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Operazione Felix: il piano nazista per espugnare Gibilterra

Dopo la vittoria nella Guerra Civile Spagnola, il Generalíssimo Francisco Franco, nuovo dittatore del paese, intavola difficili trattative con Adolf Hitler per l'eventuale entrata della Spagna nella Seconda Guerra Mondiale. L'articolo affronta la questione dell'Operazione Felix legata alla volontà nazista di occupare Gibilterra e in seguito il caso della División Azul.

di Niccolò Tarizzo
5 Settembre 2026
TEMPO DI LETTURA: 9 MIN

CONTENUTO

  • La Spagna dopo la guerra civile
  • Il piano nazista per conquistare Gibilterra, l’operazione Felix
  • L’incontro di Hendaya tra Franco e Hitler
  • La División Azul, il “compromesso” spagnolo
  • Operazione Felix, riassunto

La Spagna dopo la guerra civile

Il 1° aprile 1939 le truppe di Francisco Franco entrarono con successo a Madrid, ponendo fine alla Guerra Civile Spagnola. Il regime franchista durò fino alla morte di Francisco Franco, avvenuta il 20 novembre 1975. Fu una delle dittature più longeve della storia. Terminata la guerra, la Spagna era un paese completamente devastato, sia moralmente che economicamente. Il Caudillo optò per una prima fase di forte repressione, continuando le esecuzioni e incarcerazioni di repubblicani. Questo periodo (1939-1945) coincise anche con una forte presenza di membri della Falange al potere, tra cui Ramón Serrano Súñer, cognato di Franco e ministro degli interni e poi degli affari esteri.

La sua figura sarà fondamentale per comprendere l’orientamento spagnolo durante la Seconda Guerra Mondiale. Il partito fascista della Falange perse sempre più potere dal 1945 in poi, a danni di ambienti cattolici, arrivando poi ai governi tecnocratici dagli anni Sessanta, con figure legate all’Opus Dei. Il 1° settembre 1939 le truppe naziste invasero la Polonia, la Spagna rimase neutrale per tutto il 1939. Il 10 maggio 1940 iniziò il Blitzkrieg (guerra lampo) nazista ai danni della Francia. La campagna di Francia fu un grande successo per Adolf Hitler tanto che Benito Mussolini, il 10 giugno 1940, annunciò l’entrata in guerra dell’Italia dal balcone di Palazzo Venezia. Il Duce voleva sedersi al tavolo dei vincitori ed era convinto che sarebbero bastati pochi sacrifici. Il 14 giugno 1940 i nazisti entrarono a Parigi. La Francia venne poi divisa tra la zona occupata e il governo collaborazionista di Vichy, guidato dal maresciallo Pétain. 

Il piano nazista per conquistare Gibilterra, l’operazione Felix

Il primo e unico incontro tra Hitler e Franco avvenne presso la stazione ferroviaria di Hendaya, in Francia, lungo confine basco. L’obiettivo era quello di definire le condizioni per un’eventuale entrata in guerra spagnola. Già il 12 giugno 1940 la Spagna era passata dalla neutralità alla non belligeranza, lasciando presagire un suo futuro ingresso nel conflitto. Successivamente, approfittando della sconfitta francese, le truppe spagnole occuparono Tangeri, violando gli accordi internazionali e rivendicando Gibilterra. 

Parallelamente però la Spagna versava in pessime condizioni economiche e gran parte del petrolio e dei cereali importati provenivano dal continente americano. Un’eventuale schieramento al lato delle forze dell’asse avrebbe causato un blocco navale della Royal Navy britannica e, di conseguenza, un collasso del paese. Proprio quest’ultimo aspetto portò Franco ad avanzare delle richieste molto alte, sia da un punto di vista economico che territoriale.

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Il ministro degli affari esteri Serrano Súñer si recò a settembre a Berlino e, a colloquio con Hitler e il ministro degli esteri Von Ribbentrop, richiese il Marocco francese, Orano e parte dell’Algeria francese, in cambio dell’entrata in guerra spagnola. Richieste eccessive secondo i tedeschi, soprattutto considerando le condizioni in cui si trovava il paese, da poco uscito da una sanguinosa guerra civile e ancora fragile. Nonostante queste difficoltà Hitler decise di incontrare Franco un mese dopo. Secondo il Fuhrer era fondamentale bloccare lo stretto di Gibilterra in chiave anti britannica. 

L’Operazione Felix era il nome in codice che definiva la tattica per la conquista della piccola fortezza inglese. Il piano prevedeva il passaggio sul suolo spagnolo di due corpi d’armata, il primo, guidato dal feldmaresciallo Von Reichenau, aveva il compito di puntare direttamente all’attacco di Gibilterra, spostandosi verso sud; il secondo, con il generale Rudolf Schmidt a comando, aveva il compito di proteggere il primo battaglione nel caso di un intervento alleato nella penisola iberica. 

L’incontro di Hendaya tra Franco e Hitler

Il 23 ottobre 1940 Franco incontrò Hitler a Hendaya, i colloqui si svolsero all’interno del vagone tedesco. Oltre ai due dittatori parteciparono anche i rispettivi ministri degli esteri, Serrano Súñer e Von Ribbentrop. Le discussioni durarono circa sette ore ma le richieste spagnole risultarono eccessive, si trattò quindi di un lungo colloquio fallimentare. Il 28 ottobre 1940 Hitler, a colloquio con Mussolini e Ciano, definì Franco un piccolo gesuita, affermando che avrebbe preferito farsi cavare tre o quattro denti piuttosto che trattare ancora con il Caudillo. 

Nonostante ciò i preparativi per la conquista di Gibilterra continuarono, venne fissata la data per l’inizio delle operazioni, il 10 gennaio 1941. Il Fuhrer era ancora convinto di poter convincere Franco. Il 7 dicembre inviò a Madrid l’ammiraglio Wilhelm Canaris, i toni si fecero duri ma la Spagna non modificò le sue condizioni, rifiutando la proposta tedesca. Il 22 giugno 1941 la Germania nazista iniziò l’invasione dell’Unione Sovieta, conosciuta come Operazione Barbarossa. Gli sforzi militari ed economici della guerra a est determinarono l’impossibilità per Hitler di aprire un nuovo fronte a ovest. La conquista di Gibilterra venne definitivamente abbandonata. 

La División Azul, il “compromesso” spagnolo

La Germania attaccò l’Unione Sovietica e Madrid decise di dare un contributo allo sforzo bellico tedesco. Su suggerimento di Serrano Súñer, Franco creò un corpo di volontari spagnoli chiamati División Azul (Divisione Blu, dal colore delle camicie falangiste). La maggior parte di essi apparteneva alla Falange. Il 24 giugno, a due soli giorni dal lancio dell’Operazione Barbarossa contro l’Unione Sovietica, il Ministro degli Esteri tedesco Joachim von Ribbentrop accolse con entusiasmo l’offerta di Madrid. La richiesta di Berlino fu perentoria: i volontari avrebbero dovuto raggiungere il fronte al più presto, convinti che la campagna si sarebbe conclusa con una rapida vittoria nel giro di pochi mesi.

Leva strategica del governo spagnolo fu l’inteso sentimento anticomunista dell’epoca, usato per spingere falangisti e quadri dell’esercito regolare ad arruolarsi in massa. L’obiettivo era la creazione di una divisione ausiliaria interamente spagnola, ma inquadrata tra le fila della Wehrmacht. La risposta fu travolgente: in una manciata di giorni si presentarono oltre diciottomila uomini, tanto da costringere le autorità a chiudere i reclutamenti già all’inizio di luglio. Inizialmente articolata su quattro reggimenti, la formazione venne presto riorganizzata per conformarsi allo standard della divisione tedesca, basato su tre reggimenti da tre battaglioni ciascuno. L’invio di volontari fu visto come un compromesso ai tentativi falliti riguardanti l’entrata in guerra spagnola e il controllo di Gibilterra. 

Radunati principalmente a Madrid, Valencia e Siviglia, i volontari vennero inviati in Bavaria per un rapido addestramento a fianco delle truppe tedesche. Il 19 agosto scoccò l’ora X: ribattezzata ufficialmente 250ª Divisione di Fanteria della Wehrmacht e aggregata al Gruppo Armate Centro, l’unità spagnola si incamminò verso Smolensk con l’obiettivo finale di puntare su Mosca. Il trasferimento verso est fu una vera e propria odissea. Proprio quando Smolensk era ormai in vista, i comandi tedeschi dirottarono a sorpresa la divisione verso il settore di Leningrado, integrandola nella 16ª Armata. Il 10 ottobre 1941 il grosso delle truppe prese posizione al fronte, battendosi già due giorni dopo a Novgorod nei primi, violentissimi scontri con i sovietici. Dopo una serie di azioni offensive in autunno, l’unità fu travolta dal rigido inverno russo e dalla rabbiosa controffensiva dell’Armata Rossa.

Con temperature fino a –30 °C e scontri efferati, le perdite per congelamento e combattimento furono enormi, ma a gennaio gli spagnoli riuscirono a congelare il fronte e a trincerarsi, in attesa di rincalzi dalla patria. Nell’estate del 1942, la divisione fu schierata lungo il perimetro dell’assedio di Leningrado in vista dell’assalto finale tedesco. L’operazione, tuttavia, sfumò: una serie di continui contrattacchi locali sovietici prosciugò le riserve del Reich, costringendo i comandi ad annullare l’offensiva. La quiete fu solo apparente. L’Armata Rossa si stava preparando a spezzare definitivamente la morsa su Leningrado e a spingere gli invasori verso i Paesi Baltici.

Si arrivò così al momento più drammatico della campagna spagnola in Russia: la battaglia di Krasny Bor. Tre divisioni di fanteria sovietiche, scortate da decine di corazzati, si abbatterono a valanga sul settore difeso dalla Division Azul. Furono giorni di massacro corpo a corpo. Nonostante l’infernale bilancio di oltre mille morti e più di duemila feriti, la 250ª Divisione resse l’urto, impedendo lo sfondamento delle linee e stabilizzando l’intero settore. L’evoluzione del quadro strategico globale e le crescenti pressioni diplomatiche degli Alleati spingevano ormai Francisco Franco a una drastica revisione geopolitica.

Il 12 ottobre 1943 giunse la svolta ufficiale: la División Azul venne sciolta e il contingente fu richiamato in patria. Grazie anche all’operato del ministro degli esteri inglese, Eden, e della loro intelligence la Spagna non entrò mai nel conflitto. Dopo la caduta di Mussolini, il Caudillo abbandonò la non belligeranza e tornò alla neutralità. Lo stesso anno venne siglato un patto difensivo con il Portogallo di Salazar, alleato con l’Inghilterra. Venne inoltre consentito lo scalo degli aerei civili americani in Spagna, infine Franco ruppe i rapporti con il Giappone e non riconobbe Salò. Inoltre, il falangista Súñer perse il ruolo di ministro degli affari esteri. La nomina del cattolico Artajo, alla fine della guerra, lasciava presagire il cambio geopolitico spagnolo. L’avvicinamento agli Stati Uniti nel 1953 permise di superare la fase di isolamento internazionale.

Tuttavia, la storia del volontarismo spagnolo a est non si concluse con quell’ordine. Un nucleo irriducibile compreso tra i duemila e i tremila uomini rifiutò il rientro, scegliendo di continuare la guerra al bolscevismo nella neonata Legión Azul. Quando anche questo contingente ridotto fu ritirato nei primi mesi del 1944, una componente residuale di fanatici o reduci decise di rimanere al fronte fino alla fine, venendo integrata direttamente nelle forze armate germaniche e specialmente nelle Waffen-SS. La sorte di questi soldati si disperse nei vari teatri europei dell’ormai inevitabile crollo del Reich: alcune compagnie furono inviate in Jugoslavia per contrastare le formazioni partigiane di Tito, mentre altri reparti arretrarono lungo il settore baltico per poi attestarsi a difesa dei territori austriaci e tedeschi. Tra questi, la Spanische-Freiwilligen-Kompanie der SS 101 combatté prima in Pomerania sotto le insegne della 28ª Divisione Waffen-SS Wallonien, per poi consumare le sue ultime cartucce nella disperata battaglia finale di Berlino, aggregata all’11ª Divisione SS Nordland.

Nel complesso, tra la forza originale, i rimpiazzi e i turni di rotazione, si stima che circa quarantacinquemila spagnoli abbiano indossato l’uniforme tedesca sul fronte orientale tra il 1941 e il 1945. Il prezzo di sangue fu altissimo: circa cinquemila caduti e oltre quindicimila feriti. Ciononostante, i volontari iberici si guadagnarono sul campo la fama di combattenti ostinati e valorosi, rispettati dai comandi della Wehrmacht e temuti dalle truppe sovietiche. Lo stesso Hitler elogiò il coraggio degli spagnoli, ma ne criticò la scarsa disciplina e organizzazione. Franco utilizzò il caso della Divisón Azul come mezzo di propaganda in chiave anticomunista, dimostrando come la Spagna non dichiarò mai guerra alla Gran Bretagna o agli Stati Uniti ma non esitò a combattere contro i sovietici. Questa visione rispecchiava ormai le logiche dell’imminente Guerra Fredda e la divisione in blocchi del mondo. Il regime promosse anche un film sulla Divisione Blu, intitolato “Embajadores en el infierno” (1956).

Operazione Felix, riassunto

Al termine della guerra civile nel 1939, la Spagna si ritrovò distrutta ed economicamente in ginocchio. Il generale Francisco Franco instaurò una lunga dittatura caratterizzata da una dura repressione politica, basando inizialmente il suo potere sul partito fascista della Falange. Nei primi anni di governo, il regime oscillò tra la necessità di ricostruire il paese e la tentazione di agganciarsi ai successi delle potenze dell’Asse in Europa.

Nonostante la vicinanza ideologica ai regimi totalitari, la Spagna mantenne una posizione ufficiale di neutralità per poi passare alla “non belligeranza”. Durante lo storico incontro di Hendaya nel 1940, Franco e Hitler trattarono l’eventuale ingresso spagnolo nel secondo conflitto mondiale e la conquista di Gibilterra. Le pretese territoriali ed economiche di Franco furono però considerate spropositate dai tedeschi, portando al fallimento delle trattative e all’abbandono dei piani militari congiunti.

Per sdebitarsi con la Germania senza entrare direttamente in guerra contro le potenze occidentali, Franco inviò un corpo di volontari anticomunisti, la División Azul, a combattere sul fronte russo al fianco della Wehrmacht. Composta da decine di migliaia di uomini, questa formazione partecipò a durissimi combattimenti e all’assedio di Leningrado, pagando un alto tributo di vite umane prima che il governo spagnolo ne ordinasse il ritiro definitivo.

Con il volgere della guerra a favore degli Alleati, il regime franchista avviò un graduale cambio di rotta per evitare il tracollo economico e l’isolamento diplomatico. Franco ridusse l’influenza della Falange nel governo a favore di ambienti cattolici, ripristinò la stretta neutralità e strinse accordi difensivi e commerciali con i paesi occidentali, smarcandosi progressivamente dall’Asse.

Nel dopoguerra, il regime utilizzò la partecipazione della División Azul come strumento di propaganda in chiave esclusivamente anticomunista. Questa narrazione si inserì perfettamente nelle nuove dinamiche della Guerra Fredda, permettendo al regime di accreditarsi come alleato strategico degli Stati Uniti e garantendo al franchismo la sopravvivenza fino alla morte del Caudillo nel 1975.

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  • G. Franzo, Division Azul. Volontari spagnoli sul fronte dell’est, NovAntico, Torino, 2005.
Letture consigliate
Niccolò Tarizzo

Niccolò Tarizzo

Studente magistrale di Scienze Storiche e laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ho approfondito la storia contemporanea spagnola attraverso una tesi triennale riguardante la nascita della Falange di José Antonio Primo de Rivera. Nutro inoltre interesse per i fascismi europei, per la storia portoghese e latinoamericana. Conosco la lingua inglese, spagnola e francese.

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