CONTENUTO
Mercantilismo, Fisiocrazia e Libero scambismo, i tre volti del Capitalismo Moderno (1550-2026)
Scopo della presente indagine è quello di verificare come la distinzione classica della storia dell’economia politica in fase mercantilista (1492-1648); fisiocratica illuminista (1689-1788) e liberista (1776-1848); altro non sia che la stessa medaglia di un unico processo di crescita economica dove è possibile rinvenire un filo rosso evolutivo, che ha come componente una diversa forma espansiva di una sostanza unitaria che secolo dopo secolo si perfeziona mantenendo caratteri comuni. Infatti, la fase mercantile si apre con la nascita degli Stati nazionali, il cui accentramento politico su vasta scala territoriale, le conseguenti scoperte geografiche e l’evoluzione della religione cristiana generano una nuova classe dirigente che abbandona definitivamente la concezione feudale del mero consumo, per intraprendere l’ideologia dello scambio e della produzione in serie, presupposti della gestione Assolutista degli Stati unitari appena formati in Spagna, Francia ed Inghilterra.
Forma di economia aggressiva e protezionista del Mercato Interno tendente ad accaparrarsi nuovi mercati esterni ed a garantire la nascita di gruppi di potere rapaci ed intolleranti. Il periodo individuato – dalle scoperte delle Americhe fino alla guerra dei 30 anni – combina razionalismo, statalismo e nazionalismo con una tensione particolare all’influenza politica ed alla espansione territoriale. Colbert e Luigi XIV incarnano la mentalità mercantile nondimeno perpetrate dalle potenze marittime della Gran Bretagna e dell’Olanda con propensione coloniale, dove il tarlo della guerra perpetua nasce con Carlo V e si rispecchia ad Elisabetta I. Seguirà la Fisiocrazia illuminista, legata allo sviluppo della terra, all’abbandono dell’ossessione per i metalli preziosi e diretta da una classe intellettuale che privilegia le uguaglianze, le libertà e lo sviluppo della Ragione piuttosto che della produzione.
La moneta d’oro appare la divisa di questa ideologia politica, peraltro trattando non di poco valore la tendenza colonialista pregressa e rivolta però alla ricerca di materie prime per alimentare le industrie nazionali. Le Guerre di Successione e la Guerra dei Sette anni caratterizzano questa nuova classe dirigente, che affianca le Grandi Potenze continentali nella ricerca sempre più frenetica di nuovi Mercati. Il tarlo della guerra infinita non molla all‘interno di ogni Stato europeo, benché il tratto di secolo individuato, 1689-1789, ha come alfa ed omega due Rivoluzioni politiche figlie del pensiero illuminista, quella Inglese rivolta a limitare la Corona; quella francese che apre la via al mondo contemporaneo dei diritti civili, del rispetto della separazione dei poteri dello Sato e della democrazia rappresentativa.
Quesnay, ma anche Voltaire, Rousseau e Montesquieu portano una linfa soggettiva e democratica alle potenze europee sempre in concorrenza nella ricerca di accaparrarsi materie prime per primeggiare sul Continente e fuori di esso. La guerra dei sette anni fra Francia e Gran Bretagna a metà del ‘700 è il prototipo delle guerre mondiali che assilleranno l’Europa del ‘900. Infine, il Capitalismo Concorrenziale degli Stati Nazionali a carattere sovranista. Il concetto di Capitale, Salario e mezzi di produzione; la figura dell’Imprenditore; la moneta come fine e non più come scambio; il Mercato come unico motore di crescita; l’accumulazione, l’investimento ed il profitto; costituiscono il seme nascosto del definitiva processo economico varato da Adam Smith, con la sua classica Ricchezza delle Nazioni del 1776, lo stesso anno della Rivoluzione Americana, quando finalmente l’anima di ogni processo economico si svela appieno nella storia moderna, con il suo immortale paradigma, la legge della domanda dell’offerta, l’alfabeto che regola ogni società posteriore alla rivoluzione agraria, al pari della coscienza sociale che Giambattista Vico sintetizza nelle istituzioni civili fondate sulle nozze, i tribunali e le are.
E la società industriale, che fra la fine del ‘700 e metà ‘800 costituisce il motore più potente per combattere i 4 Cavalieri dell’Apocalisse, mali che i libri più antichi – dai poemi omerici al vecchio Testamento – ci narrano come i flagelli dell’Umanità, vale a dire le pestilenze, le carestie, i disastri naturali e le guerre. Solo che le ricette economiche adottate rispetto alle forme politiche, non escludono, anzi favoriscono proprio le guerre. Tale rovinosa evenienza, esasperata da una produzione di armi sempre più devastante per i popoli coinvolti, sembra oggi presiedere i rapporti fra Stati dopo l’ubriacante illusione della globalizzazione dei Mercati che dal 1945 in poi è stato l’obiettivo principale del Capitalismo in veste finanziaria. La tendenza protezionista riappare nella forma più pericolosa e più guerrafondaia perché tende ad acquisire nuove materie prime energetiche e idonee a sostenere le guerre necessarie alla sopravvivenza del sistema capitalistico. Un palmare omaggio al pensiero di Giambattista Vico per il suo famoso teorema dei corsi e ricorsi storici, che sembra risultare appropriato al Neomercantilismo americano attuale.
Il Mercantilismo assolutista (1545 – 1648)
Con la nascita degli Stati nazionali (secolo decimo quinto), le scoperte geografiche (secolo decimo sesto), le guerre di religione connesse alla Riforma Protestante ed alla Controriforma cattolica, fino alla guerra dei 30 anni (secolo decimo settimo), sorge la questione degli scambi commerciali internazionali, cioè la rivoluzione economica dopo la fine dell’economia chiusa tipica dell’età medievale. Da qui la nascita del Capitalismo economico e del relativo problema delle forme del nuovo mercato europeo. Il principio protezionista di ogni singolo Stato confligge con la tendenza del libero scambio individuale già presente nell’economia tardomedievale. Filosofi, giuristi e pensatori politici appoggeranno entrambe le tendenze. Nel XXI secolo sembra prevalere l’idea protezionista legata al Nazionalismo ed al Sovranismo politico.
Lo strumento fiscale del dazio commerciale torna a turbare i rapporti internazionali. Esaminiamo per un attimo la realtà attuale, salvo a ritornarvi alla fine di questo saggio. Com’è noto, il nuovo Presidente americano Donald Trump ai primi di febbraio ha firmato ordini esecutivi contro l’import di Canada, Messico e Cina. Vale a dire, nuove e più alte tariffe all’importazione di energia, metalli, prodotti farmaceutici e mezzi di produzione. Decade così il collaudato libero scambio nordamericano, limitato ai Paesi asiatici e per ora perfino anche a quello con l’Europa, dopo più di ottanta anni. Per potere delimitare i rischi per le economie europee – peraltro non ancora sufficientemente integrati in un unico sistema federale, prive di un organico Governo allineato in politica estera, in economia ed in servizi di difesa, senza contare la debolezza istituzionale comune a livello politico – occorre ricordare l’evoluzione delle forme di Governo dell’economia capitalista nate dalla nascita degli Stati nazionali in Europa, oscillante fra Protezionismo e Libero scambismo commerciale, lungo circa sei secoli, scolasticamente divisi in varie epoche culturali che hanno dato luogo a realtà geopolitiche diverse, legate alle contingenti condizioni di produzione e consumo dei beni, circostanze messe in luce da non pochi pensatori nell’elaborazione delle ideologie di supporto allo Stato assoluto, cioè il Protezionismo ed il Mercantilismo.
Per ragioni di spazio, ci limitiamo a dare una nozione di Stato assoluto moderno riferibile al politologo francese Jean Bodin (1520-1596) ed al filosofo John Locke (1632-1704), legati rispettivamente alla Francia di Enrico IV di Borbone ed a Guglielmo III d’Orange, che dopo la gloriosa Rivoluzione del 1688, divenne Re di Inghilterra e Irlanda. Nondimeno, due capi di Governo in Francia – Colbert e Richelieu – ed Oliver Cromwell – già Dittatore dopo la decapitazione di Carlo I Stuart nel 1649 – nonché il suo ministro dell’economia Dudley North – mettono a terra i principi economici dei due predetti pensatori. Proviamo dunque ad esaminare un’unica nozione di Assolutismo: da una parte, Bodin indica nel suo modello la legittimazione divina del Re e l’autorità del Governante disceso da Dio sul suo capo; ma dall’altra Locke, in armonia col coevo Hobbes, lo ipotizza limitato solo dal dovere di difendere da attacchi interni ed esterni il Consorzio Civile.
Un Lord Protettore, che con le sue forze armate, garantisce la sicurezza economica dei cittadini, soprattutto dei produttori di beni e servizi comuni, nonché della proprietà privata. Ecco dunque la radice politica del Protezionismo, che si rifletta appunto nel profilo economico. Infatti, la molteplicità di sempre nuove merci sul mercato anche di origine esterna crea insicurezza e rischi anche sanitari. Onde è opportuno limitare la importazione di merci per sostenere la produzione locale. Nascono – o meglio riprendono vigore – i vecchi dazi medievali fra borghi e campagne e si sviluppa la tutela della Nazione che cresce come Stato, ora rappresentato dal Re e dalla classe nobiliare, i primi tecnici al suo servizio, ma progressivamente affiancati da borghesi esperti nei servizi. Entriamo così nel primo mercantilismo, il primo secolo d’oro spagnolo (1545- 1648). Infatti, la corrente mercantilista trova nella Spagna di Carlo V la sua massima espansione. L’apertura delle miniere del Potosì in Bolivia; lo scoppio delle rivolte in Olanda; la vittoria di Lepanto contro i Turchi; la rivolta popolare dei Moriscos fino alla sconfitta del 1588 in mare della flotta spagnola – la invincibile Armata – da parte della flotta inglese di Elisabetta I e di Drake; sono episodi che confermano le contraddizioni di quel Regno, segnato da due gravi bancarotte della cassa di Governo (1557 e 1597).
In verità, il Navarrus, domenicano di Salamanca, influenza la politica di Carlo V e Filippo II. Costoro aderiscono all’ideologia economica dello Stato Nazionale Chiuso. Inoltre predicano lo sfruttamento coloniale e l’accaparramento voluto di metalli preziosi. La guerra prospera sul suolo europeo perché è la loro unica via di crescita, del resto avallata dall’altro Stato nazionale, la Francia di Francesco I e di Bodin, allarmati dall’accerchiamento ad ovest ed a est, essendo Re i Borboni a Madrid e a Vienna. Nasce l’espansionismo coloniale, alleanza ferrea con la Chiesa Romana, massimo vantaggio per i produttori di armi e velieri, conquista di ogni genere di beni utili ad acquisire e mantenere i metalli preziosi a battere moneta per pagare mercenari sempre più in fuga dalle campagne assetate ed in carestia. L’obiettivo è vendere molto e pagare poco. Quindi più produzione interna, più esportazioni e scambi speso in preziosi, fino ad aumentare i domini ed acquisire con la forza le valute estere. Un ampio interventismo statale, con alte sovvenzioni di favore, Urbanesimo accelerato, abbandono delle campagne, attivazione del commercio e portualità accentuate.
Tutela maggiore per le Corporazioni dei Mercanti, mentre il semplice produttore perde il carattere di investitore ed assume quello di Redditiero, con l’agricoltura legata al palo dell’azione su scala più ampia, privilegiando il modello estensivo e svalutando la piccola proprietà. Colbert adotterà nel secolo successivo per la Francia di Luigi XIV un modello analogo, con in più qualche agevolazione per le imprese armatrici, intervenendo sulle banche, ampliando la burocrazia locale e fiscale, in nome comunque di una politica di grande Potenza che porterà alla fine a guerre o di religione, o di supremazia di una Nazione sulle altre (guerre di religione di metà ‘500 e la tremenda guerra dei 30 anni di oltre metà ‘600). La letteratura ed il teatro barocco – da Shakespeare a Molière, da Lope de Vega ad Ariosto e Tasso – narrano dall’ascesa della borghesia produttiva e della caduta dei consumi, sulla base spesso di ombre sociali date da carestie ed epidemie che la cultura romantica esalterà nel primo ‘800, dove per esempio il nostro Alessandro Manzoni nei Promessi sposi, non a caso ne esaspera l’epoca, a danno della generazione presente che è soggetta ad una precarizzazione del lavoro ed ad un periodo di bassi salari che porta a rivolte sociali, come quella di Masaniello a Napoli, dei Moriscos in Andalusia e dei Catalani a Barcellona.
La sconfitta di Rocroi (1643) dell’esercito spagnolo da parte delle forze armate francesi di Mazzarino e di Luigi XIII, dà ragione alle malinconie di un Cervantes e Quevedo, ormai coscienti della fine del secolo d’oro spagnolo. A raccogliere l’eredità di primazia in Europa sarà il regno di Luigi XIV di Francia, non a caso chiamato Re Sole da Voltaire e da Adam Smith nel secolo successivo. Principale suo ministro e fervido fautore del mercantilismo del secondo periodo sarà Jean Baptiste Colbert (1619-1683), non per caso segretario di Stato per la Marina. Costui fa tesoro della esperienza marittima spagnola ed inglese ed accentra il potere sul mare non più chiuso e lontano, ma un luogo centrale del potere dello Stato. In anticipo su Cromwell, incrementa una politica economica a favore del commercio marittimo, raddoppiando le timide sovvenzioni statali spagnole in robuste programmazioni di costruzioni navali verso l’oriente indiano e le coste del Canada.
Dimentica il consumo interno e si apre agli scambi nel Mediterraneo, tanto da insediare la Potenza Spagnola a Messina ed a Siracusa. Colbert fissa quattro obiettivi della sua politica economica: non solo l’industria bellica (imitato da Cromwell nella politica di potenza contro la repubblica olandese), ma anche la imposizione di dazi, cioè tasse supplementari all’importazione ed incentivi all’esportazione; una maggiore quantità di monete per gli scambi e la scelta di urbanizzazione dei Porti dove costruire i Cantieri, da Marsiglia a Caen, da Le Havre alla Costa Azzurra, allargando le sue protezioni politiche alle ex repubbliche marinare del Mediterraneo occidentale, con Genova e Livorno in testa. Nondimeno, la filosofia pratica e soggettivistica, da Cartesio a Cyrano di Bergerac, sposta lo spirito economico dall’etica economica filotomista, a quella filomachiavellica amorale, tanto che il libertino Anthoine de Montchrestien (1575-1621) invita i mercanti a giustificare l’aumento delle esportazioni a scapito delle importazioni, magari limitando le elemosine, le troppe festività, disconoscendo la pietas cristiana che Pascal inutilmente invoca.
L’unico punto di comunione fra Cattolici ed Ugonotti è quello però di non forzare la mano di Colbert, convincendolo a non escludere del tutto il privilegio regio di incrementare le guerre con l’Olanda attraverso una serie di alleanze che circondano la Repubblica, obbligandola ad accettare l’influenza del Re Sole. Negli anni di guerra (1672-1678), il gioco di alleanze a fini protezionisti comporta l’innalzamento delle tariffe doganali francesi contro le manifatture olandesi allo scopo di opporre un colossale inciampo alla Concorrenza. Solo nel 1688, il Trattato di Aquisgrana porta i residui domini di frontiera spagnola all’interno della Francia. Una pace che però creerà una spina nel fianco nel Nord della Francia, dimostrando come la politica di guerra invasiva completa la guerra economica commerciale, il tarlo deleterio dell’ideologia mercantilista.
Quanto all’altra potenza nazionale, l’Inghilterra, la politica degli ultimi Tudor – Carlo I e Carlo II – la repubblica conservatrice di Cromwell e quella degli Orange dopo la gloriosa Rivoluzione del 16.8.9 è la scelta economica bullionista a prevalere, cioè fondata sui drastici divieti dell’esportazione di oro ed argento, fino ad ottenere l’intervento regio rivolto a difendere il potere d’acquisto della valuta, operazioni nettamente critiche e fuorvianti. Due pensatori economici, Thomas Mun (1571-1641) e Edward Misselden (1608 -1654) – violano questo dogma proclamato dalla vecchia scuola monetarista di Salamanca che ha influito anche sul Colbert. Tale scuola, sulla base degli ingenti quantitativi d’oro e d‘argento provenienti dalle miniere sudamericane, meccanicamente collega il movimento dei metalli preziosi al tasso di cambio, vale a dire il prezzo al quale una moneta è scambiata con l’oro di Stato, principio che riemergerà a Bretton Woods tre secoli dopo.
Invece i due studiosi inglesi partono da presupposti alternativi che già il nostro Antonio Genovesi (Napoli, 1713 – 1769), ha notato. Si tratta di una situazione che la pratica contabile rileva e che aprirà nuovi orizzonti: non è la ricchezza metallifera l’ago della bilancia, quanto la moneta, che è la divisa che raccoglie l’insieme dei valori dei beni prodotti ad influire sul prezzo di cambio. Una chiara anticipazione della legge della domanda e dell’offerta, il fulcro dell’economia classica che Adam Smith introdurrà nella imminente società industriale. Di fatto, un’entrata di moneta per beni nazionali venduti all’estero è un fenomeno di ricchezza per la Nazione. Mentre, una spesa di monete per contratti all’estero dei beni colà prodotti, impoverisce la Nazione. Il valore della moneta – che comprende ogni genere di bene, dalle rendite ai servizi – influisce sul potere d’acquisto della moneta stessa.
Regolare lo scambio con un prezzo fisso arreca più danni che profitti, come capita alla Spagna di Filippo IV, che impoverisce il Regno di Napoli, con la conseguente persistenza di rivolte sociali. Una conseguenza ulteriore viene poi segnalata dal Mun: se è vera la teoria della bilancia commerciale favorevole per dare un senso di opulenza alla Nazione; non necessita mantenere comunque un certo grado di Protezionismo, perché le politiche che i due studiosi intendono sostenere e praticare non spostano l’attenzione della Nazione, dove le nascenti industrie e l’avviamento di nuovi luoghi di lavoro – specialmente nelle acciaierie navali e le marinerie commerciali e da guerra – si intrecciano con le frequenti crisi agrarie, con lo spopolamento delle campagne e la disoccupazione urbana, circostanze che cominciano a destare problemi sociali. I romanzi distopici crescono a dismisura e le opere di Jonathan Swift – primo fra tutti I viaggi di Gulliver (1726) – mostrano un’ironia sarcastica sulla realtà sociale, che ha necessità di sbocchi lavorativi e di maggiore tutela delle masse popolari.
Il Protezionismo sembra ancora la ricetta più adeguata per il Paese: dazi doganali in entrata ed i divieti alle importazioni – fatte salve le materie prime opportune per aumentare il volume dei beni finalizzati all’estero, ma anche limiti alle fabbriche di utensili ed il divieto di emigrare al personale artigiano esperto nell’uso di metalli – sono misure che aumentano la pressione produttiva, accompagnata da una politica di privatizzazione delle compagnie marittime, al punto da rendere limitata la responsabilità armatoriale, istituto giuridico ripreso ed allargato alle società commerciali per azioni, come ha legiferato il Colbert. Anzi, la prassi giurisprudenziale crea quotidianamente un diritto marittimo della mercatura ancora oggi valido in tutte le legislazioni nautiche influenzate dal colonialismo anglosassone.
Mun e Dudley North (1641-1691), un mercante londinese ed uomo d’affari, fin dal 1658 aprono alla Russia di Pietro il Grande basi commerciali fino ad Istanbul. Con i relativi profitti si promuove la Compagnia privata delle Indie orientali e la Compagnia Reale d’Africa, avviando un proficuo commercio di schiavi africani verso l’America centrale. L’idea di un ordine autonomo del Mercato, indipendente dalle direttive reali, figlia della scoperta sul campo della bilancia commerciale favorevole, pone il dubbio se veramente le forze del Mercato siano benevoli per i singoli attori dello stesso o siano addirittura una panacea alla domanda di giustizia sociale, al pari del Leviatano di Hobbes, la figura biblica che ha giustificato il Potere sovrano quale difensore del consesso civile.
L’evidente moltiplicatore dei profitti, che North ha ritrovato nel commercio estero attraverso un’espansione ragionata della moneta e che nel formarsi dei prezzi, può garantire l’occupazione delle risorse; non è in conflitto però con la libertà economica degli individui? Perché sperperare metalli preziosi – oppure energie e materiali produttivi – con un eccesso di importazioni? Perché favorire l’esodo di manodopera? Perché iniziare a liberare gli scambi ed a ridurre o togliere i dazi? Perché favorire i monopoli privati nelle colonie? Come mediare il libero scambio che North di fatto patrocina in virtù di una limitata politica protezionista avanzata dalle corone assolutiste continentali? La risposta a questi quesiti, formulati da autori solo da poco tempo rivalutati – Antonio Genovesi (Napoli, 1713-1769) e Antonio Serra (1550-1650 circa) – si dimostrerà adeguata nel secolo illuminista, dove Adam Smith e William Petty porranno le basi dell’economia classica, sulla base dello sviluppo dell’Industria e della relativa Rivoluzione. Da questo necessario presupposto tecnico e scientifico occorre quindi ripartire, ricordando come i motori politici di questa Rivoluzione Economica saranno proprio l’Inghilterra e la Francia.
La Fisiocrazia illuminista (1689-1789)
Vari fattori esterni e concomitanti spingono pensatori e governanti a rivedere le leggi dell’economia mercantilistica, già sottoposta a dubbi da studiosi che per ironia della Storia confliggono col neotomismo teologico e filosofico, attraversato e criticato dal razionalismo di Cartesio e Galileo (in particolare il Regno di Napoli soggetto alla Spagna dei Filippi, esposto alle conseguenze dell’incremento dei materiali preziosi provenienti dal Sudamerica); ma anche contaminata da letture critiche legato allo sviluppo delle Nazioni marinare, decise ad incrementare il processo di colonizzazione per l’acquisizione di materie prime esercitando una persistente politica di Potenza.
Qui basta riprendere il pensiero di Antonio Serra e di Antonio Genovesi, or ora citati. Il primo, economista e filosofo, discepolo di Tommaso Campanella, notorio eretico antitomista; l’altro, moderato idealista e dotato di forte senso poetico, rileverà il ruolo del valore economico delle Arti, del Commercio e dell’Agricoltura, una visione globale della società che lo avvicina a Smith ed a Ricardo. Autori che faranno appunto da tramite essenziale per l’economia fisiocratica. Rinviando ad altra sede un’analisi più approfondita di questi autori – che Benedetto Croce definisce lampade di vita – qui si può solo dire che assumono una visione antimoralista e si distaccano dalla visione puramente monetarista, puntando l’attenzione al tasso di cambio ed alla bilancia commerciale.
Inversione radicale di tendenza che modifica anche la tendenza puramente protezionista per passare alla promozione attiva delle esportazioni. Purtroppo, la tendenza in esame confligge col triste capitolo della guerra in Europa e perfino nelle colonie. Infatti, dopo la guerra europea dei 30 anni (e dalla pace di Westfalia del 1648) e malgrado la scuola giusnaturalista di Grozio e Pufendorf ponga razionalmente la diplomazia come metodo preferenziale per la soluzione delle controversie internazionali; nella seconda metà del ‘600 e per buona parte del ‘700 si riprende a guerreggiare.
Pur essendo garantite la Sovranità della Svizzera e dell’Olanda, una serie impressionante di guerre insanguina l’Europa: 1636-1637, rivolte contadine in Francia; rivolte popolari in Catalogna, Portogallo, Irlanda, Napoli e Palermo; 1642, prima guerra civile in Inghilterra; 1648- 1652, guerra civile in Francia (c.d. Fronda); 1652, guerra anglo-olandese; 1653-1660, guerra del Nord fra ducato di Brandeburgo e Principato di Prussia; 1700-1713, guerra di successione spagnola; 1709, guerra russo-sveva e vittoria di Pietro il Grande; 1740-1748, guerra di successione austriaca, con la primazia del Regno di Prussia guidato da Federico II di Prussia contro Maria Teresa d’Austria, (oggetto della contesa da segnalare sono le ricche miniere della Slesia); 1756-1773, guerra dei 7 anni fra Gran Bretagna e Francia per il possesso del Canada e di parte dell’America del Nord, da dove derivano le proteste dei coloni per l’eccessivo aumento delle imposte inglesi necessarie per la guerra alla Francia, ché anzi in tale Paese scoppia una crisi economica non indifferente e che porterà alla Grande Rivoluzione nel 1789.
Nondimeno, esplode una Rivoluzione in America del nord ed una guerra di indipendenza di 13 colonie in Nordamerica contro la Madre – Patria inglese (1774-1783). E le guerre continentali proseguono con la guerra di successione polacca (1733-1748) e la invasione della Crimea ottomana da parte di Caterina II di Russia. Un turbinio di conflitti fra classi dinastiche (Asburgo, Borbone, Hohenzollern, Capeto, Orange, Hannover e Romanov) dal quale emergerà dopo tre rivoluzioni – l’Inglese, l’Americana e soprattutto la Francese – una nuova classe dirigente, la classe borghese ed anche un nuovo regime degli Stati nazionali, che salvo l’interruzione napoleonica, reggerà il Continente europeo per l’intero secolo decimo nono. Se la sintesi politica generale del continente si basa sugli esiti di tali Rivoluzioni; se la scuola filosofica che accompagna tale sistema politico è meramente nazionalista (c.d. età delle Nazioni), fino alla creazione di Imperi che tentano di imporre la loro supremazia di potenza (età degli Imperi); la cultura economica è parimenti affollata da intellettuali che guardano al Soggetto, ormai divenuto l’oggetto dell’essere in atto, cioè l’Illuminismo, la seconda fase di sviluppo della nostra storia economica. Ideologia che coesiste con la prima rivoluzione industriale, sicuramente legata allo spirito di rinascita delle scienze esatte illuminista e poi raffinate dalle ideologie positiviste e materialiste che di seguito si svilupperanno nel secolo successivo.
In particolare, a metà del diciottesimo secolo, anche la tecnica compie balzi in avanti sulla manifattura: sono più avanzate le tecniche di lavoro, per esempio la produzione della lana e del cotone, dove si adotta un’invenzione tecnica dovuta a John Kay (1704-1779), la c.d. navicella volante che modifica radicalmente la tessitura della lana a filo (1760), acceleratrice della tessitura stessa. E poi il Pastore inglese Edmund Cartwright nel 1785 costruisce il primo telaio meccanico, che del pari favorisce la rapida cucitura delle stoffe di cotone importate dall’India e la fabbricazione di mussolina nel Lancashire, invenzioni produttive di una trasformazione del lavoro di tessitura, tale da ridurre di 40 operai la produzione tradizionale. Già tali novità meccaniche rivelano – in armonia all’aumento delle aree coloniali in Asia, Russia ed India – una profonda revisione del lavoro a domicilio che si concentra ora in fabbrica, come è accaduto nella Firenze del XV secolo.
Altro passo in avanti un decennio dopo, l’introduzione del motore a vapore per l’accensione dei macchinari per l’estrazione mineraria. James Watt (1736-1819) e Matthew Boulton (1728-1809), socio ingegnere e socio investitore, fin dal 1774, installano centinaia di motori a vapore che accelerano la meccanizzazione di fabbriche e di fonderie. Strutture accentrate in grandi capannoni, accanto ai quali stazionano impianti di siderurgia per fondere con macchine operative, ma anche monete e barre di ferro sostenute da un tipo di carbone prodotto da un processo di incenerimento in carbonaie della legna. Secondo statistiche rilevate dai libri contabili d’epoca, si stima una produzione di 17.000 tonnellate nel 1750; 244.000 nel 1806; 455.000 nel 1823. Dati che spiegano di per sé l’enorme balzo in avanti dell’economia britannica.
Dopo un secolo di discussioni sulle ragioni geotecnico-politiche della primazia industriale ed economica acquisita dal contesto anglosassone – che fa scrivere Smith, Ricardo, Marx, Engels, Sombart, Weber, Schumpeter e tanti altri fino ad oggi – si può parlare di una vera e propria Evoluzione più di una Rivoluzione. Oggi si è certi per lo più d’accordo per una soluzione mediana, cioè una lenta ma inesorabile mutazione da Capitalismo commerciale a Capitalismo industriale. Come direbbe Giambattista Vico, il corso storico sembra contenere un ricorso storico a sua volta generatore di un nuovo corso storico, in questo caso però di progressivo sviluppo di caratteri immanenti che si rivelano in relazione alle nuove tecniche maturate dal progresso scientifico.
Il liberismo capitalista in forma concorrenziale (1776-1848)
Pur rimanendo viva l’idea politica protezionista, prosegue il metodo acquisitivo di influenze su nuovi mercati necessari per lo smistamento e lo sfruttamento di energie prime. In breve, si può qui concordare con la sequenza di John Ulric Nef Jr. (1899-1988), storico dell’economia americano seguace della scuola economica liberista di Chicago. Un lungo processo che va dalla scoperta dell’America (1492) alla Prima Guerra Mondiale. Un’evoluzione di pensiero geotecnico e politico, diviso per secoli, dove dalla riforma protestante in Gran Bretagna e Francia (i Paesi simbolo della Rivoluzione Industriale), si passa al già citato processo economico capitalista commerciale che si espande nel continente in Francia e poi ritorna in Inghilterra grazie all’evoluzione tecnica or ora citata.
A seguito della pace di Utrecht del 1713, si ritorna vichianamente allo schema geopolitico di Westfalia del 1648, dove riprende quota una sia pure fragile architettura di Stati Nazionali in equilibrio fino alla Grande Guerra del 1914. La Gran Bretagna presenta la pari presenza di tre fattori geopolitici e di peculiari conseguenze della ideologia economica fisiocratica e del primo capitalismo industriale, entrambi derivati dal processo di accumulazione di risorse finalizzate all’investimento e poi al profitto. Il sistema inglese è favorito poi dalla condizione geografica insulare che lo mantiene intatto nella fase accumulativa e lo preserva da immediate invasioni esterne. Il decollo improvviso frutto delle scienze e della tecnica è la seconda causale. Ma al terzo posto, ancora per ironia della Storia, ci sta lo spopolamento delle campagne e la crescita rapida urbanistica.
Carestie, epidemie, guerre e disastri naturali determinano tale esodo e concorrono alla formazione di una domanda intermittente di energie prime dall’estero. La Colonizzazione, avviata e conclusa positivamente con la guerra dei 7 anni, genera uno scambio incessante con le Americhe, dove il cotone grezzo diventa la principale manifattura industriale rivolta al consumo di massa, senza contare il commercio di schiavi che arricchisce decine di centinaia di borghesi e nobili di campagna dal Lancashire alle lontane terre dell’America del sud, dell’India e perfino dell’Australia. Quanto alla forza – lavoro, la trasformazione rapida da latifondo a terre coltivabili e da pascolo, produce in età moderna la politica statale delle recinzioni agricole, aumenta la pratica dall’affittanza e la soppressione del pascolo comune.
Si sviluppa così una costante immigrazione urbana fin dall’età elisabettiana, che lascia nelle campagne una piccola borghesia mista di redditieri ed imprenditori che spesso si radica in blocchi conservatori in usi e costumi legati alla padronanza nobiliare priva di sbocchi professionali. Da qui, il riflesso nelle Città ed ancora una volta rivolta alle Colonie, da dove si ritorna con capitali non indifferenti e titoli nobiliari redditizi. Un circolo produttivo – consumistico che però lascia fuori il vecchio bracciantato che si rifugia nella valvola proletaria industriale, una nuova forza-lavoro che genererà movimenti sociali di massa fin dal primo ‘800. Una descrizione romantica, ma veritiera di ascesa e discesa sociale che Charles Dickens (1812-1870) narrerà con dovizie di particolari e di personaggi indimenticabili, da cui è facile ricostruire la cultura britannica fino ad oggi.
Eric Hobsbawm (1917-2012), con le sue famose indagini storiche – per esempio, lo studio dell’età delle Nazioni e sulle origini del Banditismo – costituisce un’ottima rilettura di quella società, che poi dopo Dickens, sarà ripresa per la seconda rivoluzione industriale, da Joseph Conrad (1857-1924) e da Oscar Wilde (1854-1900). Del pari, in Francia, nello stesso periodo – 1760/1830 – si ha una diminuzione del Capitalismo agrario, un’analoga emigrazione nelle Città – riservata soprattutto ai giovani intellettuali disillusi dalla politica locale ultraconservatrice e bigotta (per esempio si vedano le ricostruzioni di Hugo, Dumas padre, nonché del filonapoleonico Stendhal) – ed una industrializzazione tendenzialmente competitiva alle industrie inglesi e dunque sempre in contesa concorrenziale in economia ed in guerra commerciale per l’acquisizione dei mercati in Europa – per es. la Sicilia ed in Africa – non a caso fin dal Congresso di Vienna divisa in Africa occidentale alla Francia e l’orientale all’Inghilterra.
La tradizionale tendenza alla creazione di un mercato nazionale come fulcro di espansione ed il particolare lento sviluppo del proletariato industriale fin dall’età di Luigi XVI; comporta però una più evidente lotta di classe fra artigiani e grandi proprietari terrieri, fra piccoli fittavoli e braccianti, fra borghesi delle città e nobili redditieri. Quanto alle fluttuazioni demografiche, fra il 1770 ed il 1789, si ha un forte aumento della popolazione giovanile che favorisce l’afflusso di futuri soldati già nella Grande Rivoluzione del 1789, voluta proprio dalle borghesie di Parigi, Marsiglia e delle grandi città sul Reno. Proprio tali borghesi favoriscono l’ascesa di Napoleone, peraltro forte dell’appoggio di tali afflussi giovanili, che poi dal 1815 al 1830 cercheranno di supplire alla considerevole distanza ideologica e produttiva con l’equivalente massa giovanile anglosassone.
Una competizione positiva di intellettuali illuministi e romantici che contribuisce alla creazione di una cultura democratica a difesa dei diritti civili e della persona da cui scaturirà un forte costituzionalismo democratico, il cui riverbero economico sarà il passaggio da un‘economia classica basata sulla produzione creativa, al consumo industriale di massa di beni utili alla società civile ed alla sua connessa evoluzione politica nel secondo ’800. In sostanza, dopo la mutazione dell’economia mercantilista in economia fisiocratica di stampo illuminista, occorre ricordare le considerazioni del francese Cantillon (1680-1734), il quale non solo ripudia la guerra, ma anche ritiene che il passaggio delle merci da uno Stato all’altro dovrebbe essere libero come quello dell’aria e dell’acqua…Tutta l’Europa non dovrebbe essere che una fiera comune.
Anche Montesquieu – campione dell’Illuminismo politico per la notissima separazione dei poteri dello Stato Sovrano, il c.d. Esprit de lois – ritiene che due Nazioni che cominciano insieme, sono così dipendenti l’una dall’altra… se l’una ha interesse a comprare, l’altra ha interesse a vendere… perché combattere? Le reciproche relazioni nascono da bisogni naturali che insieme possono soddisfare … Ed il Muratori, grande storico non ancora oggi ben conosciuto, nel 1749 pensa che i Sovrani guerrieri debbano opprimere i loro popoli con un carico eccessivo di imposta. Considerazioni che Verri, Beccaria, Pellico e Manzoni, terranno sempre a mente nei decenni che verranno. Idee progressiste che ormai auspicano un commercio libero e l’avviamento di un migliore uso delle risorse economiche nazionali.
La libertà di commercio diventa libertà politica. E l’arte del commercio piace anche a molti intellettuali neoclassici, figli dell’Agricoltura, divenuta un mondo da rivalutare. Anzi, il mondo agrario è per Voltaire e Rousseau il terreno da rivivere: l’Arcadia, scuola settecentesca letteraria, è alternativa al Barocco spagnoleggiante posturbano di Michelangelo. Del resto dopo la guerra, dei 30 anni – e negli intermezzi di pace fra le tante guerre del primo ‘700 – la spinta demografica in Europa impone la resurrezione agraria. Le statistiche del francese Émile Levasseur (1889) ci dicono come l’Europa dell’anno 1700 conti circa 118 milioni, mentre nel 1789 sono di 188 milioni. Russia, Prussia, Ungheria, Svezia, sono attraversate da una colonizzazione interna analoga a quella della Sicilia narrata dal gesuita Francesco Aprile nella parte finale del ‘600.
La Francia del Re Sole e di Luigi XV e XVI, passa da 18 milioni a 26 milioni durane il decennio 1789-1799. Da qui, la lunga durata agricola ed una intensificazione delle colture per la popolazione, ma anche più fittanze e meno mezzadri; onde Quesnay (1694-1774) e più di Voltaire, chiede più braccianti che redditieri, più azzardi che spettanze previste, più impresari che proprietari assenti e giocatori a Versailles dediti a consumare senza produrre. Lamentela che in Sicilia esprime allo stesso fine Francesco Paolo Di Blasi (1753-1795) in una società in bilico fra la certezza conservativa filospagnola e la volontà di cambiamento che la nobiltà filoinglese di Palermo auspica in forte minoranza, come ci racconta lo storico Luigi Natoli nei suoi famosi romanzi sui Beati Paoli, precursori della borghesia illuminata mazziniana dell’800, fra i Florio ed i Whitaker nella Sicilia degli ultimi Borboni.
Il Turgot (1727-1781) chiede a Luigi XVI, qualche anno prima della Rivoluzione, riforme legislative che abbattino ormai i dogmi delle scuole mercantiliste filocolbertiane, salvo la necessità dell’Interventismo regio. Il seguente elenco di direttive, peraltro respinte dal Sovrano e foriere forse di una notevole contenimento della probabile rivolta popolare del luglio del 1789, costituiscono il Manifesto della ideologia fisiocratica e base della scuola liberista di Smith. Dunque: la limitazione legale del tasso di interesse; lunghi affitti piuttosto che brevi, soppressione di beni comunali comuni e privilegi alla proprietà terriera di grandi dimensioni; eliminazione dei diritti di pascolo a Comuni e parrocchie, libertà di coltivazione in aree autorizzate dal proprietario al fine di guadagnare il maggior profitto; usare cavalli e non buoi come mezzo di traino; limitare l’ampiezza delle strade per favorire la maggior parte delle terre, liberalizzare i matrimoni fra famiglie agricole vicine, purché siano conformi alle indicazioni di legge sulla quantità e la qualità dalle merci agricole previste dalla legge.
Soprattutto, sfavorire le servitù ed i diritti di prelievo dei nobili ed esonerare i coltivatori da diritti fiscali sulla produzione individuale, le cc. dd. corvée, non a caso determinanti della prima parte della Rivoluzione (1789-1791). Circostanze che Marc Bloch individua come tracce di una originale lotta di classe all’interno della società francese fra lavoratori della terra e piccoli proprietari, dove la mediazione politica è stata del tutto insufficiente, proprio perché non è stata capace di limitare l’aumento di prezzi sproporzionato all’offerta delle derrate e dei prodotti di allevamento. Se poi aggiungiamo lo sviluppo degli studi tecnici orientati al miglioramento delle coltivazioni ed alla diminuzione delle importazioni insufficienti a contenere la domanda del consumatore, cresciuto in quantità demografica considerevole; si spiega la conversione dell’economia agricola in industriale, operazione che diventa il problema principale della realtà economica di fine ‘700.
Non va neppure sottovalutata la durata delle guerre commerciali e militari e la loro frequenza, spinta che impone ai proprietari terrieri l’obbligo di aumentare al massimo la produttività nazionale e locale. Come la filosofia morale di Voltaire ripulisce la società di costumi barbari e di superstizioni religiose; così è per l’Agronomia, i cui cultori – spesso famosi intellettuali – semplicemente credono scientificamente al fatto che ogni ricchezza deriva dalla terra. E che oggi potremmo archiviare con la massima libera terra in libero Stato. Proprietari e fittavoli promuovono il commercio e da esso ciclicamente discende un buon prezzo che si sarebbe riversato nella classe popolare in forma di salario, effetto che avrebbe risollevato la povertà sempre più diffusa.
Quesnay – principe di quei pensatori – risalendo addirittura al diritto romano dove un diritto non ha alcun valore senza la facoltà di esercitarlo; concepisce nella proprietà agraria il presupposto essenziale della libertà di commercio. Ed un altro grande protagonista della Rivoluzione – Honoré de Mirabeau – osserva che la Proprietà è un diritto sacro accordato da Dio e dalla Natura e che la qualità di un bene è di appartenere ad uno solo. Idea illuminista che non cede il passo alla critica delle diseguaglianze sociali che i libertini del ’600 e poi Rousseau respingono fermamente. I fisiocratici invece considerano proprio la Proprietà privata agraria la prova più evidente come sacra origine della società civile, dove le diseguaglianze sono una laica realtà insopprimibile. Piuttosto essi negano la legge naturale della ricchezza terriera e non accettano del pari alcuna forma di Democrazia.
Esigono anzi imposte sui patrimoni meramente proporzionali da esigere dai proprietari, nonché giudicano opportune misure rivolte a limitare l’istruzione popolare, salvo mantenere una certa libertà di stampa, in modo che la loro classe sia in grado di diffondere le tecniche più moderne di agricoltura. Una tecnocrazia che magari freni le classi incolte dalla guida delle Nazioni. Un cumulo di contraddizioni che però rompe la staticità del Mercantilismo e favorisce l’apparire della classe borghese agevolandone l’organizzazione sociale. Proprio durante la guerra dei sette anni, la legislazione sulla libertà di commercio del grano (luglio 1764) comprime l’economia del singolo coltivatore, giacché l’aumento dei generi alimentari le riduce sul lastrico, cosa che produce varie rivolte per i danni che lavoratori e consumatori subiranno progressivamente fino al 1789.
Tanto che il Ministro delle Finanze Terray riuscirà a convincere il Re Luigi XV a revocare nel 1770 questi controversi provvedimenti. Oggi però un punto di merito rimane alla scuola fisiocratica, il fatto che la libertà e le proprietà agrarie hanno accresciuto la sicurezza economica della società francese. Voltaire chiosa però come la libertà di commercio e di impresa prevalgono sulla politica interferendo sui diritti naturali dell’uomo anche al di sopra dei doveri imposti dal Re. Con buona pace di Rousseau – terzo incomodo di questo contradditorio – del tutto innovatore inascoltato della morale fisiocratica: Non esiste fra gli uomini un’originaria ineguaglianza alla quale si debba obbedire senza dubbio….Essa non è coeva dell’uomo…. Le leggi dello Stato, anche se perfette come quelle anglosassoni – non possono prevalere, ma possono essere soltanto anticipate e contenute negli eccessi attraverso lo sviluppo controllato della tecnica (1774).
Una controversia antica sulla schiavitù tecnocratica, che attualmente sembra riproporsi nella politica economica Statunitense nella recente enciclica di Papa Leone XIV. Nei decenni successivi una nuova scuola di pensiero risolverà le aporie del pensiero fisiocratico, per aderire ad una visione del tutto alternativa. Infatti già nel 1831 e nel 1841, proprio il tema della sicurezza del lavoro minorile in Inghilterra ed in Francia, trova una iniziale ma significativa fonte legislativa che impone un timido intervento statale di controllo sulla sicurezza del lavoro di categorie fino ad allora esposte ai pericoli della produzione industriale meccanicizzata. Certo si è che la prima Rivoluzione industriale e la scuola libero-scambista permettono comunque a più strati della popolazione di ottenere, sia pur lentamente, un certo miglioramento delle condizioni sanitarie ed una progressiva alfabetizzazione di classi da poco venute sul palcoscenico della storia politica e sociale.
Dopo la tremenda frattura delle Rivoluzioni nazionaliste del 1848/1849, l‘Europa capitalista delle Nazioni non per caso diverrà l’Europa imperialista, favorita da un regime di monopoli economici e da un marcato conflitto fra le Grandi Potenze, circostanza che eserciterà un notevole passo indietro nelle relazioni commerciali internazionali, riprendendo la politica protezionista dell‘età barocca perché rivolta alla conquista di nuovi mercati. L’utopia della forma di Mercato liberoscambista di fine ‘700 comincia a deflettere verso una politica generale espansiva. Ad una prima fase dell’arricchimento capitalista – fondata sulla produzione industriale nazionale liberoscambista – seguirà presto una politica neomercantilista. Di quella prima fase, ideologo eccellente è stato Adam Smith che oltrepassa la scuola fisiocratica con un sistema classico non ancora superato. Il suo pensiero deriva dal Cosmopolitismo illuminista, richiede la rimozione di limiti al libero flusso extra frontaliero di beni e servizi e pretende di essere svincolato da ogni intervento statale.
La vecchia limitazione protezionista viene per qualche decennio sostituita da una politica internazionale di libero scambio, al fine di massimizzare i livelli di reddito, ponendo fine a guerre, aumentando la produzione agricola e distribuendo il surplus alle masse popolari, massimizzando la rivoluzione agraria per evitare carestie ed epidemie che affliggono le popolazioni inermi. Dunque, meno dazi sulle importazioni, meno stazionamenti e limitazioni nei magazzini portuali, più sovvenzioni statali alle esportazioni. In particolare studia i benefici dell’apertura agli scambi internazionali quale applicazione dell’evoluzione della filosofia morale e della logica cartesiana, di cui è stato docente ad Oxford dal 1746 al 1748. Poi passato ad Edimburgo, divenuto amico del filosofo Hume, è lettore appassionato di Voltaire, Rousseau e Condorcet, ma anche divulgatore nel suo paese dell’Enciclopedia di d’Alembert conosciuto in un suo viaggio. Nel 1776 scrive un libretto, Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle Nazioni, opera che può essere paragonata alla Metafisica di Aristotele ed ai Dialoghi di Platone per la storia della filosofia.
Mentre divampano la Rivoluzione americana e la Francese – punti di snodo per l’età moderna e contemporanea nella storia politica – Smith si domanda quale siano i fattori che portano ad accrescere la ricchezza di una Nazione, cioè i beni necessari per soddisfare i bisogni individuali e collettivi, senza fare distinzione di classe, dove produttori e consumatori sono uniti nella stessa barca e ricoprono scambievolmente le figure di viaggiatori e nocchieri. Non è l’agricoltura l’elemento centrale, ma il lavoro impiegato per dare valore ai prezzi di merci utilmente poste nel Mercato. Qui un esempio calzante al riguardo è proposto da Smith: se la caccia ad un coniglio impone tempo e fatica doppia per un cervo; allora il prezzo di un coniglio impone tempo e fatica doppia per un cervo, quindi il prezzo di un coniglio cacciato deve corrispondere al doppio del prezzo per un cervo. Cioè l’offerta e la domanda al momento dello scambio sono fissate dal prezzo, il precipitato formale del lavoro. E lo stesso risultato vale per tutte le merci.
E’ l’idea che si farà regola privilegiata nel mondo liberista. Di conseguenza, la forza lavoro è distinta in attività produttiva ed attività non produttiva, onde i servizi intellettuali non sono ricchezza concreta, ma rafforzano l’utilità del prodotto e possono influire indirettamente sul prezzo (come diranno i fedeli discepoli Ricardo e Marx). Ma la vera novità è la divisione del lavoro. Pensiamo allora ad un produttore di spilli. Se solo un uomo si prodigasse alla produzione per un singolo spillo – trafilatura, taglio, approntamento della capocchia, affinamento della punta – i prodotti sarebbero esigui e per farne molti ce ne vorrebbe di tempo! Se invece ogni uomo si dedicasse ad una singola fase e fossero molti per ognuna, tempo e spazio si moltiplicherebbero e il profitto sarebbe ancora superiore.
La deduzione di Smith è prodigiosa nella realtà. In altre parole, il numero dei beni prodotti è relativo alla ampiezza del mercato e dalla quantità quindi della domanda. Inoltre, un altro concetto centrale maturato da Smith – ma divenuto essenziale per Marx – è quello della accumulazione del Capitale. Invero, la raccolta di risparmi e profitti già incamerati, sarebbe appunto il Capitale, perché consente l’impiego del lavoro, poi la costruzione di impianti e macchinari, infine a garantisce il prestito monetario necessario per perfezionare l’investimento. I lavoratori, il fattore di produzione ritenuto più necessario all’impresa, dovranno essere curati ed alimentati durante il tempo di produzione attraverso il Salario dato loro a compenso, magari erogato prima di guadagnare un reddito ottenuto con il loro servizio.
Nondimeno Smith accoglie una condizione che si è vista nell‘azione maturata da Colbert, cioè un minimo di intervento pubblico, il c.d. laissez faire, laissez passer. Alla obiezione dei fisiocratici che considerano esclusivamente l’interesse individuale a motore dell’economia e negano ogni forma dai armonia nelle cose umane; lo Scozzese corregge il dogma solipsistico non solo con le opportunità dell’intervento pubblico, ma anche attraverso un altro dogma, la famosa Mano Invisibile, che non è un sinonimo di Provvidenza Divina, quanto il libero gioco della forma di mercato ottimale, la libera concorrenza, che è l’equivalente del libero mercato aperto all’estero.
Vero è che le teorie mercantiliste e fisiocratiche, in virtù dell’ideologia protezionista, guardano con diversa attenzione alle aperture al mercato estero e quindi non disdegnano la forma del monopolio interno, posto ad invadere i mercati specialmente per la conquista di fonti di energia di materie prime. Ma è vero pure che i lavoratori di un medesimo mestiere, quando stanno insieme per vari motivi e soprattutto nello stesso servizio, o decidono di parlare male del Re e del Governo. o si accordano nella ricerca e nella attuazione per aumentare i prezzi. Amara, è però una sua conclusione: per evitare la caduta dei prezzi diventano inevitabili accordi e cartelli fra i produttori, da qui monopoli ed oligopoli che sono il cancro della libertà degli scambi (vd. Il libro primo cap. X, parte seconda della citata Ricchezza).
Quanto al ruolo della moneta, il Vate dell’economia classica, la giudica necessaria, ma non è sufficiente per la crescita. Infatti, nell’ottica pratica della sua eruditezza economica – che chiaramente supera tutti i dogmi delle scuole all’epoca presenti -, Smith degrada la moneta al pari di ogni altra merce e ne vede un uso peculiare nel valore, figlio della sua stessa tecnica produttiva, ma principalmente è l’indice di misura del suo potere di acquisto. Se ha questa funzione equilibratrice, deve circolare in ragione della domanda e dell’offerta. Ed è il decollo della banconota, certamente un punto a favore per le esportazioni.
Dunque, la necessità di convertire gli ori nazionali in biglietti di banche che lo Stato ha l’onere di sorvegliarne la circolazione, che generano credito e che le banche raccolgono dai risparmi individuali per gli investimenti. Dunque, la conclusione della moneta come rappresentazione del prodotto interno lordo. Ed allora, si deve credere sempre e comunque in essa, come se la moneta fosse il sangue della Nazione-corpo? Non è sempre positiva: invero, tutta la logica classica, fin da Smith, è contraria alla natura esaustiva del mezzo monetario, poiché sullo sfondo occorre anche valutare la realtà complessiva dell’economia produttiva. Comunque codesta teoria sarà sempre sullo sfondo liberista e solo nel ‘900 troverà alternative in parte diverse nella visione di John Maynard Keynes dopo la caduta di Wall Street nel 1929.
Del resto, Smith però ha personalmente studiato lo scandalo della South Sea, una società di navigazione monopolista nei commerci verso il Sud America. Di fatto, una serie di rivelazioni illecite e di notizie estorte o comprate da spie commerciali, causa un’eccessiva emissione di biglietti di banca dal tutto svincolati dall’effettiva redditività delle operazioni di raccolta e di vendita dei prodotti provenienti dal Sudamerica. La società, dopo le false notizie di profitti per quelle operazioni, subisce la caduta dei titoli emessi dalle banche. Gli azionisti corrono agli sportelli e le banche non li rimborsano temendo il fallimento. Molti redditieri ed investitori, per esempio Isaac Newton, perdono capitali. Con il suo intelligente sarcasmo, il Vate scozzese dichiara che solo i poveri riescono a stare fuori dal mercato in tempi cattivi. Di qui, la regola della convertibilità al prodotto complessivo interno della moneta e dei titoli da essa rappresentati. In altre parole, soltanto l’eccesso di divise bancarie è per Smith il campanello d’allarme di future crisi.
Ecco perché c’è quella mano invisibile di cui si è detto, e che inconsapevolmente ha avuto dai mercantilisti e dai fisiocratici ragione di essere individuata nello Stato. Proprio attraverso la Finanza pubblica, sono le tasse e le imposte sul mercato interno, nonché i dazi ed i limiti alle quantità di merci da importare od esportare, ad essere il necessario campanello d’allarme per gli investitori, fungendo questi provvedimenti l’arma più idonea per la loro salvaguardia. Non pochi discepoli di Smith mettono però in luce qui una fortissima contraddizione: infatti Marx e le scuole socialiste hanno obiettato da sempre che la ricerca personale del profitto proposta da Smith è subordinata ad un ordine sociale ineguale, che favorisce ricchezze illecite se non ci fosse una struttura pubblica idonea a contenerle ed a prevenirle. Insomma, ogni produttore per Smith sarebbe comunque guidato da un Pastore invisibile, il mercato stesso, al buio e senza coscienza, ma una pura ombra, che sarebbe il motore immobile che difende l’interesse generale… Allo Stato sarebbe rimasto solo una funzione astratta di controllo, limitata a tre o quattro compiti.
Vale a dire stabilire il saggio legale di interesse, cioè il costo del denaro dato in prestito; fissare altresì le norme di accesso al credito ed i contratti di lavoro, imporre infine imposte di successione per favorire l’accesso al diritto di proprietà. Inoltre, Smith riconosce nello Stato, il principale gestore della politica fiscale ed impositiva. In tema di finanza pubblica, fa sue le considerazioni dell’economia colbertiana e poi dell’amico David Hume, dal quale e col quale – nella comune diffidenza, ma anche nella obbligata scelta di affidamento comunque allo Stato – formula le quattro regole auree della pratica impositiva: uguaglianza – ora solo presente per essere adeguata alla progressiva capacità di pagamento, certezza – vale a dire la chiarezza cartesiana delle aliquote da prelevare; comodità – evidenza palmare e rapidità del prelievo; economicità, cioè valutazione discrezionale sull’economia nel suo complesso, magari scegliendo quale classe o bene da colpire nel quadro di una politica generale fondate sul consenso. Infine, l’enorme volume di indagine di Smith sul Capitalismo si orienta al futuro del sistema. E’in lui chiaro il legame sul risparmio, base dell’accumulazione e fonte per l’attività di investimento per l’imprenditore, che appunto mette a rischio quanto ha più o meno risparmiato.
E può ben avvenire che l’intero Capitale scaricato nel mercato – od in più mercati – produca beni inutili e non più impiegabili anche per saturazione e per carenza di materie prime, o per concorrenza di altri produttori agguerriti. Fenomeno che non è inusuale – come oggi sta avvenendo sul mercato automobilistico – e che provoca la diminuzione del saggio di profitto, come è accaduto proprio nel caso della crisi bancaria della South Sea. Se poi manca anche il capitale monetario, la caduta dell’investimento è fatale. E’ la situazione stazionaria, col prodotto interno lordo massimo e col saggio di salario minimo, perché cessa la domanda di lavoro. Insomma quella che oggi si chiama Crisi economica. Circostanza che l’ottimismo illuminista di Smith non trova grave. Egli non crede ad una marcia inesorabile verso il baratro finale, come sarà per altri pensatori economici, come Malthus e Bentham, di poco a lui succeduti e di spirito alquanto pessimista, simile agli attuali sociologi ambientalisti. Infatti crede nell’homo faber, cioè in colui che dall’accumulazione di profitti – nonché del crescere di rivoluzioni tecniche e di scoperte scientifiche – fa riprendere l’aumento dei salari e la produttività, fatto probabile nel lungo periodo.
Dice con profonda speranza cristiana che nel tempo il più povero degli operai inglesi vivrà meglio di un principe indiano. In verità, nella prima metà del secolo decimo nono si assiste a quella rivoluzione industriale e demografica di cui si è detto, un relativo equilibrio della politica internazionale dovuta al Congresso di Vienna del 1815, dopo le guerre napoleoniche e varie epidemie e carestie conseguenziali. Il messaggio di Smith – morto nel 1790 – sembra estendersi a macchia d’olio: un sistema fondato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione e dei Capitali accumulati. I Miserabili di Hugo ed Il Conte di Montecristo di Dumas, nonché Il Circolo Pickwick di Dickens sono lo specchio continentale di quello sviluppo, specie per quanto riguarda il sistema bancario e la figura dei pescecani industriali delle Borse. Ma il supporto più rilevante nei Paesi industrializzati del Nord ovest – anche se qualche segnale analogo sembra interessare il Regno delle due Sicilie – è il costante decollare delle Ferrovie e del trasporto marittimo di merci per la costruzione di navi di ferro.
Tuttavia, l’ottimismo di Smith – e dei suoi discepoli Ricardo e Say – sfocia in un profondo iato che distingue i padroni del vapore e la forza lavoro, cioè le classi contrapposte della borghesia capitalista, detentrice dei mezzi di produzione acquisiti con la più volte citata accumulazione del capitale; ed il Proletariato, la cui unica ricchezza è la forza-lavoro. Hugo è testimone del tristissimo lavoro in fabbrica, mentre Dickens ci narra la povertà delle periferie urbane attorno alle prime fabbriche. Solo nel 1824 i lavoratori inglesi si riuniscono nelle Trade Unions, mentre poco dopo nascono in Francia le società di mutuo soccorso. Il giovane Marx, liberale hegeliano in fuga dalla Prussia conservatrice; Engels, figlio della borghesia industriale di Manchester osservano con piglio statistico il ruolo delle macchine più avanzate nella produzione in serie. Proudhon e Fourier in Francia poi guardano con ideologia distopica e meno che scientifica alla prospettiva sociale in senso unitario e concorsuale delle due classi produttrici. Nondimeno, Owen e Mazzini propongono riforme politiche repubblicane nei vecchi Regni Nazionali, auspicando nel popolo le nuove radici sociologiche collettive.
Un coacervo di idee politiche ed economiche che esploderanno fra il 1847 ed il 1849, su iniziativa di una minoranza di democratici testimoni delle sofferenze dei lavoratori delle industrie e delle masse e delle masse di diseredati che ormai vivono nelle periferie industriali delle grandi città. Una caratteristica che diverrà regola negli ultimi anni del secolo in coincidenza dell’evoluzione imperialista delle Nazioni Occidentali. Un fattore inquietante che costituirà uno dei presupposti scatenanti dei due conflitti mondiali del ‘900. Del resto Adam Smith – nella Nazione che inventa l’imperialismo coloniale di mero sfruttamento di materie prime prelevate da tutto il mondo – ha ricostruito la macchina mondale del Capitalismo con non poche contraddizioni farcite da un ottimismo illuminista presto divenuto nostalgico e malinconico. Mentre nell’Europa Continentale la domanda di libertà civili e di partecipazione di più classi alla guida del Paese va crescendo rivoluzione dopo rivoluzione, seppur soffocate da vistose azioni conservatrici; la politica protezionista persiste in veste liberista solo per rincuorare le classi non ancora dominanti.
Essa spinge invece verso una mondializzazione della produzione come effetto dell’accumulazione di risparmi pregressi rivolta all’investimento finanziario in forma di scommesse in Borsa. Operazione che produce un profitto meno vincolato dalla realtà dei rischi dei traffici e con esso una nuova classe dirigente imprenditrice tesa alla conquista di colonie e materie prime, con industrie manifatturiere dotate di macchine più sofisticate e con una massa di manodopera con bassi salari che fanno lievitare le borse occidentali, unica struttura depositaria di ingeniti patrimoni non distribuiti alle classi lavoratrici. Circostanze che esploderanno nel nuovo secolo e contribuiranno alla cosiddetta guerra civile europea (1917-1945), quando le ideologie contrapposte liberiste e protezioniste verranno a diretto e tremendo confronto.
Genesi del modello protezionista statunitense (1823-2025). Corsi e ricorsi della Storia?
Siamo oramai alla fine dell’800. Dall’età delle Nazioni si è passato all’Età degli Imperi. La collisione fra questi è ritardata dal loro consolidamento coloniale e militare, contrastata da moti interni pacifisti, o meglio da tentativi unificatori di Stati fino ad allora emarginati, dalla Russia feudale, all’Italia ed alla Germania appena unificate, Potenze che imiteranno con alterna fortuna nei decenni a venire le classiche potenze postnapoleoniche, la Gran Bretagna e la Francia, senza contare alle fine del secolo, il Giappone e gli Stati Uniti, i Soli nascenti del primo ‘900. A fine ‘800, la guerra fra aree d’influenza ed il sorgere di idealismi sociali e reazionari confliggenti, incrementa le crisi economiche, riproduce epidemie – malgrado lo sviluppo impetuoso della Sanità sociale – e si profila perfino la mano dell’Uomo nei disastri naturali, eventi che già Vico predice fin dal ‘600. Due guerre mondiali, dovute al tarlo imperialista che qui si è più volte citato, insanguinano lo scenario mondiale dello scorso secolo.
Per disattivare la radice protezionista e nazionalista che le ha causate, le Potenze Vincitrici del Secondo Conflitto Mondiale instaurano un regime monetario che limiti il protezionismo malato di espansionismo militare: a Bretton Wood (1944), sotto l’egida dell’economista più brillante dell’epoca – il monetarista Keynes – definiscono un sistema monetario valido per il mondo occidentale, stabilendo tassi di cambio fissi legati alla moneta degli U.S.A., il dollaro, a sua volta convertibile nell’oro di sua proprietà. Istituiscono quindi un Fondo Mondiale Monetario e la Banca Mondiale. Inoltre all’epoca ancorate all’oro statunitense e con Parità fissa all’economia americana principale dell‘epoca. Tale economia è però erosa dall’inflazione anno dopo anno, sia pure regolata da moderati dazi all’importazione e tollerate da equivalenti dazi bassi verso paesi dove potere esportare. Ma nel 1971, lo shock di Nixon, è rivolto a sospendere tali accordi per favorire i cambi fluttuanti.
Un rigurgito di Protezionismo che lo riporta in auge fino a generare una dura politica tariffaria, condizionata dalle ricorrenti crisi inflattive statunitensi e dalla forte crisi di debito sovrano del 2008. Il commercio internazionale fra il 2025 ed il 2026 è scosso da tali terremoti, dove la politica ondivaga di Trump – un misto di Sovranismo ed Internazionalismo a carattere reazionario e guerrafondaio – non appare dissimile da quella dalle potenze mediterranee del diciasettesimo secolo. Infatti la predetta regressione neomercantilista del Presidente Donald Trump – varata col Bill of Tariffs del 7.8.2025 – attua una profonda riattivazione dell’ampia lista dei dazi statunitensi adottati da quel Paese già dal 1776 e poi confermata dal Presidente Monroe nel 1823, quando proclama la chiusura degli Stati Uniti ad ogni pretesa coloniale del Continente americano delle Grandi Potenze Europee, introducendo dazi all’ingresso di non pochi beni mobili, provvedimento da cui emerge chiaramente la data di inizio di una resurrezione dell’ideologia mercantilista che da due secoli vive segretamente nella politica imperialista nordamericana. Se è vero che la politica tariffaria nelle sue declinazioni è lo specchio dell’evoluzione dell’economia nazionale; i mutamenti politici e le conseguenze della realtà geostorica mondiale basterebbero dunque a dare un quadro organico della politica economica realista di ogni Stato teso alla conquista di nuovi Mercati.
Nondimeno, quando Giambattista Vico enuncia la famosa teoria dei Corsi e dei Ricorsi della Storia, non manca di avere a disposizione un quadro politico internazionale intriso di una politica economica espansiva qual’è quella della Spagna dei Filippi, della Francia dei Luigi, l’Inghilterra degli Hannover fin dal regno di Giorgio I. E‘ un Europa stremata dalla guerra di Successione Austriaca, dall’epidemia di peste a Marsiglia, dai crolli finanziari connessi alla bolla della Compagnia dei Mari del Sud in Inghilterra, prodotta dallo spregiudicato John Law, prototipo degli imprenditori avventuristi non lontano dagli attuali magnati dell’America di Donald Trump. Anche la politica geografica della nostra penisola è sconvolta dopo pochi anni di pace fra le Potenze Europee a seguito della non meno logorante guerra di Successione Spagnola, interrotta nel 1713 dalla pace di Utrecht. Ancora una volta, la Spagna di Filippo V rinunzia alle sue pretese in Italia in cambio della promessa, da parte austriaca, della successione del figlio Carlo, nei ducati di Parma, Piacenza e Toscana.
Inoltre, il fedele alleato, Vittorio Amedeo II di Savoia, scambia con l’Austria la Sicilia con la Sardegna, acquisendo il titolo di Re di Sardegna e Piemonte, il tutto senza alcuna partecipazione delle classi dirigenti locali, in armonia alla politica colonialista che il futuro Regno di Piemonte attuerà in occasione della nascita per annessioni imposte del nuovo Regno d’Italia nel 1861. In campo sanitario, il pericolo delle epidemie fa sentire ancora la sua voce a Marsiglia, quando in quella città e per tutta la Provenza, dopo l’arrivo della nave mercantile Grand Saint-Antoine da Tiro in Libano, si lamenteranno 100.000 morti per peste. Il reggente Filippo d’Orleans del piccolo futuro Luigi XV, nonché il Consiglio della Corona preoccupati di contenere la peste a sud, concordano la Pace con la Spagna sperando nelle promesse dell’Impero austriaco. E del pari, la borghesia emergente ed i proprietari terrieri investono nel progetto finanziario della South Sea Company citata di marca inglese, dando al Law, banchiere di Londra, non pochi fondi per le sue imprese coloniali, peraltro caduto in fallimento per l’appoggio politico dato ad azioni finanziarie discutibili di scambi commerciali all’estero.
Vico legge, commenta e profetizza. Esamina sempre con minore sorpresa i canoni della nuova politica commerciale mondializzata dal Colonialismo inglese e francese, spesso in deroga al Nazionalismo dello Stato Chiuso di Colbert. Essi gli appaiono contraddittori se non sono accompagnate da un penetrante controllo pubblico, specie per le esportazioni di capitale finanziario e per le importazioni di merci che ledono la produzione nazionale. Riflessione che lo porta ad elaborare, a margine della sua Scienza Nuova, una rilettura epocale della Storia. Studia quindi le lingue ed il diritto in modo universale, cercando di delimitare concetti generali presenti in ogni periodo storico fino alla sua Storia. Dei, Giganti ed uomini, cioè il mito, gli eroi e gli uomini razionali. Dal diluvio Universale allo scandalo finanziario di John Law, che si intravede fra le righe. Religione, Nozze, sepolture, sono le tracce visibili della Storia in movimento per tre millenni, fino alle prime libertà dell’Uomo, dalla Schiavitù delle leggende, alle libertà degli esseri più potenti, e poi all‘età della Ragione. Una Storia eterna, dove però non è raro che un’apparente innovazione ritorni su sè stessa per riacquisire una pace interiore e sociale che l’avventurismo umano ha interrotto.
Come dal Corso originario è nato un nuovo corso, non è detto però che un pericolo od un grave danno ad esso legato, possa indurre gli uomini – autori della loro Storia per effetto della conversione dal vero al fatto, altro cardine del suo pensiero – a ritornare indietro ed a ripetere comunque il percorso, forse con maggiore cautela verso l’innovazione, magari superando l’ostacolo. In fondo, è quello che accade in quello stesso periodo turbinoso dell’economia, sicuramente motore dell’idea del Vico. Infatti, leggendo i resoconti di Antonio Serra, padre del Mercantilismo italiano, vissuto a Napoli un secolo prima; Vico trova la conferma delle sue teorie generali nel fatto che il pur rigoroso conterraneo, analizzando le cause della penuria di moneta nel Regno di Napoli, la ritenga un rischio ineluttabile per i cultori del Mercantilismo, imbevuti di Panmetallismo prezioso derivato dalla politica spagnola che si è detto. Vico trova nel bilancio commerciale un ottimo strumento per evitare il pericolo, idea ripresa proprio dal Serra, suo maestro di diritto in gioventù. Infatti, apprezza il ruolo riservato ai movimenti di capitale da e verso l’estero, nonché la fruizione dei tassi di cambio, fissi o mobili; gli sembrano l’utile condizione di un ampliamento delle esportazioni e delle importazioni, scambiate con giudizio fra gli Stati. Una scelta che prevede una diplomazia commerciale rivolta alla mondializzazione, magari passando oltre i pregiudizi religiosi o morali.
La modernità di Vico costituisce dunque una visione laica del Mercato, come ha notato il Croce per l’uno e per l’altro autore. E dunque, passando al secolo decimo nono, scendendo alla nascita degli Stati Uniti, essa è potenza già in espansione fin dalla dichiarazione di indipendenza del 1776, almeno fino al 1811, quando la classe dirigente delle 13 colonie, approfittando della malattia mentale del Re d’Inghilterra Giorgio III, mantiene buoni rapporti con Napoleone, da cui ottiene la Louisiana nel 1763; poi ritiene nel 1804 di bloccare, con l’Embargo act del Presidente Jefferson, il commercio del Paese con le Nazioni che combattono con Napoleone, prima appunto la Gran Bretagna, sempre pronta a circondare da sud le ex colonie, che nel 1807 aiutano l’Argentina indipendente contro l’invasione britannica di Buenos Aires. Di più: nel 1812, cade la totalità dell’embargo, con la conseguente limitazione dei dazi all’entrata, salvo che per la Gran Bretagna. Anzi, la coeva invasione del Canada, genera la guerra fra i due Paesi, esperienza illuminante della politica aggressiva del giovane Paese.
Si è detto della dottrina Monroe, un Nazionalismo sovranista che degli anni 20 dell’800 si perpetua fino al secolo scorso. Limiti di spazio, ci portano ora a metà ‘900, in piena seconda guerra mondiale. Gli Stati Uniti, consapevoli che la politica protezionista statunitense dopo la caduta di Wall Street e la successiva grande depressione (1929-1933) ha attizzato non poche reazioni antidazi americani nei Paesi Europei, contribuendo al loro riarmo proprio contro gli Stati Uniti; riconoscendo la necessità di riattivare il commercio internazionale, decaduto per i conflitti ideologici anteriori alla guerra e da questa aggravato in modo abnorme; accettata la spinta produttiva degli Stati Uniti e la necessità di risollevare tutti i Paesi coinvolti nel conflitto per riprendere la necessaria collaborazione dei Paesi capitalisti in ottica anche di Welfare States; organizza a Bretton Woods una conferenza internazionale sul commercio internazionale, rivolto a rivedere pe via diplomatica un ordine monetario comune per governare i rapporti fra gli Stati indipendenti (1944). Si conferisce l’alta direzione del più famoso economista dell‘epoca, John Maynard Keynes.
Tuttavia la nuova scelta di dare alla diplomazia negoziale la facoltà di superare la classica bilateralità degli scambi a favore della pluralità dei soggetti statali (le Nazioni coinvolte alla firma sono 44), ormai sotto l’egida dell’O.N.U. già in via di istituzione (che avverrà quasi un anno dopo), non esclude il tarlo del Protezionismo neocolonialista. Sia come sia i punti chiave di quell’accordo sono frutto di una mediazione che lascia contenti i difensori del Protezionismo e del Libero scambio, ambedue i volti del sistema capitalista produttivo e finanziario. Il primo caposaldo è la creazione di un sistema di cambi fissi fondato sul dollaro U.S.A. La seconda linea è in perfetta armonia, la convertibilità del dollaro in oro, per contentare i monetaristi di stampo protezionista e la politica occidentale dell’O.N.U., dove è nota la progressiva marginalizzazione di U.R.S.S e Cina, tradizionali competitori a livello mondiale.
Di qui, la riduzione al minimo del braccio esecutivo degli Accordi, la calibratura dei dazi alle entrate delle merci estere in ragione dell’inflazione e della disoccupazione, una variazione dei consumi e della produzione legata alle parallele movimentazioni di redditi e profitti interni, allo sviluppo della Concorrenza e l’antica centralità del dollaro. Malgrado la terza gamba del sistema – la Banca Mondiale – sia presentata come un controllore imparziale, essa è divenuta negli anni ’70 in mano alla finanza americana ed ai colossi monopolisti di quel Paese. Di più: sebbene il fondo Monetario Internazionale sia una sorta di bancomat destinato al sostegno politico degli Stati della futura NATO e sia riuscito a ricostruire i Paesi distrutti dalla guerra ed alla loro ricostruzione col Piano Marshall del 1946; la dipendenza della sua liquidità dal governo U.S.A, ne fa aumentare l’esposizione a rischio di inflazione e ne fa accrescere il debito sovrano. Infatti, superata la crisi Coreana e quella del Vietnam negli anni ’60, l’inflazione pe quella guerra e la prima crisi del Debito Sovrano dello Stato americano producono un deficit commerciale insostenibile.
Di qui la speculazione europea contro il dollaro e la difficoltà di mantenere fisso il suo valore, fino alla crescente competitività economica con l’Europa ed il Giappone. Fatti che inducono l’America di Nixon (1971) a cancellare questa istituzione. Nei 60 anni successivi, lo spettro neo-mercantilista del mercato chiuso riappare con virulenza. Tutti i caratteri notati nella Spagna del ‘600 e negli U.S.A. di primo ‘800, nonché nelle nazioni totalitariste di primo ‘900, riemergono in tutte le regole di intervento governativo rivolte a difendere le industrie nazionali, minacciate ad intervallo corrispondente di guerre intraprese dagli U.SA. Infatti, l’aumento delle tariffe doganali all’entrata per contrastare la concorrenza straniera ed alimentare la produzione interna, avviene poi nel 2008 in occasione della nota crisi del Debito Sovrano sotto il presidente democratico Obama ed ora nel 2025-26 in epoca di Presidenza Trump ed a seguito della Guerre Russo-Ucraina ed Israelo-Palestinese.
E lo stesso vale per l’interventismo statale per il controllo valutario e di capitali, nonché per i sussidi di Stato per le politiche industriali mirate a riaccendere gli Armamenti a fronte di un calo della produzione a fini pacifici. La protezione delle proprie filiere strategiche ed i dazi all’entrata su merci di interesse civile, legate alla politica di potenza, spiega lo sviluppo degli armamenti divenuto impetuoso proprio negli anni della Belle-époque, prodromo che ogni analista storico dovrebbe studiare nelle ricerche sulle cause del Primo conflitto mondiale, la madre di tutte le guerre di questo e dell’altro secolo. Una connessione che invano Vico già nel primo ‘700 aveva predetto nelle sue necessarie ricostruzioni della Storia Umana dietro la metafora dei Corsi e dei ricorsi storici. Sarebbe opportuno dunque che i politici ed i governanti attuali ritornino a leggere gli storici classici.
Bibliografia oltre alle fonti indicate nel testo cfr:
- IMMANUEL WALLERSTEIN, Il sistema mondiale dell’economia moderna, Bologna, 1978-1992.
- Sulla politica di Luigi XIV, PETER BURKE, Il Re Sole, ed. saggiatore, 2017.
- Sull’Assolutismo, nel Manuale Donzelli di storia moderna, Il Cap. XIII di ELENA FASANO
- Per l’Inghilterra dei Tudor, LAWRENCE STONE, La crisi dell’aristocrazia. L’Inghilterra da Elisabetta a Cromwell, Torino, Einaudi, 1972.
- La Rivoluzione industriale, MAURICE DOBB, Problemi di storia dal Capitalismo, Ed. Riuniti, Roma, 1970.
- ISAIAH BERLIN. Vico e Herder: due studi sulla storia delle Idee, ed. Armando, Roma, 1978.
- In merito alla scuola fisiocratica, HENRI DENIS, Storia del pensiero economico, Mondadori, Milano,1977, Cap. 3.
- Sulla stretta relazione fra Illuminismo e Fisiocrazia, I Fisiocrati a cura di BRUNO MIGLIO, Laterza, 2001 ed i Precursori di Adam Smith, a cura di RONALD MEEK, Bologna, Il Mulino, 1978.
- Su Adam Smith, cfr. STEFANO FIORE, Ordine, mano invisibile, mercato marittimo di Adam Smith, Torino, 2001.
- Sui riflessi storici della Grande rivoluzione, L’orientamento liberale di SERGIO ROMANO, Disegno della Storia d’Europa dal 1789 al 1989, Milano, Longanesi, 1991; e quello marxista di SALVATORE LUPO, Il passato del nostro presente, il lungo ottocento, 1776-1913, Laterza, 2010.
- Sulla letteratura dell’età liberoscambista, si leggano: CHARLES DICKENS, Le avventure di Oliver Twist, Rizzoli, 1969; VICTOR HUGO, I lavoratori del Mare, Mondadori,1995; HONORE’ DE BALZAC, Modesta Mignon, Firenze, 1970; HERMAN MELVILLE, Bartleby, lo scrivano, Milano, 2010; THEODOR FONTANE, Amori, errori, Mondadori, 1982; EMILIO DE MARCHI, Demetrio Pianelli, Firenze, 1969.
- Per quanto riguarda l’attuale regime neoprotezionista nordamericano, vd. SERGIO FABBRINI, Tsunami Trump, ed. Sole 24/ore, 2026.







