L’omicidio del commissario Luigi Calabresi, 17 maggio 1972

Luigi Calabresi

Il 17 maggio 1972 dinanzi alla sua abitazione viene assassinato il commissario di polizia e addetto alla squadra politica della Questura di Milano, Luigi Calabresi. Dopo 25 anni e un iter processuale lungo e tormentato, per l’omicidio Calabresi sono stati condannati in via definitiva Ovidio Bompressi e Leonardo Marino (collaboratore di giustizia sulle cui parole si basa l’accusa) come esecutori materiale, Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri quali mandanti e condannati per il reato di concorso morale in omicidio. I quattro appartengono all’epoca dell’omicidio alla formazione extraparlamentare Lotta Continua. SCOPRI LA SEZIONE FASCISMO

Strage di piazza Fontana Il caso Pinelli

Il 12 dicembre 1969 ha luogo la strage di piazza Fontana: una bomba posta nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana a Milano provoca la morte di 17 persone e il ferimento di 88.

Lo stesso giorno l’anarchico Giuseppe Pinelli viene fermato e interrogato per tre giorni in questura. Il 15 dicembre muore dopo essere precipitato dalla finestra dell’ufficio del commissario Calabresi, al quarto piano della questura, uno tra gli incaricati delle indagini sul caso di piazza Fontana.

Su questo evento si innesca una dura polemica sulle responsabilità materiali degli inquirenti. Vi è il sospetto di un loro intervento fisico diretto come causa della caduta di Pinelli. Luigi Calabresi dichiara di non essere presente nella stanza dove è avvenuto l’interrogatorio di Pinelli al momento della sua caduta, in quanto chiamato a rapporto dal suo superiore. L’assenza del commissario dalla stanza al momento della caduta di Pinelli non sarà tuttavia creduta da parte degli ambienti anarchici e della sinistra.

La campagna denigratoria

Il commissario Calabresi sarà oggetto di una violenta campagna di stampa e minacce da parte di gruppi di estrema sinistra avente il risultato di isolarlo.

In particolare il movimento extraparlamentare Lotta Continua si distingue per una campagna di stampa attraverso il proprio giornale contro Luigi Calabresi dai toni assai violenti. Lo identificano come maggior responsabile della morte di Giuseppe Pinelli. Inoltre, su Calabresi vengono diffuse notizie completamente false e inventate.

A questa campagna accusatoria si unisce la giornalista Camilla Cederna che oltre ad articoli sul settimanale L’Espresso, diretto da Eugenio Scalfari, scrive il libro Pinelli. Una finestra sulla strage, nel quale sottolinea le responsabilità del commissario nel suicidio dell’anarchico. A causa di questi giudizi il questore di Milano, all’indomani dell’assassinio, l’addita come «mandante morale» dell’omicidio Calabresi.

Ne seguono querele per diffamazione da parte di Calabresi che portano alla condanna di alcuni esponenti di Lotta Continua. Ma anch’esse contribuiscono  ad acuire tensioni e contrasti, dando luogo a nuove, accese discussioni sull’operato del commissario Calabresi.

L’appello contro il commissario Calabresi

Il settimanale L’Espresso, in tre successivi numeri apparsi in edicola a partire dal 13 giugno 1971, pubblica una lettera aperta sul caso Pinelli. Esso è un appello in cui 757 tra intellettuali, politici, giornalisti e artisti chiedono la destituzione di alcuni funzionari, ritenuti artefici di gravi omissioni e negligenze nell’accertamento delle responsabilità circa la morte di Giuseppe Pinelli.

L’appello inizia così: «Il processo che doveva far luce sulla morte di Giuseppe Pinelli si è arrestato davanti alla bara del ferroviere ucciso senza colpa. Chi porta la responsabilità della sua fine, Luigi Calabresi, ha trovato nella legge la possibilità di ricusare il suo giudice», il presidente del Tribunale di Milano Carlo Biotti.

L’appello contribuisce ad isolare e colpevolizzare il commissario, già bersagliato da una campagna di stampa, con minacce esplicite di morte, da parte del giornale Lotta Continua. In questo clima di tensione il commissario subisce forti intimidazioni e minacce via lettera e con scritte sui muri frasi murali che invitano a uccidere il commissario. Tuttavia nessuna scorta gli viene mai assegnata.

L’omicidio

Il 17 maggio 1972 alle ore 9:15  a Milano in via Francesco Cherubini, vicino alla sua abitazione, Il commissario Calabresi si avvia alla sua auto per andare in ufficio. Il killer attende Calabresi sul marciapiedi fingendo di leggere il giornale, poi tira fuori la pistola sparando un colpo alla schiena e uno alla testa.

Secondo alcune testimonianze il killer di Calabresi è un uomo giovane e alto a volto scoperto. Dopo aver sparato riattraversa la strada e sale su una Fiat 125 blu che si dilegua nel traffico.

Le indagini seguite all’omicidio non producono riscontri se non dopo molti anni, grazie alla confessione di Leonardo Marino.

I colpevoli

Sedici anni dopo i fatti, nel luglio 1988, il caso si riapre. Leonardo Marino, ex militante di Lotta Continua, confessa di aver partecipato all’agguato contro il commissario. Indica in Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani i mandanti dell’azione, in Ovidio Bompressi l’esecutore materiale, in se stesso l’autista della Fiat 125.

La magistratura, dopo un lungo iter giudiziario, sentenzia nel gennaio del 1997 la condanna in via definitiva di Sofri, Bompressi e Pietrostefani a 22 anni di reclusione per l’omicidio di Luigi Calabresi e di Marino a 11. Sofri e Pietrostefani ricevono la condanna per concorso morale in omicidio, Marino per concorso in omicidio volontario con numerose attenuanti, Bompressi per concorso materiale in omicidio volontario.

I quattro appartengono all’epoca dell’omicidio alla formazione extraparlamentare Lotta Contina, Sofri e Pietrostefani sono i fondatori.

Sofri chiede perdono

Sofri è uno dei pochi a chiedere perdono per la campagna stampa contro Calabresi. Già nel 1998 esprime parole di condanna per il delitto Calabresi. Presenta scuse pubbliche alla vedova del commissario per aver contribuito a istigare al linciaggio nei confronti del marito, «con l’uso di termini e l’evocazione di sentimenti detestabili allora e tanto più detestabili e orribili oggi». Sofri si assume quindi la colpevolezza di aver compiuto un’istigazione a delinquere. Però si dichiara sempre innocente a livello penale per quanto riguarda l’ideazione e l’esecuzione dell’omicidio e vittima di un errore giudiziario.

 

 

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