CONTENUTO
Dagli inizi alla vittoria olimpica e al titolo mondiale
Il 19 luglio 1996 un sussulto scosse chi assisteva alla Cerimonia di inaugurazione dei Giochi della XXVI Olimpiade al Centennial Olympic Stadium di Atlanta, Georgia, Stati Uniti. L’ultimo tedoforo, colui che aveva l’onore di far ardere la fiamma olimpica nel braciere e dare così il via ufficiale alla manifestazione era proprio lui: il campione mondiale di box dei pesi massimi per un totale di quasi 8 anni (suddivisi in tre distinti periodi), il leggendario Muhammad Ali, nato 54 anni prima come Cassius Clay. Allo stupore si associò una stretta al cuore, per chi aveva amato quel pugile un po’ sbruffone, le cui movenze leggere sul ring e la potenza dei colpi avevano catalizzato l’attenzione di una generazione intera di appassionati, e che aveva sfidato le regole, l’establishment, le aspettative su cosa dovesse essere un atleta o un uomo nero in America.
Ali era affetto dal morbo di Parkinson, diagnosticato nel 1984, e mostrava tutta la sua forza d’animo, nonostante la debolezza fisica così evidente negli arti superiori tremolanti. L’immagine del campione di pugilato, piegato dalla malattia ma sempre a testa alta, commosse il mondo intero. In quella occasione gli fu riconsegnata la medaglia d’oro vinta alle Olimpiadi di Roma nel 1960, che si dice avesse gettato nel fiume come gesto di protesta contro le discriminazioni razziali, nel suo impegno per i diritti civili che contrassegnò tutta la sua vita.
Ancora una volta aveva colpito, con un metaforico cazzotto nello stomaco. Mostrandosi in tutta la sua debolezza e fragilità, Ali sensibilizzò l’opinione pubblica sulle malattie genetiche e sulle discriminazioni contro i disabili, ottenendo allo stesso tempo quello che fu interpretato come un “clamoroso risarcimento” e “l’ammissione di una colpa” da parte dell’America nei suoi confronti.
Il video di Muhammad Alì che accende la fiamma olimpica
Il suo nome per intero, alla nascita, era Cassius Marcellus Clay Junior. Venne alla luce a Louisville, la capitale del Kentucky, il 17 gennaio del 1942. La sua infanzia viene descritta come quella da copione per un nero in America in quegli anni. Famiglia di condizioni modeste, ma non indigenti; il padre era di origini nigeriane e aveva lo stesso nome di un politico abolizionista bianco dell’Ottocento, mentre la madre aveva sangue misto malgascio-irlandese.
L’episodio che lo colpì maggiormente (che non mancherà di ricordare quando divenne un personaggio noto) e lo rese consapevole della questione razziale così evidente negli USA fu il brutale omicidio di Emmett Till nel 1955. Till era un quattordicenne di Money, Mississippi, coetaneo di Cassius, che fu rapito, torturato, stuprato e ucciso da uomini bianchi per un presunto approccio con una ragazza bianca.
Studente mediocre, Clay si avvicinò alla boxe all’età di 12 anni. La motivazione scatenante fu il furto della sua bicicletta. In un’intervista del 1960, raccontò che il cugino, che era un pugile (sebbene senza grande successo), gli disse: “Ti insegno a fare a pugni, così se acciuffi il tipo che ti ha rubato la bici puoi fargli “sentire” le tue ragioni”. Così andò in palestra per imparare a combattere e a difendersi; il cugino smise poco dopo, mentre Cassius continuò (e per fortuna del ladro di biciclette, non ebbe la ventura di incontrarlo mai).
La sua partecipazione alle Olimpiadi di Roma del 1960 rappresentò la prima tappa che rivelò al mondo il suo talento. Vinse la medaglia d’oro dei pesi medio massimi, e passò al professionismo. Il successo che lo portò definitivamente alla ribalta mondiale fu la vittoria del titolo di Campione del Mondo dei pesi massimi, ottenuta il 25 febbraio 1964 a Miami Beach, sconfiggendo Sonny Liston. Liston, universalmente temuto e rispettato, era soprannominato “Big Bear” (il grande orso) a causa della sua immensa potenza fisica. Nonostante il suo passato non limpido l’opinione pubblica lo vedeva come il “bravo ragazzo” in confronto al loquace ed arrogante Clay, soprannominato “The Louisville Lip” (la “boccaccia”).
In un sondaggio condotto tra 46 giornalisti esperti di boxe, ben 43 davano sconfitto il più giovane e meno esperto. Il leggendario pugile Rocky Marciano arrivò a prevedere che Clay sarebbe stato perdente per KO dopo il primo round. Ma il suo talento, associato ad un dinamismo e un’agilità rivoluzionari (quella che fu definita “box postmoderna”), fece sì che l‘incontro terminasse con il ritiro di Liston alla fine del sesto round. L’immagine simbolo del match fu quando questi, con una spalla lussata e un occhio tumefatto, si girò verso il proprio angolo e chiese il “lancio della spugna”. Clay aveva dimostrato di essere superiore in termini di velocità e mobilità. Il suo modo di combattere sarà descritto come “vola come una farfalla, pungi come un’ape” (“Move like a butterfly, sting like a bee”).

L’adesione alla Nation of Islam
Ma lo choc per l’opinione pubblica (in quei tempi il pugilato era uno sport popolarissimo) fu quando annunciò le sue scelte politiche e religiose. Già poco prima dell’incontro, i giornali rivelarono che Clay aveva aderito alla Nation of Islam (NOI), definita una setta islamica militante e radicale che predicava il nazionalismo nero e il separatismo razziale come strada per l’autodeterminazione.
La NOI, i cui membri erano nel suo entourage, considerata come un gruppo sovversivo che preoccupava i benpensanti e l’FBI, era stata fondata nel 1930 a Detroit, Michigan, da un venditore ambulante di seta di nome W.D. Fard Muhammad (noto anche come W.D. Fard o Wallace Fard Muhammad) con la missione dichiarata di “insegnare al popolo nero oppresso e indifeso una conoscenza approfondita di Dio e di sé stesso”. Fard proclamò una nuova fede, una variante dell’Islam tradizionale. Egli insegnava che Dio era nero e che l’uomo nero era il primo creato a Sua immagine. Sosteneva che il mondo fosse gestito da 24 scienziati neri e che la razza bianca fosse stata creata da uno scienziato rinnegato, Yakub, definendo i bianchi come “diavoli” a cui era stato concesso il dominio sulla terra per 6.000 anni.
Quella dottrina non ortodossa si spingeva a sostenere che Fard fosse Allah in persona. Egli scomparve misteriosamente nel 1934. L’uomo che emerse come successore fu Elijah Poole, nato nel 1897 nella Georgia rurale, che cambiò il suo nome in Elijah Muhammad. Sotto la sua guida, la NOI stabilì il suo quartier generale a Chicago. Siamo nel Nord degli Stati Uniti, una regione dove, a causa dell’isolamento nei ghetti caratterizzati da basso tenore di vita e alto tasso di criminalità, si creò un terreno fertile per le idee di separatismo razziale. Le dottrine di Elijah combinavano i temi islamici con il nazionalismo nero, l’orgoglio razziale e il messaggio di odio verso il “diavolo bianco”.
La sua leadership si protrasse per decenni, vedendo un periodo di crescita limitata prima dell’arrivo di Malcolm X. Questi, nato Malcolm Little, cresciuto in una famiglia povera, dovette subire numerosi traumi, tra cui l’assassinio del padre da parte di suprematisti bianchi ed il ricovero della madre in un istituto psichiatrico. Negli anni ’40 si trasferì a Boston dove si dedicò ad attività criminali, finendo in prigione nel 1946. Fu qui, due anni dopo il suo arresto, che Malcolm si convertì alla NOI, che specialmente nelle prigioni attrasse molti seguaci, lì dove gli afroamericani smarriti (lost African Americans) cercavano maggiormente una guida che ritrovavano nel messaggio di orgoglio nero e di autonomia e nell’offerta di un codice morale rigoroso (rifiuto di alcol e droghe).
Malcom ricevette una lettera dal fratello Reginald che gli chiedeva di unirsi alla Nation of Islam. Iniziò a leggere e a istruirsi, e fu affascinato dagli insegnamenti di Elijah, con il quale iniziò una fitta corrispondenza. Con l’aiuto della propria sorella, ottenne il trasferimento in una colonia penale dove poté leggere molto e cercare argomenti a favore delle teorie della NOI. Dopo il suo rilascio nel 1952, Elijah Muhammad riconobbe rapidamente il talento di Malcolm e lo rese il principale portavoce dei Black Muslims. Grazie alla sua eloquenza e carisma, salì rapidamente nei ranghi dell’organizzazione. Il suo arrivo inaugurò un periodo di drastico aumento degli iscritti (tra il 1952 e il 1963 il numero passò da 500 a 30.000) e una significativa visibilità nazionale, sì da attrarre un sentimento di invidia da parte dello stesso leader Elijah, che – come vedremo – prenderà a riguardo le proprie misure.

Si vuole che Cassius Clay abbia conosciuto Malcolm X nel 1962 (all’apice della visibilità mediatica di quest’ultimo) a Detroit, nel Michigan, in una tavola calda, sì che alcune fonti attribuiscono a questi la conversione stessa. Altri indicano che Clay era in contatto con gli insegnamenti della Nation of Islam (NOI) dal 1959 o 1960, affermando che si era già convertito ed aveva cambiato il proprio nome in “Cassius X” e studiava l’Islam da due anni quando conobbe Malcolm. Appare invero più probabile la prima tesi, non foss’altro per la scelta della X nel cognome, proprio come aveva fatto Malcom.
Fatto sta che i due divennero subito amici, ed erano come due fratelli di sangue inseparabili prima dell’incontro con Sonny Liston nel 1964. Cassius vedeva in Malcolm X un fratello maggiore ed un consigliere e questi, che all’epoca era il rappresentante nazionale e il capo discepolo di Elijah Muhammad, secondo le fonti più accreditate incoraggiò il coinvolgimento di Ali nella NOI. Per Malcolm, Cassius era l’esempio perfetto dell’orgoglio di razza: nero, giovane, arrabbiato, audace, e non manca chi ipotizza possa aver contribuito ad accrescere la probabilità di vittoria di Clay nell’incontro contro Liston, infondendogli la convinzione di essere invincibile. È certo che che prima dell’incontro, Clay si recò da Malcolm X in Florida per cercare la sua guida spirituale.
L’amicizia tra i due era così forte che il leader della NOI, Elijah Muhammad, decise di annunciare pubblicamente il nuovo nome di Cassius Clay (Muhammad Ali, mentre Cassius X fu archiviato come “nome in attesa”) subito dopo la vittoria su Liston. Una mossa per legare a sé il pugile e allontanarlo da Malcolm X, che nel frattempo era in rottura con la setta, da cui sarà prima sospeso e poi espulso. L’attrito tra il capo ed il suo vice (la cui fiducia era stata erosa dalla scoperta che il primo non rispettava il rigido codice morale che imponeva ai seguaci) culminò nel 1963 quando Elijah ordinò a Malcolm X di non parlare in pubblico per novanta giorni, dopo che questi aveva commentato l’assassinio del Presidente John F. Kennedy (qualcosa del tipo “chi la fa, la aspetti”) nonostante il parere contrario del capo. Fu nel marzo successivo che Malcolm X dichiarò pubblicamente la sua separazione formale dalla NOI. Egli verrà assassinato nel febbraio 1965 durante un comizio, proprio da membri della Nation of Islam.
Nonostante la NOI inizialmente considerasse il pugilato un “vizio da bianchi”, Elijah Muhammad si rese conto che la fama di Cassius Clay (ormai Muhammad Ali, ovvero “degno di elogio” e “nobile”) poteva essere utile alle casse della setta per la propaganda e il finanziamento. Ali versò molto dei suoi guadagni alla Nation of Islam, finanziando la costruzione della moschea a Chicago e si attenne alle disposizioni di Elijah di rompere ogni rapporto con Malcom, cosa che – verso la fine della propria vita – indicherà come uno dei suoi errori più grandi.
Interessante è approfondire il perché Clay-Ali si avvicinò alla Nation of Islam. La NOI gli offriva una “sorta di famiglia” che lo faceva sentire protetto e circondato dall’affetto e da un forte senso di appartenenza. Egli subiva la fascinazione per l’orgoglio, l’appartenenza e l’autodeterminazione predicate da Elijah Muhammad, che propugnava una dottrina di nazionalismo nero e separazione razziale, predicando la necessità di creare una nazione nera separata all’interno di un’America gestita dai bianchi. La conversione di Clay fu il culmine di un percorso di risveglio della coscienza razziale iniziato anni prima, accelerato dall’amicizia con Malcolm X e formalizzato dal leader Elijah Muhammad, che fece del campione un potente strumento di propaganda e finanziamento per l’organizzazione.
Il rifiuto di arruolarsi, la condanna, lo stop per quasi quattro anni
Dopo aver sconfitto Sonny Liston, la sua carriera agonistica proseguì con successo per i tre anni successivi. Difese il titolo nella rivincita ed altre otto volte prima dell’evento che avrebbe cambiato la sua vita e la sua carriera. Il punto di svolta arrivò con la chiamata per l’arruolamento militare, che Ali rifiutò pubblicamente, dichiarandosi obiettore di coscienza. Inizialmente, era stato classificato “abile ai servizi sedentari” per i suoi “gravi deficit nella lingua scritta”. Tuttavia, nel 1967, a causa della crescente escalation della guerra, la soglia minima di punteggio per i test fu abbassata, e l’ufficio leva di Louisville lo riclassificò come “immediatamente arruolabile”. Nel marzo del 1966, in un’intervista, aveva già condannato la guerra in Vietnam.
Il 28 aprile 1967, fu convocato a Houston. Di fronte all’ufficiale che pronunciò la formula di rito, non fece i tre passi avanti per prestare giuramento. Ali si giustificò con la famosa frase (o una versione di essa): “nessun Vietcong mi ha mai chiamato negro…”. La sua posizione si basava sul rifiuto di combattere una guerra per conto dei “padroni bianchi” contro persone di pelle scura, mentre in America la sua gente (il popolo nero) era oppressa. Affermò che il vero nemico della sua gente si trovava proprio in America, non in Vietnam. Durante la sua battaglia legale sostenne che le sue obiezioni erano basate sui principi della Nation of Islam.
Per ottenere l’obiezione di coscienza servivano sostanzialmente tre requisiti. Un’obiezione sincera alla guerra in tutte le sue forme, non “selettiva” e specifica a quella in Vietnam, che doveva basarsi su un credo religioso o comunque una convinzione morale molto profonda. E, infine, la sincerità di tutto questo. Ma il Dipartimento di Giustizia raccomandò di negare il beneficio, mettendo in dubbio la sincerità, asserendo che l’obiezione era saltata fuori solo dopo che lui era stato riclassificato come idoneo alla leva, insinuando motivazioni economiche. Inoltre si sosteneva che le sue convinzioni erano più politiche e razziali che veramente religiose. E infine che l’obiezione non era a tutte le guerre, poiché la dottrina della Nation of Islam ammetteva l’idea di “guerre sante” (la Jihad).
Il rifiuto ebbe conseguenze immediate e gravi, sia a livello legale che sportivo, rendendolo nel contempo un simbolo dei movimenti contro la guerra e per i diritti civili e per la controcultura degli Anni Sessanta, ed un idolo per i giovani che contestavano l’intervento in Vietnam. Arrestato e accusato di renitenza alla leva, fu condannato a cinque anni di carcere e una multa di 10.000 dollari, ma gli fu permesso di rimanere libero su cauzione durante la lunga fase di appello, il che significò che non scontò mai la pena detentiva. Ma il Tribunale gli ritirò il passaporto, impedendogli di lasciare il paese per combattere all’estero, mentre la Commissione Pugilistica dello Stato di New York gli tolse la licenza di pugile e la WBA (World Boxing Association) lo dichiarò immediatamente decaduto dal titolo di Campione del Mondo dei pesi massimi.
Il contenzioso legale giunse sino alla Corte Suprema, che il 28 giugno 1971 annullò la sentenza. La Corte non stabilì se Ali avesse effettivamente diritto allo status di obiettore secondo i criteri di legge, soprattutto sulla questione difficile della selettività, ma dichiarò che il Dipartimento di Giustizia aveva dato alla Commissione della leva delle motivazioni sbagliate per negare lo status, mettendo in dubbio la sincerità e la base religiosa delle sue obiezioni in modo non corretto. La condanna andava annullata per un vizio di procedura. Non un’affermazione piena della validità religiosa della sua obiezione specifica alla guerra del Vietnam, ma una vittoria dal punto di vista tecnico-legale. Ali rimase lontano dal ring per 3 anni, 7 mesi e 4 giorni, dai 25 ai 28 anni: l’età migliore per un pugile.
Il ritorno sul ring di Muhammad Ali

Nel periodo in cui fu costretto a lasciare la boxe, girò tutti gli Stati Uniti, tenne centinaia di discorsi, specialmente nei campus universitari. Diventò una delle voci più potenti ascoltate contro la guerra e per i diritti civili con uno stile tutto suo, che era un misto fra predica religiosa, comizio politico e la solita abilità da showman. In attesa della sentenza della Corte Suprema, fu riammesso intanto nel mondo sportivo nell’ottobre del 1970. Perse di misura contro Joe Frazier nella “Fight of the Century”, ma riguadagnò il titolo di Campione del Mondo dei pesi massimi il 30 ottobre 1974 a Kinshasa (Zaire, ora Repubblica Democratica del Congo), sconfiggendo George Foreman in un match passato alla storia come “The Rumble in the Jungle“. I suoi incontri con Foreman e il terzo incontro con Frazier a Manila (“Thrilla in Manila“) furono seguiti in TV da milioni di persone in tutto il mondo. Nel 1978 divenne la prima persona a vincere il titolo dei pesi massimi per tre volte. Continuò a combattere fino al 1981, chiudendo la sua carriera professionistica con un record di 56 vittorie e 5 sconfitte.
Gli highlights dell’incontro Ali-Foreman “Rumble in the Jungle”
Nel febbraio 1975 era morto Elijah Muhammad, e l’organizzazione si era divisa. Ali decise di seguire gli insegnamenti di Wallace D. Muhammad (figlio di Elijah), che trasformò la NOI in una organizzazione musulmana sunnita afroamericana, abbandonando le dottrine più eterodosse e il separatismo razziale del padre. Ali in seguito chiarì di non credere più nelle della NOI, come l’esistenza del “genio malvagio” Yakub (colui che avrebbe creato la razza bianca). Affermò che Elijah Muhammad aveva sbagliato a parlare di “diavoli bianchi” poiché i “cuori e le anime non hanno colore”. Negli anni successivi, continuò a muoversi verso un Islam più tradizionale. Adottò in particolare il Sufismo Islamico (Sunni-Sufi) intorno al 2005. Il suo percorso fu descritto come una crescita “da separatista a universalista”.
Ultimi anni e morte di Muhammad Ali
Dopo il ritiro, egli aveva continuato il suo impegno umanitario e civile, anche dopo la diagnosi di morbo di Parkinson nel 1984. Nel 1990, partecipò a una missione diplomatica in Iraq, ottenendo il rilascio di quindici soldati americani dalle carceri di Saddam Hussein. Le sue scelte, talvolta contraddittorie (come l’appoggio a Ronald Reagan negli anni ’80), non gli impedirono di essere riconosciuto come “sportivo del secolo”. Mantenne la fede Sunni-Sufi fino alla morte, che lo colse nel 2016.
Se da qualche parte vi è un empireo dei più grandi boxeur della storia, state pur certi che Cassius Clay/Muhammad Ali è seduto lì. Per quanto controversa possa essere stata la sua figura, ha mostrato come, rifiutando e spesso ribaltando le definizioni che gli venivano imposte (il pugile nero – americano – sbruffone), abbia saputo usare la propria voce, il proprio corpo, la propria fama per contestare i sistemi di potere che lo volevano sottomesso.
Consigli di lettura: clicca sul titolo e acquista la tua copia!
- David Remnick, Il re del mondo , Universale Economica Feltrinelli, 2014.
- Antonio Sacco, Tutti gli incontri di boxe di Cassius Clay (Muhammad Alì) , Kimerik, 2024







