondata su un Feudalesimo carico di incognite istituzionali, tenuta a stento da una classe dominante in via di estinzione – basti leggere le fonti letterarie del tempo, da Karl Kraus, a Kafka, a Joseph Roth, fino a Musil – cosa che impone pazienza ed attenzione, tenuto anche conto della realtà dell’Italia non meno complessa.
Le memorie di Giolitti, di Carcano, di Vittorio Emanuele Orlando, nonché gli articoli di Luigi Einaudi, vedono la necessità della prudenza in quegli anni di guerra, quando le speranze di pace di Romain Rolland e di Heinrich Mann, ma anche di Ernesto Teodoro Moneta, premio Nobel per la Pace nel 1907, tendono a contenere le spinte militariste di D’Annunzio e Corradini, oltreché le ambigue dichiarazioni di Mussolini, chiaramente intrise di violenza derivate dalla sua personalità impetuosa e personalisticamente amante di quell’uso della forza nelle relazioni umane appresa dal filosofo Sorel, di cui il futuro Duce è un adepto. Giolitti, come narra nelle sue memorie, tenta un suo colpo di mano: d’accordo con un suo vecchio sostenitore, Paolo Carcano che nel governo Salandra regge le sorti del Ministero del Tesoro, cerca di contenere le manovre dei due plenipotenziari a Londra.
Va detto che lo Statuto Albertino del 1848 ha due punti deboli: lo Stato di Guerra e la dichiarazione relativa, entrambe attribuite all’Esecutivo, nonché la gestione a sessioni separate e temporanee della Camera aventi valore meramente consultivo e non vincolante per il Governo e per il Re. In occasione della Terza guerra di Indipendenza (1866), della prima spedizione in Etiopia (1895-1896) e della guerra Italo-Turca, per la Libia (1911), il Parlamento è uno spettatore e la grave scelta spetta al Re ed al suo Governo. Nell’ultimo evento, infatti Giolitti ne ha approfittato per convergere l’attenzione del paese per l’impresa coloniale distraendo l’attenzione dell’opinione pubblica sui gravi moti popolari nel Nord Italia scatenati dalla crisi economica del 1909-1910, quando molte imprese del triangolo industriale sono in deficit per la fortissima crisi bancaria mondiale del 1906.
Carcano gli fa notare un aspetto non indifferente: già la miniriforma del Governo operata dallo Zanardelli nel 1901 ha trasferito al Parlamento i poteri di finanziamento che il Ministero del Tesoro ha mantenuto in autonomia nelle dichiarazioni di guerra dell”800; e Giolitti ha faticato non poco per ottenere i fondi pubblici per la guerra del 1911-1912. Dunque ai giolittiani sembra questa la via per bloccare la guerra ormai patteggiata a Londra nell’aprile del 1915 e che dovrebbe essere approvata entro il 26 maggio a pena di decadenza del patto. Sicuramente la Camera non li avrebbe approvati, visto la maggioranza neutralista che di fatto ivi è presente. Il piano sembra possibile anche perché il discorso di Giolitti alla Camera appena riaperta, vede una maggioranza schiacciante di non adesione molto probabile perché non risulta approvato il finanziamento in parola.
Ben 300 biglietti da visita di Parlamentari di tutte le parti politiche compaiono invero nella casella dell’albergo romano dove Giolitti pernotta la sera del 10 maggio, giorno in cui al mattino ha insistito sulla posizione neutralista ed attendista di futuri sviluppi. Come si evince la situazione è di stallo: l’Intesa nervosamente aspetta la conferma sulle spese; i governi della Triplice fremono di sdegno appena saputo della rottura di fatto della vecchia alleanza e si prepara addirittura un attacco aggressivo dell’Austria, tanto più che in quei mesi di neutralità il generale Franz Conrad von Hötzendorf con abilità strategica ha già fatto predisporre reticolati e postazioni di mitragliatrici fra Isonzo e Trentino, che saranno l’ostacolo più terribile per le future avanzate al confine alquanto difficoltoso fra Trentino e Friuli.
E poi il Re è sull’orlo di una crisi di nervi: rifiutare le dimissioni di Salandra e Sonnino che l’11 maggio le hanno presentate per evitare il voto contrario della Camera? Richiamare Giolitti o Carcano, od il cattolico Marcora e quindi tornare indietro sulla strada della neutralità, ma stavolta con una facciata di maggiore insicurezza internazionale? Il primo atto delle vicende preparatorie al conflitto del 1914-1918 si chiude con un tragico equivoco che non sembra affatto ben compreso dall’opinione pubblica, il cui silenzio oltremodo maggioritario rende il teatro stranamente tetro e denso di preoccupazioni per chi esige una scelta chiara in un senso o nell’altro.
Atto Il secondo: Le giornate radiose, 12-24 maggio, 1915 e gli anni di dura trincea
Malgrado il palese nervosismo del Re, messo all’angolo da queste nuove posizioni che diventano una sorte di suspense, quasi un che fare che in altre situazioni hanno interessato i grandi della storia – si pensi alle notti di Cesare nel Rubicone; Vittorio Emanuele III – naturalmente sobillato dal Sonnino e dalla anglofilia che la Corte mostra ogni momento dopo i fatti di Londra – getta i suoi dadi: vale a dire respinge le dimissioni del Governo. Scelta che però la stampa moderata interpreta come un cedimento alle pressioni di Piazza. Invero, gli storici passati concordano sul fatto che nient’altro può essere più intrapreso dai politici neutralisti, perché coloro che hanno collaborato con Giolitti rifiutano di mettersi contro le imponenti manifestazioni di Piazza, orchestrate da D’Annunzio e da Mussolini, la mente e la penna dell’azione bellicista.
Fra il 13 maggio ed il 16 maggio, la stampa anglofrancese testimonia un clima di terrore attorno al Parlamento. Carcano e Marcora, gli ultimi fedelissimi di Giolitti si defilano. Il Re e Sonnino convincono il Parlamento a riconsegnare il Paese a Salandra ed a far rispettare così il Patto di Londra. Qualche storico odierno ha parlato di un primo colpo di Stato da parte di Vittorio Emanuele perché la cessione alle forze popolari – sia pure i soli nazionalisti – anticipa di quasi un decennio quello che avverrà del 1922, dove buona parte degli attori del 1915 replicheranno la stessa scena. Il 17 maggio D’Annunzio, alla notizia del reincarico, esce sul balcone del Campidoglio e grida la soddisfazione massima per la guerra, quasi ripetendo un coro verdiano condito peraltro da una esaltazione della razza italica contro lo spirito decadente di Giolitti.
Il 20 maggio, malgrado l’estremo tentativo di von Bülow di spingere Benedetto XV a chiedere all’Austria di riaprire le trattative; Il Parlamento vota per le guerra. Il silenzio del centrosinistra più volte citato investe la Camera. Come nel ’22, una minoranza otterrà i pieni poteri per Salandra. Giolitti è già il 17 fuggito da Roma: narra nelle sue memorie di essere stato assalito da una squadraccia nazionalista e di essersi salvato a stento dal linciaggio per l’intervento dei carabinieri di scorta. Come mai Giolitti si è ritirato? Come mai non ha chiesto un più forte appoggio a Turati ed ai cattolici parlamentari, che con l’episodio dei 300 biglietti da visita sembrano decisi a sostenere la revoca del Patto di Londra? Qualche storico cita che una condotta analoga l’ha tenuta nel 1893 quando nello scontro con Crispi sullo scandalo della Banca Romana non è andato fino in fondo, dimettendosi, lasciando al rivale i pieni poteri per reprimere la rivolta dei Fasci siciliani e riportare anche l’ordine bancario, due situazioni che la borghesia italiana temono più di tutto. Evidenti ragioni di spazio, ci inducano a limitare gli eventi militari fra il 24 maggio del 1915 ed il 3 novembre del 1918: l’alfa è la prima traversata del Piave – fiume che ci separa all’epoca dall’impero austroungarico; l’omega è l’entrata da vincitori degli italiani a Trieste ed a Trento.
Due canti popolari segnano le due tappe: La leggenda del Piave, di E. A. Mario (Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio dei primi fanti, il ventiquattro maggio l’esercito marciava per raggiunger la frontiera per far contro il nemico barriera…9 e Le ragazze d Trieste cantan tutte con ardore Italia del mio cuore tu ci vieni a liberar, di Colombino Arona). Nel mezzo, quasi te anni di trincea, fra fango, sudore e polvere da sparo, morti e stragi, malattie infettive e fucilazioni punitive, oltre ai cattivi rapporti fra il capo di stato maggiore Cadorna ed il Salandra dotato soltanto di pieni poteri politici. La prima grande battaglia sull’Isonzo dal 23 giugno 1915 si è risolta in un sostanziale pareggio.
La seconda occasione di scontro diretto, dopo mesi di riposo forzato nelle trincee, si ha con la grande controffensiva austriaca sul fronte italiano, la c.d. Strafexpedition, del 15 maggio del 1916, che è una vittoria di Pirro, fermata da una tremenda strage di fanti sacrificati non appena scavalcano le linee. Il Re, stavolta più deciso che nel’15, prende la decisione di revocare Salandra e di nominare un ex neutralista, il socialista Boselli amico di Turati e gradito a Giolitti che dopo più di un anno si rivede a Cuneo e che addirittura a maggio riceve la delegazione russa reduce dalla prima rivoluzione, con l’idea di un armistizio con l’Austria, anche sulla scia di Benedetto XV. Il Papa ha richiamato tutte le parti in conflitto alla pace (il 9.8. del 1917, in una fase di disillusione fra le truppe del fronte occidentale, mentre si hanno tantissime defezioni dell’esercito russo di Kerenskij, nuovo capo della Russia dal febbraio che testardamente continua la guerra). Brilla e fa riflettere a laici e cattolici l’idea di porre fino all’inutile strage.
Un clima di possibile chiusura del conflitto che non piace ai conservatori italiani, ancora alleati ai nazionalisti filodannunziani, senza contare gli arditi di guerra che ancora insistono per un Governo più forte, magari guidato dallo stesso generalissimo Cadorna, che insieme al Sonnino ed alla Casa Reale, sembrano decisi ad instaurare un governo militare. Montanelli ci ricorda i non pochi articoli di Mussolini apparsi sul suo Secolo d’Italia. Certo è che dopo la tremenda sconfitta di Caporetto (24-29 ottobre 1917) – la successione del debole Boselli, porta alla guida all’Esecutivo il radicale democratico Vittorio Emanuele Orlando, Presidente del primo Governo di Unità Nazionale è l’ultimo erede di Giolitti, che dal maggio del 1915 si è chiuso sdegnosamente a leccarsi le ferite nel suo podere di Cavour, un paese del Piemonte da cui è nata la famiglia del suo grande predecessore.
Il biennio fra Caporetto e la firma dall’armistizio a Villa Giusti (3.11.1918) ci dà il senso effettivo di una concordia nazionale, segnata da un rapporto reale e dinamico fra Governo e militari, anche di fronte agli alleati dell’Intesa, dove c’è stato anche un cambio della guardia di non poca rilevanza, vale a dire il ritiro della Russia – divenuta Unione Sovietica per effetto della seconda Rivoluzione russa bolscevica del Novembre del 1917 e dal successivo trattato di pace separata di Brest-Litovsk (3.3.1918) e l’entrata in guerra a fianco dell’Intesa degli Stati Uniti guidati da Woodrow Wilson, Presidente democratico, nuovo personaggio principale di questo secondo atto. Il 1918 è l’anno di Orlando e della sua vittoria: nominato un nuovo Capo di stato maggiore più vicino al potere politico – Armando Diaz – aumenta la propaganda e la solidarietà dei politici alle stremate forze armate, chiuse in trincea fin dal 1915 in condizioni morali e materiali alquanto difficili che spiegano la sconfitta di Caporetto.
Si rinnovano le clausole di alleanza e le richieste dei aiuto agli Alleati e con l’appoggio del Re, Orlando riesce ad ottenere rinforzi esterni sulle linee del Piave (ricordiamo le note giovanili ed il romanzo Addio alle armi dello scrittore americano Hemingway). Si ottiene che anche gli Stati Uniti dichiarino la guerra all’Austria (7.12.1917). Poi il Piave e Vittorio Veneto (15-22 Giugno e 24 ottobre), fino al predetto Armistizio a Villa Giusti. Alla fine di quasi 4 anni di guerra, con 600.000 morti ed un numero enorme di mutilati e feriti, Orlando si trova a gestire un dopoguerra già disastroso: non solo una guerra che la retorica sua definizione – lavanda della storia, proclamata dal D’Annunzio – si dimostra subito un salasso indicibile perché ha eliminato un’intera classe dirigente e ha dato un colpo di grazia all’agricoltura prima economia del Paese privato dell’apporto alimentare agricolo.
Nondimeno, la fiorente industrializzazione del Nord nata all’inizio del secolo è in discesa, contenuta soltanto dalle industrie produttive di armi che hanno fornito profitti a pochi imprenditori e hanno dato bassi salari alle tante donne ivi impiegate. E poi la disgraziata epidemia di Spagnola che ha ucciso più persone di quanti caduti in guerra. Un secondo atto che termina come preludio alla farsa tragica del terzo.
Atto III: I maneggi di Orlando e soci per salvare la Vittoria
Una situazione sociale ed economica desolante che i quattro grandi vincitori – Orlando, George, Clemenceau e Wilson si propongono di risolvere nella Conferenza di Pace, aperta a Versailles (18.1.1919) e conclusasi il 28.6 dello stesso anno. Il primo ostacolo da affrontare da parte delle delegazioni principali è la mediazione di due profondi interessi che le animano, il principio di Nazionalità di cui è paladino Wilson in omaggio al punto dei suoi 14, dove è la Autodeterminazione dei popoli chiamata a regolare il mondo, vale dire il mondo dei consumatori di massa pronto a soddisfare l’offerta industriale nordamericana, come Lenin e Gramsci sospettano. Ma Clemenceau e George – ma anche Sonnino ed Orlando – oppongono la necessità di fermare il violento attacco degli Imperi Centrali, motivato dalle volontà di potenza che questi esprimono da decenni.
I paesi Occidentali dell’Intesa guardano con dubbi per esempio alla libertà dei mari (punto 2 del programma Wilson), temuta dal George che intravvede un colpo alla politica dei limiti delle rotte di navigazione, misura che la Gran Bretagna ha utilizzato con successo nella sua lunga politica imperialista dopo Napoleone. Poi Clemenceau è fautore della forte riduzione della Germania in materia industriale e della imponente misura in riparazione dei danni di guerra, circostanze che da esse si fanno derivare per i gravissimi moti neobolscevichi e nazionalisti che scoppiano a Berlino ed a Monaco fino al 1923. Lo stesso sarà per Orlando, il quale insiste sul punto 9 – Una rettifica delle frontiere italiane dovrà essere fatto secondo le linee di demarcazione chiaramente riconoscibili fra le nazionalità – norma che ambiguamente sostituisce le ampie garanzie concordate a Londra sulle rivendicazioni territoriali.
Bissolati, accompagnatore di Sonnino ed Orlando a Parigi, testimonia l’isolamento nel Salandra, che nel diario dell’ottobre del 1928, nonché del Sonnino stesso, è attaccato tematicamente alla posizione conservatrice e molto contrario ad accettare la lettura progressista del Viceministro, molto disponibile ad abbandonare subito la Dalmazia, salvo Fiume ritenuta ragionevolmente di maggioranza italiana. L’Orlando è indeciso sulla proposta del Bissolati, esposta a Milano alla Scala l’11 gennaio del 1919, che viene però disturbata dall’appena noto movimento dei Fascisti sobillati dagli editoriali violentissimi del Secolo d’Italia, dove il 12 ed il 14 gennaio dove si taccia il Bissolati di essere un rinunciatario, una pedina dei tedeschi, perché non ha difeso la nuova fissazione del confine nord del Trentino riguardo al territorio italiano, cosa che renderebbe insicura la Nazione, malgrado ciò fosse in linea al principio di autodeterminazione di quelle terre abitate da persone di lingua tedesca…accuse che raddoppiano le polemiche con Salvemini, altro illustre interventista che pure contesta la lettura immodificabile del Patto di Londra e che invece accoglie con favore il principio di nazionalità promosso da Wilson.
Le discussioni preliminari dei primi mesi del 1919 non sono riusciti a far dimenticare la devastazione sociali ed economiche sofferte dalla Popolazione durante la belligeranza. Infatti, sulla base dei comunicati del Consiglio Economico, istituito nel 1918 per vigilare la realtà economica del Paese in attesa dei Trattati di Pace sulla situazione generale dei Paesi vincitori; il debito pubblico marcia in Italia sui 23 miliardi e l’inflazione è alle stelle. L’economia italiana non è dissimile da quella della Russia prima del ’17. La scelta alleata di salvare le industrie italiane con 12 milioni di tonnellate di carbone non è eterna. Chè anzi nel ’19 si sarebbero dimezzati. Del pari, le obiezioni predette di Orlando sul futuro dell’Albania e del Montenegro, all’epoca in mano ai contingenti militari colà sbarcati fin dal 1913 non hanno più peso. La loro annessione al Regno Jugoslavo caldeggiata da Wilson diventa reale.
Il conflitto fra ex interventisti ed ex neutralisti si chiude ancora una volta quando i preliminari di Versailles non sono neppure iniziati. Già D’Annunzio il 24. ottobre del 1918 sul Corriere della sera, quasi alla fine della guerra e ad un anno da Caporetto, certamente è a conoscenza dello spirito democratico di Wilson e dunque afferma come la rettifica delle frontiere italiane sarà fatta secondo linee di nazionalità chiaramente riconoscibili; e che i popoli e le province non devono più essere barattati dai Governi come un gregge od usati come pedine del gioco degli scacchi. Regole imposte da un vincitore assoluto, che per dirla con Weber antepone l’etica della convinzione morale all’etica dalla responsabilità mediatoria e spesso machiavellica. Dunque nessun compenso per la partecipazione, né Trento, né Trieste e tanto meno Fiume o le ex colonie tedesche.
Al massimo le due aree a maggioranza italiana dove prevede elezioni certe e fuori da occupazioni militari. La vittoria mutilata sarebbe stata causata dal traditore Lloyd George, dalla volpe Clemenceau e del visionario Wilson. I reduci di guerra a quell’articolo insorgono, la Nazione si sente offesa offesa nel corpo e nell’anima. Ritornano le giornate radiose di maggio e le manifestazioni di piazza, sono prodromiche a quelle del ’19 per Fiume ed a quelle violenze squadristiche fasciste fra il ’20 ed il ’22. Come nel maggio del ’15 alcuni pompieri tentano di soffocare l’incendio: per esempio, Bissolati, prima di ritornare deluso a casa, propone almeno la Dalmazia pur senza Fiume.
La Jugoslavia, dietro la protezione di Wilson, si oppone senza se e senza ma. La Francia con Clemenceau soffia sul fuoco perché ha contratti aperti con la Jugoslavia ed ipotizza un vasto impero commerciale. La Gran Bretagna pensa all’Arabia da acquisire come colonia. Il Patto di Londra è morto. Quanto siano inutili le parole e perfino le lacrime di Orlando lungo i quasi primi tre mesi del ’19, lo dice lui stesso e lo testimoniano le parallele considerazioni di tutti i vari plenipotenzari ivi presenti. Sono avanzate varie soluzioni all’impasse, perfino la trasformazione di Fiume in città libera come Danzica, già accolta dalla Repubblica di Weimar. Gli altri tre Grandi sono in tutt’altre faccende affaccendate, come direbbe il poeta. Wilson, apparentemente incredulo ed imbevuto del mito democratico mazziniano, tenta sulle colonne del moderato Corriere della sera di convincere gli Italiani di accettare il Sud Tirolo e Trieste, lasciate circondate dal baldanzoso Regno di Jugoslavia che addirittura attende di occupare la stessa Trieste.
D’Annunzio non è da meno nel continuare le sua accuse al povero Wilson, di cui denunzia le false parole di Pace e di difesa dei popoli, segnalando l’effettivo interesse economico imperialista che ha spinto la Finanza Americana ad intervenire in Europa. Narrano le fonti di stampa che polizia e carabinieri sudano non poco a difendere gli assalti delle folle imbestialite contro le ambasciate americane, inglesi e francesi. Dal canto suo, Orlando, stanco ed amareggiato, riparte da Parigi con un Sonnino che sornionamente sembra il vero vincitore della contesa, giusto anche il mandato parlamentare di non cedere di un palmo sui principi concordati a Londra nel 1915. Anzi, il Ministro degli Esteri, in combutta col Re, ha perfino fatto occupare in Asia Minore il porto di Adalia a titolo di acconto dei compensi coloniali promessi.
Un passo in più che Clemenceau e George prendono a pretesto per non richiamare più indietro la delegazione italiana. Scoppia un ulteriore questione: i diplomatici addetti alla stesura finale della Pace, appartenenti alle altre nazioni vincitrici, dettano all’Italia il loro ultimatum: o la delegazione ufficiale italiana dovrà ritornare indietro entro il 10 maggio per partecipare alla firma finale, oppure avrebbero perduto ogni possibilità di accettare perfino quella di Versailles. E’ il rischio di una pace separata, con l’effetto di dover subire la mancanza di ogni genere di riparazione monetaria da parte delle potenze sconfitte. Un ricatto economico che l’Italia, già isolata dall’assise di Versailles, avrebbe pagato a caro prezzo proprio perché la Grecia del dittatore Venizelos sta per marciare per riottenere il territorio di Adalia che per Trattato con la Turchia – ex impero ottomano – sta in mano agli italiani. Il rischio di una guerra con la Grecia e con la Turchia stessa, già in conflitto fra loro, è alquanto elevato.
Dopo il danno anche la beffa! Il precipitoso ritorno in Francia dei due Ministri salva l’Italia da una guerricciuola, effetto collaterale al grave isolamento in cui si è già precipitato. Nei giorni successivi il terzo atto a Versailles sembra una farsa di Eduardo Scarpetta, all’epoca il comico più amato dal popolo meridionale, padre naturale dei De Filippo e scopritore del genio spassoso di Totò! Di più: Wilson, come un padre dispettoso che nega ai figli ogni genere di piaceri e di denari, non accetta neppure la soluzione minima di Zara e Fiume come città aperte, in realtà porti alle dipendenze della Jugoslavia, qui nella parte di un consuocero ombroso e malizioso, pronto ad accasare un figlio imbecille che può essere manovrato dal padre maneggione.
Neppure la soluzione di George sembra essere la migliore: l’offerta del porto di Batumi in Georgia, sfuggita al dominio russo e pretesa dai Sovietici non è una ipotesi tranquilla, visto che l’eventuale corpo di spedizione italiano disposto da Diaz avrebbe dovuto combattere contro le armate sovietiche già in zona per recuperare quelle aree preziose per essere intrise di petrolio. Un pasticcio di proposte, di rifiuti e di ammiccamenti, in cui i 4 grandi – a dire delle memorie di Orlando – non fanno che aumentare la stizza e le facezie di tutti gli osservatori mondiali e che porta il nostro Paese in una zona critica che precipiterà nella prossima crisi di Fiume (l’occupazione dei legionari dannunziano del 12 settembre 1919), senza contare il risentimento dei reduci e di coloro che dalla guerra sono stati danneggiati non solo economicamente.
Situazione politica che costituirà buona parte del brodo di cottura del futuro Regime Fascista. Col Trattato di Saint Germain del 10 settembre con l’Austria e con quello di Versailles del 28 giugno, la commedia va verso la fine. Il Presidente della Vittoria si dimetterà dopo qualche giorno. La retorica dell’essere stato solo contro tutti non lo ripaga. L’immagine di un uomo depresso e deluso, dall’italiano umiliato e tradito dura lo spazio di un mattino, perché la scelta di battere i pugni sul tavolo e di abbandonare il posto che gli spetterebbe nel consesso delle nuove grandi Potenze è peggiore dell’offesa.
Ritorneranno praticamente solo per firmare e per non perdere qualche briciola di risarcimento di danni di guerra, scelta che non fa onore all’Orlando ed al Sonnino. Forse qualche storico ha ragione quando la nascita ai confini dei due nuovi stati, la piccola Austria e il più vasto Regno di Jugoslavia, è un fatto da non sottovalutare. Infatti la Francia di Clemenceau approfitterà di rinnovare i contratti commerciali con questi nuovi Stati, mentre il nuovo Presidente del Consiglio Nitti perderà tempo per risolvere i problemi di economia interna e di ordine pubblico minacciato dalle prime scorribande fasciste e non guarderà a quelle nuove entità popolari autonome se non da nemico acerrimo piuttosto che da partner commerciale.
Una controstoria che i primi storici non hanno approfondito, ma che la geopolitica attuale consiglia gli attuali governanti da adottare. La solitudine di un Governo, plasticamente evidenziato da un consesso che non ascolta gli interessi che esso tende a rappresentare, non può essere superata da una scelta di abbandono, né da una condotta lacrimosa o combattiva senza scendere a compromessi. Come Galileo prova e riprova, così l’Uomo di Stato deve guardarsi attorno e rivedere le proprie convinzioni affinché la sua responsabilità mediatoria restituisca il dovuto alla Naziona che rappresenta.
Bibliografia
- Per la situazione politica e sociale nei mesi antecedenti l’entrata in guerra dall’Italia vd. GIULIANO PROCACCI, Storia degli italiani, 2, Laterza, Bari, 1983, pagg. 498 e ss.; Milano, 2019. Nonché ANGELO TASCA, Nascita e avvento del fascismo, nuova edizione a cura di Antonio Scurati, ed. Corriere della sera, Milano, 2021, pagg. 108 e ss. CFC. anche Le memorie della mia vita, di GIOVANNI GIOLITTI, Milano Treves, 1922, vol. 2 pagg. 509 e ss.
- Per la situazione politica e sociale italiana nel periodo fra il 1914 ed il 1919, soprattutto sulle polemiche fra neutralisti ed interventisti, nonché sul periodo immediatamente successivo, vd. MARIO SILVESTRI, La decadenza dell’Europa Occidentale, vol. II, l’esplosione 1914-1922, pagg. 28-49 Einaudi, 1978 ed Il Manuale Donzelli, Storia contemporanea, 1997, di cui vd. il saggio di Mario MARIO ISNENGHI, La prima guerra mondiale (XIII), nonché INDRO MONTANELLI, L’Italia di Giolitti, Rizzoli, 1974.
- Sulla Conferenza di Versailles, cfr. FRANCO CARDINI e SERGIO VALZANIA, La pace mancata. La conferenza di Parigi e le sue conseguenze, Mondadori, 2018.
- Per la figura di Vittorio Emanuele Orlando legata al Trattato di Versailles, vd. Margaret McMillan, Paris 1919. Six months that changed the world, Random House, New York, 2011, in https://books.google.it. Nonché di Vittorio Emanuele Orlando, Memorie, ed. Rizzoli, Milano, 1960.







