CONTENUTO
Introduzione
Lo studio particolare dei Movimenti spirituali all’inizio del secondo Millennio Cristiano, trova in Arnaldo da Brescia, Pietro Valdo e Francesco d’Assisi, tre predicatori di diverso taglio culturali: un politico più laico che religioso; un laico riformatore ed un religioso che fa della sequela Christi, la sua ragione di Fede. Nel seguire brevemente la loro storia, a stretto contatto ideologico fra loro, la storiografia contemporanea – dall’ideologia positivista al secolarismo attuale – trova in loro la nuova anima della Cristianità Occidentale che si riflette nell’essere Cristiani nel Terzo millennio. Arnaldo, Francesco e Pietro, rinati e rieletti dalla Riforma Protestante e nello scorso secolo sotto l’ottica modernista, ci rivelano, dietro gli occhiali dei loro biografi e nel Concilio Vaticano II, un mondo in evoluzione non ancora solidale nel distinguere l’Uomo religioso dall’Uomo politico.
Arnaldo e l’Arnaldismo, una Eresia più politica che religiosa
Nato a Brescia al termine del 1100, Arnaldo – a dire di un suo mediocre Biografo (Ottone di Frisinga) – ci presenta questo anticipatore di Lutero come un monaco agostiniano – guardate la coincidenza – studente del filosofo e teologo Abelardo, nella Parigi del 1115. Fatto che lo collega alla coraggiosa scelta di appoggiare il Maestro alle sessioni del Concilio lateranense del 1139, sequela segnalata da San Bernardo di Chiaravalle. E’ pur certo che Arnaldo, pieno di Spirito Santo, a 18 anni prende i voti a Brescia, sua città natale, poi diventa sacerdote e priore della sua comunità.
Di vita solitaria, lontano dai piaceri materiali, pio religioso, di ottima cultura classica, è anche un affabulatore raffinato. Brescia lo ama presto, lo apprezza per le sue idee di riforma non solo religiose e lo presceglie per la nuova età politica che la Lombardia sta vivendo. Il Comune è la nuova figura istituzionale, libera da Papato e Impero. Due Consoli del popolo fronteggiano il Vescovo proprietario e feudatario. Il conflitto politico e religioso si intreccia. Arnaldo si pone a mediare con grande impegno per eliminare i mali della Chiesa che impongono un cambiamento.
La ricchezza del clero ed il potere temporale del Vescovo non sono conformi alle domande di autonomia di mercanti ed artigiani che ambiscono alla guida della città . Per evitare la guerra civile coi laici e le autorità civili, non è farse meglio ritornare alla Signoria della Povertà? Non era più opportuno restituire al popolo una ricchezza fondiaria che da troppo tempo nega la originaria povertà evangelica? I Chierici – per Arnaldo – titolari di beni immobili ed i Vescovi che sono per privilegio imperiale posseggono terreni e case, nonché i Monaci, non possono essere mai salvati. Tutti questi beni del Principe, devono andare a vantaggio del potere laico, cioè al Comune.
Il clero vescovile tuona naturalmente contrario. La temuta guerra civile scoppia, anche se i documenti al riguardo sono ancora pochi, proprio perché i disordini e le rovine dei luoghi ne hanno generato la distruzione. Ottone di Frisinga, San Bernardo e Giovanni di Salisbury (vd. la sua Historia pontificalis del 1159) sono gli storiografi che trattano la sua mediazione in ottica papista. Però raccontano come il Vescovo di Brescia, di fronte alle accuse di Simonia e Concubinato, lo denunzia a Papa Innocenzo II. Viene allora condannato dal Secondo Concilio Lateranense (1139) ad abbandonare Brescia. Quindi ritorna a Parigi, dove è uno stretto partigiano del maestro Abelardo nelle note controversie con S. Bernardo.
Diciamo note perché quest’ultimo ne è vincitore in virtù della cultura classica abbinata al rigido eremitaggio mistico che lo ha formato in gioventù. Bernardo rifonda invero una nuova e severa frazione benedettina, detta dei Cistercensi; fa costruire una numero elevato di abbazie in molti territori europei, prima fra tutte la grandiosa sede centrale di Chiaravalle vicino Milano, un centro direzionale fra altri piccoli monasteri dopo averne bonificato le antiche paludi. La difesa del Papa Innocenzo II – quello che appunto ha ostracizzato Arnaldo fautore dell’antipapa Anacleto II – da una parte sembra coincidere con le posizioni Arnaldo perché in superficie la ideologia di favore per i poveri è un valore comune: ma dall’altro, la domanda di povertà non deve essere un paravento per abbandonare il lavoro comunitario personale a vantaggio della Comunità, senza che alcuno goda di guadagno individuale.
Di più: Bernardo esalta l’arte gotica, o meglio la grande architetture gotica, quale espressione della parola di Dio, non certamente le decorazioni minute di oreficeria bizantine che sicuramente sono orpelli inutili. La liturgia, la pittura e l’architettura sono arti protoumaniste rivolte alla tradizione paleocristiana, quale segno dello Spirito Santo. Insomma, Bernardo ricorda ai laici di continuare a lavorare ed a pregare nella tradizione benedettina. Ecco dunque la vera ragione della sua ortodossia che lo vede appunto molto distante dal pensiero del bresciano, tanto più che Arnaldo mette in discussione qualunque aspetto pastorale della Chiesa di stampo politico ed economico.
Come Bernardo è intransigente sul profilo spirituale, dove la ricchezza è prova di fedeltà a Dio; così Arnaldo vede nel lusso e nello sfarzo dei Vescovi e dei Priori una presenza del male, tale da invocarne la revoca del sacerdozio e la relativa amministrazione dei Sacramenti. Ed invero, il Bresciano nel 1141 subisce una seconda condanna a Sens insieme ad Abelardo, sinceramente trascinato dalle tristi vicende del Maestro inguaiato per il suo amore con la nobile giovane Eloisa, un amore difficile che il Romanticismo riprenderà, non di poco influenzato dalla drastiche sanzioni che ha avuto il filosofo in esame.
Nel 1143, Arnaldo riappare in Boemia al seguito del delegato papale Guido, di nuovo rinfocolando le sue posizioni eretiche che anticiperanno le eresie di Hus nel ‘400. Poi le scarse fonti lo citano a Viterbo nel 1146, in evidenza per la sua riconciliazione con la Chiesa dovuta all’indulgenza promossa da Papa Eugenio III. Convinto delle sue tesi, non cesserà di predicare contro il potere temporale del Papa. Del resto, il vento comunardo che aleggia nell’Europa imperiale, dalla Germania meridionale fino a Firenze, investe anche Roma, la cui popolazione divisa in ceti non differisce da quelle di Brescia.
Qui, diversamente che da Milano, Genova, Pavia e Pisa, il popolo non è ordinato in compagnie di artigiani o mercanti, quanto in rioni di residenti e di contadini fluttuanti e poveri, fuggiti dalle campagne investite da epidemie e carestie, oppure vessati da ex militari che trovano appoggi in città da parte di feudatari laici ed ecclesiastici, legati al potere della curia romana, in condizioni di semi schiavitù clientelari, privi di capitali da investire, soggetti ad un misero consumo quotidiano e quindi manovrabili da Vescovi e dai Cardinali vicini al Papa. Non c’è alcuna classe media borghese che avrebbe potuto istituire quel Comune Rustico padano invocato proprio da Arnaldo, in contrapposizione ai Chierici fedeli più al denaro ed al lusso, che al benessere delle forze produttive ridotte ad una sparuta minoranza.
Nel corso del Papato di Innocenzo II – 1130/1143 – il partito democratico – certamente influenzato dalle dottrine di Arnaldo – alla morte di un Papa di transizione come Onorio II, osa varare una riforma violenta che prelude alla Repubblica sul modello di Roma antica. Si istituisce un Consiglio Comunale (il Sacro Senato), mentre a Capo del Comune viene posto un Patrizio, una anticipazione del Presidente della Repubblica, atto a mediare il conflitto fra le parti cittadine, peraltro divisi in un popolo minuto di artigiani e mercanti – il futuro popolo grasso – ed i feudatari, nobili e chierici proprietari terrieri ora residente nel borgo romano, un insieme di abitazioni di pietra molto diverso dall’Urbe romana, forse un agglomerato urbano che a dire di Gregorovius – storico dell’arte romantico – a quell’epoca è poco più di un villaggio tra ruderi classici quasi dimenticati.
In breve, il conflitto fra i nobili guidati dalla famiglia Frangipane, elettori del citato Innocenzo; e quelli promotori del rivale Anacleto II, a direzione dei Pierleoni, produce presto uno scisma più politico che teologico. Sia come sia, con i democratici sul piede di guerra, Innocenzo ha la protezione proprio dei monaci francesi, Cluniacensi e Cistercensi, con S. Bernardo in testa ed Arnaldo schierato politicamente con la parte popolare. Certo è che durante la successione fra Vittore IV (1138), Celestino II (1143), Lucio II (1144); la conflittualità interna è accesa, come in molti Comuni italiani. Eugenio III (1145) ed Anastasio IV (1153) tentano finalmente un processo di pacificazione. Pacificazione che porta ad una Controriforma filopapista, dato che le cariche del potere laico vengono del tutto abolite, col ritorno del Senato e del Prefetto governativo, tutti nominati dal Papa Eugenio.
I Tivolesi di Frangipane inducono così Arnaldo a rifugiarsi a Viterbo, libero Comune, che da poco si è assicurato la protezione imperiale che gli permette il possesso dei tanti Castelli della zona pretesa dal Papa e dei suoi nobili favoriti. Qui, Arnaldo riprende a predicare la sua riforma ascetica, attaccando di nuovo la gerarchia ecclesiastica e ritornando sulla scelta repubblicana, associando la Riforma religiosa con la Riforma politica. Per esempio, a leggere la fonte avversa del vescovo Guillaume Durand – esposta quasi un secolo dopo durante le vicende Catare e Valdesi – già Arnaldo e la sua corrente, negano il dogma del Battesimo come manifestazione dello Spirito Santo. Essi infatti giudicano indegni i Ministri nominati a reggere la Chiesa ed amministrare i Sacramenti da simoniaci e lussuriosi.
Tanto che un altro storico dei Catari, frà Bonaccorso, attribuisce ad Arnaldo- finora assente di proprio pugno nella raccolta di fonti, spesso a lui contrari – la tesi di non farsi confessare da sacerdoti indegni. Tesi in odore di forte eresia che circola sia nel basso clero, sia fra il ceto artigiano e mercantile, abbinata ad una rivoluzionaria conclusione attribuita al nostro eroe, implicitamente derivata da un certo favore alla causa imperiale: cioè essere loro quel popolo nuovo, l’unico potere legittimato da Dio a nominare o destituire l’Imperatore. Un’eresia bella e buona che cancella ogni autorità politica papale, coinvolgendo una profonda revisione dei canoni altomedievali di supremazia della Chiesa sull’Impero, all’epoca fortemente difesi da S. Bernardo come si è detto. Anche Giovanni di Salisbury (1118-1180), poco dopo le predicazioni di Arnaldo e dello stesso Abelardo, sostiene sulla stessa scia gli obblighi del Re, attraverso la potestas giudiziaria e coercitiva, i quali implicano l’assorbimento del foro interno ed esterno al di là del potere temporale della Chiesa, aprendo la stura al soggettivismo spirituale.
Dunque, la tesi di Giovanni appare conforme alla premessa flilo-regalista: la rivolta come atto di fortezza cristiana contro il Tiranno e contro ogni nemico dalla Fede, un Dio che è con Noi esteso dalle Crociate alle Corti europee. Pesa nella loro storia il conflitto fra Enrico II ed il Papato, già prevedibile con l’arcivescovo Thomas Becket, culminato nel 1170 nella Cattedrale di Canterbury e poi narrato dal monaco Edward Grim, filo arnaldiano, poi drammatizzato da T. S. Eliot nel 1935. Non è mancato quindi chi ha dedotto da ciò una fortissima anticipazione della concezione luterana che giustificherà il giudizio individuale come proiezione del giudizio di Dio. La libera interpretazione della Bibbia della Riforma Protestante ne è il logico sbocco. Anzi, oggi a livello laico e modernista, addirittura appare corrotto ed ineluttabile il criterio soggettivo sul quale si critica come legittima o meno una condotta, morale e giuridica. Insomma, la libertà di coscienza diventerà il metro moderno in ogni ambito di pensiero, fino a lambire perfino le scienze cc.dd. Esatte, come si è verificato nelle vicende del Covid e come oggi si perpetua nei giudizi politici sulla legittimità spirituale.
Che la Chiesa Romana stia in una posizione di retroguardia a favore della tradizione temporalista dell’epoca della prima Crociata e della guerra delle Investiture; lo dimostra l’ambigua vicenda di Corrado III di Svevia, re di Germania, invitato a Roma da Papa Eugenio a ricevere la corona Imperiale, in armonia alle politica comunale romana che vede nell’Imperatore svevo un prezioso alleato nella lotta alla potente famiglia Frangipane. Purtroppo per il partito democratico, la caduta della città greca di Edessa nelle mani dei Saraceni (1144) è la causa occasionale della seconda Crociata, bandita su pressione di S. Bernardo che distrasse quell’imperatore dalle cose italiane. La successiva morte di Corrado III, riapre la strada dell’Impero a Federico I Barbarossa, della stessa casata Hohenstaufen che scende in Italia in sua vece (1154) per avere l’investitura papale per una terza Crociata, considerata la sconfitta che ha avuta la coalizione europea in occasione della seconda crociata.
Stavolta, però trova un altro Pontefice, Adriano IV (Nicholas Breakspear), incardinato dai feudatari conservatori. Cacciato dalla città e rifugiatosi ad Orvieto, Adriano lancia interdetti al Senato romano affinché espellesse di nuovo Arnaldo, ormai divenuto agli occhi del clero un vero e proprio Anticristo, come avverrà nel ‘500 per Martin Lutero e per Girolamo Savonarola. La convenienza politica di Federico I emerge rapidamente: la paura per gli effetti politici, più che per quelli religiosi, prevale. Mentre Arnaldo raggiunge la Toscana e si affida ai nobili della Val d’Orcia, sopravviene Pietro di Vico, legato pontificio, che ottiene l’arresto di Arnaldo da parte degli Imperiali. Riportato a Roma, viene condannato a morte, impiccato e bruciato il suo cadavere. Benché la Chiesa ricusasse la brutalità della sua esecuzione per timore di sollevazioni in suo nome, ne fanno per molti adepti un martire.

La scuola Arnaldista (1155-1184)
La tragica morte del maestro e le sue controverse posizioni politiche non si interrompono e non pochi discepoli, primo fra tutti frate Buonaccorsi, legato al credo Cataro ed autore di una Manifestatio approvativa della tesi di Arnaldo che si legge in vari Codici vaticani e francesi, è ulteriormente delineata nella successiva abiura rilasciata dopo una obbligata riformulazione nel processo canonico datato 1184. Fin dal 1176, varie integrazioni o correzioni risultano nella sua opera, giustificata dalla realtà repressiva cui è esposto il movimento Cataro. Principalmente, il principale discepolo di Arnaldo propone fondamentali modifiche alle regole romane, la rigida adesione alla Povertà, all’Umiltà ed alla Carità, le tre virtù teologiche senza le quali l’esercizio dei poteri sacerdotali è illecito, per di più ove negati diventino produttivi di un’invalidità assoluta insanabile e catene.
Inoltre, qualunque Movimento che li proclami, per la chiesa Romana è passibile di pena come setta satanica. Al contrario, per Frate Buonaccorsi i laici che ne avessero avuto coscienza non meritano affatto la scomunica, ma addirittura sarebbero predestinati alla Salvezza. L’imitazione apostolica e la predicazione itinerante assumono ora i nuovi pilastri della Chiesa Cristiana. Unico legame con Cristo, unica Fede concessa, è allora lo stretto legame fra la santità della persona celebrante il sacramento e l’efficacia dei gesti ufficiali posti in essere da Chierici e dai Vescovi. Un riemergere dell’eresia donatista del IV secolo d.c., nata in Nordafrica e prettamente intransigente nel ritenere che i Sacramenti distribuiti dai sacerdoti indegni siano invalidi senza se e senza ma.
Una posizione che lascia fuori dalla Casa di Dio qualunque peccatore anche se in origine fosse stato investito dalla grazia divina. Una posizione all’epoca fanatica che si è verificata sotto Agostino, quando addirittura in nome della purezza mostrano una violenza contro gli altri e se stessi, fino a compiersi suicidi in massa. Ed in ciò Agostino vede un’altra forma di Esoterismo e di Gnosticismo, onde egli proclamerà il dogma dell’efficacia autonoma dalla Santità del Ministro e contro la concezione elitaria del popolo di Dio. In seguito, le scuole di Arnaldo – confluite nelle sue parti più rigide nel Credo Catarino – hanno insistito nella opposizione di coscienza del Giusto contro scomuniche e sentenze giudiziarie ed erronee, al punto da invocare la libertà di Rivolta. Condizione che come è noto influenza addirittura San Tommaso, che ammette la rivoluzione cruenta contro il Tiranno, ove le sue leggi venissero in contrasto col diritto divino e naturale. Del resto, gli Arnaldisti, all’inizio del XII° secolo, od aderiscono all’eresia catara, oppure faranno parte dell‘Ordine Francescano, integrandosi anche dal lato politico e sociale nella società comunale.
La fortuna di Arnaldo in Italia (1790-2021)
Quando la storia di un personaggio tracima dal saggio storico al romanzo ed al dramma – per non dire oggi ai social – allora il valore assoluto di una vicenda tocca il suo massimo livello di conoscenza pubblica. Così fu per Arnaldo da Brescia, come lo è stato per Giordano Bruno ed anche per Cola di Rienzo (si pensi alle polemiche antipositiviste sulla statua del Nolano a Roma – 9.6.1889 – ed alle discussioni critiche sulla Vita di Cola di Rienzo di D’Annunzio del 1921). Ebbene, la biografia di G. B. Guadagnino, arciprete di Cividate di Valcamonica – edita a Pavia, 1790 – sceglie la forma siffatta per traghettare l’allora dimenticata teologia politica nella sponda illuminista, reazionaria alle presenze filovaldesi che hanno favorito la Riforma protestante in Italia.
Esse non sono state perseguitate in Calabria ed in Piemonte, secondo quanto narrato dallo storico umanista G. Miolo, pastore valdese del ‘500. Ma se non ci fosse stato per il dramma satirico Arnaldo da Brescia di G.B. Niccolini del 1843, un liberale toscano schiettamente anticlericale, la storia di Arnaldo non sarebbe mai più riemersa. Spiccano nella premessa al testo teatrale – di chiare origine alfieriana e manzoniana – le feroci critiche al Barbarossa ed al Papa straniero Adriano, che fanno sommergere nel Tevere le ceneri del povero teologo dopo averlo bruciato e tradito. Arnaldo poi ha un ulteriore sussulto nel 1882 quando il comune di Brescia commissiona allo scultore Odoardo Tabacchi l’attuale monumento bronzeo situato all’estremità est del Piazzale a lui intitolato.
Del resto, anche in Germania risorge interesse per le eresie principalmente per l’aspetto teologico, tanto che fa intravvedere nelle eresie del basso Medioevo i preliminari della Riforma luterana (vd. C.U. Hahn, Geschichte der Ketzer im Mittelalter, besonders im 11, 12. und 13. Jahrhundert, nach den Quellen bearbeitet, Stoccarda, 1850). Sarà poi in Italia la volta di Cesare Cantù (Gli eretici d’Italia. Discorsi storici, Torino, 1865). Di fronte a quei prodromi, non si cessa di giudicare con severità le censure ecclesiastiche verso lo stesso Arnaldo, di fatto criticato per l’azione politica e morale dietro un paravento teologico che non è più giustificato dai cattolici liberali.
Seguiranno le monografie di F. Tocco, di B. Croce, di G. Volpe e di Spaventa, tutte orientate ad accoppiare i Movimenti religiosi ortodossi ed eretici del basso Medioevo all’evoluzione della storia Comunale, Imperiale e della Chiesa Romana. Vale a dire ad individuare nelle eresie la manifestazione di nuove classi sociali che entrano prepotentemente nella storia europea dei secoli successivi. Saranno R. Morghen, storico cristiano, 1951 ed A. Sapori, Lezioni di storia economica, Milano, 1960, a riaprire il dibatto sul valore teologico del pensiero di Arnaldo, mediando la sua scelta morale con l’afflato di riformatore politico. In particolare, Morghen nega la dinamica marxista molto legata al conflitto di classe, mentre è più opportuno rilevare i profili teologici e morali, sull’onda di Croce che qualifica le Eresie per la loro natura deontologica, che non per il riflesso socioeconomico.
Sapori, naturalmente – nel suo importante saggio del 1960 cit. – batte sul significato di Popolo, che riserva alla classe mercantile produttiva, come il Cantù ha premesso nel rapporto personale fra Vescovi – Conti ed uomini incolti, ma sicuramente investiti da una logica lavorativa innovativa, per esempio osti, panettieri, calzolai, sarti, avvocati, notai, ecc. Veramente la Chiesa privilegia i ricchi feudatari e vessa i ricchi mercanti? E dunque, lo storico Catalano (di cui vedere la premessa al manuale Civiltà e storia, ed. D’Anna, Messina-Firenze 1969, vol. I, pagg. 263 e ss.), alla fine degli anni ’60 chiude le sua analisi sui movimenti ereticali rinviando ad analisi più approfondite delle mere indagini liberali formaliste, oppure troppo vicine alle interpretazioni economiche.
Lo stallo critico sui Movimenti, troverà però una efficace revisione in un settore ulteriormente preliminare, una ricerca che da un altro punto di vista darà ad Arnaldo da Brescia – ma anche a Cola di Rienzo ed a tanti altri eretici italiani, come Gioacchino da Fiore, Pietro Valdo e Martino di Campitello, Cataro – il ruolo di onesto e coerente pensatore religioso, vale a dire la lettura razionale delle poche fonti che lo hanno avuto come protagonista. La pregevole opera di Arsenio Frugoni del 1954, studia in modo organico le tracce del Bresciano, che non lascia nulla di scritto. Di fronte alle fonti lacunose di Ottone di Frisinga, di S. Bernardo e di Giovanni da Salisbury – oggetto della vita testé riassunta – Frugoni verifica i loro scritti, spesso intrisi di Malevolenza o di superficialità, storicizzando ciascuno di loro.
E’ la verifica dei buchi di storia che ognuno ha interpretato a modo suo e perciò li mette a confronto per verificare la concordanza delle testimonianze addotte. Limiti di spazio ci spingono a limitarci a qualche significativo esempio. In particolare, il metodo di Frugoni diverge profondamente da quello originario adattato dalle scuole critiche tradizionali. Queste – influenzate dalle posizioni politiche e cattoliche molto spesso intransigenti – svalutano l’ansia di rinnovamento della Chiesa fin dai primi decenni del secondo millennio, scadendo in letture antimarxiste e veterostoriciste a sfondo determinista e prettamente filopositiviste, sulla falsa riga delle scuole laiche liberali di metà ‘800 (si pensi almeno a Renan ed a Engels).
Specificamente, le biografie di Arnaldo – prima fra tutte quelle di Cesare Cantù e di Felice Tocco, hanno prodotto una ricostruzione a macchia di leopardo, mescolando le testimonianza avverse e favorevoli. Per esempio, le note di S. Bernardo di Chiaravalle hanno rilevato la sua natura ribelle, senza determinarne le contraddizioni. Ottone di Frisinga lo inquadra un mero propagandista di Federico Barbarossa; mentre Giovanni di Salisbury lo pensa neutrale, quasi un protoumanista, addirittura un seguace della nascente idea come di Stato laico nazionale che si svilupperà solo nel ‘400. Abelardo, il controverso monaco parigino, già in conflitto con Bernardo, sembra aderire a questa nuova ottica al passo coi tempi.
E quindi la Historia Pontificalis dell’inglese, che si richiama alla Roma repubblicana dei Gracchi, ora è divisa fra attori filocomunali e filopapisti. Essa appare al Frugoni più verosimile partendo non da un frullato di opinioni, quanto da una analisi contestuale più realista. E’ cioè un Arnaldo proiettato alla riforma politica della Chiesa romana, nel senso della speranza dell’abbandono definitivo delle sue ricchezze mondane, anzi deciso a riaprire il capitolo della povertà evangelica. Se poi questa rilettura – neppure eretica o politica in senso moderno, tanto meno figlia di una presunta lotta di classe – abbia indotto Arnaldo ad un rapporto politico di collaborazione con il presunto partito comunale di Roma, altro non è che un mero accidente della storia che lo avvicinerà senza scampo alla morte.
Infatti, a prova di quanto dice, Frugoni qualifica la setta dei suoi seguaci – detti – arnaldisti, un movimento lombardo contingente rapidamente represso dagli Imperiali su mandato della Chiesa di Roma, sulla scia delle crociate Catare di fine undicesimo secolo – come un movimento sporadicamente intellettuale, analogo a quello di Almarico di Bène, gli Amalriciani di Chartres soffocato praticamente nel nascere proprio dal Concilio Lateranense del 1215 (al riguardo, vd. Rosario Lo Bello, Logici e eretici, Amalrico di Bène e gli Amalriciani nelle fonti del XIII° secolo, Milano, 2025). Situazione storica di Restaurazione della Chiesa trionfante e dell’Impero glorioso di metà ‘200, sempre in competizione politica nella realtà medievale in movimento segnalata da Huizinga e Braudel.
Ecco perché diviene una dato essenziale come andrà a svilupparsi la proclamazione della parola evangelica, entrata nel vocabolario esistenziale di intellettuali, chierici e politici, comunali e non. Una guida concreta di resurrezione della vita religiosa dopo il millenarismo di Gioacchino da Fiore (1135-1202). Da quanto premesso, il passaggio ineluttabile in Europa dall’economia curtense all’economia dello scambio commerciale, comporta un rinnovamento della Chiesa sia nell’organizzazione che nel suo messaggio di salvezza. In tale contesto evolutivo, l’eredità di Arnaldo e l’insegnamento di Gioacchino, figli del primo Urbanesimo, li spinge, in silenziosa comunione per lo stesso fine, obbedire alla lettera del Vangelo. E’ la chiamata penitenziale. Chi sono?

Valdo da Lione e Francesco d’Assisi. Il predetto spirito laico ed ecclesiale di Restaurazione dei due Soli – tanto per citare il Dante del de Monarchia del 1312 – bolla il secondo come Santo ed il primo come eretico, qualificazioni non del tutto sovrapponibili nel loro parallelo posizionamento nella complessa realtà medievale. Esaminiamo in breve il loro cammino in quel peculiare contesto per così dire in progress: nel 1174 Valdo, un avviato mercante di Lione – non più solo un eloquente maestro filoghibellino – strappa il libro mastro delle entrate e delle spese del suo negozio, dà ai poveri le sue cospicue sostanze, sceglie la Scrittura pura e semplice al posto del registro degli acquisti e vendite. Addirittura traduce le Sacre Scritture in lingua volgare, ne impara a memoria i principi e li va gridando per le strade.
E’ la rivolta: uomini e donne dei Comuni, ormai ricoveri di poveri fuggiti dalle campagne e dallo sfruttamento delle loro braccia, si raccolgono ad ascoltarlo ed a seguirlo, senza alcun legame gerarchico o politico o religioso che fosse. Unica legge è il Vangelo. E’ il ritorno alle origini, un messianismo ineluttabile ed irrefrenabile come per Arnaldo e Gioacchino, ma anche per il professore Almarico di Bène e per Arialdo da Milano all’epoca della Eresia Patarina (1066 circa). Valdo è pieno di passione evangelica, ma anche di zelo politico, un ideale di guida laica mai vista, che abbina la marcia fisica e la prassi di fratellanza biblica. Una prassi religiosa e sociale mai così vasta, col favore delle folle sapientemente attirate dalla nuda parola di Cristo. Una libertà di parola, di riunione e di pensiero che va al di là dei primi Maestri. La paura dei due antichi poteri per quella inusitata azione popolare fuori dal loro Ministero laico e religioso si fa evidente. La solidarietà fra Nobili e Vescovi è evidente: 1182, espulsione da Lione, 1184, la condanna papale; due conseguenze che Valdo non può evitare.
Da lì, sappiamo dalle fonti dell’epoca, non c’è che per lui una fuga continua, una realtà di vera e propria lotta per la sua vita, un ostracismo che lo perseguita dalla Francia all’Italia del Nord, come sarà mutatis mutandis per i marxisti rivoluzionari e comunisti anarchici di fine ‘800. Naturalmente, mentre vanno per ora nascoste le sue parole ed i suoi scritti; prosperano gli atti della Santa Inquisizione, zeppe di confessioni estorte con la tortura e con le note promesse di liberazione dalle carceri del potere politico a tutti coloro che si fossero pentiti e dissociati. Oltre alla storia di Valdo, meritano di essere ricordate quelle di Giovanni da Ronco, di Durando d’Osca, di Bernardo Primo; discepoli dell’eretico Valdo, la cui morte ci è ancora sconosciuta. Forse morirà esule in Boemia fra il 1206 ed il 1207, addirittura come fondatore di un Ordine Laico da cui sarebbe derivata l’eresia di Jan Hus (1400-1415). Sia come sia, il divieto del IV Concilio Lateranense del 1215, di erigere nuovi ordini religiosi al di là delle regole stabilite da S. Agostino e S. Benedetto, non solo prefissa un robusto paletto per l’unicità della professione religiosa, ma anche limita la legittimità di ulteriori movimenti spirituali laici fuori dalla norma stabilita.
Illam fidem tenere, quam Romana Ecclesia tenet, recita quel Concilio, ormai anche con la solida approvazione dello scettro dell’Imperatore. Sappiamo però che Francesco, mosso da un analogo spirito, farà una mossa alternativa. Benché le sue origini siano anche legate al mondo mercantile, nondimeno a Valdo è di pari trascinatore spirituale di folle che rinunziano ad ogni ricchezza anche minima. Sono pure noti i suoi scritti e le testimonianze dense di episodi molto diverse dal Cristianesimo dell’epoca: in pratica, la moderna critica storica tende a sottolineare meno il valore delle parole di Francesco e la sua apparente emulazione degli Apostoli, quanto e più lo stare al seguito di Cristo, cioè il seguire il Cristo povero e servo, annullando ogni sé e rifluendo tutto nell’altro. Quindi obbediente alla gerarchia ecclesiastica, senza alcuna forma di rivolta o di lotta di classe come hanno interpretato certe letture marxiste di cui si è fatto cenno. In altre parole, la critica di Francesco non è meramente formale, magari limitata ai costumi corrotti ed alla condotta simoniaca, come farà Lutero nel secolo decimo sesto.
E’ una possibilità ben più radicale, rivolta ad eliminare alla base il conflitto sociale che già viene alla luce nella società commerciale aperta che Francesco e Valdo stesso hanno avuto modo di vivere. Solo che Francesco non prende di punta la Chiesa come struttura, ma va al pratico: mentre Valdo contesta il lavoro manuale, quasi parificando la predicazione al lavoro; Francesco rilegge la scrittura richiamando la penitenza e la rinascita del ruolo della donna, come già il Beghinaggio fa nel Nord Europa, anticipando qui addirittura la Riforma Protestante. Quindi attenzione più all’Uomo e non tanto all’attività, la Fratellanza come una priorità rispetto alla gestione concreta.
Essere prima, Esistere poi, scelte non lontane dal pensiero tomista coevo, interpretazione che rompe una lettura che dimentica il volto del povero come volto di Dio, come invece Cristo ha proclamato nel discorso della Montagna. Sebbene i due riformatori di metà ‘200 nuotino nelle stesse acque evangeliche, Valdo sceglie la via politica, partendo da una visione riformata dell’azione apostolica, Francesco preferisce la via comunitaria, magari più visibile per la sequela. Una scelta che preferisce dialogare con la Chiesa Romana, forse più aperta all’accoglienza di strutture comunitarie che non interferiscono il Foro esterno; mentre le scelte di Valdo vanno contro la struttura ecclesiale e perciò non hanno alcun seguito in quel momento.
Certo è che l’opzione di Valdo porta a forme autoritarie ampie e travagliate, pretende un’interpretazione evangelica popolare, che lascia una libertà di movimento che scuote l’ordine ecclesiale e l’ordine politico, onde è chiaro la repressione che le Istituzioni adottano con determinazione. Netta è ora risposta al quesito sulla differenza di trattamento che la Chiesa Romana riserva ai due profeti del Cristianesimo del Secondo Millennio. L’esilio volontario per l’uno, la accettazione della Regola – pur non senza qualche critica del mondo Domenicano – per l’altro. Colpevole il primo di avere attentato alla realtà ministeriale unitaria, ammesso per avere il secondo guardato a Madonna Povertà, senza eccedere politicamente nel privilegiare esperienze marginali, lasciate alla benevolenza della Comunità Locale.
Eppure, un tentativo riparatore per tale abbandono istituzionale, riscoprendo presto il valore apostolico del Messaggio di Valdo va ricordato: invero la mediazione di Durando d’Osca (1160-1224). Di origini spagnole, predicatore valdese della prima ora nella Linguadoca; nel 1207, pubblica un breve riassunto del pensiero teologico di Valdo, conforme nella teoresi cristiana del simbolo di Nicea, il c.d. Liber antiheresis. Benché accetti con convinzione il dogma della Trinità; non manca di dare a Valdo la palma dell’essere in grazia di Dio. Poi esalta la beatitudine prima, la povertà di spirito. Come ultimo fine della predicazione è la Povertà, unico oggetto dell’azione cristiana. Sulla Chiesa continua però a negarne la natura di istituzione formale, riducendola ad una mera comunità temporale e spaziale non assoluta né centrale, dove i Vescovi ed i Chierici altro non sono che pastori locali d’anime, magari titolari della erogazione dei Sacramenti, senza però alcun potere al di là di quello conferito dal Vangelo.
E’ preferibile obbedire a Dio, anziché agli Uomini, costituzione prima di ciascuna comunità. senza alcune obbedienza ad alcun organo centrale, meno che mai alla Chiesa Romana ed all’Impero, specialmente se prelati e governanti abbiano disertato la Fede ed i Sacramenti ed anzi li celebrino solo con la bocca e li neghino con evidenti atti corruttivi e simoniaci. Insomma, la Salvezza non può essere conseguente se non attraverso le opere, non per mezzo di un fatalismo formale, operazione che vede la rivalutazione delle lettere di S. Giacomo rispetto alle ambigue proposizioni di Concili Ecumenici. In sintesi, Durando fissa una regola generale, desunta letteralmente da Matteo, 28,19-20: Andate dunque e ammaestrate tutte le Nazioni, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo.
Spiccano alcuni segnali di conformità dogmatiche e di rispetto del pensiero unitario, lontano dal dualismo cataro che nega la validità cristiana dell’antico Testamento, specie nel ruolo di Dio Unico creatore. Resta appeso ad un filo il legame fra la legge ebraica e la nuova Alleanza, senza contare il silenzio di Valdo sulla Resurrezione dei Corpi. Gesù è però garante dell’amore di Dio per il mondo materiale per il quale ha inviato i suoi apostoli a fondare la Sua Chiesa. Proprio le ambiguità valdesi ed il tacito rigetto di una attenzione concreta alla povertà, inducono vari gruppi cattolici istituzionali a convocare una disputa con i seguaci di Durando a Palmiere nel 1206, mentre Francesco giunge a Gubbio presso l’amico Federico Spadalonga, nobile del luogo che lo sfama e che lo aiuta nelle prime decisioni, prima fra tutti il vestire un povero Saio e di sposare letteralmente la povertà rifiutando cibi e vesti lussuriose.
Dalle scarse fonti sulla disputa (cfr. Pierre De Vaulx – Cerna, Histoire de L’Hèresie des Albigeois, par. 6, Parigi 1908) emerge subito la mediazione promossa dal Durando stesso, al quale sembrano essere giunte voci di pentimento e di ritorno alla Casa del Padre. E non è un caso che il papa Innocenzo III, invia missionari cattolici a svolgere una predicazione itinerante, senza alcuno sforzo esteriore, senza alcun potere evidente. Anno dopo anno, i giovani al seguito di Francesco crescono nella stessa misura. Ed anzi Diego di Osma, un religioso che sente il profilo missionario non in conflitto con le idee di Valdo, esige anche una sequela Christi e che infine si presenta ai Vescovi con un saio povero e nero. E così otterrà l’accoglienza del suo Propositum, con il quale si chiede senza alcun limite il rientro nella Chiesa Romana, pur con la dizione sociale di Poveri cattolici.
Innocenzo accetta e nella lettera nr.196-198 ogni richiesta: in sintesi, le rinunzie ai beni materiali, il vivere di elemosine dei fedeli, l’esonero dal servizio militare, il permesso di vagabondare da missionari, di avere loro scuole e di fondare comunità di ricovero a poveri ammalati. Unici doveri sono il rispetto all’autorità ecclesiastica, la accettazione dei Sacramenti anche da vescovi e chierici non in odore di santità e comunque l’obbedienza stretta a Roma. E’ il 1212, dopo seguirà la sanguinosa crociata albigese del 1230 e quando già il francescano Tommaso Celano (1228) ha già narrato la Vita prima di San Francesco. Intanto, Francesco dopo aver raccolto un gruppo di amici passa con loro un paio d’anni di peregrinazione attorno Assisi, predicando e riparando alcune chiese in rovina, come quella di S. Pietro fuori le mura, San Damiano e soprattutto la Porziuncola a Santa Maria degli Angeli, la chiesa più famosa.
Poi fuori dall’Umbria, è assistito dall’amico di infanzia Bernardo di Quintavalle, di frà Egidio, di frà Leone, di frà Elia da Cortona (che con Chiara d’Assisi provvede alla conservazione del suo corpo nella Basilica Inferiore). Poi, forse nel 1210, raccolti 12 compagni, si muove verso Roma per avere l’approvazione del Papa Innocenzo III, già pronunziatosi favorevolmente per quel gruppo di Valdesi guidati dal discepolo Durando, abile nel convincere la Corte papale sulla integrità della loro fede e dei costumi. Precedente non indifferente per Francesco ed i suoi, non a caso detto dei Poveri Cattolici, che fra qualche decennio saranno assorbiti dai Francescani e dai Domenicani, sia per attaccamento alla Chiesa, sia per la loro dottrina integrale non contraria.
Inoltre, il ramo lombardo dei Valdesi confluirà nel 1257 con l’ordine integralista e filoromano degli Eremitani di S Agostino. Vale allora segnalare una svolta significativa della storiografia europea su movimenti ereticali anteriori all’età umanista, specialmente dopo la peste del 1350, quando la reazione sociale a tale tremenda attesa fa pensare alla storiografia del ‘900 ad un trauma psicosociale che costituisce una frattura esiziale posteriore ormai al Medio Evo. Fino al primo dopoguera, la storiografia è attestata in merito al movimento ereticale in una prospettiva economico-giuridica, definita notoriamente dal Coce come positivista e e marxista (per esempio, i citati Cantù, Tocco e Labriola, padre del marxismo italiano).
Il tentativo di Felice Tocco, di individuare un filo rosso comune delle eresie italiane sul dato dottrinario, perde senso, ove si andasse di fatto a rileggere le scarse fonti su Gioacchino da Fiore, tanto controverso nondimeno di S. Francesco, dove lo Spirito di rinnovamento morale spesso si confonde sulla storia concreta di quei movimenti molto diversi fra loro, anche per la notata confluenza in uniche realtà per evitare processi inquisitori. Sia come sia, prima secondo Ernesto Buonaiuti (1881-1946) e poi Raffaello Morghen (1896-1983), sull’onda del Modernismo l’uno, ovvero del Concilio Vaticano II, secondo l’altro, le eresie rispondono ad una realtà indifferibile per la Chiesa, la cui continuazione nel mondo deriva della perenne attualità del Vangelo, capace di far sgorgare la verità oltre il dogma e la legislazione ecclesiale.
Certamente uno storico conservatore, Gioacchino Volpe, ha nel 1922 riaperto la questione sociale degli eretici proiettati al ribellismo, ma ha anche distinto quelli medievali del secondo millennio da quelli del primo, dedicando quelli a sole questioni dottrinali e riservando questi ultimi all’interesse morale distorto da mere politiche di potere. Morghen, da buon suo alunno, nel secondo dopoguerra, studiando l’eresia Catara, riscopre la concezione manichea – cioè il doppio binario bene/male già stigmatizzato da Agostino – e ne rinviene tracce indelebili in tale periodo. Carattere, che dunque si distingue dal consueto filone marxista. Tuttavia, un ulteriore mutamento interpretativo, forse spiegabile per la scelta nazionalista ed antisocialista che attraversa l’Europa continentale negli anni’ 30, è quello di Herbert Grundmann (1902-1970), lo storico tedesco che pone una pietra d’angolo nell’edificio critico delle Eresie Mediaevali.
Fin dal 1935 – tradotto in italiano nel 1380 (ma già riassunto correttamente nel Bollettino della Società di Studi Valdesi del 1935, pubblicato in archive.org). Grundmann vede il movimento ereticale (da ora interpretato al singolare, stante il terreno comune identificato anche dall’assorbimento nei Francescani da parte dei gruppi Valdesi che si è detto) come una corrente religiosa connessa specificamente agli ordini mendicanti ed al Beghinaggio femminile. La natura è autenticamente cristiana al di là di un pensiero politico sfruttato politicamente nell’800 postromantico, nella visione di Engels che ha attribuito ai movimenti in parola la radice della rivolta dei contadini del 1524-1525 durante la Riforma Protestante.
Ed alla fine degli anni ’60, proprio nel 1968, gli eredi della scuola di Bloch (la c.d. scuola degli Annales, specializzata proprio nel Medioevo – da Le Goff a Duby) mettono sul piatto una terza lettura, nè liberale nè marxista, ma più cristiana, dove prevale una volta per tutte la caratteristica puramente religiosa, estesa alla realtà in movimento nella dinamica economica della società precapitalista, frutto dello sradicamento di migliaia di persone dalle Campagne verso le Città, divenute Metropoli per quell’epoca, proprio perché nascono centri industriali e commerciali che obbligano alla convivenza di popoli di lingua e costumi diversi tali da influenzare il fenomeno religioso. Di questa lettura contemporanea della religiosità, si basa oggi la nuova storiografia medievale.
E’ il movimento valdese che torna ad essere sotto i riflettori, soprattutto fra il 1100 ed il 1300, che ora la scuola di Barbero e Cardini pongono come spartiacque con l’Umanesimo di Petrarca, Erasmo e Tommaso Moro. Anzi, l’eretico medievale – negli scritti di Giovanni Grado Merlo e di Carlo Ginzburg – è ben rapppresentato nel monaco o nel guitto ben andante, che prega di città in città e vive una fede popolare attuando nel mondo il messaggio cristiano, analogamente a quella compagnia di attori giorovaghi presenti nella filmografia di Bergman (si ricordi il Settimo sigillo). Uomini e profeti di una più organica rinascita dell’Europa Cristiana, esposta alle intemperie dell’ortodossia ecclesiastica imperiale prima che l’Inquisizione dello Stato assoluto la decapiti nel lungo Seicento barocco.
Quanto alla controversa figura politica di Arnaldo da Brescia, è infine opportuno ricordare come la sua città lo celebra a più di due secoli dalla sua avventura mortale anche attraverso i suoi monumenti. Infatti proprio l’Università Cattolica del Sacro Cuore gli ha dedicato un Centro studi Medievali, Umanistici e Rinascimentali, prova inoppugnabile del passo innovativo a favore di un inascoltato profeta del Libero pensiero, oltre la postuma reazione antimodernista che oppone la Chiesa Cattolica di primo ‘900 alle nuove analisi della Storia della Chiesa nel Secondo Millennio cristiano. Si deve riaprire al riguardo il discorso storico ed umano su un grande perseguitato intellettuale di quel secolo breve, Ernesto Buonaiuti, scomunicato per aver trattato al pari e meglio del Grundmann, proprio quel Gioacchino da Fiore, gioia e delizia del movimento eretico. Ma questa è un’altra storia da riscrivere.
Bibliografia: oltre alle fonti citate nel testo, vd.
- ELIO PERETTO, Movimenti spirituali laicali del Medioevo. Tra ortodossia e eresia, ed. studium, Roma, 1985.
- GIOVANNI TABACCO – GRADO GIOVANNI MERLO, Medioevo, 1981.
- KARL RAHNER, Che cos’è l’eresia, Brescia, 1964, nonché OSCAR CULLMANN, Cristo e il tempo. La concezione del tempo e della storia nel Cristianesimo primitivo, il Mulino, 1965.
- ADRIANO PROSPERI, Eresie, edizioni Quodlibet, 2021,






