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Vita di Mata Hari, storia della ballerina al servizio delle spie

Della danzatrice olandese Mata Hari, una delle spie più famose di sempre, sono noti il fascino esotico e le danze seducenti. Donna avventurosa e intraprendente, nel 1917 viene processata e fucilata in Francia, in quanto ritenuta spia nemica. Ma è stata davvero una traditrice?

di Jessica Ravanelli
24 Marzo 2026
TEMPO DI LETTURA: 10 MIN
Mata Hari nel 1910

Mata Hari nel 1910

CONTENUTO

  • Chi è stata Mata Hari? Un ritratto della famigerata spia
  • Le origini di Mata Hari
  • Il matrimonio burrascoso
  • La nascita di Mata Hari
  • Il successo europeo
  • Mata Hari: da ballerina a spia
  • I sospetti si addensano su Mata Hari
  • La trappola
  • La fine di Mata Hari: arresto, processo e condanna a morte

Chi è stata Mata Hari? Un ritratto della famigerata spia

Ballerina, avventuriera, regina delle spie…sono solo alcuni dei modi in cui è stata definita Mata Hari nel corso del tempo. Ma la storia di questa ammaliante danzatrice olandese – il cui vero nome è Greta Geertruida Zelle – va oltre queste definizioni, e ci racconta di una donna intraprendente e controversa, capace di risollevarsi da un passato di tristezza e miseria per diventare una vera e propria star, amata e ammirata da tutta Europa sul finire della Belle Époque. Oggi la storiografia aggiunge un’altra etichetta al personaggio di Mata Hari: quella di capro espiatorio della guerra che avrebbe dovuto porre fine a tutte le guerre.

Le origini di Mata Hari

Nonostante lei stessa racconterà negli anni a venire di avere origini indiane e indonesiane, Margaretha Gertruida Zelle – per tutti Greta – nasce il 7 agosto 1876 nella ben poco esotica cittadina di Leeuwarden, in Olanda. Il padre, Adam Zelle, gestisce una fiorente attività di produzione di cappelli e Greta e i suoi tre fratelli crescono nel lusso, in un sontuoso palazzo affacciato su una delle vie più eleganti della città. Purtroppo il successo non dura a lungo e la spensieratezza dell’infanzia svanisce tutt’a un tratto: nel 1889, il padre di Greta, pessimo uomo d’affari, è costretto a dichiarare bancarotta; l’anno successivo è la volta della madre, che si spegne a seguito di una grave malattia. Orfana a soli quattordici anni e costretta dalle circostanze a lasciare la casa natale, Greta viene affidata al padrino, che la spedisce a Leida, in un collegio per future maestre di scuola elementare.

La futura Mata Hari, però, non è un’adolescente come tutte le altre: estroversa e sicura di sé, suona il pianoforte, prende lezioni di danza e sta già imparando un po’ di francese. A spiccare, tuttavia, è soprattutto il suo aspetto: in un paese dove quasi tutti hanno la pelle chiara, i capelli biondi e gli occhi azzurri, lei ha la carnagione olivastra, occhi profondi e ipnotici, e capelli lunghi e corvini, nonostante i genitori siano entrambi di origini olandesi. Ben presto, il fascino da orientale che avvolge la giovane Zelle la fa notare a uomini di ogni età: tra questi, il preside della sua scuola, che si infatua, non si sa se ricambiato, di lei. Scoppia lo scandalo e Greta viene espulsa dalla scuola. Ripara presso una zia a L’Aia, città che non amerà mai e dalla quale desidera fuggire al più presto.

Il matrimonio burrascoso

Mata Hari e MacLeod
Mata Hari e Rudolph MacLeod

L’occasione per farlo le appare sotto le vesti di un annuncio matrimoniale sul giornale: Capitano dell’esercito reale delle Indie, di passaggio in Olanda, relazionerebbe scopo matrimonio. La giovane Zelle, che già fantastica di trasferirsi in una splendida villa coloniale per vivere “come una farfalla al sole”, risponde all’annuncio. Ed è così che, nella primavera del 1895, lei e il capitano Rudolph MacLeod si danno appuntamento al Rijksmuseum per conoscersi. Lui si presenta in uniforme e a Greta, che ama l’avventura e l’ignoto, e non aspetta altro che un’occasione per andarsene, quell’uomo alto e di nobili origini piace molto.

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L’11 luglio di quello stesso anno, ad appena tre mesi dal loro primo incontro, Greta e il trentanovenne capitano si sposano e, due anni più tardi, salpano per le Indie orientali, diretti verso Sumatra, colonia olandese dell’Indonesia. Greta è incantata da quelle terre, dalle atmosfere locali e, soprattutto, dalle danze. Una sera, invitata ad assistere a uno spettacolo di balli tradizionali, guarda come ipnotizzata i movimenti fluttuanti, lenti e sensuali delle danzatrici, che una volta a casa, quando il marito è assente, prova e riprova davanti allo specchio.

Ben presto, però, le speranze di Greta in una vita migliore vengono frustrate e la giovane donna si rende conto che il marito non è quel galante ufficiale che è apparso ai suoi occhi al museo, bensì un uomo dal carattere irascibile e scontroso, alcolizzato, infedele e costantemente sommerso dai debiti. Neppure la nascita di due figli, Norman e Louise, cementa quell’unione che già mostra le prime crepe.

Il 27 giugno 1899, anzi, la situazione precipita, perché il piccolo Norman si sveglia in preda a una fortissima gastroenterite. Non c’è nulla da fare: ad appena due anni, il bambino muore in preda ad atroci dolori, forse avvelenato da una domestica che vuole vendicarsi delle severe punizioni imposte al suo fidanzato soldato dal capitano MacLeod o, più probabilmente, per le conseguenze della sifilide che MacLeod ha trasmesso al figlio.

La nascita di Mata Hari

Il lutto, anziché avvicinare marito e moglie, produce una frattura insanabile. MacLeod, sconvolto e ubriaco, accusa la moglie di preoccuparsi solo delle sue frivolezze, mentre Greta sprofonda in una forte depressione, che si acutizza con il trasferimento forzato in un avamposto militare nella foresta di Giava. Le liti diventano quotidiane, come pure le aggressioni verbali e fisiche da parte del marito. Nel 1902, di ritorno in Olanda dopo il congedo forzato di MacLeod, sempre più schiavo dell’alcol, i due si separano definitivamente. Grazie alla connivenza di un giudice amico, Rudolph riesce a ottenere la custodia della figlia Louise; Greta, senza più nulla a trattenerla in Olanda, nel marzo del 1903 decide di trasferirsi a Parigi e di tentare, come molti in quegli anni, la scalata sociale nella ricca e sfavillante capitale francese.

È il periodo della Belle Époque, quell’ubriacatura di grandeur, spensieratezza e champagne cha anima i caffè e i locali notturni delle capitali europee, e Greta intuisce che è proprio lì, nei teatri e nei bar di Parigi, che può costruire la propria fortuna. L’inizio, però, non è semplice: senza un soldo in tasca e in un’epoca in cui il divorzio non prevede assegni di mantenimento, la ventisettenne si reinventa come modella di nudo, provetta cavallerizza in un circo e, forse, anche prostituta.

Mata Hari Guimet 1905
Mata Hari al Museo Guimet nel 1905

L’occasione di varcare finalmente la soglia dell’alta società parigina arriva solo nel febbraio del 1905, quando viene invitata al museo Guimet, dove danza davanti a seicento invitati con indosso un abito di veli, un corpetto tempestato di brillanti e un elaborato copricapo. Lo spettacolo è un successo clamoroso: nel giro di poco, tutta Parigi, probabilmente annoiata dalle solite danze codificate, sempre identiche a se stesse, parla della donna ammaliante e misteriosa che dice di venire dalle remote isole del lontano Oriente. È proprio allora che Margaretha Geertuida Zelle cessa di esistere e, dalle sue ceneri, risorge come una fenice Mata Hari, nome che in malese significa “occhio dell’alba”.

Insieme al nome, la danzatrice cambia anche il proprio passato, arricchendolo di aneddoti e sfumature che lo rendono intrigante alle curiose orecchie dei ricchi uomini d’affari parigini e delle loro annoiate consorti. All’inizio di ogni spettacolo, ad esempio, racconta che quelle che mette in scena sono danze sacre apprese in alcuni templi indiani del sud, dove afferma di essere nata. In alcune versioni, dirà anche di aver trascorso l’infanzia in un tempio dedicato al dio Shiva, di aver sposato uno scozzese poi morto in un naufragio, di aver vissuto in Spagna, dove un torero innamorato di lei si è gettato nell’arena in preda alla disperazione di un amante abbandonato. Di tassello in tassello, Mata Hari costruisce il suo personaggio e, attraverso la sua storia straordinaria e completamente inventata, diventa un vero e proprio simbolo della Belle Époque.

Il successo europeo

In breve tempo, l’esotica danzatrice arriva a esibirsi sui più prestigiosi palcoscenici di Parigi: dal Trocadéro al Café des Nationes, dall’Olympia al Moulin Rouge. La fama di Mata Hari arriva anche all’estero: nel 1906, viene organizzata una tournée in Spagna, mentre nel 1911 e nel 1913 approda anche in Italia, dove il 4 gennaio 1912 calca il prestigioso palco del teatro La Scala di Milano.

Mata Hari a Milano nel 1911
Mata Hari a Milano nel 1911

La sua bellezza esotica e le sue coreografie, protagoniste delle prime pagine di tutta Europa, la rendono la donna più ambita della Ville Lumière: ufficiali, diplomatici, avvocati e altri uomini facoltosi di ogni età la vogliono come accompagnatrice, non tanto perché interessati a lei fisicamente quanto più che altro per godere della luce riflessa da un vero e proprio simbolo dell’epoca. Un profluvio di gioielli, abiti e persino cavalli purosangue non manca mai di arrivare nei suoi alloggi, da parte di uomini influenti che la ammirano e la viziano.

Mata Hari: da ballerina a spia

Purtroppo, nell’estate del 1914, si registrano gli ultimi luccichii dell’effimera e scintillante Belle Époque: stanno per sopraggiungere i bagliori infernali e i cupi rimbombi dei cannoni della Prima guerra mondiale, che devasterà l’Europa e che, per Mata Hari significherà l’inizio del proprio personale inferno. In ristrettezze economiche poiché il conflitto ha interrotto la sua sfolgorante carriera, Mata Hari vive i primi mesi di guerra grazie alla beneficienza dei suoi amici e amanti, in particolare un banchiere, un colonnello degli ussari olandesi, un maggiore dell’esercito belga e un capitano dell’aviazione russa.

Grazie al suo passaporto olandese, può spostarsi liberamente attraverso l’Europa, inclusi i paesi in guerra. È proprio la sua libertà di movimento, unitamente alle conoscenze altolocate e ai contatti internazionali, ad attirare su di lei l’attenzione dei servizi di spionaggio di tutte le fazioni in guerra. Chi sia stato a contattarla per primo probabilmente non lo sapremo mai con certezza. Secondo la versione più accreditata, i primi a farsi vivi sono i tedeschi: nell’ottobre del 1915, a L’Aia, il console onorario tedesco Alfred von Kremer, anch’egli suo amante, le offre 20.000 franchi – equivalenti a oltre 50.000 euro di oggi – per diventare una spia dell’Impero austro-ungarico.

Spinta sicuramente più dalla sete di denaro che dall’interesse per le sorti dell’Austria-Ungheria, Mata Hari accetta il denaro, che considera un risarcimento per le pellicce, i gioielli e i soldi che i tedeschi le hanno confiscato all’inizio della guerra, ma non è certo se abbia anche accettato l’incarico. Secondo alcuni, sarebbe stata addestrata prima a Berlino e poi ad Anversa, sotto la guida della misteriosa Fräulein Doktor, ovvero Elsbeth Schragmüller, una delle spie più importanti durante la Prima guerra mondiale, che le avrebbe assegnato il nome in codice di agente H21.

Mata Hari nel 1915
Mata Hari nel 1915

I sospetti si addensano su Mata Hari

Nel frattempo, però, il governo francese comincia a nutrire dei sospetti nei confronti di Mata Hari: i servizi segreti sono al corrente non solo della sua frequentazione di personalità influenti di Berlino, incluso il principe ereditario, ma anche che Mata Hari, sempre alla ricerca di denaro per soddisfare il suo altissimo tenore di vita, è potenzialmente corruttibile. Per questo, quando nel giugno del 1916 la danzatrice fa ritorno a Parigi, Georges Ladoux, a capo del Deuxième Bureau de l’État-major général, i servizi segreti francesi, ha ordinato ai suoi agenti di pedinarla nei suoi spostamenti quotidiani tra ristoranti, boutique e locali notturni. I servizi segreti controllano anche la sua corrispondenza e ascoltano le conversazioni telefoniche, annotano minuziosamente i suoi incontri, ma non trovano nessuna prova del suo coinvolgimento con lo spionaggio tedesco.

Ammirata e richiesta, circondata da spasimanti, Mata Hari non si accorge di essere seguita. Proprio in quei giorni, anzi, Mata Hari conosce e si innamora di un ufficiale dell’esercito imperiale russo, Vladimir Maslov, detto Vadim. Poco dopo, a causa di un attacco tedesco con i gas tossici, il giovane russo perde la vista a un occhio e viene ricoverato all’ospedale militare di Vittel, una famosa cittadina termale nel dipartimento dei Vosgi. Alla notizia, Mata Hari vorrebbe correre da lui, ma Vittel è situata in zona di guerra e quindi necessita di un permesso speciale. Per averlo chiede aiuto a un suo amante, Jean Hallaure, che lavora per il ministero della guerra. Ma Hallaure, a insaputa della danzatrice, lavora anche per il Deuxième Bureau e le fissa un appuntamento nell’ufficio di Georges Ladoux.

Per il capo dei servizi segreti francesi è un’occasione d’oro: nel 1916 la guerra ha preso una brutta piega per i francesi, che si scontrano per mesi con i tedeschi in due delle battaglie più lunghe e sanguinose del conflitto, Verdun e la Somme. Il fango, le pessime condizioni igienico-sanitarie della vita in trincea, le malattie e l’orrore dell’ultimo ritrovato dell’industria chimica di guerra, il gas fosgene, provocano migliaia di morti e feriti tra i ranghi dell’esercito francese. Nell’estate del 1916, il morale delle truppe è a terra e l’esercito è a un passo dall’ammutinamento.

Per Ladoux, l’arresto di una spia importante diventa improvvisamente una questione di sopravvivenza della Francia, un modo per risollevare lo spirito del paese e dei suoi soldati al fronte. L’accordo che Ladoux propone Mata Hari è semplice: il lasciapassare in cambio dei suoi servigi come spia. Lei accetta in cambio di un milione di franchi e, come da ordini, parte per la Spagna, in attesa di ordini che però non arriveranno mai. Ladoux, infatti, l’ha assunta solo allo scopo di ottenere una prova schiacciante che dimostri il suo status di spia per i tedeschi.

La trappola

In Spagna, Mata Hari si impegna a irretire qualche militare tedesco per carpire segreti importanti e, al tempo stesso, farsi aiutare a lasciare il paese. Per qualche tempo frequenta il maggiore Arnold Kalle e riesce a carpire informazioni strategiche su alcune manovre dei sottomarini tedeschi, che si stanno avvicinando alle coste marocchine per far sbarcare un carico di armi. Mata Hari prova più volte a contattare Ladoux, ma questi, che nel frattempo ha ordinato l’intercettazione e il controllo di tutti i messaggi radio tra la capitale spagnola e Berlino tramite una stazione installata sulla Torre Eiffel, non risponderà mai ai suoi messaggi.

A questo punto, le informazioni su quanto accaduto a Mata Hari si fanno nebulose. Secondo alcune ricostruzioni, sarebbero stati i tedeschi i primi ad avere le prove del suo tradimento: Kalle, insospettito dalle troppe domande dell’amante, avrebbe allertato i servizi segreti tedeschi, che avrebbero scoperto il doppio gioco. A sostegno di questa ipotesi ci sarebbe un telegramma inviato da Kalle a Berlino. Il messaggio, noto come “dispaccio H21”, informa i servizi segreti tedeschi che la spia H21 ha fornito informazioni utili e ha richiesto denaro in cambio. A rendere il telegramma sospetto è il codice utilizzato per crittarlo: si tratta di un vecchio codice di trasmissione, abbandonato perché decifrato dai francesi tempo prima.

Perché utilizzare un codice già noto alle forze nemiche, se non per consegnare ai francesi le informazioni contenute nel testo del telegramma? Il telegramma, inoltre, contiene l’indirizzo della Hari, i suoi dati bancari e il nome della sua cameriera. I francesi non hanno ragione di dubitare che l’agente H21 sia proprio la loro spia-ballerina. Ma esiste un’altra teoria sulla trappola tesa a Mata Hari, perché del famoso telegramma di Kalle esiste, in realtà, solo una traduzione francese. Che fine ha fatto il telegramma originale? Sempre che un telegramma originale sia mai esistito. È possibile che i francesi abbiano inventato il messaggio per arrestare Mata Hari e sfruttare l’arresto di una “spia pericolosa” per risollevare il morale del loro paese? Probabilmente non lo sapremo mai. L’unica cosa certa è che, che siano stati i tedeschi o i francesi a orchestrare la trappola, a farne le spese fu solo Mata Hari.

Mata Hari il giorno dell'arresto (1917)
Mata Hari il giorno dell’arresto (1917)

La fine di Mata Hari: arresto, processo e condanna a morte

Il 13 febbraio 1917, di ritorno a Parigi, senza soldi né notizie dell’amato Vadim, Mata Hari viene arrestata in un’infima camera d’albergo con l’accusa di spionaggio a favore della Germania. Trasferita nel carcere femminile di Saint-Lazare, una delle prigioni più terribili della Francia, viene rinchiusa in una cella infestata da pulci e ratti, senza alcun contatto con l’esterno e senza accesso a medicine, vestiti e biancheria pulita. Gli interrogatori, condotti da Pierre Bouchardon, giudice militare particolarmente severo con le donne “dai costumi immorali”, sono quotidiani, pressanti, minuziosi. Lei risponde a volte con fermezza, altre volte con rassegnazione. L’unico conforto è rappresentato da due suore, Léonide e Marie.

Il processo inizia il 24 luglio 1917, ma le prove effettive contro di lei sono decisamente poche: i telegrammi di Ladoux e i messaggi radio che, oltre a essere stati manipolati ad arte, non contengono comunque alcuna prova che Mata Hari abbia trasmesso informazioni sensibili. I sette uomini che compongono la giuria, però, tutti militari, sembrano più interessati a giudicare il suo “immorale” stile di vita che le prove tangibili. Mata Hari viene, quindi, riconosciuta colpevole di tutti i capi d’accusa e condannata a morte per fucilazione il 15 ottobre 1917.

Mata Hari il giorno dell'esecuzione (1917)
Mata Hari il giorno dell’esecuzione (1917)

Sono le suore a svegliarla nella sua cella, sussurrandole di farsi coraggio. Mata Hari, fino ad allora ignara di tutto, dice loro: “Non temete per me, saprò affrontare tutto con dignità. Ricordatemi nelle vostre preghiere”. La sua esibizione, in effetti, è perfetta: rifiuta di essere legata al palo e resta in piedi a testa alta, senza benda sugli occhi per poter guardare negli occhi il plotone di esecuzione, composto da dodici sergenti di un reggimento di zuavi. Il sergente maggiore al comando del plotone dichiarerà: «Per Dio! Questa donna sa come morire». Quel corpo, un tempo tanto desiderato e amato, non verrà reclamato da nessuno: finirà sui tavoli di dissezione anatomica della facoltà di Medicina di Parigi e i suoi resti gettati in una fossa comune.

Consigli di lettura: clicca sul titolo e acquista la tua copia!

  • Martin Gilbert, La grande storia della Prima Guerra Mondiale, Mondadori, 2017.
  • Erica Ostrovsky, Mata Hari – La spia dei misteri, Ghibli, 2015.
  • Giuseppe Scaraffia, Gli ultimi giorni di Mata Hari, UTET, 2016.
  • Eva-Maria Bast, L’illusione perduta di Mata Hari, Tre60, 2023.
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Tags: Belle Epoque
Jessica Ravanelli

Jessica Ravanelli

Dopo la Laurea triennale in Relazioni internazionali presso l'Università degli Studi di Milano, ha conseguito la Laurea magistrale in Marketing e Comunicazione d'Impresa, sempre a Milano. Attualmente studia Scrittura creativa ed Editing, e spera di pubblicare presto i suoi romanzi storici. Appassionata di storia fin da bambina, ha un interesse particolare per la storia anglosassone, le biografie reali e la storia del Titanic.

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