La morte di Benito Mussolini e la “macelleria messicana” di Piazzale Loreto

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I corpi di Mussolini (secondo da sinistra) e della Petacci (riconoscibile dalla gonna) esposti a Piazzale Loreto. Il primo cadavere a sinistra è di Nicola Bombacci. Gli ultimi due a destra sono Pavolini e Starace

Il 28 aprile 1945 Benito Mussolini e Claretta Petacci sono fucilati a Giulino, in provincia di Como, verosimilmente dai partigiani Walter Audisio e Michele Moretti. Il giorno seguente si svolge in Piazzale Loreto, a Milano, un macabro spettacolo di morte per il quale Ferruccio Parri, il vice comandante del Comitato di liberazione Nazionale Alta Italia, conia una definizione rimasta celebre: “Macelleria messicana“. SCOPRI LA SEZIONE STORIA MODERNA

La fuga da Milano di Mussolini

Nel pomeriggio del 25 aprile, con la mediazione del cardinale-arcivescovo di Milano Schuster, si svolge nell’arcivescovado un incontro decisivo tra la delegazione fascista composta da Mussolini stesso, il sottosegretario Barracu, i ministri Zerbino e Graziani e una delegazione del CLN composta dal generale Cadorna, dall’avvocato democratico-cristiano Marazza, dal rappresentante del Partito d’Azione Riccardo Lombardi e dal liberale Giustino ArpesaniSandro Pertini arriva in ritardo a riunione conclusa.


A Milano è intanto in corso lo sciopero generale e l’ordine dell’insurrezione generale è imminente. Durante l’incontro Mussolini apprende che i tedeschi hanno già avviato trattative separate con il CLN. L’unica proposta che riceve dai suoi interlocutori è la resa incondizionata. Sono offerte garanzie per i fascisti e per i loro familiari, ma i repubblichini, anche se senza vie d’uscita, non vogliono essere i primi a firmare la resa per essere poi tacciati di tradimento. Si riservano di dare risposta entro un’ora lasciando l’arcivescovado e ritirandosi in prefettura.

In serata, i capi della resistenza, dopo aver atteso invano una risposta, danno l’ordine dell’insurrezione generale. Verso le ore 20 Mussolini lascia Milano e parte in direzione di Como. Assieme ai fascisti si trova il tenente delle SS Birzer con i suoi uomini, incaricato da Hitler di scortare Mussolini ovunque vada.

La cattura

Giunto a Como la sera del 25 aprile, Mussolini riparte il 27 la strada lungo la riva occidentale del lago. Dopo un vano tentativo dei ministri Tarchi e Buffarini Guidi di entrare in Svizzera, bloccato dai partigiani, la colonna, a cui si sono aggiunti Pavolini e la Petacci, riprese verso nord, rafforzata dall’arrivo di un gruppo di soldati tedeschi della contraerea.

Alle porte di Musso, la colonna venne bloccata da reparti partigiani della 52ª Brigata Garibaldi guidati dal comandante Pier Bellini delle Stelle “Pedro”. Dopo una lunga trattativa, i soldati tedeschi, compresa la guardia SS di Birzer, ottengono il diritto di passaggio verso la Germania. Gli italiani vengono abbandonati nelle mani dei partigiani. Nonostante un tentativo di travestimento da soldato tedesco, Mussolini viene riconosciuto e catturato.

L’esecuzione di Mussolini e dei gerarchi

Dopo essere stati condotti a Dongo, Mussolini e la Petacci vengono separati dagli altri gerarchi e portati a Giulino di Mezzegra. I due prigionieri vengono alloggiati per la notte in una casa contadina.

Non appena a conoscenza dell’arresto dell’ex capo del governo, il Comitato insurrezionale di Milano formato da Pertini, Valiani, Sereni e Longo, riunitosi alle ore 23.00 del giorno 27, decide di agire senza indugio e di inviare una missione a Como per procedere all’esecuzione di Mussolini.


Poche ore dopo Mussolini viene consegnato a un gruppo di partigiani inviati dal CLNAI di Milano, guidati da Walter Audisio “Valerio” e Aldo Lampredi “Guido”, due importanti esponenti del Partito Comunista all’interno delle forze della Resistenza.

Il 28 aprile 1945, Mussolini e la Petacci sono fucilati, verosimilmente dopo le ore 16, da Walter Audisio “Valerio” e dal partigiano Michele Moretti “Pietro” lungo un muro di cinta di una villa su una strada isolata.

Dopo l’esecuzione Audisio e Lampredi ritornano a Dongo dove sono radunati i fascisti catturati insieme con Mussolini e la Petacci. Alle ore 17:17 i partigiani della 3ª Divisione Garibaldi-Lombardia, guidati dal comandante Alfredo Mordini “Riccardo”, fucilano quindici gerarchi, tra cui Pavolini, Barracu, Bombacci, Mezzasoma, Liverani, Zerbino, e il fratello della Petacci, Marcello.

Solo il generale Graziani, che ha abbandonato la colonna in precedenza, riesce a sfuggire e viene catturato dagli alleati al quartier generale delle SS a Cernobbio.


Il trasporto delle salme a Milano

A Dongo tutti i 16 cadaveri dei fucilati vengono caricati su un camion, sopra di loro viene steso un telo su cui siedono i partigiani durante il viaggio. Il veicolo parte per Milano verso le 18:00,  fermandosi prima a Giulino di Mezzegra per recuperare anche i corpi di Mussolini e della Petacci lasciati nel frattempo sotto la pioggia.

Alle 3:40 di domenica 29 aprile la colonna giunge in Piazzale Loreto, meta non casuale o improvvisata, ma meditata per il suo valore simbolico. Qui “Valerio” decide di scaricare i cadaveri a terra, proprio dove le vittime della rappresaglia nazifascista del 10 agosto 1944 sono state abbandonate in custodia ai militi fascisti della Legione Muti, che li hanno dileggiati e lasciati esposti al sole per l’intera giornata, impedendo ai familiari di portarli via.

Piazzale Loreto, 29 aprile 1945

In piazzale Loreto sono portati diciotto cadaveriBenito MussoliniClara Petacci e i sedici giustiziati a Dongo.

Verso le 7 del mattino, i primi passanti si accorgono dei cadaveri. Complice un passaparola che in poco tempo attraversa tutta Milano, la piazza si riempie velocemente. Molti insultano, dileggiano, sputano e prendono a calci i cadaveri. Alle 11 la situazione non è più governabile neanche con scariche di mitra. Una squadra di Vigili del Fuoco giunta con un’autobotte lava abbondantemente i cadaveri imbrattati di sangue, sputi, orina e ortaggi.

A quel punto gli stessi pompieri traggono via dal centro della piazza i sette cadaveri più noti, issandoli per i piedi alla pensilina del distributore di carburante Standard Oil che si trova all’angolo tra la piazza e corso Buenos Aires lasciandoli lì appesi a testa in giù. Si tratta dei corpi di Mussolini, di Claretta Petacci, di Alessandro Pavolini, di Paolo Zerbino, di Ferdinando Mezzasoma, di Marcello Petacci e di Francesco Maria Barracu il cui cadavere però cade subito a terra e viene sostituito con quello di Achille Starace.

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Il distributore visto dalla prospettiva in cui si trovò Starace quando venne fucilato

Quest’ultimo viene condotto sul luogo, verso mezzogiorno, dopo essere stato arrestato per le vie di Milano. E’ giudicato in un’aula del vicino Politecnico e fucilato alla schiena da un plotone improvvisato di partigiani, sul marciapiede a lato del distributore dove sono appesi gli altri cadaveri.

Nel primo pomeriggio una squadra di partigiani del distaccamento “Canevari” della brigata “Crespi”, su ordine del comando, entra in piazza e rimuove i cadaveri trasportandoli nel vicino obitorio di piazzale Gorini.

I filmati e le foto di Piazzale Loreto

Arrivano sul luogo anche numerosi fotografi e nel corso della mattinata arriva anche una pattuglia di soldati americani assieme a una troupe di cineoperatori militari che filma la scena.

Un altro filmato viene girato da Carlo Nebbiolo, presente sul luogo assieme al fotografo Fedele Toscani dell’agenzia Publifoto, la pellicola del suo filmato viene sequestrata dalle truppe alleate e restituita in seguito con vistosi tagli, tra cui l’eliminazione della sequenza sulla fucilazione di Starace.

Le numerose fotografie scattate in quelle ore animano, nei giorni seguenti, un fiorente mercato venendo vendute come un ricercato “souvenir di un momento vissuto”, bloccato dopo due settimane dal nuovo prefetto cittadino che ordina l’immediato sequestro delle fotografie dalle cartolerie e la loro rimozione da ogni luogo pubblico.

Il comunicato del CLNAI

In serata, il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia dirama un comunicato in cui afferma che “la fucilazione di Mussolini e complici, da esso ordinata, è la conclusione necessaria di una fase storica che lascia il nostro paese ancora coperto di macerie materiali e morali è la conclusione di una lotta insurrezionale che segna per la Patria la premessa della rinascita e della ricostruzione. Il popolo italiano non potrebbe iniziare una vita libera e normale – che il fascismo per venti anni gli ha negato – se il CLNAI non avesse tempestivamente dimostrato la sua ferrea decisione di saper fare suo un giudizio già pronunciato dalla storia.”