La misteriosa morte di Feltrinelli, fondatore dei Gruppi d’Azione Partigiana

Giangiacomo-FeltrinelliLa notte del 14 marzo 1972, l’editore Giangiacomo Feltrinelli-Giangi, fondatore dei Gruppi d’Azione Partigiana, rimane ucciso in un esplosione nei pressi di un traliccio dell’alta tensione dell’Enel a Segrate (nella periferia di Milano). SCOPRI LA SEZIONE STORIA CONTEMPORANEA

Il cadavere fu trovato da un passante, Luigi Stringhetti, che si trovava a passeggiare con il suo cane in zona: subito arrivarono i carabinieri e, in un secondo momento, il commissario Luigi Calabresi. I documenti rinvenuti addosso al morto erano intestati ad un tale Vincenzo Maggioni e la prima ipotesi formulata dagli inquirenti era che fosse morto mentre cercava di far saltare un traliccio ma, ventiquattro ore dopo il ritrovamento del corpo, si scoprì che i documenti erano contraffatti e che si trattava in realtà di Feltrinelli, riconosciuto ufficialmente all’obitorio di Milano dall’ex-moglie Inge Schönthal.


Sono passati più di 40 anni dalla morte di Feltrinelli ma sulla cause del suo decesso non è mai stata fatta del tutto luce. La tesi ufficiale parla di un incidente occorso nella preparazione di un attentato dinamitardo ma secondo altre ricostruzioni non è da escludere il coinvolgimento nell’assassinio dell’editore della CIA in accordo con i servizi segreti italiani.

Chi era Giangiacomo Feltrinelli?

Nato a Milano il 19 giugno 1926, Giangiacomo era figlio di Carlo Feltrinelli, esponente di spicco della finanza italiana tra gli anni Venti e la prima metà degli anni Trenta. Rimasto orfano da parte di padre nel 1935, visse con la madre, Gianna Elisa Gianzana Feltrinelli. Durante la seconda guerra mondiale si arruolò nel Gruppo di Combattimento Legnano, uno dei nuclei del ricostituito regio esercito italiano che combatteva a fianco degli Alleati anglo-americani (assumendo il nome di battaglia di Osvaldo).

Nel marzo 1945 aderì al Partito comunista italiano mentre nel 1948 cominciò a lavorare al progetto di costruzione di una Biblioteca che potesse raccogliere materiale documentario inerente la storia del movimento operaio italiano e internazionale. All’inizio del 1949 promosse la nascita della Cooperativa del libro popolare (Colip), il cui fine è la promozione della letteratura e della cultura a un prezzo accessibile presso i giovani e presso le classi popolari.

Nel 1951 venne aperta a Milano, in via Scarlatti 26, la Biblioteca Giangiacomo Feltrinelli, costruita grazie alla collaborazione di giovani storici e di esponenti dell’intellettualità. Nel 1955 fondò la Giangiacomo Feltrinelli Editore, (nel corso del primo anno di vita pubblicherà 21 titoli e aprirà la collana Universale economica), casa editrice che pubblicò alcuni tra i libri più importanti della letteratura italiana del tempo come Il Dottor Zivago di Pasternak e il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa.

Nel 1956, a causa dei fatti d’Ungheria, firmò una lettera aperta di condanna dell’intervento sovietico nel paese satellite e l’anno successivo ruppe definitivamente con il Pci. Nel 1964 compì il primo viaggio a Cuba, stabilendo un sodalizio con Fidel Castro che gli affidò il Diario di Bolivia di Ernesto Che Guevara. L’edizione italiana sarà la prima traduzione mondiale. A Feltrinelli si deve la promozione della figura e dell’opera di Che Guevara presso il pubblico italiano nonché la diffusione della più celebre effige del rivoluzionario latinoamericano, dovuta a Alberto Korda.

In seguito al colpo di stato del 1967 che in Grecia instaurò la dittatura dei colonnelli e in seguito all’inchiesta del settimanale “L’Espresso” sui retroscena della crisi di governo che nell’estate del 1964 aveva portato al naufragio del governo Moro, inchiesta che portò allo scoperto il “Piano solo”, Feltrinelli maturò la convinzione che anche in Italia vi fosse il pericolo di un colpo di stato reazionario imminente. Nell’aprile del 1968 scrisse pertanto l’opuscolo: “Persiste la minaccia di un colpo di Stato in Italia!”, saggio nel quale parlò delle sue preoccupazioni circa una possibile involuzione autoritaria.


Il 12 dicembre 1969 scoppiò la bomba alla Banca dell’Agricoltura di Piazza Fontana, a Milano. Feltrinelli, che al momento si trovava in Austria, dopo aver sentito la notizia tornò in Italia ma temendo la fabbricazione di prove contro di lui, si rese irreperibile. Sarà uno dei primi a parlare di “strategia della tensione”, sostenendo che dietro la strage non vi fossero gli anarchici incriminati ma spezzoni degli apparati dello Stato, probabilmente in vista dell’escalation che avrebbe dovuto, secondo le sue analisi, portare al colpo di Stato. In vista di questo esito nel 1970 fondò i GAP (Gruppi d’azione partigiana) e dal giugno 1970 pubblicò anche un mensile, diretto e sostanzialmente scritto da lui per alcuni numeri: “Voce comunista”.

Il processo sulla morte di Giangiacomo Feltrinelli

Il processo si svolse dal 15 febbraio al 31 marzo del 1979. Nell’ultima udienza, prima che i giudici entrassero in camera di consiglio, alcuni brigatisti (tra cui Renato Curcio, Giorgio Semeria e Augusto Viel) lessero un comunicato (il quarto in due mesi) smentendo così la tesi dell’omicidio:

“Osvaldo non è una vittima, ma un rivoluzionario caduto combattendo. Egli era impegnato in una operazione di sabotaggio di tralicci dell’alta tensione che doveva provocare un black-out in una vasta zona di Milano; al fine di garantire una migliore operatività a nuclei impegnati nell’attacco a diversi obiettivi. Inoltre il black-out avrebbe assicurato una moltiplicazione degli effetti delle iniziative di propaganda armata. Fu un errore tecnico da lui stesso commesso, e cioè la scelta e l’utilizzo di orologi di bassa affidabilità trasformati in timers, sottovalutando gli inconvenienti di sicurezza, a determinare l’incidente mortale e il conseguente fallimento di tutta l’operazione”.

I funerali si svolsero il 28 marzo presso il Cimitero monumentale di Milano, posto praticamente in stato d’assedio dalle forze dell’ordine, con i giovani che intonavano L’Internazionale e lanciavano slogan contro la “borghesia assassina”.

Sulla morte di Feltrinelli, le Brigate Rosse fecero una delle loro inchieste interne, trovata in un covo di Robbiano di Mediglia, nel 1974. Personaggio chiave per capire la vicenda in quanto vi partecipò attivamente era un certo Gunter, nome di battaglia di Ernesto Grassi, membro dei GAP di Feltrinelli, poi deceduto nel 1977. Un nastro magnetico trovato nel covo brigatista, infatti, conteneva il resoconto dettagliato del complice di Feltrinelli, che confermava la tesi avanzata dall’Arma dei carabinieri, affermando:


“All’inizio Osvaldo ha i candelotti di dinamite (della carica che serviva a far saltare il longherone centrale) in mezzo alle gambe… Si trova impacciato nella posizione, impreca. Sposta i candelotti, probabilmente sotto la gamba sinistra e, seduto con i candelotti sotto la gamba, in modo che li tiene fermi, sembra che prepari l’innesco, cioè il congegno di scoppio. È in questo momento che quello a mezz’aria sul traliccio sente uno scoppio fortissimo. Guarda verso l’alto e non vede nulla. Guarda verso il basso e vede Osvaldo a terra, rotolante. La sua impressione immediata è che abbia perso entrambe le gambe. Va da lui immediatamente e gli dice: “Osvaldo, Osvaldo…”. Non c’è… è scoppiato…”.


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