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Il Mostro di Firenze. Una intricata vicenda giudiziaria

Primo serial killer mediatico italiano, creò un clima di terrore che segnò la Toscana per due decenni, trasformando in luoghi di morte semplici piazzole in cui si appartavano "coppiette". Una storia di sedici vittime legata dal filo rosso di una unica arma con la quale sono stati commessi gli otto duplici omicidi: una Beretta calibro 22. Il caso rimane un enigma di fatto irrisolto, con sospettati solitari o legati ad ambienti familiari indicati come smaniosi di vendetta (il legionario Giampiero Vigilanti; Salvatore Vinci e la "pista sarda"), sino a una presunta rete di complici dediti al commercio di "feticci" (Pietro Pacciani ed i suoi "compagni di merende") ed a ipotesi spintesi ad un "secondo livello" esoterico e occulto. A quaranta anni dall'ultima azione omicidiaria una serie televisiva ha riacceso l'attenzione sulla vicenda, che ripercorriamo avvertendo che taluni particolari raccontati potrebbero turbare persone sensibili

di Francesco Caldari
13 Marzo 2026
TEMPO DI LETTURA: 13 MIN
Stefano Mele, giudicato responsabile del delitto nei tre gradi di giudizio

Stefano Mele, giudicato responsabile del delitto nei tre gradi di giudizio

CONTENUTO

  • Il filo rosso
  • Il primo duplice omicidio e la pista sarda
  • Il trailer della serie televisiva “Il mostro”
  • Pietro Pacciani ed i “compagni di merende”
  • I mandanti gaudenti
  • Il legionario
  • La Beretta calibro 22, unico testimone silenzioso

Il filo rosso

L’indagine sulla scia di sangue che ha sconvolto le campagne toscane tra il 1968 e il 1985 ed una intera provincia, quella di Firenze, si fonda su un unico, granitico pilastro materiale: la presenza costante di una pistola semiautomatica Beretta in calibro .22 Long Rifle. Questo elemento, definito unanimemente dai periti e dagli inquirenti come il “filo rosso” della vicenda, rappresenta l’unico nesso oggettivo capace di unificare otto scene del crimine, altrimenti distanti per cronologia, contesto sociale e alcune modalità di esecuzione rituale.
Mentre le testimonianze si sono rivelate spesso contraddittorie e le piste investigative hanno oscillato tra la criminalità rurale e i complotti esoterici, la firma balistica lasciata sui bossoli Winchester con stampigliatura “H” ha mantenuto una coerenza tecnica che sfida i decenni.

Barbara Locci, uccisa assieme ad Antonio Lo Bianco (pubblico dominio)

21 agosto 1968, in località Castelletti di Signa, in provincia di Firenze, Barbara Locci e Antonio Lo Bianco sono giustiziati a colpi di pistola all’interno di una Fiat 1200. Questo evento, inizialmente derubricato a delitto passionale all’interno della comunità sarda locale, rappresenta il punto zero della vicenda del Mostro, ed anni dopo sarà individuato come il primo di otto duplici delitti. La condanna di Stefano Mele, marito della donna, sembrò inizialmente chiudere il caso, e la perizia balistica del colonnello Innocenzo Zuntini aveva già isolato le caratteristiche di un’arma che sarebbe riapparsa quattordici anni dopo.

Nella sua analisi Zuntini descrisse una pistola automatica calibro .22 Long Rifle, molto usurata nel percussore, nell’estrattore e nell’espulsore. Il perito rilevò un rigonfiamento anomalo sui bossoli, interpretandolo come segno di una camera di cartuccia deteriorata o di una molla di recupero debole, tipica di una “vecchia pistola da tiro a segno”. Questa valutazione sulla vetustà dell’arma è stata oggetto di lunghe dispute: mentre Zuntini la riteneva usurata, perizie successive suggerirono che fosse in realtà ben tenuta, e che i rigonfiamenti rivelassero una caratteristica intrinseca propria del modello Beretta serie 70.

Nella infografica (ottenuta con Intelligenza Artificiale) una mappa dei luoghi intorno a Firenze ove furono commessi gli otto duplici omicidi, con indicazione della data

Nel 1982 la riscoperta di questi reperti segnò una svolta investigativa definitiva nelle indagini riguardanti quello che ormai la stampa definiva “Mostro di Firenze”, grazie all’intuizione di un maresciallo dei carabinieri che raccordò le analogie tra l’ormai lontano (e apparentemente risolto) delitto di Signa e quello avvenuto il 19 giugno 1982 a Baccaiano di Montespertoli, ove Paolo Mainardi (22 anni) e Antonella Migliorini (19 anni) furono colti dall’assassino che sparò mentre si trovavano in intimità all’interno dell’auto parcheggiata lungo la strada. Il giovane tentò una fuga in retromarcia, ma la vettura finì in un fossato.

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A causa della presenza di testimoni che si trovarono a passare in auto sulla strada e della dinamica, in quella circostanza il killer non poté compiere mutilazioni sul corpo della donna, cosa accaduta in precedenti simili circostanze. Il confronto balistico stabilì che i bossoli del 1968 erano stati espulsi dalla stessa arma che stava ormai terrorizzando la Toscana, poiché tra il duplice delitto del 1968 e quello del 1982 erano intercorsi altri tre casi di coppie appartatesi ed uccise, come si acclarò, con la stessa pistola, sì da trasformare quello che era un dimenticato caso di cronaca nera locale nel primo anello di una catena seriale: 14 settembre 1974, Rabatta di Borgo San Lorenzo, ove i fidanzati Pasquale Gentilcore (19 anni) e Stefania Pettini (18 anni) furono sorpresi all’interno di una Fiat 127.

L’assassino infierì inoltre sul corpo della ragazza con 96 coltellate e le inserì un tralcio di vite nella vagina; 6 giugno 1981, Mosciano di Scandicci, Giovanni Foggi (30 anni) e Carmela De Nuccio (21 anni) furono uccisi a bordo di una Fiat Ritmo. L’assassino operò, per la prima volta, l’escissione del pube della vittima femminile; 22 ottobre 1981, Travalle di Calenzano, Stefano Baldi (26 anni) e Susanna Cambi (24 anni) erano a bordo di una Volkswagen Golf nera, parcheggiata vicino a un casolare. Anche in questo circostanza il corpo della donna fu mutilato tramite l’asportazione del pube.

Il primo duplice omicidio e la pista sarda

Gli inquirenti tornarono così a studiare il lontano caso del 1968. A Castelletti di Signa la 32enne Barbara Locci e il suo amante 31enne Antonio Lo Bianco erano stati uccisi a colpi di pistola all’interno di un’Alfa Romeo Giulietta bianca, dopo essersi recati al cinema con il figlio della Locci, Natalino, di sei anni, che una volta che i due si erano appartati dormiva in auto e che rimase illeso, quando, svegliatosi, si rese in qualche modo conto dell’accaduto e si avventurò sino ad un casolare per chiedere soccorso. L’ambiente sociale di riferimento era quello delle famiglie sarde emigrate in Toscana, una comunità che si caratterizzava da stretti legami parentali e da una gestione spesso conflittuale delle relazioni passionali.

La Locci era soprannominata “Ape Regina”, nota per la sua condotta libera e per i numerosi amanti che frequentava quasi ufficialmente, spesso portandoli nella casa coniugale. Il marito, Stefano Mele, era di 19 anni più anziano, descritto come una personalità debole, affetto da oligofrenia di medio grado. Si trattava di un uomo sottomesso che accettava passivamente i tradimenti della moglie, arrivando a servire il caffè a letto ai suoi amanti. Sottoposto con esito positivo al test del guanto di paraffina (utilizzato all’epoca per verificare se sulla persona vi fossero residui provenienti dall’aver utilizzato un’arma da sparo), Stefano Mele iniziò a rendere una serie di confessioni contraddittorie e farneticanti. Inizialmente si dichiarò colpevole, sostenendo di aver agito per gelosia e per le continue umiliazioni, successivamente accusò diversi amanti della moglie, tra cui Salvatore Vinci (che gli avrebbe fornito la pistola) e poi il fratello di questi Francesco.

Tali versioni mutarono continuamente, ma nessuna delle chiamate in correità trovò all’epoca riscontri oggettivi sufficienti. Nonostante le lacune sulla dinamica materiale (Mele appariva incapace di usare un’arma con una freddezza necessaria per uccidere, inoltre non sapeva guidare l’auto e si spostava solo in bicicletta, cosa che rendeva poco verosimile che da casa propria si fosse recato sino al luogo ove si erano appartati i due amanti), gli inquirenti si accontentarono della sua confessione. Il 25 marzo 1970 fu condannato dalla Corte d’Assise di Firenze a 16 anni e 10 mesi di reclusione come unico autore del delitto. La condanna fu confermata in appello con una riduzione della pena a 12 anni, grazie al riconoscimento della seminfermità di mente e dell’attenuante della provocazione. La sentenza divenne definitiva il 1° aprile 1974, pochi mesi prima che la stessa pistola tornasse a sparare a Borgo San Lorenzo.

Stefano Mele si trovava dunque in carcere durante il delitto del 1974 e all’inizio della scia degli anni ’80, e quindi non poteva essere lui il Mostro di Firenze. Si aprirono quindi due ipotesi: o questi aveva avuto un complice nel 1968, che si era tenuto la pistola continuando a uccidere, oppure era del tutto estraneo al delitto, ed il “Mostro” era rimasto impunito fin dall’inizio. Le indagini si concentrarono sugli amanti della Locci e sui familiari di Mele, cercando ora di sollecitare Stefano ad una collaborazione più sostanziale rispetto alle farneticazioni del processo.
La pista sarda esplorò l’ipotesi di un delitto d’onore o familiare, volto a punire Barbara Locci non solo per le sue infedeltà, ma anche perché stava dilapidando con i suoi amanti i pochi soldi della famiglia Mele. Stefano continuò però a cambiare versione innumerevoli volte, accusando alternativamente tutti i membri del clan sardo. Si ipotizzò che la sua iniziale reticenza e le sue contraddizioni derivassero dalla paura di Salvatore Vinci e dalla vergogna per i rapporti sessuali promiscui e di gruppo che avvenivano nella casa coniugale.

Il trailer della serie televisiva “Il mostro”

Francesco Vinci fu il primo sospettato. Arrestato nel 1982, rimase in carcere per mesi fino a quando il delitto di Giogoli (nei pressi di Scandicci, il sesto della serie) del 9 settembre 1983, avvenuto mentre era detenuto, ne dimostrò l’innocenza. Si tratta dell’unico che ha come vittime due uomini, Horst Wilhelm Meyer (24 anni) e Jens-Uwe Rüsch (23 anni), turisti tedeschi che dormivano in un pulmino Volkswagen, sì da ipotizzare un errore per via dei capelli lunghi di uno dei due.
Giovanni Mele e Piero Mucciarini erano rispettivamente fratello e cognato di Stefano, e furono arrestati nel 1984 in base alle accuse di quest’ultimo. Anche loro furono scagionati da un nuovo duplice omicidio avvenuto mentre erano in cella, quello di località La Boschetta di Vicchio, settimo della serie, del 29 luglio 1984, che ebbe come vittime Claudio Stefanacci (21 anni) e Pia Gilda Rontini (18 anni). I giovani furono uccisi in una Fiat Panda celeste. Oltre all’escissione del pube, l’assassino asportò per la prima volta anche la mammella sinistra della ragazza.

L’8 settembre 1985 in località Scopeti di San Casciano Val di Pesa il Mostro tornò – per l’ottava ed ultima volta – a colpire. Jean-Michel Kraveichvili (25 anni) e Nadine Mauriot (36 anni), turisti francesi che avevano attrezzato in una piazzola una tenda da campeggio, furono uccisi col consueto rituale. L’assassino asportò nuovamente pube e seno sinistro alla donna. In seguito, inviò – via posta – un frammento del seno di Nadine Mauriot al sostituto procuratore Silvia della Monica.

La busta all’interno della quale fu inviato un frammento di seno della vittima francese al Sostituto Procuratore di Firenze (pubblico dominio)

La scia di omicidi condusse ad uno dei primi esperimenti di criminal profiling in Italia, profilo psicologico dell’assassino delineato da un pool di medici e psichiatri dell’Università di Modena, guidati dal professor Francesco De Fazio, che definirono l’omicida (che a loro dire agiva da solo e con estrema lucidità) di tipo sadico-sessuale, assassino per lussuria che trae il proprio piacere non da un rapporto sessuale (infatti non furono mai trovate tracce di liquido seminale sulle scene del crimine), ma dall’atto di uccidere, dal contatto con il sangue e dall’asportazione di parti anatomiche, iposessuale o addirittura impotente, e comunque difficilmente in grado di avere rapporti sessuali normali, non un semplice guardone (voyeur) poiché interrompeva sistematicamente l’atto sessuale della coppia per entrare in contatto fisico e distruttivo con i corpi.

Gli inquirenti intanto continuavano a “battere” la pista sarda. Salvatore Vinci era fratello di Francesco ed a sua volta amante della Locci. Saltarono fuori analogie inquietanti con il suo passato in Sardegna, dove la prima moglie, Barbarina Steri, era morta nel 1960 in circostanze misteriose catalogate come suicidio per asfissia da gas, ma che presentavano paralleli col delitto del 1968 (una relazione clandestina con un uomo e un figlio lasciato in vita sul luogo del delitto). Le indicazioni provenienti da Firenze fecero riaprire quel caso. Salvatore Vinci fu arrestato il 18 giugno 1986 con l’accusa di aver ucciso la Steri forzandola a respirare gas propano. Durante i circa due anni trascorsi dietro le sbarre in attesa di giudizio, Vinci mantenne un comportamento ambiguo e di sfida.

Dalla sua cella rilasciò dichiarazioni enigmatiche, sostenendo che il Mostro fosse “più grande di tutti” e che non sarebbe stato mai preso, pur negando di essere lui l’assassino. Il processo davanti alla Corte d’Assise di Cagliari iniziò il 12 aprile del 1988. Molti testimoni dell’epoca non confermarono i sospetti a causa del troppo tempo trascorso. Il 19 aprile successivo Salvatore Vinci fu assolto per non aver commesso il fatto e la Corte ne ordinò l’immediata scarcerazione. Da allora non si hanno più notizie certe su di lui; alcune ipotesi suggeriscono che si sia trasferito in Francia o in Spagna, oppure che sia rimasto nascosto in Sardegna.

Nonostante la convinzione degli inquirenti che l’arma con cui erano stati commessi i delitti non potesse essere passata di mano facilmente al di fuori del clan isolano trapiantato a Signa, non emersero prove schiaccianti. La pista sarda si chiuse così definitivamente il 13 dicembre 1989, quando il giudice istruttore Mario Rotella firmò una sentenza-ordinanza di non doversi procedere nei confronti di Salvatore Vinci e degli altri per mancanza di prove. Nelle conclusioni, tuttavia, il giudice espresse la convinzione razionale che la verità sul Mostro fosse comunque celata in quanto accaduto la notte del 21 agosto 1968, non foss’altro perché da quell’episodio si dipanò il “filo rosso” dell’arma utilizzata per gli otto duplici delitti. Ma da allora, come vedremo, le indagini si disancorarono dall’unico punto fermo (la pistola) per privilegiare piste indiziarie non sempre convincenti e comunque incoerenti rispetto a un paio di “profili criminali” richiesti ad esperti nazionali (di cui abbiamo parlato) e statunitensi (di cui diremo a breve).

Le Autorità decisero di allertare i giovani che avevano intenzione di appartarsi in auto sui pericoli possibili, anche mediante cartellonistica (pubblico dominio)

Pietro Pacciani ed i “compagni di merende”

Nelle indagini entrò ufficialmente il nome di Pacciani sulla base di una lettera anonima inviata tempo prima agli inquirenti, che invitava a indagare su un cittadino di Mercatale Val di Pesa nato a Vicchio, descritto come un uomo scaltro e violento, che era già stato anni prima in carcere per aver ucciso il rivale che si era appartato con la sua fidanzata. Nel 1989, la nel frattempo costituita dalla Polizia di Stato Squadra Antimostro (SAM) guidata da Ruggero Perugini richiese un nuovo profiling, questa volta agli esperti dell’FBI (Federal Bureau of Investigation statunitense), che apparve piuttosto in linea con la consulenza modenese.

La SAM analizzò una lista di circa 250 sospettati accumulati negli anni. Gli inquirenti cercarono persone che avessero smesso di colpire dopo l’ultimo delitto del 1985 per cause indipendenti dalla loro volontà (morte, malattia o arresto). Pacciani emerse tra i profili più interessanti perché nel 1987 era stato condannato a 8 anni per maltrattamenti e violenze sessuali contro la moglie e le figlie. In prigione il 6 aprile 1987, rimase detenuto per circa quattro anni, venendo rilasciato nel 1991, ricevendo nel frattempo un avviso di garanzia per i delitti del Mostro.

L’elemento che lo aveva fatto balzare al primo posto della lista dei sospettati fu il suo precedente penale del 1951, richiamato nell’esposto anonimo di cui abbiamo detto. All’epoca, aveva sorpreso la sua promessa sposa, Miranda Bugli, in atteggiamenti intimi con un uomo di 41 anni, Severino Bonini, in un bosco vicino a Vicchio. In preda alla rabbia (non a caso era soprannominato “il Vampa”), aveva ucciso il Bonini con un coltello e, secondo quanto emerso nelle carte processuali, la vista del seno sinistro scoperto della fidanzata era stata la molla della sua furia. Gli inquirenti videro in questo delitto uno schema primordiale di aggressione alle coppie che si sarebbe poi evoluto nella scia del Mostro.

Pacciani inoltre era nato nel Mugello (zona dei delitti del 1974 e 1984) e viveva a Mercatale, vicino a molti luoghi degli omicidi degli anni ’80. Dopo quanto avvenuto nel 1951, Miranda Bugli si era trasferita a Lastra a Signa in una casa situata a poca distanza da dove vivevano le vittime del primo duplice omicidio del 1968. Inoltre Pacciani era indicato come facente parte di un gruppo di “guardoni” e conosceva perfettamente i sentieri e le piazzole della zona dove si appartavano le coppiette. Il 29 aprile 1992 fu effettuata nella sua abitazione e nell’orto antistante una approfondita perquisizione che portò al rinvenimento di una cartuccia interrata in un paletto di cemento, calibro 22 serie “H” inesplosa, identica a quelle usate dal Mostro (sebbene, come diremo, anni dopo una perizia ne abbia ipotizzato la natura artefatta), un blocco da disegno di marca Skizzen Brunnen, distribuito in Germania, che gli inquirenti ritennero sottratto ai due turisti tedeschi uccisi a Giogoli nel 1983, articoli di giornale sui delitti e foto di nudi femminili con segni di penna biro che evidenziavano proprio il seno e la vagina.

Sulla base di questo quadro indiziario, Pietro Pacciani fu rinviato a giudizio e condannato in primo grado all’ergastolo nel 1994 per sette degli otto duplici omicidi (era escluso il primo). Nel 1996, la Corte d’Assise d’Appello ribaltò la sentenza, dichiarandolo assolto da tutte le accuse per non aver commesso il fatto. La Corte di Cassazione accolse però il ricorso della Procura, annullando la sentenza di assoluzione e ordinando un nuovo processo d’appello per valutare ulteriori testimonianze (tra cui quelle legate ai cosiddetti “compagni di merende”, di cui diremo a breve). Pacciani morì nel 1998, venendo ritrovato cadavere nella sua abitazione per arresto cardiaco. Al momento della morte quindi, la sua posizione giudiziaria era quella di imputato in attesa di un nuovo processo d’appello, talché egli non è mai stato giudicato in via definitiva come colpevole dei delitti.

Mario Vanni, ex postino di San Casciano Val di Pesa soprannominato “Torsolo”, entrò inizialmente nel quadro delle indagini come testimone durante il processo di primo grado a Pietro Pacciani nel 1994. Durante quella deposizione, Vanni pronunciò la celebre frase: «Io sono stato a fa’ delle merende col Pacciani», dando inconsapevolmente origine all’espressione “compagni di merende” che avrebbe poi designato il gruppo dei presunti complici.

I carabinieri ispezionano la vettura all’interno della quale, nel 1968, fu uccisa la prima coppia (pubblico dominio)

La sua posizione mutò radicalmente quando la Squadra Antimostro (SAM), sotto la nuova guida di Michele Giuttari, iniziò a rileggere le carte, ipotizzando che Pacciani non avesse agito da solo. Vanni venne ufficialmente coinvolto per via delle dichiarazioni di nuovi testimoni, in particolare i suoi compaesani Giancarlo Lotti e Fernando Pucci. Lotti, soprannominato “Katanga”, descritto come un uomo appartenente a un mondo marginale e degradato, era un lavoratore saltuario, orfano e affetto da problemi di alcolismo, dalla limitatissima cultura e con gravi difficoltà intellettive, si trasformò in collaboratore di giustizia, confessando la propria partecipazione a cinque delitti e chiamò in correità Vanni e Pacciani, descrivendo un sodalizio dedito agli omicidi delle coppiette.

Così Mario Vanni fu arrestato il 12 febbraio 1996, proprio mentre si stava concludendo il processo d’appello a Pietro Pacciani. Secondo la ricostruzione di Lotti, Vanni era un esecutore materiale che partecipava attivamente agli agguati e alle mutilazioni dei corpi femminili, su commissione di mandanti di livello superiore, ai quali Pacciani avrebbe venduto i feticci asportati. Vanni venne condannato in via definitiva all’ergastolo per i duplici omicidi del 1982, 1983, 1984 e 1985, morendo poi nel 2009 in una casa di cura a causa di una demenza senile avanzata, mentre il suo accusatore Giancarlo Lotti (imputato reo confesso) è stato condannato in via definitiva a 26 anni di reclusione. È morto il 30 marzo 2002 a causa di un tumore al fegato, mentre si trovava ricoverato in regime di scarcerazione per motivi di salute. Fernando Pucci non è stato condannato ad alcuna pena, poiché ha preso parte alle indagini e ai processi esclusivamente in veste di testimone oculare dell’ultimo delitto (Scopeti, 1985).

I mandanti gaudenti

Una tesi investigativa percorsa negli anni ’90 e 2000 ipotizzò con maggior precisione un presunto “secondo livello” decisionale, composto da professionisti e persone facoltose di elevata estrazione sociale, giornalisticamente definito “i mandanti gaudenti”, che avrebbero partecipato a festini e riti esoterici e commissionato i delitti del Mostro di Firenze. Una pista che nacque sulla scia dalle dichiarazioni di Giancarlo Lotti, che parlò di un “dottore” che acquistava reperti da Pacciani, e dal memoriale di Marinella Ciulli, già moglie di Francesco Calamandrei, un farmacista di San Casciano in Val di Pesa indicato come il possibile tramite tra la manovalanza – Pacciani e i “compagni di merende” – e i mandanti, la quale accusò l’ex marito di nascondere parti anatomiche nel frigorifero.

Le attenzioni si appuntarono altresì su Francesco Narducci, un giovane e stimato medico gastroenterologo di Perugia, morto in circostanze misteriose nel lago Trasimeno nel 1985, il cui coinvolgimento fu ipotizzato per via di presunti legami con Calamandrei e frequentazioni nella zona di San Casciano. Secondo la ricostruzione del GIDES (Gruppo Investigativo Delitti Seriali), subentrato alla SAM, il ruolo dei mandanti era quello di ordinare e finanziare gli omicidi. Avrebbero pagato Pietro Pacciani e i suoi complici per uccidere le coppie e asportare parti anatomiche femminili (pube e seno sinistro), “feticci” che sarebbero serviti per essere utilizzati durante messe nere, rituali magici o riti legati a una setta esoterica volti, secondo alcune testimonianze, a ottenere fertilità o scopi occulti. Tuttavia, le accuse non trovarono mai riscontri oggettivi solidi: Calamandrei fu assolto nel 2008 con formula piena (“perché il fatto non sussiste”), poiché l’impianto accusatorio fu ritenuto frutto di congetture e sillogismi senza prove, mentre l’indagine su Narducci e il suo legame con i delitti fiorentini è stata archiviata nel 2009 per mancanza di elementi probatori idonei a sostenere l’accusa in giudizio.

Il legionario

Il coinvolgimento di Giampiero Vigilanti, noto come il “legionario“, rappresenta l’ultimo filone investigativo sulla vicenda del Mostro di Firenze, riaperto ufficialmente nel 2017 e conclusosi con un’archiviazione nel 2020. Nato a Vicchio nel 1930, Vigilanti ebbe un passato nella Legione Straniera francese, combattendo in Indocina e nella guerra franco-algerina tra il 1953 e il 1957. Questo background gli conferiva un’elevata preparazione militare e abilità nell’uso di armi da fuoco e da taglio, caratteristiche che gli inquirenti avevano sempre attribuito al “profilo tipo” del Mostro. In gioventù era stato segnalato per comportamenti antisociali e instabilità psichica, inclusi episodi di voyeurismo nei bagni pubblici di Firenze.

Le indagini evidenziarono numerose analogie tra Vigilanti e le tracce lasciate dall’assassino, dalla sua altezza (circa 1,90 m, statura compatibile con la traiettoria dei colpi sparati dall’esterno del furgone dei turisti tedeschi a Giogoli nel 1983), alle impronte (calzava il numero 44, lo stesso di un’impronta di stivale militare fabbricato in Francia rinvenuta sulla scena del delitto di Calenzano del 1981), all’auto di proprietà (possedeva una Lancia Flavia rossa con cofano nero, modello molto simile ad un’auto sportiva vista sfrecciare vicino ai luoghi di alcuni delitti), a munizioni rinvenute durante una perquisizione nel 1994, allorquando furono trovati nella sua abitazione 176 proiettili Winchester serie “H”, identici a quelli usati dal Mostro e già fuori produzione da anni.

Vigilanti era originario di Vicchio, lo stesso paese di Pietro Pacciani, che dichiarò di aver conosciuto e con cui avrebbe avuto un violento diverbio in gioventù. Inoltre, in alcune dichiarazioni, Vigilanti sostenne di aver frequentato il medico perugino Francesco Narducci, ipotizzando una sua presenza a Travalle la notte del delitto del 1981. Fu lo stesso Pacciani, in un memoriale, a fare il nome di Vigilanti come possibile sospettato. Il coinvolgimento del legionario portò gli inquirenti a esplorare una possibile matrice eversiva o terroristica dietro i delitti. Vigilanti, simpatizzante di estrema destra, era stato in passato vicino a ambienti neofascisti e si ipotizzò che i delitti potessero servire a creare terrore sociale in coincidenza con la Strategia della Tensione.

Emersero anche sospetti legami con i servizi segreti deviati, alimentati dal fatto che il figlio di Vigilanti fu arrestato negli anni ’90 con una pistola, dichiarando di lavorare per i “servizi“. Vigilanti non fu mai reticente con la stampa, anzi sembrava cercare visibilità, rilasciando interviste spesso contraddittorie e inverosimili, come la falsa eredità milionaria da uno zio americano. Nonostante la suggestività degli indizi, nel novembre 2020 la Procura di Firenze richiese e ottenne l’archiviazione, ritenendo gli elementi raccolti dopo oltre trent’anni non sufficienti a sostenere un’accusa in giudizio. Anche Vigilanti è deceduto, nel 2023.

La Beretta calibro 22, unico testimone silenzioso

Come sottolineato in apertura in questa intricata vicenda giudiziaria la Beretta calibro 22 rimane, in ultima analisi, l’unico testimone silenzioso di una stagione di paura ed orrore. La sua precisione meccanica è stata il mezzo e la sua persistenza temporale è divenuta il messaggio: un marchio criminale che ha sfidato la legge per diciassette anni. Il dibattito sulla Beretta 22 ha raggiunto l’apice con il ritrovamento della cartuccia Winchester “H” nell’orto di Pietro Pacciani a Mercatale Val di Pesa, durante la perquisizione nel 1992: la “prova regina”, che connetteva il contadino ai delitti del Mostro. Accertamenti condotti con tecnologie di analisi d’immagine e comparazione microscopica avanzata hanno smentito la validità di tale prova.

Il proiettile è stato definito “farlocco”, suggerendo un’operazione di depistaggio volta a incastrare Pacciani attraverso la manipolazione di reperti balistici, facendo cadere il nesso materiale diretto tra Pacciani e l’arma del delitto, e riaprendo il mistero su chi avesse detenuto realmente la pistola durante tutto il periodo di azione del Mostro. Un mistero che, in assenza di altre moderne prove scientifiche risolutive, consegna forse definitivamente e senza una verità conclamata gli otto duplici delitti all’archivio della storia criminale del nostro Paese.

Consigli di lettura: clicca sul titolo e acquista la tua copia!

  • Pino Rinaldi, Nunziato Torrisi, Il mostro di Firenze: La verità nascosta, Mursia, 2025.
  • Fabio Colaiuda (a cura di), Il Mostro di Firenze. Criminogenesi e criminodinamica della serie omicidiaria, SEU, 2022.
  • Demetrio Sforzin, SCOPETI: 40 anni dopo l’ultimo omicidio del Mostro di Firenze, 2025.
Letture consigliate
Francesco Caldari

Francesco Caldari

Concluso il servizio attivo in una forza di polizia, si dedica alla sua passione per la storia, convinto che personaggi definiti "minori" meritino le giuste attenzioni, poichè spesso hanno fornito il proprio contribuito al pari di quelli più noti. Ha conseguito la laurea triennale in Scienze della Sicurezza (Roma-Tor Vergata) e quella magistrale in Relazioni Internazionali (Genova), qui con una tesi sulla "cooperazione internazionale di polizia", argomento anche a carattere storico sul quale cura un blog ed un podcast.

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