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Home Storia Contemporanea

Il saccheggio artistico dei nazisti in Europa: le opere trafugate

Tra il 1933 e il 1945, il regime di Adolf Hitler confisca, ruba o estorce tra i 250.000 e i 600.000 capolavori d'arte in tutta Europa. Il saccheggio non è un semplice atto di sciacallaggio bellico, ma un'operazione scientifica guidata da precise motivazioni ideologiche e personali.

di Jessica Ravanelli
20 Giugno 2026
TEMPO DI LETTURA: 12 MIN
Einsatzstab_Reichsleiter_Rosenberg_-_Jeu_de_Paume

Fotografia della "Sala dei Martiri" al Museo Jeu de Paume di Parigi (circa 1940): si possono notare molti dipinti rubati dalle squadre naziste dell'Einsatzstab del Reichsleiter Rosenberg.

CONTENUTO

  • Il trafugamento di opere d’arte da parte dei nazisti
  • 1997: il caso Gutmann
  • Arte per i nazisti
  • Un furto pianificato
  • Il saccheggio nazista in Francia
  • Il saccheggio delle opere artistiche come strategia di guerra
  • I tentativi di recupero
  • La Dama in oro di Klimt

Il trafugamento di opere d’arte da parte dei nazisti

Capita che i giornali di tutto il mondo ci sorprendano con notizie sul ritrovamento di tesori in luoghi insospettabili. Continuano a comparire in casseforti dimenticate, sale d’asta internazionali, case private e musei nazionali, dopo essere stati ben nascosti per decenni. Molti di essi sono quel che resta del formidabile bottino che il Terzo Reich mise insieme depredando l’Europa in lungo e in largo durante la Seconda guerra mondiale.

Durante i quasi sei anni di guerra, collezionisti, galleristi, mercanti d’arte e musei dei territori occupati vengono svaligiati per soddisfare l’io malato di Adolf Hitler, la cui brama di ricchezze sembra non conoscere limiti. Ingenti quantità di opere d’arte vengono spedite in Germania: le destinazioni principali sono le residenze dei magnati del Reich o i depositi dove verranno custodite in attesa dell’enorme museo che il leader nazista intende costruire. Quando la fine della guerra sarà ormai vicina e la sconfitta si profilerà sempre più nitida all’orizzonte, le autorità tedesche si ingegneranno per nascondere e far uscire dal Paese tutto ciò che hanno rubato.

Negli ultimi mesi della guerra e durante il dopoguerra, i vincitori si danno da fare per recuperare i beni rubati e restituirli ai proprietari originali, ma ci riusciranno solo in parte. Ancora oggi risuonano gli echi di questa terribile storia, in cui i legittimi proprietari degli oggetti rubati e gli eredi lottano per riavere ciò che era loro e per essere riconosciuti come vittime del nazismo.

1997: il caso Gutmann

All’inizio del 1997, nell’asta invernale della casa Sotheby’s di New York viene messo in vendita un pezzo unico: il Ritratto di giovane uomo con cappello rosso, una delle poche opere del pittore rinascimentale fiorentino Sandro Botticelli ancora appartenente a privati. Il lotto viene venduto per un prezzo astronomico, suscitando forti ripercussioni mediatiche e artistiche, fino a quando la stampa riporta che l’opera è in realtà appartenuta a una collezione rubata dai nazisti.

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Friedrich Gutmann con il figlio Bernhard
Friedrich Gutmann con il figlio Bernhard (1923)

Le indagini successive dimostrano che il quadro proviene dalla collezione sottratta al banchiere olandese Friedrich Gutmann, appartenente a una famiglia ebrea di origine tedesca, anche se lui e la moglie Louise sono stati battezzati. All’inizio della Seconda guerra mondiale, Gutmann cerca di mettere in salvo la propria collezione, ma ci riesce solo in parte. Quando i nazisti invadono i Paesi Bassi, iniziano a fare pressioni su di lui perché venda la collezione a un prezzo irrisorio.

La paura e le intimidazioni finiscono per minare la volontà del banchiere, che acconsente alla vendita, ma questo non basterà a salvarlo: due anni dopo, la coppia viene deportata nel campo di Theresienstadt, dove Friedrich incontrerà la morte. Louise, invece, morirà dopo essere stata trasferita ad Auschwitz. I loro eredi hanno cercato per decenni le opere della collezione e naturalmente la notizia della vendita all’asta desta la loro attenzione.

Arte per i nazisti

Il caso del Botticelli di Gutmann è tutt’altro che isolato. Nello stesso periodo, sono spuntati sui giornali anche un’Odalisca di Matisse proveniente dall’Art Museum di Seattle, il Paesaggio con comignoli di Degas dell’Art Institute di Chicago e Rue Saint-Honoré, pomeriggio, effetto della pioggia, un Pissarro del Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid. Si sospetta che provengano tutti da collezioni rubate dai tedeschi durante la Seconda guerra mondiale, nel contesto di un’operazione studiata nel dettaglio per impadronirsi dei capolavori dell’arte europea.

Paesaggio con ciminiere, Edgar Degas, 1890 circa
Paesaggio con ciminiere, Edgar Degas, 1890 circa

Il vero scopo di questa operazione è soddisfare l’ego smisurato e l’io malato del Führer e di alcuni dei suoi più stretti collaboratori. Durante l’adolescenza e la giovinezza, Hitler sognava di dedicarsi all’arte o all’architettura. I suoi biografi concordano sul fatto che fosse un ragazzo dotato e intelligente, ma anche instabile e pigro, e senza la costanza necessaria per arrivare al successo. Quando poi si trasferisce a Linz per gli studi secondari, finisce per abbandonarli e condurre un’esistenza da bohémien e disadattato, frequentando centri culturali, caffè e gallerie d’arte.

A Vienna, dove tenta il test di ammissione all’Accademia di Belle Arti, una delle più esclusive e prestigiose d’Europa, verrà bocciato due volte per mancanza di preparazione e originalità. Negli anni trascorsi nella capitale austriaca, così come in quelli trascorsi a Monaco nel periodo precedente la Prima guerra mondiale, si guadagna da vivere con grandi difficoltà, dedicandosi tra le altre cose a dipingere paesaggi che vende per le strade. Dalla frustrazione di un giovane indolente nascerà la voracità senza limiti del dittatore a capo del più esteso saccheggio artistico della storia.

Un furto pianificato

Il furto sistematico e pianificato è parte integrante della politica nazista. Hitler e i suoi più stretti collaboratori, soprattutto Hermann Göring, suo braccio destro e comandante della Luftwaffe (la forza aerea del Reich), sono i principali promotori e ideologi dell’operazione e, fin da quando salgono al potere, utilizzano l’arte come strumento cruciale di un immenso apparato propagandistico pensato per sostenere il regime tra i tedeschi.

Viene, quindi, ridefinito ciò che è intellettualmente e artisticamente accettabile in Germania e tutte le opere che non rispettano le nuove norme vengono censurate e perseguitate. Si afferma un gusto artistico ufficiale, che esalta gli artisti “patrioti” e penalizza le opere di molti grandi maestri del XIX secolo e degli inizi del XX, considerate corrotte e disprezzabili. Tutto ciò che si distacca dalla tradizione artistica accademica, dal Rinascimento fino alla metà del XIX secolo, è considerato una deviazione. Nasce così “l’arte degenerata”, ripudiata dai tedeschi e oggetto di persecuzione.

Goebbels Arte degenerata 1937
Joseph Goebbels visita la mostra itinerante “Entartete Kunst” (Arte Degenerata), 1937. Dopo la mostra le opere furono vendute o distrutte

Gli autori di quest’arte che risiedono in Germania vengono privati del lavoro e condannati all’inattività o all’esilio; le loro opere vengono ritirate dai musei e vendute. Il 30 giugno 1939 si celebra a Lucerna (Svizzera) una delle aste più discusse del secolo. Le autorità del Reich hanno epurato le collezioni dei musei pubblici tedeschi e gran parte dell’arte “degenerata” viene messa in vendita. Quadri di Van Gogh, Picasso, Matisse, Braque, Klee, Kokoschka e altri maestri vengono messe sul mercato, fra le polemiche internazionali per la partecipazione di istituzioni e magnati, dato che i ricavati dell’asta serviranno a sostenere il nazismo.

In ultima istanza, l’elaborazione di un canone artistico ufficiale obbedisce al gusto personale dei grandi gerarchi del partito, che fanno un uso privato del patrimonio artistico tedesco. L’esempio più eclatante è quello di Göring, che approfitta dell’influenza che ha su Hitler e del suo immenso potere per decorare Carinhall (la sua stravagante residenza privata appena fuori Berlino) con quadri provenienti dalle grandi gallerie del paese. A mano a mano che il Reich si espande e la guerra si avvicina, i nazisti elaborano un piano dettagliato per impossessarsi dei tesori artistici europei. Prima delle conquiste vengono stesi gli elenchi delle opere d’arte di cui bisogna appropriarsi. I collezionisti e i mercanti di origine ebraica sono i primi a finire nel mirino e l’obiettivo più ambito sono i grandi centri culturali del momento, in particolare Parigi.

Il saccheggio nazista in Francia

Già nei primi giorni di occupazione della capitale francese, nel giugno del 1940, i nazisti, seguendo una lista di nomi stabilita in precedenza da intenditori d’arte tedeschi, puntano verso una decina di importanti gallerie appartenenti a ebrei francesi, per sequestrarle e confiscarne il prezioso contenuto. Iniziano con le pressioni e la coercizione e, quando non funziona, se ne appropriano con la forza. L’assedio non fa distinzioni di classe sociale e prestigio politico.

Paul Rosenberg è uno dei mercanti d’arte più importanti del mondo nel periodo tra le due guerre mondiali. La sua ampia ed elegante galleria parigina è piena di capolavori del XIX e XX secolo. A prescindere che siano gradite o meno alle autorità del Reich, le opere d’arte vengono tutte portate in Germania, poi quelle che rispondono al gusto ufficiale vi rimangono, le altre finiscono in Svizzera, vendute grazie al fiorente mercato dell’arte rubata che si sviluppa durante la guerra.

L'astronomo, Johannes Vermeer, 1668.
L’astronomo, Johannes Vermeer, 1668

Anche il ramo francese della potente famiglia Rothschild, vertice dell’aristocrazia finanziaria mondiale, sarà vittima del saccheggio artistico. Gli eredi del barone Alphonse de Rothschild, che è morto all’inizio del secolo e ha portato all’apice il potere e la ricchezza del ramo francese della famiglia, hanno continuato ad arricchire la sua collezione con i capolavori di pittori del passato: L’astronomo di Vermeer, Ritratto della marchesa di Pompadour di Boucher e tanti altri, custoditi con cura dai Rothschild, che li hanno pagati una fortuna, finiscono appesi nelle case dei dirigenti del Reich o immagazzinati in Germania.

Il saccheggio delle opere artistiche come strategia di guerra

Hitler, nel frattempo, ha chiesto al suo architetto di fiducia Albert Speer, anche lui membro del Partito nazista, di progettare un’ambiziosa ristrutturazione della città austriaca di Linz. Il punto focale del progetto è il Führermuseum, un immenso museo che accoglierà i capolavori dell’arte che i nazisti considerano degni di ammirazione.

Stazione Linz
La vecchia stazione ferroviaria di Linz, dove doveva sorgere il Führermuseum.

Il progetto non vedrà mai la luce, ma le truppe tedesche saccheggiano comunque collezioni private, gallerie e musei di tutta l’Europa occupata per soddisfare i desideri di Hitler. Il furto del patrimonio artistico è parte integrante della loro strategia di guerra: i nazisti al saccheggio artistico e culturale lo stesso valore delle vittorie militari o delle conquiste territoriali, poiché il potere degli aggressori risiede anche e soprattutto nel furto e nella distruzione del patrimonio culturale del nemico.

La maggioranza dell’opinione pubblica tedesca, ben lontana dal condannare questo bottino di guerra, accoglie con gioia l’ingresso nel paese di tali capolavori. Molti appassionati d’arte approfittano dell’occasione per accrescere le proprie collezioni con pezzi altrimenti inaccessibili, mentre storici ed esperti possono studiare le opere dei grandi maestri senza uscire dalla Germania. Al tempo stesso mercanti e contrabbandieri colgono l’occasione per concludere affari decisamente vantaggiosi, contribuendo anche a disperdere il bottino. E nonostante la Germania esca sconfitta dalla Seconda guerra mondiale, il bottino in molti casi risulta disperso.

I tentativi di recupero

Dopo la fine della guerra, gli Alleati tentano di recuperare e restituire il patrimonio artistico rubato. Il 4 aprile 1945 le truppe americane, che marciano rapide verso la Germania centrale, occupano il piccolo villaggio di Merkers-Kieselbach, in Turingia. Ben presto, alle orecchie dei capi dell’esercito americano giungono alcune voci da cui si intuisce che, nelle settimane precedenti, in quella cittadina è accaduto qualcosa di importante. Qualche ora dopo, gli abitanti del luogo, interrogati, riferiscono che alcune autorità inviate da Berlino hanno lavorato in una cava di sale poco lontana e, stando a quel che si dice, i tedeschi hanno nascosto lì parte delle loro ricchezze. Una volta informate le alte sfere e l’intelligence militare, viene chiuso ai civili l’accesso alla cava e, dopo aver aggiustato l’impianto elettrico, si organizza la prima discesa nei pozzi di sale. È la mattina del 7 aprile.

Merkers, Germania, 1945
Il ritrovamento de Il giardino d’inverno di Edouard Manet nella cava di Merkers, 1945.

Ai soldati basteranno poche ore per rendersi conto di aver trovato il tesoro più spettacolare della storia: nei pozzi sono stati sepolti, in un disperato tentativo di nasconderli agli occhi del mondo, milioni di dollari in lingotti e monete d’oro, oggetti d’oro non ancora fusi (orologi, gioielli, ornamenti, oggetti di culto, otturazioni delle vittime dell’Olocausto) e opere d’arte dal valore inestimabile. I soldati americani assistono attoniti allo spettacolo dell’oro che esce lucente da migliaia di sacchi, casse e pacchi, insieme a quadri famosi e capolavori provenienti da grandi musei a centinaia di chilometri di distanza.

Il ritrovamento di opere d’arte nella cava di Merkers non è un caso isolato. Ben presto, vengono localizzati altri depositi in cui i nazisti hanno nascosto il bottino. Uno dei più spettacolari si trova in Austria, nella località di Altaussee. Ancora una volta, è in una cava che ricompaiono molte opere immagazzinate in vista della costruzione del Führermuseum di Linz: quadri, sculture, mobili, libri e documenti antichi. La maggior parte arriva da lontano, come la Madonna di Bruges di Michelangelo, proveniente dalla cittadina belga da cui deriva il titolo dell’opera, e alcune causano un’enorme sorpresa, come le tavole del polittico dell’Agnello mistico della cattedrale di Gand, capolavoro dell’arte fiamminga del XV secolo, opera dei fratelli Van Eyck. È chiaro fin da subito che ai vincitori spetta un lavoro immenso: contare le opere, verificarne lo stato di conservazione, inventariarle, scoprirne l’origine e cercarne i legittimi proprietari.

La Madonna di Bruges di Michelangelo
La Madonna di Bruges di Michelangelo viene estratta dalla miniera di Altausee, 1945

Gli Alleati non vengono colti proprio alla sprovvista: già nel 1943, il presidente Franklin D. Roosevelt ha promosso la creazione di una commissione (nota come Commissione Roberts) incaricata di stabilire un piano d’azione per salvaguardare il patrimonio artistico europeo a rischio. La Commissione, con l’aiuto di vari gruppi di esperti, stila elenchi delle opere d’arte in pericolo o che potrebbero essere state rubate. L’obiettivo è metterle a disposizione delle truppe in procinto di sbarcare in Europa per la grande controffensiva ai danni della Germania. In seguito, la Commissione lancia il programma “Monumenti, belle arti e archivi”, che si serve di personale sul territorio per organizzare azioni di recupero e gestione iniziale del materiale rubato.

Si tratta dei famosi Monuments men, che entreranno in azione durante l’ultimo anno di guerra e, secondo alcune stime, renderanno possibile la restituzione di più di cinque milioni di opere d’arte. L’importanza del loro operato li incoraggerà a rimanere in Europa per sei anni dopo la fine del conflitto, per aiutare le autorità alleate nella restituzione del patrimonio rubato. Alla fine, però, gli Alleati decidono che la strada più semplice è restituire le opere ai governi dei vari Paesi di provenienza, che si incaricheranno poi di rintracciare i proprietari originali. Purtroppo questa procedura sarà spesso incompleta o inadeguata.

In alcuni casi, come per i collezionisti di origine ebraica, è difficile trovare gli eredi legali: molte famiglie sono scomparse nei campi di sterminio. In altri, per quanto possa sembrare scioccante, gli eredi si decideranno solo anni dopo a reclamare ciò che è loro, o addirittura non lo faranno mai. Alcuni Paesi, come la Francia, sono stati accusati inoltre di non impegnarsi abbastanza per portare a termine la restituzione delle opere rubate. Per questo molte di esse sono finite nei musei pubblici dei paesi a cui sono state restituite. Altre, invece, non sono mai riapparse.

Monuments Men Neuschwanstein Castle Germany 1945
Alcuni Monuments Men al castello di Neuschwanstein, Germania, 1945

Si pensa che alcune siano andate distrutte durante la guerra e che altre siano state disperse in giro per il mondo attraverso il mercato nero. Nel 1945, gli Alleati hanno stimato che il valore delle opere entrate in Svizzera durante il conflitto per essere vendute è compreso tra i 29 e i 46 milioni di dollari. Un gran numero di esperti pensa che ancora oggi buona parte della refurtiva dei nazisti sia occultata in collezioni europee, americane e giapponesi.

In un luogo segreto, al riparo da ogni sguardo che non sia quello di chi le possiede, sono ancora nascoste opere che un tempo sono appartenute alle vittime del nazismo, a cui sono state sottratte nel mezzo della spirale di follia e violenza che ha devastato il mondo. Nessuno può prevedere quando i media diffonderanno la prossima notizia del ritrovamento di qualche opera scomparsa; ciò che si sa è che il lavoro per restituire la refurtiva ai legittimi proprietari non è ancora terminato. Essa rappresenta senza dubbio una ferita ancora aperta e con ogni probabilità dovrà trascorrere ancora molto tempo perché si rimargini.

La Dama in oro di Klimt

Adele Bloch Bauer, The woman in gold
A sinistra, una foto di Adele Bloch Bauer (ca. 1910); a destra, il suo ritratto, eseguito da Gustav Klimt nel 1907 e ribattezzato dai nazisti La dama in oro

Uno dei casi più accidentati di restituzione di un’opera d’arte è quello relativo al Ritratto di Adele Bloch-Bauer, un dipinto di Gustav Klimt appartenuto alla collezione di Ferdinand Bloch-Bauer, un magnate ebreo viennese. All’inizio del Novecento, Adele, moglie di Ferdinand, è protettrice e musa di Klimt, al quale commissiona diversi quadri, tra cui il famoso ritratto eseguito nel 1907. Confiscato dai nazisti a seguito dell’annessione dell’Austria, il dipinto sarà ribattezzato da questi La donna in oro, per nascondere l’origine ebraica della modella, e collocato nella Galleria del Belvedere di Vienna.

Dieci anni più tardi, a guerra finita, il Governo austriaco costringe gli eredi di Bloch-Bauer a cedere il Ritratto e altri cinque dipinti di Klimt in cambio dell’autorizzazione a esportare il resto del patrimonio di famiglia negli Stati Uniti, dove si sono nel frattempo stabiliti. Il caso viene alla luce solo nel 1998, quando l’Austria approva una legge che consente di reclamare le opere d’arte trattenute coercitivamente da musei pubblici in cambio di autorizzazioni all’esportazione.

Maria Altmann, amatissima nipote di Adele residente in California, decide allora di presentare istanza alle autorità austriache per la restituzione dei Klimt. Si rivolge a dei vecchi amici di famiglia che vivono a Los Angeles. Il loro figlio ha da poco intrapreso la professione di avvocato. Si tratta di Randol Schönberg, nipote dell’illustre compositore Arnold Schönberg, che, fuggito da Vienna durante l’incalzare del nazismo, ha trovato riparo negli Stati Uniti.

La domanda della Altmann, tuttavia, viene rigettata sulla base di una presunta disposizione del testamento di Adele, deceduta nel 1925, in cui la stessa chiede al marito Ferdinand, alla morte di quest’ultimo, di donare i dipinti alla Galleria Belvedere di Vienna. In realtà, il giornalista investigativo austriaco Hubertus Czernin, dimostrerà che, contrariamente a quanto è stato generalmente assunto, Ferdinand Bloch-Bauer era il legale proprietario dei quadri e, dopo la morte della moglie, non li ha mai donati al museo statale.

L’intransigenza delle autorità austriache convince la Altmann che l’unica strada da prendere è quella di un’azione legale. La legislazione austriaca, però, prevede, in caso di processo intentato contro le autorità governative del Paese, una tassa di deposito da determinare in proporzione al valore dei beni da recuperare. I cinque dipinti di Klimt hanno un valore di circa 135 milioni di dollari, cifra che comporterebbe una tassa di alcuni milioni di dollari, assolutamente insostenibile da parte della signora Altmann.

Maria comincia a pensare che non potrà mai riavere il quadro e tenta un’ultima carta: chiede ai responsabili della Galleria Belvedere almeno di riconoscere che il quadro è suo e un indennizzo. In cambio potranno tenere l’opera e lei interromperà le sue azioni legali. La risposta è un ennesimo, duro rifiuto. Il dipinto è considerato “la Monna Lisa austriaca”; l’ipotesi che l’Austria possa essere tacciata di irregolarità al suo riguardo non si prende nemmeno in considerazione.

Esiste un’ultima possibilità: l’arbitrato a Vienna con tre periti, uno per ciascuna parte e uno neutro. In questo caso non servono depositi ma le possibilità di successo sono infinitesime. La Altmann e Schönberg ci provano lo stesso. Il discorso del giovane avvocato di fronte ai tre arbitri e alla folla radunatasi in tribunale in un caso diventato internazionale è memorabile. Randol tocca le corde giuste: la persecuzione fisica e morale del nazismo, le angherie subite dagli ebrei austriaci, il comportamento ingiusto delle autorità nei confronti di un diritto sacrosanto. Nella sorpresa generale, i tre arbitri decidono che il Ritratto di Adele Bloch-Bauer, insieme ad altri quattro dei cinque dipinti contesi, deve tornare alla legittima proprietaria, Maria Altmann.

È il 17 gennaio 2006: sono passati 68 anni dal giorno in cui i nazisti hanno trafugato uno dei ritratti più noti al mondo e quasi un secolo da quando Klimt lo ha dipinto. Subito dopo il verdetto, il direttore della Galleria Belvedere va dalla Altmann e la implora di lasciare il dipinto dov’è. In cambio è pronto a farle avere una generosa elargizione. Ma Maria gli ricorda le risposte sprezzanti ricevute quando è stata lei a proporre questa soluzione ed è irremovibile. Pochi mesi dopo averlo riavuto, vende il quadro a Ronald Lauder che lo espone nella sua Galleria a New York, dove può essere ammirato ancora oggi. Nella grande tragedia della persecuzione degli ebrei d’Europa, il furto di alcuni quadri può sembrare ben poca cosa ma, come ebbe a sottolineare l’avvocato Schönberg, “questo è uno dei pochi torti ai quali si è potuto porre rimedio”.

Tags: Nazismo
Jessica Ravanelli

Jessica Ravanelli

Dopo la Laurea triennale in Relazioni internazionali presso l'Università degli Studi di Milano, ha conseguito la Laurea magistrale in Marketing e Comunicazione d'Impresa, sempre a Milano. Attualmente studia Scrittura creativa ed Editing, e spera di pubblicare presto i suoi romanzi storici. Appassionata di storia fin da bambina, ha un interesse particolare per la storia anglosassone, le biografie reali e la storia del Titanic.

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