Oro alla Patria: la giornata della fede, 18 dicembre 1935

Oro alla patria

Il 18 dicembre 1935 è la “Giornata della fede”. Gli italiani accorrono in massa nelle piazze di tutta Italia, sotto invito del regime fascista, per consegnare “Oro alla Patria”, ovvero le fedi nuziali e molti altri oggetti personali. Per quale motivo viene organizzata questa speciale giornata di solidarietà e generosità verso la Nazione?

SCOPRI LA SEZIONE FASCISMO

Le sanzioni economiche della Società delle Nazioni contro l’Italia

Il 3 ottobre del 1935 le truppe italiane oltrepassano il fiume Mareb, che segna il confine tra la colonia di Eritrea e l’Impero etiopico. Quattro giorni dopo il Consiglio della Società delle Nazioni condanna il governo italiano come aggressore e tale sentenza è ufficialmente proclamata l’11 dall’assemblea, dove i rappresentanti dei cinquantadue Stati membri decidono di applicare contro l’Italia le sanzioni economiche.

Queste sanzioni, la cui entrata in vigore è fissata per il 18 novembre, prevedono:


  • l’embargo sulle munizioni e le armi dirette nel paese;
  • il divieto di prestiti o di crediti;
  • la proibizione di commerciare con l’Italia fascista prodotti relativi all’industria bellica, esclusione fatta per il petrolio.

In realtà. però, la Società delle Nazioni si muove in modo moderato, scartando ad esempio l’ipotesi delle sanzioni militari e riducendo al minimo la portata effettiva di quelle economiche. I provvedimenti, quindi, non risultano pesanti tanto da da ostacolare sul serio le operazioni militari italiane; servono al contrario a Mussolini e al suo regime come strumento propagandistico per evidenziare a tutti il fatto inaccettabile che l’Italia sia perseguitata e accerchiata di nemici.

Il 17 novembre, alla vigilia dell’entrata in vigore delle sanzioni, il Gran Consiglio del fascismo approva una mozione che condanna la giornata del 18 come “data di ignominia e iniquità nella storia del mondo”.

Il consenso della popolazione alla guerra d’Etiopia

Nel frattempo il paese sta affrontando con grande entusiasmo il clima di guerra; scegliendo l’Etiopia come nazione da invadere, Benito Mussolini si è mosso su un terreno già molto battuto e seminato dai nazionalisti che hanno insistito per anni sulla necessità di lavare l’onta subita ad Adua nel 1896.

Risvegliato dal regime lo spirito nazionalista, il popolo italiano approva l’immagine dell’Italia come grande nazione proletaria alla ricerca di un posto al sole in Africa e vede nell’Etiopia un paese da colonizzare e civilizzare. Molti si mostrano sensibili specialmente alle motivazioni più umanitarie della guerra e si convincono del fatto che all’Italia, in quanto faro di civiltà, spetti il compito di portare progresso e libertà ad una popolazione sfortunata e oppressa da una crudele casta feudale.

La presentazione della conquista dell’Etiopia come un’importante impresa di civiltà serve a Mussolini per ottenere un ampio consenso e per trasformare gli italiani in un popolo di guerrieri. La guerra coloniale consente al dittatore di raggiungere un’unità interna al paese come mai si è vista fino a quel momento. L’aspetto più sorprendente è il coinvolgimento anche di molte gerarchie cattoliche. Il cardinale di Milano Ildefonso Schuster durante un’omelia invoca dal pulpito:

“Pace e protezione all’esercito valoroso che in ubbidienza e intrepido al comando della Patria, a prezzo di sangue apre le porte di Etiopia alla Fede Cattolica e alla civiltà romana.”


Oro alla patria, la giornata della fede

giornata della fede

In un clima di solidarietà nazionale le ingiuste sanzioni della comunità europea permettono al regime di approfittare al massimo dell’appoggio degli italiani. Per fronteggiare le sanzioni il governo vara una serie di provvedimenti per fronteggiare l’embargo e inaugura una campagna di austerità: è l’inizio della politica dell’autarchia.

Si riduce il consumo della carne, teatri e cinema chiudono alle undici di sera per risparmiare energia elettrica, si riaprono alcune miniere di carbone fossile e si ordina che tutto il raccolto di grano venga ammassato in depositi nazionali. Alcune di queste misure risultano impopolari e vengono accolte con sarcasmo; un’enorme successo, invece, il regime lo ottiene con la geniale campagna dell’Oro alla patria.

Il 18 dicembre 1935, stesso giorno dell’inaugurazione del comune di Pontinia, si svolge la Giornata della Fede; la cerimonia principale ha luogo all’Altare della Patria a Roma. Mussolini sale sul palco dove lo attende il vescovo di Terracina che lo benedice e lo assicura affermando:

“Oggi l’Italia è fascista e il cuore di tutti gli italiani batte all’unisono col vostro, e tutta la nazione è pronta a qualunque sacrificio per il trionfo della pace e della civiltà romana e cristiana.”


E’ il vescovo a dare inizio alla cerimonia dell’offerta dell’oro alla patria consegnando al Duce del fascismo l’anello pastorale. Iniziano a sfilare subito dopo le donne che rappresentano i comuni italiani, ognuna con un elmetto tra le mani carico di diversi oggetti tra cui orecchini, orologi, spille, medaglie, ciondoli e catene. Mussolini dopo aver mostrato alla folla quanto gli elmetti siano pieni li svuota in un enorme cofano ornato. Una certa commozione pervade la folla quando a offrire una medaglia è la madre di un caduto di guerra.

Tra le prime a donare la propria fede nuziale unitamente a quella del marito è la regina Elena del Montenegro. A essa segue Rachele Mussolini che ricorderà successivamente nelle sue memorie di aver donato anche mezzo chilo d’oro e due quintali e mezzo d’argento, frutto dei doni ricevuti dal marito come Capo di Stato.

Nella sola Roma vengono raccolti più di 250.000 anelli, a Milano circa 180.000. Molti personaggi autorevoli del tempo, anche qualcuno che non appoggia ufficialmente il regime, descrivono la cerimonia come la massima espressione patriottica italiana di tutti i tempi, e non mancano i donatori illustri: dai reali (il Re dona dei lingotti d’oro e il principe Umberto il Collare dell’Annunziata), a Guglielmo Marconi (la fede e la medaglia da senatore), Luigi Pirandello (la medaglia del Premio Nobel).

Luigi Albertini e Benedetto Croce donano le medagliette da senatori; Gabriele D’Annunzio, invece, per rimanere all’altezza del suo mito e non sfigurare davanti al popolo, contribuisce alla raccolta con una spada d’oro, sette medaglie al valore e la Military Cross con la quale è stato insignito dal sovrano inglese. A coloro che donano la propria fede d’oro viene data in cambio una fede di ferro che porta stampigliata la dicitura: ORO ALLA PATRIA – 18 NOV. XIV. In tutto il Paese alla fine della giornata vengono raccolti 33.622 chili d’oro e 93.473 d’argento. La raccolta dell’oro, estesa successivamente anche ai metalli, viene prolungata per alcuni mesi e il 31 gennaio 1936 si arrivano a contare 33 tonnellate di oro e 94 di argento.