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C’è qualcosa, nella storia recente di Leicester, che sembra sfidare le leggi della probabilità. Nel settembre del 2012 la città delle East Midlands finisce sulle prime pagine di tutto il mondo per una scoperta archeologica clamorosa: il ritrovamento dei resti di Riccardo III, ultimo re della dinastia Plantageneta, riemersi dopo oltre cinque secoli di oblio sotto l’asfalto di un parcheggio comunale. Meno di quattro anni più tardi, nel maggio 2016, la stessa Leicester torna a far parlare di sé per un’altra riemersione altrettanto improbabile, questa volta nel campo dello sport: la vittoria della Premier League da parte di una squadra di provincia guidata da un allenatore italiano che, fino a pochi mesi prima, sembra avere una carriera ormai in declino. Quell’allenatore è Claudio Ranieri, e quella squadra è il Leicester City.
Il Leicester prima del miracolo
Per capire il peso di ciò che sta per accadere, bisogna partire da dove tutto è cominciato. Il Leicester City è una squadra con radici profonde nelle serie minori inglesi, riemersa in Premier League solo nel 2014 dopo anni di Championship. La stagione 2014-2015 rischia di essere l’ultima nel massimo campionato: a sette giornate dalla fine le Foxes sono ultime in classifica, condannate alla retrocessione. Poi arriva una rimonta di proporzioni quasi mitologiche sotto la guida di Nigel Pearson, con sette vittorie nelle ultime nove partite che salvano miracolosamente il club.
Eppure, quell’estate, la società decide di esonerare Pearson e di puntare su Claudio Ranieri. La scelta viene accolta con freddezza unanime. Gary Lineker, leggenda del club e volto della televisione inglese, è tra i più scettici. I bookmaker quotano il Leicester campione d’Inghilterra a 5000 a 1. Le previsioni della stampa sono quasi universalmente orientate verso una retrocessione tranquilla.
La cavalcata storica
Ciò che accade tra agosto 2015 e maggio 2016 entra definitivamente nella storia del calcio mondiale. Il Leicester costruisce la propria impresa su fondamenta apparentemente fragili – un attaccante pescato dalla Championship, un centrocampista arrivato da una squadra francese di secondo piano, un portiere con un cognome pesante – che si rivelano invece solidissime.
Jamie Vardy stabilisce il record di gol consecutivi in Premier League, segnando in undici partite di fila. Riyad Mahrez incanta con dribbling e visione di gioco, guadagnandosi il titolo di miglior giocatore della stagione. N’Golo Kanté percorre ogni centimetro del campo per due, diventando il centrocampista più completo d’Europa. Wes Morgan guida la difesa con autorità. Kasper Schmeichel para l’imparabile con la stessa flemma ereditata dal padre.
Ranieri gestisce tutto questo con una saggezza e umanità rara. Le celebri “dilly ding, dilly dong” per svegliare i giocatori, la pizza promessa – e mantenuta – come premio per i clean sheet, il sorriso costante anche nei momenti di pressione. Non un allenatore-tattico nel senso moderno, ma qualcosa di più antico e prezioso: un condottiero capace di far sentire ogni uomo parte di qualcosa di unico. Il titolo arriva matematicamente il 2 maggio 2016, senza nemmeno scendere in campo: basta il pareggio del Chelsea contro il Tottenham, e le Midlands esplodono in una notte di festa che il mondo intero guarda incredulo.
Un’impresa contro ogni pronostico
Per dare la misura di ciò che accade quel maggio del 2016, basta ricordare un dato che fa il giro del mondo: a inizio stagione, il Leicester è dato campione d’Inghilterra a quota 5000 a 1. Una cifra che, nel linguaggio del betting moderno, equivale praticamente all’impossibile, esattamente allo 0,02% di probabilità stimata. Vincere la Premier è considerato dai siti scommesse un evento meno probabile dell’avvistamento di Elvis Presley vivo o del ritrovamento di Nessie. Eppure, mentre i bookmaker continuano ad aggiornare le loro lavagne ridimensionando di settimana in settimana quella quota stratosferica, le Foxes proseguono imperterrite la loro corsa, trasformando passo dopo passo l’impossibile statistico in pagina di storia.
Il paragone con altre favole calcistiche
Il Nottingham Forest di Brian Clough che vince due Coppe dei Campioni consecutive a fine anni ’70, il Verona di Osvaldo Bagnoli campione d’Italia nell’84-85 – il paragone regge solo in parte, perché il Leicester opera in un’epoca di capitalismo sportivo ben più spietato, dominata dalle “big six” e dai miliardi degli sceicchi. Quel titolo non è solo un risultato sportivo; è un atto di resistenza involontaria contro la logica che vuole il calcio appannaggio esclusivo dei grandi patrimoni.
Claudio Ranieri: il riscatto di un italiano nel mondo
La storia di Ranieri è, in fondo, quella di un uomo che ha bisogno di Leicester quanto Leicester ha bisogno di lui. Dietro di sé ha una carriera costellata di buone stagioni e traguardi mancati: il titolo sfiorato nell’ultima stagione al Chelsea, esperienze non indimenticabili tra Juventus, Roma e Inter. E poi l’umiliazione più bruciante: l’esonero dalla nazionale greca dopo la sconfitta con le Fær Øer, un epilogo da barzelletta che in molti scambiano per un punto finale.
Il Leicester gli ridà tutto. Il FIFA Coach of the Year 2016, l’onorificenza di Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, e soprattutto qualcosa che nessun premio può misurare: la certezza di aver lasciato un segno permanente nella storia del gioco. A dieci anni di distanza, il suo nome evoca ancora, in ogni angolo d’Europa, un sorriso di meraviglia.
L’eredità di una favola moderna
Il Leicester successivo al miracolo vive una parabola irregolare: la delusione in Champions League, le stagioni mediocri, persino una doppia retrocessione che lo fa scivolare in terza divisione. Come spesso accade alle favole, il lieto fine non è eterno. Ma questo non scalfisce la memoria di quei dodici mesi straordinari. Semmai, li rende ancora più preziosi, avvolti nell’alone malinconico di ciò che non si può ripetere.
L’impresa del Leicester ci ricorda che il calcio, anche nell’era dei fondi d’investimento e dei cartellini gonfiati, conserva nel suo DNA qualcosa di fondamentalmente anarchico. Una squadra può ancora prevalere su tutto con il lavoro, la fiducia reciproca e un allenatore capace di trasformare un gruppo di uomini in qualcosa di più grande della somma delle sue parti. A distanza di dieci anni, la stagione 2015-2016 del Leicester City è definitivamente entrata nella memoria storica del calcio mondiale. Non come curiosità statistica, ma come prova vivente che la storia – quella con la S maiuscola, quella che si scrive sotto i parcheggi e sui campi di calcio – riserva ancora, ogni tanto, il lusso dell’impossibile.






